Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Febbraio 2014

  • Sea, riemerge fascicolo “scomparso”, chiusa indagine su Gamberale

    A volte ritornano. E’ il caso del fascicolo “scomparso” sulla compravendita della Sea, nato dall’arrivo a Milano da Firenze per competenza di una conversazione intercettata tra  Vito Gamberale, amministratore delegato del Fondo F21 Sgr spa e Mauro Maia, senior partner dello stesso fondo in cui i due parlavano di gara d’asta su misura per l’acquisizione della società di gestione degli aeroporti di Milano.

    Il procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha chiuso le indagini e si appresta a chiedere il processo con l’accusa di turbativa d’asta per Gamberale, Maia e Behari Vinod Sahai, procuratore speciale della società indiana Stei Ltd. Ci sarebbe stato un accordo con l’indiano affinchè questi si astenesse dqal concorrere alla gara ad evidenza pubblica indetta dal Comnune di Milano il 16 novembre del 2011. A Vinod Sahai che accettava la proposta veniva promessa una quota tra il 5 e il 7 per cento delle azioni Sea ad un prezzo pari a quello che sarebbe stato corriposto da F21 in sede di aggiudicazione. Il che avvenne il 16 dicembre 2011 a un prezzo di un euro osuperiore a quello posto a base d’asta, cioè 385.000.01,00. Questo sta scritto nel capo di imputazione. (altro…)

  • Senza più tv straniere (Ruby), via teloni da gabbie e dentro il Notav

    E’ l’aula grande della corte d’assise d’appello di Milano, dove le gabbie per i detenuti erano state coperte ai tempi del processo a Berlusconi per il caso Ruby al fine di evitare di mostrare al mondo intero attraverso le tv estere le vergogne medioevali della giustizia italiana. Adesso via i teloni bianchi, le gabbie sono visibili in tutto il loro “splendore” e utili per metterci dentro Mattia Zanotti, uno dei 4 Notav accusati di terrorismo a Torino per il danneggiamento di un compressore e di qualche filo elettrico. Zanotti a Milano viene processato insieme ad altri per i fatti relativi allo sgombero del centro sociale di via Conchetta, gennaio 2009. Resistenza a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio, recita il capo di imputazione, e rapina di capi di abbigliamento da un negozio di via Torino, da dove però il proprietario sentito a verbale ha detto che non mancava nulla. (altro…)

  • I verbali inediti di Proto, “tutte le mie stupidaggini”

    “Non essendo io di famiglia ricca, non avendo contatti importanti, non avendo sostanzialmente niente, la finalità era quella di farmi conoscere, diciamo, dai grandi. E per farlo mandavo comunicazioni false al mercato”. Proto per la prima volta racconta Proto. Spogliato dalla baldanza che gli è valsa, sparandole grosse, addirittura la prima pagina del ‘Financial Times’ come fenomeno emergente della finanza italiana, Alessandro Proto si svela con sincerità nei verbali, finora inediti, consultati da Giustiziami. E ammette le sue colpe, quello che gli sono costate il carcere e una pena pattegiata a tre anni e dieci mesi per aggiotaggio e truffa. Vale la pena ascoltarlo perché la sua parabola dimostra come chiunque dotato di fantasia e spregiudicatezza possa ingannare per mesi i media e il mercato, diventando un autorevole finanziere solo grazie a mail e telefonate spedite agli indirizzi giusti.

