Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Luglio 2014

  • Andrea e Gabriele, 30enni inviati di guerra a Gaza.
    Dal Tribunale alle sentenze di morte.

     

     

     

     

     

     

    Andrea e Gabriele hanno 66 anni in due e sono tra i pochissimi italiani inviati di guerra nella striscia di Gaza. Vi chiederete cosa c’entri la loro storia con la giustizia e allora potremmo affidarci al pretesto che uno dei due, Gabriele Barbati, 35 anni, romano, esordì come cronista giudiziario nel Palazzo milanese durante uno stage all’Ansa. In realtà siamo ammaliati dalla storia di questi ragazzi giornalisti che hanno seguito il vento che gli batteva dentro, volando a raccontare quello che nulla ha a che fare con la giustizia. Che colpisce a caso e senza processo, senza avvocati, senza giudici, e sempre con sentenze a morte.

    Gabriele, moro, ricciuto con gli occhi chiari, dopo una stagione a Pechino come corrispondente di Sky, si è spostato a Gerusalemme e adesso segue il conflitto israelo – palestinese per le reti Mediaset e la televisione svizzera italiana. Non sono giorni facili per lui, e non solo per le difficoltà di fare bene un mestiere difficile. Da oggi Gabriele ha deciso di sospendere i commenti su quanto vede pubblicati dall’inizio del conflitto nel suo profilo Facebook “a fronte degli attacchi esponenziali contro me e contro Mediaset”. Sui social intorno al suo nome si è scatenata una cruda ‘guerra nella guerra’ tra chi esprime apprezzamento per i suoi reportage  e chi lo accusa di essere antisemita, un “impiegato di Hamas” al servizio del tg5 il cui direttore, Clemente J. Mimum, ha peraltro origini ebree.

    Andrea Bernardi, 31 anni, riccioli biondi, laureato alla Cattolica, vive a Istanbul e si trova a Gaza per l’agenzia France Presse. Ha percorso continenti per raccontare la rivoluzione egiziana, la guerra civile siriana,  l’Irak e l’Afghanistan, la proteste delle Camicie Rosse in Thailandia. A Milano per qualche tempo si è occupato degli intrighi nella Regione Lombardia finché un giorno ha radunato amici e colleghi davanti a un aperitivo e ha spiegato che la passione lo portava altrove. Ieri su Facebook ha scritto: “L’ultima delle mie nonne è morta ieri sera, mentre io sono chiuso a Gaza. Sono sicuro che saprà perdonarmi per non poter essere al suo funerale domani. Ciao nonna!”. (manuela d’alessandro)

    Nei loro tweet immagini e commenti sulla guerra. Vale la pena seguirli: @gabrielebarbati.it e @andrwbern.

  • “Manipolò titoli per 8,5 mln”, Procura Generale chiude un’altra indagine avocata a pm Greco

    Il pg Carmen Manfredda chiude un’altra indagine che nei mesi scorsi era stata avocata al capo del pool reati economici Francesco Greco  (la-procura-non-indaga-tolte-sette-indagini-a-greco). Nell’avviso di conclusione dell’inchiesta, la Procura Generale contesta all’indagato Massimo De Paola il reato di manipolazione del mercato previsto dall’articolo 185 del Testo Unico della Finanza per avere movimentato tra il 23 agosto 2011 e il 15 settembre 2011 in modo illecito 8.558.000 euro in titoli provocandone “una sensibile alterazione del prezzo” attraverso “uno schema artificioso e reiterato non corrispondente a una genuina intenzione negoziale, ma attuato al solo fine di conseguire indebiti profitti”.

    La denuncia firmata direttamente dal Presidente della Consob sul presunto reato commesso da De Paola era arrivata sul tavolo di Greco che, nel giro di una settimana, aveva deciso di chiederne l’archiviazione sostenendo che la sua condotta “non era idonea” ad alterare i titoli. Il gip Andrea Salemme aveva ‘bocciato’ la richiesta di archiviazione e, a quel punto, era intervenuta la Procura Generale che, sfruttando il suo potere – dovere di avocazione delle indagini, peraltro fino a quale momento quasi mai utilizzato, le aveva sottratte a Greco. In questi mesi, il pg Manfredda e l’avvocato dello Stato Laura Bertolé Viale  hanno afidato alla Consob il compito di svolgere nuovi accertamenti su De Paola, già colpito da sanzioni amministrative da parte dell’organo di vigilanza per questa vicenda, e sono arrivate alla conclusione che c’è materiale sufficiente per ipotizzare un processo a suo carico.

    Intanto, a partire dalle avocazioni in serie di indagini per le quali Greco aveva chiesto l’archiviazione ( a-processo-gli-evasori-archiviati-dal-pm-francesco-greco), la Procura Generale ha cominciato a fare un inedito e massiccio utilizzo del potere – dovere di avocare le inchieste ai pubblici ministeri, non solo per reati economici ma anche per crimini di sangue. (manuela d’alessandro)

  • Il Processo Civile Telematico? Più lento di quello cartaceo.
    E poco efficiente nonostante i fondi Expo.

