Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Agosto 2015

  • Fare una denuncia alla polizia nel cuore della città di Expo

    Via fatebenefratelli, siamo in uno dei quartieri più eleganti di Milano, a due passi da via dei giardini per intenderci, la casella viola più pregiata del monopoli. Nel bel palazzo neoclassico della questura c’è, appena dopo l’ingresso, una sala d’attesa di pochi metri quadri che ospita chiunque, cittadino o meno, desideri parlare con un poliziotto. Sono solo tre gli agenti che raccolgono le denunce. Tempo d’attesa, non meno di un’ora e mezza.

    Uno di loro si affaccia e scruta la platea accalcata.  Ne approfittano due ragazzi francesi. “Do you speak French?”, chiedono ambiziosi. “No”. “Do you speak english?”. “No, non parlo niente”, ribatte l’agente, che poi, rivolto a tutti, esorta “Vedete voi come organizzarvi con la coda”. Siamo in Polizia, mica dal salumiere, qui i bigliettini non sono previsti. Devi occupare il posto in modo marziale, o quelli dietro di te ti fanno secco. Una signora di origini slave regala un po’ di cabaret agli astanti e poi s’informa con un altro agente sul dormitorio in cui  trascorrere la notte. “Signora, in via Ortles non c’è posto, deve rivolgersi al commissariato più vicino a casa”. Una senzatetto avrà certo un commissariato vicino a casa.

    Un signore  vorrebbe portare il suo bambino a fare la pipì nel wc della sala d’attesa.  La porta non si apre, nonostante gli sforzi di tutti, poliziotti compresi. Alla fine i due vengono invitati ad andare al bar di fronte alla questura. La coppia di francesi riprova a chiedere informazioni. La risposta è in italiano e il ragazzo, che non avrà più di 20 anni, adesso è seccato: “I don’t understand italiano”, poi, in inglese, conciona sui nostri usi con quel tono irritato che sanno avere i francesi per concludere con un lapidario “I never saw that”. (manuela d’alessandro)

  • Assistenti sociali: spegnere riflettori sul piccolo A. Finalmente…

    “Per il bene del piccolo A. si spengano immediatamente tutte le luci mediatiche che hanno illuminato questi suoi primi giorni di vita dalla sua nascita data morbosamente in pasto all’opinione pubblica…Nessuno ha riflettuto sul gravissimo danno che è stato fatto a questo bambino”. E’ l’invito-appello lanciato dal consiglio nazionale dell’ordine degli assistenti sociali. Finalmente da un organo istitituzionale arrivano parole sensate in questa terribile vicenda dove in troppo hanno sguazzato strumentalizzandola al fine di farsi pubblicità e di lucrarci anche concretamente.

    Il messaggio parte dal vertice della categoria degli assistenti sociali e non sembra proprio rivolto solo ai media. Si tratta di parole dirette a tutti, giornalisti e magistrati compresi. Ovvio, in pole position c’è lui, don prezzemolino, al secolo Antonio Mazzi, puntuale a prendere parte a qualsiasi fatto di cronaca con grande rilevanza mediatica.

    Il piccolo ha diritto a una vita normale. Non ha colpe. Arriva in un mondo di pazzi per responsabilità di genitori  i quali “per purificarsi” prima della sua nascita hanno aggredito con acido muriatico Pietro Barbini, ex fidanzato di lei, e altri. Per questo dopo la condanna a 14 anni subiranno un nuovo processo.

    “Il rischio concreto è che il piccolo sia marchiato per sempre della vicenda che ha visto protagonisti i suoi genitori” dice il consiglio dell’ordine degli assistenti sociali. Il rischio è che sia stravolta la sua vita. Insomma ci vuole un bel silenzio stampa che duri il più a lungo possibile. Era ora che qualcuno lo dicesse esplicitamente, lo gridasse. Perché sinceramente di tutta questa attenzione mediatica morbosa fino a mettere in prima pagina i minimi dettagli non se ne poteva più. E non se ne può più. I rappresentanti dei media che puntano a vendere copie in più o ad avere tanti clic sfruttando il dramma relativo alla conseguenza delle aggressioni con acido si occupino d’altro oppure cambino mestiere. L’invito ovvio riguarda tutti quelli che hanno scelto questa tragedia per apparire. Insomma, “appaiano” altrove. (frank cimini)

  • Non dite più che ad agosto non c’è un cane nel Palazzo di Giustizia

    Non si dica che ad agosto a Palazzo di Giustizia non c’è un cane. Ed è pure un cane felice di starci. Il bassotto scorazza con naturalezza sul ‘prato’ di marmo grigio e si prende coccole e carezze degli sparuti frequentatori della Procura estiva che incontrano la premurosa padrona. (manuela d’alessandro – foto per gentile concessione di franco vanni)

     

  • Aggressione con acido, mancava solo don prezzemolino

    Mancava solo lui, “don prezzemolino” in questa storia terribile degli agguati con l’acido che nella mente malata di Martina Levato e del suo fidanzato dovevano servire “a ripulirsi” dai rapporti precedenti prima della maternità. Don Mazzi non si è fatto attendere, è arrivato puntuale, a caccia di pubblicità, di riflettori mediatici che portano anche soldi alla sua comunità insieme ai nuovi ospiti.