    “Tutte le comunicazioni al mercato, come l’acquisto di azioni Tod’s o Rcs, dalla prima all’ultima parola sono frutto solo ed esclusivamente della mia stupidaggine – ammette al gip Stefania Donadeo – Quello che contava erano i miei commenti folkloristici, tipo dire ‘i poteri forti non hanno senso di esistere’. Quello che mi viene contestato è tutto giusto. Nel senso che non è mai stato acquistato da parte mia o da parte di investitori a me collegabili nessuna partecipazione da nessuna parte.(…) Se poi, giudice, vuole sapere il perché è stato fatto glielo dico. Non sapevo che fosse di così grave importanza una cosa simile. Cioè nel senso, non pensavo che delle comunicazioni fatte in quel modo avessero un impatto così importante dal punto di vista penale”. (altro…)

  • Abu Omar, lo Stato non poteva permettersi Pollari in carcere

    E’ finita con un “non doversi procedere per segreto di Stato” che assomiglia molto a una ragion di Stato, la vicenda dell’imam Abu Omar sequestrato da agenti della Cia aiutati dal Sismi, trasferito in Egitto dove venne torturato e sodomizzato e che vive dal 2003 in una sorta di libertà controllata. Lo ha deciso la Cassazione sulla base della decisione della Corte Costituzionale di accogliere il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato da governi di “diverso” colore, Prodi, Berlusconi, Monti e Letta.

    Nell’ultima udienza il Pg Aurelio Galasso aveva chiesto la celebrazione di un nuovo processo per valutare elementi di accusa residui dopo la decisione della Consulta. E invece la Suprema Corte ha cancellato le condanne decise dalla Corte d’Appello di Milano, tra cui quella dell’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari a 10 anni di reclusione. (altro…)

  • Angelino, perché le notizie le racconti a metà?

    Angelino, perché le notizie le dai per metà? Li avete arrestati da mesi, la Procura sta per chiedere il giudizio immediato e non ci dici l’età, la nazionalità, i nomi o – che dico – almeno le iniziali! E poi spacci l’operazione come roba fresca, convocando una conferenza sul luogo del delitto e facendo per giunta incavolare gli investigatori?

    Adesso ci tocca rispiegarla. A gennaio il ministro dell’Interno Alfano convoca frotte di cronisti di nera in via della Spiga. Vuole rivendicare un grande successo investigativo, l’arresto di quattro stranieri che a maggio hanno messo a segno un colpo clamoroso proprio lì, alla gioielleria Franck Muller. In pochi minuti riesce a far incavolare polizia, carabinieri e procura, che avrebbero preferito più cautela nel fornire informazioni dopo mesi di riserbo assoluto. I neristi non è che impazziscano per la storia perché, nonostante Angelino, non riescono a scovare uno straccio di nome, o l’età degli arrestati. Insomma un mezzo spot per il vicepremier, ma anche un mezzo un flop istituzionale. (altro…)

  • Bruti e pm difendono Boccassini dopo le bordate dell’Antimafia
    ma qualcosa non torna

    Tutti in difesa di Ilda Boccassini, perfino chi l’ha attaccata. Il giorno dopo le bordate dell’Antimafia nazionale al pool di pm guidato dalla ‘rossa’ (vedi articolo di ieri su Giustiziami) c’è subbuglio a Palazzo di Giustizia. Sia il il procuratore Bruti Liberati sia i magistrati che lavorano nella squadra di Ilda ribattono con toni irritati alla Direzione Nazionale Antimafia che aveva parlato di “criticità” tra Roma e Milano. E a favore di Ilda, in un tourbillon di comunicati, interviene anche Franco Roberti, numero uno della Direzione Nazionale Antimafia dal cui rapporto annuale erano arrivate i rilievi.

    Bruti in una nota sottolinea “la straordinaria rilevanza” delle indagini svolte dal pool Boccassini di cui il Procuratore valorizza il “ruolo di impulso e coordinamento”. I pm che affiancano Boccassini vanno oltre, dopo avere ribadito “stima e fiducia totale” nei suoi confronti: “Respingiamo con forza perché false le notizie ed insinuazioni di presunti contrasti e dissensi interni all’Ufficio, sia tra noi Sostituti che con il Procuratore aggiunto, come altre criticità espresse nella relazione”. Ecco, “criticità”, il termine burocratese contenuto nel rapporto annuale della Dna diffuso ieri  per evidenziare lo “scarso flusso di informazioni” sull’asse Milano e Roma,  attribuito a una certa reticenza da parte di Boccassini. Nel suo comunicato, senza fare nomi e cognomi (li facciamo noi), Bruti minimizza. Se ci sono stati problemi, asserisce, sono stati superati dopo che il Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti,  ha sostituito il magistrato di collegamento tra la capitale e Milano, Filippo Spiezia, con Anna Canepa. (altro…)