    E’ stato solo il “Sogno di una notte civile telematica”? Questo era il ‘titolo’ della festa in abito da sera organizzata  il 2 luglio dai vertici del Tribunale di Milano per celebrare l’avvio ufficiale dell’attesissimo Processo Civile Telematico (PCT).  Un richiamo shaksperiano che, per il momento, sembra una cattiva profezia più che la poetica aspettativa di un ‘principe azzurro’ 2.0. “Quello che possiamo dire – tenta un primo bilancio Federico Rolfi, magistrato civile e componente dell’Anm – è che il Pct ha rallentato i tempi del giudizio civile e presenta degli inquietanti profili di sicurezza”.

    Com’è è possibile che l’informatica non abbia messo pepe alla ‘giustizia lumaca’? In un documento dell’Anm viene spiegato molto bene. Intanto c’è il problema del magistrato che ha su di sé “il peso integrale anche della redazione materiale del verbale, che prima era un onere diviso tra tutte le parti in causa”; poi, la necessità di esaminare tutta la documentazione attraverso lo schermo del computer comporta per i giudici “un obbiettivo allungamento dei tempi tecnici di esame dei documenti e, a volte, “la dimensione dei file contenenti la documentazione non consente il deposito telematico e obbliga al ricorso a supporti materiali di memorizzazione”. Infine, e qui è d’obbligo ricordare la montagna di soldi Expo spesi per il “sogno telematico”, almeno a Milano (vedi inchiesta-milioni-di-fondi-expo-per-il-tribunale-assegnati-senza-gara-perche), “il Pct attualmente dipende e si fonda su un parco macchine di estrema fragilità e su dotazioni software incomplete e inadeguate allo sfruttamento completo delle potenzialità dello strumento”. Inoltre, spiega Rolfi, “tutti i venerdì dalle 17 il sistema si blocca, addirittura qualche venerdì fa, tra le proteste generali, si è fermato alle 14 e 30 per problemi romani che, a catena, hanno interessato anche Milano. E ogni 15 giorni il sistema viene chiuso per gli aggiornamenti”.

    C’è anche il tema della sicurezza che desta inquietudini. “Quando facciamo assistenza on line – è sempre Rolfi che parla – un operatore entra nella nostra consolle da remoto. Chi entra nel server, in teoria, pesca tutti dati che vuole. Ci è stato detto che in teoria l’operatore che entra viene filmato…”. Ad agosto di un anno fa un fulmine, a dimostrazione della vulnerabilità del meccanismo, fece collassare il Sistema Server Interdistrettuale e solo grazie alla bravura dei responsabili tecnici si limitarono i danni.

    Insomma, il Pct non dovrebbe costituire il semplice passaggio dalla scrittura manoscritta a quella telematica, rappresentando solo una ‘mano’ di vernice tecnologica su una struttura rimasta uguale. “Il vero Pct – e qui Rolfi esprime il suo ‘sogno di una notte telematica’ – dovrebbe avvenire in videoconferenza e gli avvocati non dovrebbero avere più bisogno di venire in Tribunale”. Per adesso, il vantaggo più immediato sembra essere quello di una limitazione dei costi, col risparmio di carta e notifiche. Qualcuno ha esaltato l’efficienza ambrosiana di raccogliere la sfida di un processo telematico che neppure paesi come la Germania hanno affrontato. Altri fanno notare che in Germania l’opzione è stata presa in considerazione, ma poi scartata per le enormi difficoltà operative che avrebbe comportato.  (manuela d’alessandro)

     

     

  • Caso Moro, pm e partiti uniti in spreco di soldi pubblici

    In tempi di spending review (a parole perchè il premier Renzi dopo aver preannunciato la fine dei fondi all’editoria ha regalato 52 milioni ai grandi giornali in cambio di buona stampa) magistrati e politici sono uniti nello spreco di denaro pubblico nei dintorni del caso Moro. A 36 anni dai fatti c’è l’ennessima commissione parlamentare di inchiesta e anche una nuova indagine penale a Roma. Tutti a caccia di misteri inesistenti oppure, dicono lor signori, per diradare ombre. Le ombre vengono prima create artificiosamente in modo che poi possano essere “risolte”.

    Un pm della capitale è volato negli Usa a sentire per rogatoria lo psichiatra mandato dal dipartimento di Stato nel 1978 a fiancheggiare il fronte della fermezza. Un soggiorno a spese dei contribuenti italiani e utile solo per ragioni di mera propaganda. Lo psichiatra se ne tornò da dove era venuto nel giro di pochi giorni e dopo aver suggerito di far finta di trattare con le Br e nel contempo di cercare di trovare il “covo”. Un genio, insomma.

