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Morto nella rivolta di Bologna, pm chiede archiviazione che lascia domande

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“Fu una overdose di sostanze che legittimamente stavano in carcere. Non è emersa alcuna responsabilità di altre persone”. La procura di Bologna chiede al gip di archiviare le indagini sulla fine tragica di Kedri Haitem, 29 anni e origini tunisine, uno dei 13 detenuti morti durante e dopo le rivolte che a inizio marzo hanno incendiato le carceri di mezza Italia.

Il fascicolo, con l’ipotesi di reato di “morte come conseguenza di altro delitto” (un reato non meglio specificato), era stato aperto contro ignoti. Ma l’atto con cui la pm Manuela Cavallo sollecita la chiusura del caso (“reso pubblico all’insegna della massima trasparenza”, dice il procuratore capo Giuseppe Amato) lascia alcune domande senza risposta, non disvelando dettagli che probabilmente sono nelle carte dell’inchiesta. E ricostruisce ciò che è accaduto alla Dozza in termini di “plausibilità”, non di certezza assoluta.

Scrive la sostituta procuratrice: “La ricostruzione dei fatti più plausibile – anche alla luce delle informazioni fornite dal compagno di cella e riscontrate dall’esame autoptico,  nonché dal sopralluogo nella cella del detenuto – è che la persona deceduta, già destinataria di  farmaci per il controllo dell’ansia e degli stati di agitazione, abbia assunto volontariamente sostanze prelevate abusivamente dalla farmacia del carcere (in realtà sono stati depredati gli ambulatori di tre piani del reparto giudiziario, non il dispensario centrale) durante la rivolta dei detenuti dei due giorni antecedenti alla morte e che quest’ultima sia avvenuta per overdose”.  Di quali sostanze si tratti esattamente non è dato sapere, né in questo né in altri passaggi della richiesta di archiviazione, non dal procuratore capo (interpellato). Annota ancora la pm: “Dagli accertamenti svolti sulla salma non è emersa la responsabilità di terzi nel determinismo causale della morte, causata dalla massiccia assunzione di farmaci e sostanze psicotrope in combinazioni e dosi letali. Sul corpo, infatti, non sono state rinvenute lesioni, né segni di contenzione”.

Tutte le sostanze individuate nei liquidi prelevati dal cadavere di Kedri , altro passaggio testuale, “appartenevano alle tipologie di farmaci legittimamente presenti presso la struttura carceraria – circostanza rimarcata da Amato – in quanto utilizzate per la cura di patologie ed il trattamento delle dipendenze dei detenuti”. L’ultima espressione sembra alludere al metadone, ma l’oppioide non viene esplicitamente citato dalla magistrata né al suo capo. Voci qualificate, ufficiose, ribadiscono che sarebbe stato individuato nell’organismo del ragazzo. Non è una questione da poco, anzi. Per capire il perché bisogna mettere in fila date e fatti.

L’8 marzo scoppia una rivolta nel carcere di Modena. I detenuti ribelli forzano e svuotano la cassaforte che contiene elevate quantità di metadone e di benzodiazepine.  Le sostanze passano di mano. Cinque reclusi muoiono nell’istituto, probabilmente per overdose di un mix di preparati. Quattro perdono la vita durante il trasporto verso altri penitenziari (e non in ospedale, aspetto al centro delle inchieste in corso a Modena).  Il responsabile del servizio di medicina penitenziaria della Dozza di Bologna, dottor Roberto Ragazzi  – lo racconta il garante cittadino dei diritti delle persone recluse, Antonio Iannello  – dispone il ritiro del metadone dagli ambulatori di reparto del carcere del capoluogo emiliano e la messa in sicurezza dell’oppioide, da spostare in un luogo a prova di assalto e fuori portata. Il 9 marzo si ribellano anche i detenuti del carcere bolognese, una settantina di persone.  Le agitazioni continuano  la mattina del 10 marzo , poi si smorzano. Anche qui l’obbiettivo delle razzie sono i farmaci strong. “Il metadone – sostiene Domenico Maldarizzi, dirigente nazionale della Uilpa, sigla della polpenitenziaria – nei reparti detentivi non c’era già più”. Vero o no, Kedri non partecipa ai raid. La sera del 10 marzo il ragazzo tunisino al compagno di cella sembra strano, come  “un po’ ubriaco”. Lo straniero gli confida che “durante la rivolta ha assunto farmaci”, dice che è stanco e che vuole dormire e  a lungo. La mattina dell’11 marzo si sente russare e si rigira sulla branda, fino alle 10.30. Che sia a letto fino a tardi non è insolito. Capita di frequente. Alle 12.40 altri detenuti entrano nella cella per chiedergli una cosa. Il compagno lo scuote per svegliarlo e si accorge che non respira più, dando un inutile allarme.

Solo a questo punto, a decesso avvenuto, la cella viene perquisita. E sotto il materasso del ragazzo morto saltano fuori 103 pasticche (l’atto della pm Cavallo non specifica il nome commerciale o la composizione) e 6 siringhe, una delle quali usata (nella richiesta di archiviazione non è scritto se siano state trovate tracce di sostanze e di quali).

Ma perché la cella non è stata perquisita prima, sapendo che i detenuti ribelli avevano rubato e distribuito sostanze  potenzialmente letali? Perché la polpenitenziaria è arrivata dopo? E di che pasticche si trattava? “Il carcere – ricorda Maldarizzi – non era in una situazione ordinaria.  Era mezzo distrutto,  inagibile, terremotato. Mancava la luce. Abbiamo passato due giorni drammatici.  La rivolta era finita da poche ore, andavano disposti i trasferimenti d’urgenza”.

Tra agenti e detenuti si sono contate 22 persone contuse o ferite (fonte Ansa), 16 medicate in loco e 6 portate in ospedale. Insomma, non ci sarebbe stato il tempo per perquisire cella per cella e per recuperare tutti farmaci sottratti e non ancora consumati. Le telecamere di sorveglianza non sono state utili alle indagini, perché danneggiate e non funzionanti.

La pm Cavallo ha affidato l’autopsia e le analisi tossicologiche al medico legale Guido Pelletti.  Le 103 pasticche sequestrate in cella però non sono state date al consulente della pubblica accusa, esperto cui non sono nemmeno arrivati i risultati di eventuali esami effettuati da altri soggetti (la Scientifica della polizia non si è occupata del caso, dai carabinieri non si hanno informazioni sul punto).  Agli accertamenti post mortem non erano presenti altri anatomopatologi o tossicologici, in rappresentanza di parenti o soggetti abilitati.  La famiglia forse non è stata avvisata in tempo per designare u medico legale di fiducia  oppure  non ha nominato nessuno, idem i due avvocati che seguivano Kedri in vita (Manuel Manfreda e Federico Bertani, i penalisti delle vecchie vicende giudiziarie del ragazzo, perso di vista). Il garante nazionale dei detenuti si è costituito persona offesa anche nel procedimento avviato verso l’archiviazione, ma si avvale di un penalista e di un medico legale “solo” per i morti di Modena e non per la vittima di Bologna (e non si capisce il perché). L’avvocata Emilia Rossi, componente dell’ufficio, non ha nulla da aggiungere o non si sente tenuta a dare informazioni in più: “Sono in missione – risponde al telefono  – mi occupo solo di questioni urgenti”, come se 13 decessi in carcere e le domande senza risposta non lo fossero. (Lorenza Pleuteri)

Categoria: carceri