  • L’antimafia nazionale sgrida quella milanese, “non ci da’ informazioni”

    Il rimprovero spunta dal fitto elenco di processi e inchieste vittoriosi della Procura di Milano. Una ‘spina’ tra gli elogi che colpisce al cuore il gruppo di magistrati guidati da Ilda Boccassini nella lotta alla criminalità organizzata.  In sostanza, nella sua relazione annuale l’Antimafia nazionale accusa quella milanese di passarle poche informazioni e non aiutarla nella sua attività di  coordinamento. Come a dire, i ‘fuoriclasse’ della battaglia contro le mafie non fanno gioco di squadra. Nel rapporto vengono evidenziate le ”perduranti criticita’ nelle relazioni con la Dda di Milano, che incidono sull’esercizio delle funzioni di questa Dna”, dovute allo scarso ”flusso informativo” che non permette di ”cogliere tempestivamente e in modo sostanziale i nessi e i collegamenti investigativi tra le altre indagini in corso sul territorio nazionale” che presentano ”profili di collegamento” con quelle in corso nel capoluogo lombardo. Nonostante le disposizioni normative e le ”successive indicazioni contenute nelle circolari e risoluzioni adottate” dal Csm, scrive la Dna, ”l’Ufficio distrettuale di Milano non ha garantito sinora un adeguato flusso informativo in favore della Dna”. Da parte della Dda di Milano, ribadisce la Dna, non c’e’ uno scambio ”idoneo” di informazioni ”per la preclusione posta a conoscere specificatamente gli atti relativi ad indagini in corso e, tanto meno, le richieste cautelari avanzate, essendo state quest’ultime rese conoscibili solo dopo l’esecuzione delle misure” di custodia cautelare. Problemi simili, secondo la Dna, ”riguardano lo scambio informativo all’interno dello stesso ufficio”, perche’ ”le notizie relative alle indagini dei singoli procedimenti non risultano essere patrimonio comune di tutti i magistrati componenti della Dda” milanese.

  • Daccò portato in manette come una bestia all’udienza,
    22 anni dopo Mani Pulite c’è ancora bisogno di questo?

    Parliamo di Daccò per parlare di tutti quelli come lui che ogni giorno scorgiamo nei corridoi del Palazzo. Perché urta il cuore, la ragione e il principio della dignità umana sancito da ogni Costituzione democratica vedere un imputato che non ha nessuna possibilità né di fare del male ad altri né di fuggire essere trascinato in manette,  come una bestia,  a un’udienza in Tribunale. Pierangelo Daccò, imputato con Roberto Formigoni nella vicenda Maugeri e prima ancora nel processo sul crac del San Raffaele,  è un uomo ‘rottamato’ da una lunga detenzione (è in carcere dal 2011), con una condanna a dieci anni alle spalle e per il quale oggi la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio, ritenendolo  il tramite  tra la Fondazione Maugeri e Roberto Formigoni, in un dedalo di corruzione e favori  da cui sbuca l’immagine ormai storica dell’ex Governatore beato a bordo di uno yacht. Reati, se provati, terribili, che distruggono la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Ma Daccò non ha ucciso, non è un violento, è un uomo ormai anziano che sta pagando le sue colpe. Precisiamo: se viene portato in manette non è certo colpa degli agenti penitenziari, ma di un regolamento che forse andrebbe rivisto, reso flessibile rispetto ai singoli detenuti. Oggi ricorre l’anniversario di ‘Mani Pulite’, una stagione che è passata alla storia anche per le immagini in manette di alcuni ‘colletti bianchi’, consegnate al popolo assetato di catarsi. E’ ancora  di ‘sangue’ che abbiamo bisogno  22 anni anni dopo, anno ‘zero’ per la corruzione in Italia?  (manuela d’alessandro)