    Di queste nuove indagini, parlamentari e penali, nessuno dice nulla, nessuno obietta. L’anima nera della vicenda resta comunque “a sinistra”, dentro e intorno agli eredi politici del Pci, ai quali al pari dei loro antenati non va giù che a rapire Moro, durante uno scontro sociale e politico durissimo, fu un gruppo di comunisti rivoluzionari, operai, impiegati, disoccupati, baby-sitter. Dietro non c’era nessuna potenza straniera, nè la Cia nè il Kgb. La dietrologia e il complottismo, rinvigoriti poi dalle panzane sull’11 settembre, non hanno mai fine.  La propaganda continua, residuo della controguerriglia psicologica del 1978. Ovvio, paga Pantalone. Restano le profetiche parole dell’illustre ostaggio: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. Sta andando proprio così. (frank cimini)

  • Ruby, l’appello azzera il processo della ‘sharia’

    La telefonata in questura non fu concussiva, Berlusconi non era consapevole della minore età di Ruby. Ecco, la corte d’appello di Milano azzera il processo per un pelo di f… L’ex Cav è stato assolto. Hanno perso sonoramente la procura e il Tribunale della ‘sharia’ che in aula chiedevano a persone maggiorenni se c’erano stati toccamenti. Questo ha detto il processo penale. Sotto altri aspetti il discorso è molto diverso. In un paese normale un premier che fa quella telefonata, chiedendo il rilascio di una presunta mignotta minorenne, sparisce per sempre dalla vita pubblica. All’estero è accaduto per molto meno. Ma qui siamo nella repubblica penale e non da pochissimo tempo. Almeno dai cosiddetti anni di piombo. Per cui i magistati decidono anche come ci dobbiamo lavare i denti. Ovvio, la corresponsabilità della politica è evidente. Furono i partiti ad affidare ai magistrati compiti non loro.

    Oggi è arrivata una sentenza giusta. Politica e morale sono una cosa, il diritto penale un’altra. Il diritto non è uno strumento di traformazione della società.

    Il verdetto d’appello fa giustizia anche delle tante irregolarità dell’inchiesta, a cominciare dall’utilizzo delle intercettazioni per finire al vero buco nero della vicenda: Berlusconi fu iscritto nel registro degli indagati con sei mesi di ritardo. Per sei mesi i pm indagarono su di lui senza formalità intercettando decine di persone che avevano in comune tra loro la frequentazione della villa di Arcore.

    Fu un gioco delle tre carte, quello che i compaesani di chi scrive e della dottoressa Boccassini fanno fuori dalle stazioni ferroviarie. Stavolta alla procura più famosa d’Italia è andata malissimo. In passato i pm si salvarono per il rotto della cuffia. Sempre in un’inchiesta su B. fecero figurare come funzionante una microspia inceppata. Il Csm assolse, ma fu uno di Md (“un comunista”) a dire: “Certe cose un magistrato non solo non deve farle, ma nemmeno pensare di farle”.

    La corte d’appello in pratica azzera pure l’inchiesta Ruby-ter quella sulla presunta corruzione testimoni. Inchiesta a quanto risulta mai fatta partire veramente. In attesa dell’appello e perchè B. conta molto meno di prima. Valuazioni politiche da parte di una categoria, i magistrati, che tutti i giorni ci ammorbano con parole come autonomia e indipendenza, riparati dietro il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale che in realtà serve a coprire fior di nefandezze. Del resto basta scorrere le carte della querelle Bruti- Robledo per averne contezza. Amen. (frank cimini)

  • Sentenza Ruby, ecco perché Berlusconi non rischia il carcere

    La domanda in queste ore  è: Silvio Berlusconi rischia di finire in carcere se domani e poi in Cassazione verrà confermata la sentenza di condanna nel processo Ruby? Bisogna scartabellare un po’ di articoli del codice, consultare i nostri ‘oracoli giudiziari’  e rimettere in fila il curriculum penale dell’ex premier per arrivare al responso.

    Ebbene, Berlusconi rischia un bel numero di anni ai domiciliari, ma molto difficilmente finirà in carcere come il suo amico Marcello Dell’Utri.  Prendiamo il caso peggiore per il leader di Forza Italia: domani la Corte d’Appello ribadisce la condanna a sette anni di carcere e poi la Cassazione rende definitivo il fardello. A quel punto, ‘rivivrebbero’ i 3 anni di condanna indultati per Mediaset e per Silvio si profilerebbe un Everest di 10 anni di galera.