    Il prete si è detto pronto ad accogliere la donna e il suo bambino. Attentissimo alla cronaca, don Mazzi non perde occasione per intervenire e portare acqua al suo mulino. Un prelato molto mediatico. Come tanti magistrati. Del resto anche il pm di questa indagine Marcello Musso è andato a far visita al neonato portando un regalo e rilasciando all’uscita dichiarazioni davanti alle telecamere. E per giunta spiegando di aver chiesto per la visita l’ok alla sua collega della procura minorile. Ecco, avesse voluto chiedere l’autorizzazione a qualcuno avrebbe dovuto rivolgersi al tribunale dei minori che in quei momenti stava prendendo la decisione sulle sorti di mamma e bimbo.

    Insomma è una vicenda drammatica dove in troppi sguazzano strumentalizzandola e  andando molto al di là dei loro compiti istituzionali. Sulla pelle di un essere da pochi giorni arrivato in un mondo di pazzi. La perizia psichiatrica non bisognava farla solo ai responsabili delle atroci aggressioni. I candidati al test aumentano insieme al clamore mediatico (frank cimini)

  • Martina e figlio ancora in ospedale perché non sanno dove mandarli

    Martina Levato e il suo bambino stanno bene. Sono così in salute che avrebbero potuto lasciare sin da oggi la clinica Mangiagalli. Non vengono dimessi, fanno sapere dall’ospedale con più fiocchi azzurri e rosa di Milano, solo perché non si sa dove mandarli.

    Il provvedimento del Tribunale dei Minori col quale è stato revocato il ‘divieto di abbraccio’ tra madre e figlio col trascorrere delle ore appare sempre più una decisione monca. La Mangiagalli è diventata una sorta di ‘stato cuscinetto’ di cui i due sono cittadini onorari mentre il mondo attorno si azzanna su cosa sia il loro bene e male e i magistrati cercano un’alchimia per fare meno danni possibili.

    Se è normale che opinione pubblica, psichiatri ed editorialisti  si azzuffino sui dilemmi etici e giuridici sollevati dal caso, lo è molto meno che nelle ultime settimane  la giustizia non sia stata capace di garantire  una risposta veloce e univoca alla domanda sul futuro di Martina e del neonato.

    Pochi giorni prima del parto, il Tribunale del Riesame indicava nell’Icam, la struttura che accoglie madri detenuti con figli piccoli, la soluzione in attesa di una decisione definitiva dei giudici minorili. Poi l’ordine del pm dei minori Annamaria Fiorillo a impedire qualsiasi contatto tra Martina e il bimbo considerata l’assoluta “inadeguatezza” della ragazza nelle vesti di madre. Infine, ieri i giudici hanno demolito la scelta del pm concedendo la possibilità di un incontro al giorno, ma senza allattamento diretto. E’ apparso subito chiaro che quel provvedimento avrebbe avuto un senso solo per poche ore, il tempo delle dimissioni dalla clinica.

    Un tempo che ora viene dilatato, fino a quando non si sa. Restano le vecchie mura della Mangiagalli, lembo di terra neutrale, a proteggere una piccola vita abbandonata su una ruota medioevale dalle tremende indecisioni dei grandi. (manuela d’alessandro)

  • Acido, il biglietto del pm Musso al piccolo A. su carta intestata della Procura

    “Ad A. con infinita tenerezza per un lungo cammino”, scrive il pm Marcello Musso sul biglietto consegnato alle puericultrici della clinica Mangiagalli che assistono il piccolo dato alla luce a ferragosto da Martina Levato, la studentessa condannata a 14 anni di carcere per avere sfregiato con l’acido un ex compagno di studi.