  • Giustizia è fatta, ma ora al ‘menestrello’ ridate anche i bonghi

     

    Un comandante di compagnia chiede ai suoi sottoposti di controllare la situazione. Il caso è delicato: davanti al palazzo di Giustizia c’è un “soggetto di sesso maschile che – scriveranno il maresciallo e il carabiniere scelto – urlando e attraverso l’utilizzo di una fisarmonica, séguita a disturbare la quiete pubblica a proferire frasi ingiuriose”. C’è un pm che per fortuna chiede l’archiviazione ma contemporaneamente suggerisce – attenzione – che lo strumento musicale venga distrutto. E un giudice che non solo archivia ma, bontà sua, dispone soprattutto che l’organetto, “di colore rosso, marca Comet”, sia restituito al legittimo proprietario.
    Anche di questo si deve occupare la giustizia penale milanese. Tutto documentato negli esclusivi documenti pubblicati da Giustiziami.

    Questa volta è finita bene. Ecco perché, nell’ultima missiva inviata ai migliaia di indirizzi della sua mailing list, il nostro amico Giorgio Dini Ciacci, che in rete si fa conoscere anche come “Indignato Jo”, esultava avvertendo: “In totale restano altri quattro organetti, più vari bongo, tamburi…cartelli…due organetti uno marca Comet, l’altro marca Parrot, entrambi made in Cina, sono in mano ancora ai Carabinieri.
    Due organetti made in Castelfidardo – uno marca Excelsior, l’altro marca Baffetti modello “saltarelle” – sono in mano ancora alla Polizia Locale di Piazza Beccaria…iniziamo con gli organetti, poi penso di riacquistare la dignità…la salute è stata ormai compromessa”.

    Ecco, noi sposiamo l’appello del simpatico menestrello. Il suo Bella Ciao ipnoticamente intonato in largo Marco Biagi è parte dell’orizzonte sonoro del Tribunale. E allora restituitegli tutto. Vogliamo ascoltarlo. Suona ancora, Indignato Jo!

    Il giudice ridà la fisarmonica a Dini Ciacci, il ‘menestrello’ del Palazzo

  • Il giudice ridà la fisarmonica a Dini Ciacci, il ‘menestrello’ del Palazzo

    Giorgio Dini Ciacci, piaccia o no, per anni è stato la colonna sonora del Palazzo di Giustizia. La sua unica hit, ‘Bella ciao”, riproposta ogni giorno infinite volte,  martellava beffarda con la pioggia e col sole chiunque entrasse in Tribunale o avesse la ventura di transitare per Corso di Porta Vittoria. Accovacciato su una sedia davanti all’ingresso principale, il barbuto menestrello, tra una suonata e un Tso e l’altro, riversava insulti su magistrati e giornalisti, con una predilezione per Ilda Boccassini e i cronisti di Mani Pulite.

    Finché il 3 settembre dell’anno scorso la musica si è spenta dopo che i carabinieri lo hanno invitato a sloggiare e gli hanno sequestrato l’inseparabile fisarmonica. Ora, con somma gioia, è lo stesso Dini Ciacci ad annunciare in una delle periodiche mail a dir poco boccaccesche inviate a giornalisti e dipendenti del Palazzo che il gip Mannocci, su richiesta del pm Renna, ha archiviato il suo caso disponendo la restituzione dell’organetto al legittimo proprietario “ritenuto che non è possibile ravvisare gli estremi del reato di cui all’articolo 659 c.p. (rumori molesti, ndr) nei casi in cui le emissioni rumorose non superino la normale tollerabilità ed in quelli in cui sia oggettivamente impossibile il disturbo di un numero indeterminato di persone, ma siano offesi solamente soggetti che si trovano in luogo contiguo a quello da cui provengono i rumori”.