    In suo soccorso però arriverebbe l’articolo 47 ter dell’ordinamento penitenziario così come modificato dalla legge ex Cirielli secondo cui la pena della reclusione “può essere espiata” da un ultra – settantenne ai domiciliari purché non sia stato condannato per alcuni reati particolarmente gravi indicati dalla legge e “non sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza”. Tra i reati per i quali scatta il carcere vengono annoverati violenza sessuale , strage, terrorismo, rapina armata, mafia, contrabbando, ma non la concussione e nemmeno la prostituzione minorile. Quanto alla dichiarazione di “delinquenza abituale, professionale o per tendenza”, viene pronunciata dal Tribunale di Sorveglianza ma in casi rari e per il momento l’ex Cavaliere non sembra essere a rischio. L’ipotesi che possa finire in carcere è allora tutta condensata nell’espressione “può essere espiata”. In teoria, il Tribunale di Sorveglianza potrebbe non concedergli questa possibilità spedendolo in carcere. Ma è un’ipotesi  che, spiegano fonti giudiziarie, nel caso di Berlusconi non dovrebbe essere presa in considerazione. (manuela d’alessandro)

     

     

  • Addio fogli sulle porte, arrivano i ‘tabelloni elettronici’ per le udienze

    Addio ai vecchi foglietti appiccicati sulle porte con l’elenco delle udienze e degli imputati. Sulle pareti del settimo piano del Palazzo di Giustizia sono spuntati tre mega – schermi, a cui ne seguiranno altri, che dovrebbero permettere alle parti del processo di conoscere tutti i dettagli delle udienze per non smarrire l’orientamento. “Un po’ come mettere una copertina nuova allo stesso libro”, commenta, non si capisce quanto sarcastica, un giudice. Non è ancora chiaro se i nomi degli imputati saranno riportati sugli schermi oppure se si privilegerà una politica della privacy, considerando che in fondo si parla di processi, non è un talent – show.  In questo secondo caso, bisognerà contare su imputati e testimoni molto preparati che siano in grado di riconoscere dal numero del procedimento il loro destino. (m.d’a.)

  • La requisitoria pudica di De Petris all’appello Ruby:
    vietate le parolacce.

    “Cosa andavi a fare ad Arcore, ragazzina mia?”. Piero De Petris pone una domanda da nonno dolce e preoccupato mentre cerca di farsi strada tra gli zig – zag di Ruby nelle sue “contraddittorie” dichiarazioni ai pm e al mondo sul sesso sì o sesso no ad Arcore.

    Va in scena il primo processo ‘normale’ da quando Silvio Berlusconi ha messo piede in un’aula di giustizia. Sarà l’effetto Renzi con l’ex Cavaliere tra i ‘signori’ delle riforme o  sarà invece che ormai non fa più paura dopo averlo visto affranto su una sedia in ospizio con un camice bianco e una mazurca pallida  in sottofondo. Sarà anche la tempra degli uomini che si giocano questo processo. Piero De Petris, procuratore generale d’inarrivabile rigore nell’esposizione, mai una sbavatura a beneficio dei media, mai un aggettivo scomposto, già un ‘secolo’ giudiziario fa accusa di Berlusconi nel processo Imi – Sir.  E poi i professori Franco Coppi e Filippo Dinacci, che stanno composti nel loro banco, senza saltare su come molle ogni poco come facevano Niccolò Ghedini e Piero Longo. Ecco, appunto. Com’è lontana Ilda Boccassini con la sua requisitoria battente, con la “furbizia orientale” di Ruby, “il soddisfacimento del piacere sessuale del premier”, la “colossale balla” della telefonata Mubarak, il modello “italiano” delle ragazze che si vendono per poco.

    De Petris  invece si produce in una requisitoria pudica, che quasi arrosisce nei suoi passaggi clou. Parla di “pernottamenti ad Arcore”, “commercio dei genitali”, soggiorni dall’ex premier che non sono proprio come “prendere il tè delle cinque a casa di un’anziana signora”, di “una competizione che si instaura tra giovani donne per rimanere lì la notte perché fonte di maggiore remunerazione” e la parentela con Mubarak d Ruby diventa un “mendacio”.   Quando deve riferire dell’intercettazione “Io sono la pupilla, lei il culo” in cui Ruby spiega il ruolo suo e di Noemi Letizia, la giovane amica napoletana di Silvio, la parolaccia gli muore in gola e rinuncia alla sua proverbiale precisione cambiando “culo” in “fondoschiena”.  Alla fine anche Coppi gli rende onore, nonostante la richiesta di 7 anni di carcere per Silvio “Una bellissima difesa di una sentenza indifendibile”. (manuela d’alessandro)

     

  • NoTav, altri 3 arresti ma Spataro rinuncia a teorema Caselli

    Altri 3 militanti Notav finiscono in carcere per l’azione contro il cantiere del maggio 2013 ma l’accusa, a differenza di quanto accade per i 4 sotto processo dal 22 maggio, non fa riferimento all’aver agito con finalità di terrorismo con grave danno all’immagine dell’Italia e della Ue. La richiesta della procura accolta poi dal gip porta la data dell’8 luglio, quando si era già insediato come capo dell’ufficio Armando Spataro in sostituzione di Giancarlo Caselli andato in pensione.

    L’accusa per le persone arrestate oggi parla di porto e detenzione di armi da guerra, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. La procura dunque ha scelto di adeguarsi alla decisione della Cassazione che aveva rimandato a una nuova udienza davanti al Riesame di Torino la discussione sulla finalità di terrorismo.  Se ne deduce che l’impostazione di Spataro è più pragmatica, meno “ideologica”. Del resto nel motivare la scelta la Suprema Corte era stata molto chiara: il grave danno va dimostrato nel concreto come pure il rischio che l’opera dell’alta velocità non possa essere portata a termine.