    Assieme al biglietto, un paio di babbucce bianche: il primo dono ricevuto da questo bambino che per il resto ha ricevuto solo schiaffi nel suo soffio di vita. Un “atto di solidarietà umana”, quello del magistrato, come l’ha definito lui stesso davanti alle telecamere lasciando l’ospedale, o un gesto inopportuno perché fuori dai compiti istituzionali consoni a un pubblico ministero? O, addirittura, una provocazione, come suggerito da alcuni sui social, da parte di chi ha condotto le indagini togliendo di fatto una madre (almeno per ora) al neonato?

    Marcello Musso ha voluto scrivere le parole che hanno accompagnato il dono su carta della Procura di Milano, premurandosi di sbarrare a penna  l’intestazione. Lo ha fatto non  perché non avesse voglia di comprare un biglietto in cartoleria, ma  per evidenziare che il regalo al bimbo viene dall’uomo che c’è dietro al magistrato, costretto dalla legge alla durezza verso la mamma di A. La linea tracciata con biro nera sulle parole ‘Procura di Milano’  dovrebbe  segnare, nelle sue intenzioni, un confine tra il Musso pm e Musso uomo. “Sono il magistrato che ha fatto condannare Martina, ma anche una persona con una sensibilità scossa da questa vicenda e l’opinione pubblica lo deve sapere”, ha ripetuto più volte Musso in questi giorni a chi gli stava vicino, mentre era tormentato dai dubbi sull’opportunità  della visita al piccolo.

    Stamattina, quando ha preso dal suo ufficio la busta verde con le babbucce e il messaggio per recarsi alla Mangiagalli, Musso era un uomo che tremava nella sua volontà. Sicuro di compiere un gesto per lui necessario ma consapevole di esporsi alle critiche di chi non lo avrebbe apprezzato. Per il suo coraggio lo rispettiamo, pur continuando a ritenere che il posto dove un magistrato deve esprimere umanità sono gli atti giudiziari, quelli su carta intestata ma non sbarrata.  (manuela d’alessandro)

  • Addio a Gianfranco Maris, partigiano con la toga addosso

     

    Se n’è andato oggi, segnato dagli anni (tanti) e da una vita irripetibile. Gianfranco Maris è stato un caso raro ed emblematico di come la militanza politica si possa intrecciare alla professione di avvocato senza rinunciare alle diverse coerenze che i due mondi richiedono. D’altronde lui, che era sopravvissuto ai lager nazisti, riusciva a evitare che questa sua cicatrice profonda condizionasse il resto della sua vita: certo, il 25 aprile di ogni anno sfilava in corteo dietro lo striscione dell’Aned, l’associazione dei suoperstiti dei lager, col fazzoletto bianco e celeste al collo. Ma anche di quell’orrore parlava con disincanto, e non ha mai permesso che tutta una vita lunga e ricca si riducesse all’icona di sopravvissuto.

    Era comunista fino al midollo, nel modo serio e concreto in cui si era comunisti nell’Italia uscita dalla guerra. Per il Pci più ortodosso fu senatore e soprattutto punto di riferimento nel rapporto con le istituzioni, quando sotto l’attacco terroristico (che aveva, va ricordato, nella presenza di un Pci forte e credibile il suo ostacolo principale ) comunisti e apparati dello Stato realizzarono un patto di ferro, che ebbe in Ugo Pecchioli il suo esponente piu noto ma che viaggiò in concreto nel lavoro quotidiano di uomini come Maris. Eppure va ricordato anche che intanto faceva l’avvocato, e lo faceva bene, senza timore di rovinarsi la reputazione: perché quegli erano anni, a differenza di oggi, in cui un avvocato veniva rispettato in Procura e in tribunale anche se svolgeva fino in fondo e senza sconti il suo dovere come legale di uomini del crimine organizzato, convinto che anche essi avessero diritto al rispetto dei loro diritti processuali.

    Poi venne l’epoca dei pentiti, in cui Maris entró da protagonista, assumendo la difesa del collaboratore di giustizia piu difficile di tutti: Leonardo Marino, il pentito del caso Calabresi. Perché se difendere i Peci e i Sandalo era facile, tanto visibile era il contributo dato allo smantellamento delle bande armate, difendere l’ambulante di Bocca di Magra che aveva fatto finire in galera Adriano Sofri volle dire mettersi contro un universo che (non solo a sinistra) considerava il processo milanese una colossale montatura, e la presenza di Maris accanto a Marino la prova provata della compromissione del Pci nella congiura. Delle minacce che gli piovevano addosso, non sembrò mai preoccuparsi: e in questo, verosimilmente, l’esperienza del lager contribuirà dargli scorza.

    I suoi figli, Gianluca e Floriana, hanno continuato sulle sue orme nella difesa dei pentiti, anche e sopratutto quelli di malavita organizzata: ma sempre con lo spessore di chi fa l’avvocato davvero e non ha voglia di farsi usare.