    O voi che passate davanti al Palazzo, non dite mai più a Dini Ciacci ‘smettila di suonare sempre la stessa canzone”, non pensate mai più che la sua fisarmonica produca note moleste. La Cassazione, su cui si basa il provvedimento del giudice, gli da’ ragione e se il ritornello è sempre lo stesso chi se ne importa, basta che il volume sia non troppo alto. Mica siamo a Sanremo, qui. (manuela d’alessandro)

  • No Tav, pm e politici uniti per la prima volta nella lotta

    Il 14 maggio la Presidenza del Consiglio dei Ministri e addirittura l’Unione Europea saranno con ogni probabilità parte civile in Corte d’Assise a Torino nel processo con rito immediato contro 4 militanti No Tav che rischiano fino a 30 anni di carcere per un attentato la notte tra il 13 e il 14 maggio 2013 a un cantiere in Val di Susa. Ci furono danni per 90 mila euro, 80 mila a un compressore 10 mila a cavi elettrici e altro, ma l’accusa parla di tentato omicidio di pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni, con finalità di terrorismo e azione idonea a danneggiare l’immagine dell’Italia.

    Gli operai indicati come parte offesa dalla Procura e che avrebbero rischiato di morire colpiti dalle molotov si trovavano al momento dell’azione ben 150 metri dentro la galleria. Il dolo eventuale non viene infatti nemmeno contestato formalmente dai pm che lo fanno trasparire dagli atti dove, tra l’altro, vengono elencate tutte le azioni di sabotaggio avvenute negli anni come se fosse possibile addebitarle ai 4 imputati. (altro…)

  • Gli avvocati di Silvio
    difesi da ‘comunisti’ e finiani

    Ma se l’avvocato finisce nei guai, chi difende l’avvocato? E se l’avvocato nei guai è anche un politico, per lui ci vuole un avvocato-politico? E se l’avvocato-politico-uomo finisce nei guai per una vicenda che ha molto a che vedere con le donne, non sarà meglio farsi affiancare da un avvocato-politico-donna? Facciamo di meglio: qui ci vuole un grande-avvocato-politico-donna-diideeoppostealletue. (altro…)

  • Dossier illeciti, Tronchetti da’ appuntamento a Cipriani in Tribunale

    Il Presidente di Pirelli Marco Tronchetti Provera risponde con una nota alla notizia, riportata due giorni fa da Giustiziami, della querela presentata nei suoi confronti da Emanuele Cipriani, nell’ambito della vicenda sui dossier illeciti fabbricati all’ombra di Telecom.   L’ex investigatore privato sostiene di essere stato diffamato dai microfoni del programma ‘Presa Diretta’  dove Tronchetti ha ribadito, in sostanza, che i report  venivano confezionati da Cipriani e da una ‘scheggia impazzita’ della Security e non su indicazione dei vertici. (altro…)

  • Da avvocato di Berlusconi a contradaiolo,
    la seconda vita del vice – Ghedini