    L’accusa ha scelto di fare un passo indietro, ma intanto ci sono 4 giovani militanti in carcere dal dicembre scorso che per aver danneggiato un compressore rischiano fornalmente fino a 30 anni di prigione, mentre la parte più grave dell’imputazione è stata in pratica cancellata dalla Cassazione.

    Che l’imputazione facesse acqua lo aveva confermato anche la Ue rifiutando di eleggere domicilio in Italia e di costituirsi parte civile. “Alla Ue il processo sembra non interessare granché” aveva sintetizzato il presidente della corte d’Assise. Adesso bisognerà aspettare il nuovo Riesame per vedere se la corte su richiesta delle difese modificherà il capo di imputazione. I 3 arrestati di oggi invece rischiano un processo in Tribunale ma non in corte d’assise. (frank cimini)

  • Gentile redazione,

    qualche tempo fa sono stata coinvolta in qualità di legale in una vicenda processuale che, sotto alcuni profili, me ne ha poiricordato un’altra, ben più nota in quanto giunta all’attenzione della cronaca della stampa non solo nazionale. Il primo processo aveva ad oggetto una rapina in un McDonald’s a carico di Mirco B., il secondo era quello a carico di Silvio Berlusconi per concussione e prostituzione minorile, nell’ambito del cosiddetto “caso Ruby”. Tali vicende, giudicate dal medesimo collegio, quello dell’allora IV sezione penale del Tribunale di Milano, composto dal presidente Turri e dai giudici De Cristofaro e D’Elia, avevano avuto qualche analogo risvolto processuale. Ciò mi ha spinto a raccontare la vicenda a un giornalista mio conoscente che l’ha pubblicata su questo sito. Facendomi “prendere la penna” da un eccesso di vis difensiva, ho pronunciato parole che potevano risultare offensive per il collegio giudicante e offrire un resoconto distorto del processo, delle sue risultanze e del contenuto della sentenza. Tali parole sono state poi riprodotte nel pezzo pubblicato. Ho tenuto a scrivere questa precisazione proprio perché non era mia intenzione offendere alcuno, meno che mai i membri del collegio giudicante di cui nutro sincera stima. Proprio per questo se i magistrati in questione hanno ritenuto lesa la loro reputazione dalle mie parole non ho difficoltà a rammaricarmene e a scusarmi. Con i migliori saluti, 

    avvocato Simona Giannetti

  • 7 anni fa se ne andava Corso Bovio.
    Quanto ci manca.

    Sette anni fa la notizia assurda: è morto l’avvocato Corso Bovio.

    Ero un improbabile “pischello” alle primissime armi quando sentii arringare per la prima volta l’avvocato Corso Bovio al “processo dei casinò” dove difendeva il noto Liguori, quello del “covo del nord-est di Santa” per intenderci. Fantastico, un misto soave di leggerezza, ironia, spessore ed alta classe, si parlava di mafia e di altre oscenità, ma il tutto in bocca sua si trasformava in storia, vita ed esperienza. Chi non si “trasformava” era…lui: sarà così anche nella vita, pensavo tra me e me, rapito dalla sua aristocratica presenza, dalla autorevolezza di quella proposta sapienza frammista di studio e di innato talento. Grazie al mio Maestro, l’avvocato Isolabella, altro fuoriclasse, e per contare i veri fuoriclasse del foro bastano le dita di una mano sola, ovviamente suo amico, ebbi poi occasione di incontrarlo svariate volte, e di verificare che di persona era uguale, generoso nell’impegno ma alla apparenza distaccato, come tutti i “signori”, quelli di una volta, come avrebbe detto la mia nonna. (altro…)

  • Mediatrade, perché sono stati assolti Berlusconi jr e Confalonieri

    Le irregolarità nella compravendita dei diritti tv di non passavano dagli organi societari. Sembra questa la logica della sentenza Mediatrade, una coda del processo principale che aveva portato alla condanna definitiva del fondatore del gruppo Silvio Berlusconi per frode fiscale. Nel caso Mediatrade invece il presidente e il vicepresidente di Mediaset, Fedele Confalonieri e Piersilvio Berlusconi, sono stati assolti dall’accusa di frode fiscale perché il fatto non costituisce reato per le annualità 2006, 2007, 2008. Per il 2005 è stata dichirata la prescrizione che prevale in caso di insufficienza o contraddittorietà della prova.