     

     

  • “Da due giorni sequestrati in albergo in Ghana”
    Viaggio di lavoro incubo per una troupe italiana

    Un luogo esotico e caldissimo. Un albergo di lusso. Un sequestro. Un affaire legale internazionale. Una troupe cinematografica. Gli elementi per il film ci sono proprio tutti. Solo che la storia è tutt’altro che divertente, e sta capitando davvero.

    Da due giorni, ad Accra, capitale del Ghana, il regista napoletano Antonio Canitano, firma di diverse puntate della fiction Rai ‘Un posto al sole’, e tre colleghi della sua troupe sono di fatto sotto sequestro all’interno dell’Hotel Alisa. Della vicenda si sta occupando l’ambasciata italiana nel Paese. “Lunedì mattina abbiamo provato ad andarcene dall’albergo e siamo stati bloccati con la forza”, racconta Canitano dalla hall dell’hotel. La proprietà non ne vuole sapere di lasciarli andare fintanto che il conto non sarà saldato, 45mila dollari per un mese e mezzo di soggiorno. Ma chi deve pagare? Certo non la troupe, semmai la società ghanese BarCo Studios capitanata dall’imprenditore Kobby Bartels, che produce il film a cui la troupe italiana ha lavorato e che per Canitano e i suoi colleghi ha prenotato le camere di hotel.

    “Non le dico quello che abbiamo fatto per uscire, non c’è stato verso”, racconta il regista napoletano. “I nostri passaporti sono nelle loro mani. Abbiamo già perso il volo di ritorno di lunedì sera e quello di martedì”, prosegue Canitano, che è anche stato sentito dalla polizia di Accra. “Bartels ha anche lasciato all’albergo la propria auto, a garanzia del pagamento”. Che però non è ancora avvenuto: la situazione sembra ancora in stallo. “Ho paura che non ci lasceranno partire neanche stasera”, prevede Canitano. Non agevolissimo, per l’avvocato milanese Gian Matteo Santucci, seguire la situazione, pur con il supporto di un collega locale, Amarkai Amarteifio. Da Milano, in pieno estate, ci sta provando a colpi di email e telefonate initerrotte.

  • Expo, Renzi ringrazia Bruti per la moratoria sulle indagini

    “L’Expo non doveva esserci ma si è fatto grazie a Cantone e Sala, grazie ad un lavoro istituzionale eccezionale, grazie al prefetto e alla procura di Milano che ringrazio per aver gestito la vicenda con sensibilità istituzionale”. Il presidente del consiglio Matteo Renzi manda dal Giappone attraverso i giornalisti al seguito un pubblico ringraziamento al capo della procura di Milano Edmondo Bruti Liberati. Il riferimento è alla moratoria sulle indagini con l’evento in corso di cui avevamo scritto su “Giustiziami” senza essere smentiti. Quindi tanti saluti al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale e il premier ha dimostrato di apprezzare. Del resto non poteva essere diversamente. Il problema non è quanto dice il presidente del consiglio dei ministri ma quello che ha fatto il capo dei pm.

    Bruti nel contenzioso interno con Alfredo Robledo aveva tolto al suo aggiunto il coordinamento delle indagini su Expo che poi sono state fermate. Insomma hanno fatto la fine dell’inchiesta sulla gara d’asta per la Sea rimasta per sei mesi “dimenticata” in un cassetto, prima di essere affidata con gravissimo ritardo a Robldo quando chi era indagato aveva ormai saputo di esserlo e quindi non poteva più essere intercettato.

    Insabbiare, non indagare al fine di non disturbatore il manovratore è per il premier “sensibilità istituzionale”. Renzi ringrazia Bruti che ha deciso di andare in pensione, evitando in pratica il procedimento disciplinare, il 16 novembre, subito dopo la fine dell’esposizione. Tanto per essere sicuro dell’assenza di “sorprese” per l’evento, acquisito da Milano sconfiggendo le terribili armate di Smirne, con uno schieramento bipartisan dalla Moratti a Prodi, insieme appassionatamente a Parigi.

    Questa storia manda a farsi benedire la divisione e il bilanciamento dei poteri, l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale tanto gridata nei convegni e nei comunicati dell’Anm, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. E chi ne esce peggio sono proprio le toghe. I ringraziamenti nipponici sono la ciliegina sulla torta. Una torta avvelenata nel paese in cui i politici scimmiottano i giudici, i giudici scimmiottano i politici e i giornalisti leccano un po’ gli uni e un po’ gli altri a seconda delle convenienze (frank cimini).