    Da avvocato di Berlusconi, pilastro dello studio padovano Ghedini – Longo, a contradoiolo dell’Oca. A 40 anni tondi, quando la maggior parte dei suoi colleghi inizia a correre, PierSilvio Cipolotti abbandona la toga e infila la curva della ‘decrescita felice’, senza rimpianti. “Non erano tanto i ritmi di lavoro a pesarmi, perché nello studio dove per anni sono stato il ‘numero due’ di Ghedini c’era un grande rispetto per le persone. Molto più difficili da sostenere erano le alte responsabilità e le pressioni anche mediatiche di questi anni”. Dal 2001 Cipolotti ha affiancato gli avvocati – parlamentari Niccolò Ghedini e Piero Longo in tutti i processi del Cavaliere, da Mediaset a Ruby. “Preparavo le udienze, ero il punto di riferimento di Ghedini”. Un lavoro nell’ombra, ma che lo ha provato a tal punto da fargli perdere l’entusiasmo con cui aveva sposato la sua avventura da avvocato. “Già da qualche anno ero stanco e avevo cominciato a pensare a un’alternativa per quando avrei avuto le possibilità economiche di lasciare la professione”.  La svolta arriva con un incontro magico. “Io, veneto da generazioni, mi sono innamorato di  Siena e ho pensato che avrei desiderato andare a vivere lì nella mia nuova vita”. Nel maggio del 2005  celebra il suo ingresso nella Nobile Contrada dell’Oca col rituale battesimo e lentamente la strada si fa in discesa per affrontare la curva decisiva. Ora, prima che riprenda il carosello giudiziario di Berlusconi, alle prese con nuovi processi  e l’inchiesta Ruby ter, Cipolotti scende dalla Ferrari e salta a cavallo. “Che lavoro farò a Siena?  Farò il volontario per la mia contrada e ricomincerò a giocare a scacchi e a bridge, le passioni che ho trascurato per tanti anni. In questi anni ho guadagnato abbastanza da potermelo permettere”. (manuela d’alessandro)

     

    Non è l’unico ad aver deciso di mollare la toga per ‘rallentare’. Loro la fuga l’hanno fatta in coppia: doppia-fuga-dalla-toga-laddio-ai-grandi-processi-milanesi-per-un-alberghetto-sul-mare-in-marocco

     

  • L’investigatore privato querela Tronchetti:
    “Macché spia, i dossier li facevo per te”

    L’esecutore dei dossier fabbricati all’ombra di Telecom, Emanuele Cipriani, querela Marco Tronchetti Provera il quale, in un’intervista andata in onda a ‘Presa diretta’ del 27 gennaio scorso, è tornato a sostenere la sua linea processuale: i report illeciti nascevano da iniziative autonome della security guidata da Giuliano Tavaroli e non su indicazione dei vertici aziendali. I dossieraggi, assicura Tronchetti, rispondevano esclusivamente agli interessi “di spie e ladri”.

    Sarà la Procura di Roma a indagare sulla denuncia per diffamazione aggravata presentata nei giorni scorso dall’ex titolare dell’agenzia investigativa ‘Polis d’Istinto’, condannato in primo grado a 5 anni e mezzo di carcere, che si è sentito chiamare in causa sia in quanto autore dei dossier, sia perché nella trasmissione di Riccardo Iacona, Tronchetti ha fatto proprio il suo nome. (altro…)

  • Rubyter, ci sono le riforme a larghe intese,
    l’inchiesta è slow

    Non disturbare il manovratore, anche se è indagato. Il manovratore è impegnato nelle riforme, legge elettorale e persino titolo quinto della Costituzione, e allora l’inchiesta è soft e soprattutto slow. Parliamo di Rubyter, indagine dovuta perché ordinata in sede di motivazione dai giudici di due collegi, Ruby1 e Ruby2, a carico tra gli altri di Berlusconi, dei suoi legali e delle ‘olgettine’ mantenute a 2500 euro al mese per dire il falso in aula secondo l’accusa.

    Non s’era mai vista un’indagine per corruzione in atti giudiziari partire senza il sequestro dei conti correnti di chi dà e di chi prende, produttore e consumatore, e senza perquisizioni. Si sa che l’inchiesta c’è, l’ha confermato il capo della procura di Milano in favore di telecamere, ma ‘calma e gesso’. A gennaio 2011 per Ruby1 in sede di indagini preliminari furono subito fuoco e fiamme. Allora il Cav era a Palazzo Chigi, una differenza non da poco e la procura avvertì subito che avrebbe chiesto il processo con rito immediato. Impegno mantenuto. Adesso l’unica eventualità esclusa con certezza è l’immediato. La scelta è quella di andare piano, magari attendere le sentenze di appello di Ruby1 e 2, lasciare che a Roma vadano in porto le riforme per evitare l’accusa di voler interferire con i tempi della politica. (altro…)