    Berlusconi padre per Mediatrade era stato prosciolto dal gip Maria Vicidomini. Ora arriva l’assoluzione anche per gli attuali vertici della società. Resta la condanna dell’ex Cav per Mediaset a 4 anni, di cui 3 indultati e un anno da scontare in affidamento in prova. Le assoluzioni di oggi non rimettono minimamente in discussione il verdetto a carico di Berlusconi,  che ha più volte detto di voler chiedere la revisione del processo. I suoi legali avevano preannunciato l’iniziativa a cui però non hanno dato seguito. La strada resta in salita perché per rifare il processo a Berlusconi c’è bisogno di produrre elementi nuovi mai valutati in passato. dai giudici. (frank cimini)

  • E ora Robledo accusa Bruti di ritorsione…

    E ora, nella foga del duello, Alfredo Robledo accusa Edmondo Bruti Liberati di ritorsione nei suoi confronti. L’antefatto è di qualche giorno fa:      Bruti scrive al ‘suo’ vice  manifestandogli l’intenzione di “procedere a un riesame di vari aspetti dell’indagine” sui derivati piazzati al Comune di Milano da 4 banche estere. Inchiesta condotta da Robledo e sfociata in una condanna in primo grado per gli istituti di credito per truffa aggravata ai danni di Palazzo Marino e in un’assoluzione in appello a marzo. Insomma, il ‘capo’ vuole sapere come mai si sia arrivati a un’assoluzione. 

    Ora arriva la puntuale e stizzita  risposta di Robledo che viene indirizzata al Consiglio Giudiziario, impegnato proprio oggi a valutare alcuni aspetti della ‘sanguinosa’ controversia tra i due. La lettera in cui Bruti annuncia di voler scavare sulle ragioni dell’assoluzione viene definita da Robledo “un atto vagamente ritorsivo”.  (manuela d’alessandro)

  • La lettera di Bruti ai suoi pm:
    “a dispetto di piccole, circoscritte polemiche è tutto ok”.

    Oggi scade il quadriennio di Edmondo Bruti Liberati come capo della Procura di Milano e, annunciando che presenterà la richiesta di conferma, il magistrato ‘festeggia’ inviando una lettera a tutti i suoi pm. E se da un lato si assume “la responsabilità” delle “insufficienze e degli errori come stimolo per operare per il meglio in futuro”, dall’altro rivendica un “bilancio del quadriennio largamente positivo”. “A dispetto di qualche piccola, circoscritta polemica degli ultimissimi mesi  – scrive con riferimento alla contesa col suo vice Alfredo Robledo sfociata davanti al Csm –  l’apprezzamento per l’opera della Procura di Milano nel quadriennio corso è stato ampio e condiviso e il prestigio indiscusso”. “Ma ciò che rileva – insiste – sono i riscontri ottenuti a livello di giudizio, in termini di accoglimento delle richieste e dei tempi di definizione”. Infine, affermando di attendere “con piena serenità” la decisione del Csm sulla sua riconferma, Bruti augura “buon lavoro a tutti noi”.  (manuela d’alessandro)

  • Sciopero degli avvocati.
    Un giudice ha minacciato pene più pesanti per testi “inutili”.

    “Se insistete a voler sentire dei testimoni inutili, in caso di condanna sarò più severo con gli imputati”. Il 20 giugno il giudice del Tribunale di Milano Filippo Grisolia si rivolge così agli avvocati durante un processo.

    Oggi gli avvocati della Camera Penale annunciano che il 17 luglio ripiegheranno le toghe e si riuniranno in un’assemblea dove verranno discusse le ragioni della protesta. Non c’è solo quella che è stata percepita come una ‘minaccia’ da parte del giudice al centro della ribellione ma “la violazione riscontrata in più occasioni del principio dell’oralità attraverso l’iragionevole e grave compressione dell’esercizio del diritto difesa”. “Non mi stancherò mai di ripetere – avrebbe detto il giudice –  che secondo me quando si insiste in un processo a sentire dei testi che si rivelano inutili ovviamente si può essere assolti, ma se si è condannati sicuramente il Tribunale ne tiene conto ai fini del comportamento processuale, e mi dispiace che sugli imputati a volte ricadano le scelte dei difensori”.

    Durissimo il giudizio dei legali sul magistrato autore dell’aut – aut. “Ha violato l’autonoma determinazione del difensore nelle proprie scelte processuali – scrivono nella delibera con cui decidono l’astensione – che deve essere libero di valutare l’opportunità o meno di svolgere il proprio controesame; e, dall’altro, le norme che riconducono la commisurazione della pena esclusivamente a fattori ricollegati alla persona dell’imputato; e inoltre  ha mostrato un’assoluta noncuranza per alcuni dei principi cardine del processo accusatorio, ovvero quelli del contraddittorio nella formazione della prova e dell’immediatezza del giudizio”.  (m.d’a)

  • Gatti e mobili in vendita:
    la nuova vita delle bacheche sindacali con la crisi

    Meglio occuparsi del tempo libero che del lavoro, in tempi grami per il lavoro. Il glorioso Statuto dei Lavoratori del 1970 all’articolo 25 offrì ai lavoratori la possibilità di affiggere “pubblicazioni, testi e comunicati inerenti a materie di interesse sindacale e di lavoro”. Dello spirito di quel testo che esaltò la dignità di chi lavora è rimasto ben poco. Oggi dagli spazi sindacali, non solo da quelli nella foto, ma anche da altri presenti in Tribunale, spuntano gattini smarriti tra i meandri del Palazzo o in vendita al miglior offerente, mobili in offerta e biglietti per concerti a buon prezzo. Il gatto nobilita l’uomo? (m. d’a.)

  • La prescrizione salva Tronchetti
    ma quanto tempo per fissare l’appello

    E adesso diranno che la Corte d’appello ha le udienze intasate, che i cancellieri scarseggiano, eccetera eccetera. Tutto vero. Per i cittadini che aspettano giustizia può essere un guaio. Per Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli, i tempi lunghi della giustizia milanese si traducono nella certezza di uscire senza danni dalla brutta storia dei dossier illegali raccolti da Telecom quando lui ne era il presidente e a capo della security stava l’ex carabiniere Giuliano Tavaroli. Di tutto quel gigantesco pasticcio, Tronchetti si è trovato alla fine imputato solo per un filone: l’incursione degli hacker di Tavaroli nei computer della agenzia di investigazioni Kroll, che lavorava per i rivali di Telecom Italia nella guerra per il controllo di Tim Brasil.

    In primo grado Tronchetti è stato condannato ad un anno di carcere per ricettazione: si sarebbe fatto mandare in busta anonima il dvd con il contenuto dei computer Kroll. Ma il processo d’appello è stato fissato con tempi talmente lunghi da andare verso sicura prescrizione: il ricorso dei legali dell’imprenditore è stato presentato nel novembre dell’anno scorso, ma l’udienza è stata fisssata solo per il 21 ottobre prossimo, quando la prescrizione sarà già scattata da un mese (come riportato oggi da Repubblica). E i giudici, a meno che Tronchetti non rinunci a beneficiarne, non potranno che prenderne atto.

    Non è chiarissimo come sia stato possibile che tra ricorso e processo passasse un anno: è vero che la Corte d’appello milanese è carica di lavoro ma in genere per i processi a rischio prescrizione un buco in agenda si trova sempre.

    (orsola golgi e oriana lupini)

  • NoTav, l’Europa: caro cancelliere, non eleggiamo domicilio in Italia

    Poche parole secche, messaggio chiaro. “Egregio signor cancelliere la Commissione Europea non intende avvalersi della facoltà di eleggere domicilio in relazione alla vostra richiesta”, scrive Thomas Van Rijn, consigliere giuridico principale, alla corte d’assise di Torino che dal 22 maggio processa 4 militanti Notav i quali rischiano fino a 30 di prigione per aver danneggiato un compressore. I 4 Notav, secondo il teorema Caselli (l’ex capo della procura nel frattempo andato in pensione) avrebbero agito con finalità di terrorismo con grave danno all’immagine dell’Italia e dell’Unione Europea. Ecco, l’Europa spiega che non ci costituirà parte civile al processo. Ne avevamo già parlato, torniamo sull’argomento adesso che sono note le poche righe formali arrivate dall’Ue perché tutti i giornali e i tg hanno finora ignorato l’unica vera notizia del processo e continuano a farlo, fiancheggiando la procura di Torino che agita fantasmi del passato nel tentativo di supportare un’accusa lacunosa e che a livello di qualificazione giuridica sembra non reggere.

    Lo ha detto anche la Cassazione rimandando al Riesame di Torino che dovrà fissare una nuova udienza per discutere il ricorso dei difensori. Per la Cassazione il grave danno va dimostrato insieme al concreto rischio che l’opera dlel’alta velocità non si faccia più a causa dell’azione in un cantiere.

    La corte d’assise di Torino aveva tradotto le poche righe della Ue spiegando che “alla Commissione non sembra interessare granchè il processo”e nelle scorse udienze ha rigettato la richiesta della procura di allargare il discorso ad altre azioni dei militanti Notav come “contesto”.

    Insomma, fino ad oggi il teorema Caselli pare fare acqua da tutte le parti. I 4 imputati però dal dicembre scorso continuano a stare in carcere e in regime di 41bis di fatto, carcere durissimo. Nel silenzio degli organi di informazione, molti dei quali controllati direttamente o indirettamente dalle banche molto interessate alla realizzazione del treno ad alta velocità della Torino-Lione (frank cimini)

  • Il sequestro delle telecamere non messo a verbale.
    Un’indagine illegale della Polizia?

    Perché i poliziotti hanno fatto installare da un elettricista di fiducia due telecamere in un condominio della Brianza? E perché, mentre arrestavano tre persone accusate di traffico di droga e armi, le hanno tolte di gran fretta e poi non hanno scritto nel verbale di sequestro che se le erano portata via?

    Interrogativi che, a partire da lunedì 7 luglio, l’avvocato Beatrice Saldarini, porrà al Tribunale di Monza nel processo a carico del suo assistito, Francesco Desiderato. Non è  proprio una mammola il signor Desiderato, già condannato a 20 anni di carcere come capo di un’associazione a delinquere che faceva girare la cocaina in tutto il mondo. Ma il suo nuovo arresto merita di essere raccontato perché adombra comportamenti gravi da parte degli agenti. (altro…)

  • Inchiesta, milioni di fondi Expo per il Tribunale assegnati senza gara. Perché?

    Alcuni milioni di fondi governativi sono stati destinati al Tribunale di Milano nel nome di Expo col meccanismo degli appalti diretti, lo stesso che viene indicato nelle inchieste della Procura di Milano sull’Esposizione Universale come la possibile anticamera delle tangenti. Progetti per consegnare al mondo un’immagine efficiente della giustizia ambrosiana messi nelle mani di imprese senza gara, né italiana, né europea, sebbene la legge preveda l’affidamento diretto come un’ipotesi residuale quando in ballo ci sono appalti ghiotti.

    E’ una storia lunga quella che vi stiamo per raccontare, iniziata molti mesi fa da un passaparola nei corridoi del Palazzo. “C’è qualcosa che non quadra sui fondi Expo”. Abbiamo bussato alle porte di alcuni uffici giudiziari e a quelle del Comune per capire come siano stati spesi i 12, 5 milioni di euro destinati a rendere scintillante il Tribunale. La gestione del denaro è avvenuta su un doppio fronte, politico e giudiziario: da un lato la magistratura milanese e il Ministero della Giustizia, dall’altro Palazzo Marino. Non è stato facile capirci qualcosa. La richiesta di esaminare le carte degli appalti formulata al Presidente della Corte d’Appello Giovanni Canzio è stata ritenuta “irricevibile” con l’invito di rivolgersi al Comune. In Comune, il funzionario che si occupa degli appalti degli uffici giudiziari, Carmelo Maugeri, ci ha rimandati all’assessore ai Lavori Pubblici Carmela Rozza. Quest’ultima, con molto garbo e appellandosi alla “trasparenza” dell’amministrazione di fronte alle ritrosie di Maugeri,  ha consentito l’accesso, con divieto di farne copia, a un file stracolmo di documenti, delibere, determinazioni.  Un mare di burocrazia. (altro…)

  • “Ho visto i miei figli e non riuscivo a parlare”.
    Le lettere di un carcerato dal 41 bis.

    Dentro il disumano c’è anche l’umano. Dentro il carcere c’è un detenuto col 41 bis che scrive al suo avvocato e con la penna in mano è anche un papà: “Dopo un anno e nove mesi siamo riusciti a fare il colloquio coi miei figli, alla presenza dell’assistente sociale, come ordinato dal Tribunale dei Minori di Milano. E’ stato un giorno felice e molto emozionante, mi è venuto un groppo alla gola nel vedere i miei amati figli dopo così tanto tempo, non riuscivo a parlare, mi sono trovato davanti due belle signorine e un bel giovanotto, sono cresciuti tanto e la cosa che mi ha fatto più male è vedere i miei adorati figli piangere per me, non riuscivano neanche a parlare dalla gioia, dalla felicità, dall’emozione”.

    Lui è un boss della ‘ndrangheta,  condannato a 30 anni per un omicidio e reati di droga (“Nella mia vita ho sbagliato tutto, ho fatto del male a tutte le persone a me care”) e dovrebbe uscire il 31 marzo 2033. Sta in un regime carcerario feroce: ore d’aria limitate, cibo razionato, colloqui coi familiari solo attraverso un vetro blindato e video registrati per controllare che non vi siano contenuti messaggi in codice. Abbiamo letto le missive che ha mandato negli ultimi mesi al suo legale, Beatrice Saldarini.

    “Illustrissimo avvocato – scrive in una di queste, datata pochi giorni fa – come sempre lei è molto gentile a rispondere alle mie lettere e per questo voglio ringraziarvi, anche perché in questo posto tetro e scuro fa sempre piacere ricevere una lettera, per me significa molto e mi fa sentire vivo (…) peggio di questo posto schifoso c’è solo il cimitero”. “Di me non m’interessa, il mio destino è segnato”, ma “è assurdo che i miei figli devono venire a trovarmi e ci deve essere presente l’assistente ai servizi sociali”. I figli sono il tormento ricorrente. “Avvocato, aiutatemi a vederli!”, implora. “Mi avete scritto che vi informerete sulla possibilità di agevolare i colloqui con loro, vi ringrazio con tutto il mio cuore. Voglio che vengano a trovarmi quando lo desiderano”. Si preoccupa anche per la ex compagna, difesa dallo stesso legale: “Prego per lei e confido in voi”. Una delle risposte che gli invia il suo difensore non gli viene consegnata perché sarebbe di contenuto “ambiguo”. Chi conosce la solarità dell’avvocato Saldarini sorriderà.

    Dentro il disumano, l’umano può diventare perfino “ambiguo”. (manuela d’alessandro)

     

    lettera giugno 2014-1