Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Febbraio 2016

  • Ruby ter, per difesa atti a Roma ma Apicella non è un’olgettina

     

    Se il primo pagamento fu a Roma a Mariano Apicella il processo Ruby ter va trasferito da Milano alla capitale, dicono le difese. Insomma con tutti i soldi che Silvio Berlusconi ha distribuito alle ragazze il destino degli atti verrebbe deciso dai quattrini dati a un maschio, l’ex parcheggiatore abusivo partenopeo (e parte napoletano direbbe Totò…) diventato cantautore per esclusivo merito del Cav ex Cav.

    Apicella, che avrebbe dichiarato il falso sulle notti di Arcore in cambio di denaro, viene trattato come un’olgettina. Lui che non è portatore sano dell’unica vera ossessione ancora oggi dell’uomo prossimo agli ottant’anni, pronti ad arrivare a settembre.

    Dunque non è vero che B. paga solo le donne. C’è anche questo nelle eccezioni preliminari proposte dagli avvocati difensori nell’udienza in cui un giudice deve decidere se c’è materia per mandare a giudizio il patron di Mediaset con una trentina di altre persone. Anzi. Il primo a prendere soldi fu un uomo e questo potrebbe portare il processo a Roma, sede giudiziaria che una volta aveva fama di porto delle nebbie dove ogni inchiesta veniva insabbiata.

    Una volta. Il passato, solo il passato, per chi si era bevuto la favola di Mani Pulite. Comunque parlando esclusivamente del presente, sulla sabbia Milano non scherza e non ha nulla da invidiare a nessuno. Expo, basta la parola. Ruby ter può essere celebrato tranquillamente a Roma o altrove, anche se la procura di Milano è affezionata a B., non vuole perderlo e ha tuttora il dente avvelenato per l’assoluzione nel Ruby uno. (frank cimini)

     

  • Le Olgettine convocate dalla Gdf
    Nel mirino lo ‘stipendio di Papi Silvio’

     

    Chi ha dato ha dato, ma chi ha avuto viene multato. E lo ‘stipendio di Papi’ rischia di finire nelle mani dello Stato.

    Mancano pochi giorni all’udienza preliminare che vedrà Silvio Berlusconi di nuovo imputato (questa volta per corruzione in atti giudiziari) accanto a una ventina delle sue ospiti del bunga bunga arcorino. Proprio in questi giorni, con un tempismo stupefacente, la Guardia di Finanza ha convocato in caserma le ragazze, per la resa dei conti. Quelli veri, da misurare in euro. Nulla di penalmente rilevante, in questo caso, il problema è la legge che disciplina l’utilizzo di contanti. Ricordate la famosa soglia dei mille euro di Mario Monti, poi innalzata a 3mila euro con il discusso provvedimento del governo Renzi? Le ragazze, stando all’indagine Ruby ter di cui la Gdf ha acquisito gli atti, lo avrebbero ampiamente superato, innumerevoli volte. Con buste zeppe di contanti. Per esempio con quella sorta di stipendio da 2mila o 2500 euro al mese ‘confessato’ dalle stesse ragazze in Tribunale e persino dallo stesso Berlusconi, il quale sostenne “la Procura le ha rovinate, io le aiuto“.

    Evidentemente la Gdf, che nega le convocazioni (confermate invece a Giustiziami da almeno quattro fonti indipendenti) deve aver portato a termine i suoi calcoli. E non devono essere stati semplici: nel corso degli anni le normative sono cambiate. Tra le convocate (ma nessuna di loro si sarebbe presentata) c’è una giovane che avrebbe ricevuto almeno 147mila euro. Un’altra che ne ha avuti quasi 190mila. Una terza che in contanti, stando alle indagini della Procura, avrebbe ricevuto ‘solo’ 25 mila euro. Sulle restanti frequentatrici di Arcore, non abbiamo conferme. Tutte comunque rischiano di dover sganciare, sotto forma di multa, fino al 40 per cento di quanto ricevuto dall’ex Cavaliere. Cosa che forse Berlusconi non immaginava, ai tempi in cui manteneva le sue predilette, e che forse forse un pochino lo farà arrabbiare…i suoi soldi per le ragazze, girati all’Erario. Che disdetta.

    Ah, ci sono due protagonisti della vicenda che per ora non stati ancora convocati: Berlusconi e Ruby.

  • In esclusiva l’audio della telefonata Berlusconi – Mantovani: lavoro – sesso – segretarie

    Raccomandazioni, posti di lavoro da trovare a fratelli, compagni, ex mogli. E poi nomine per i vertici Aler da spartire in quote prestabilite tra Forza Italia, Lega, Ncd, Lista Maroni. Tra i criteri per sostenere un candidato “l’essere un bell’uomo”. E poi un’inedita battuta (sesso-lavoro-segretarie) in tipico stile di Arcore. “Non mettete quella famosa clausola che dice che la segretaria deve fare l’amore ameno una volta alla settimana”.

    Berlusconi Mantovani (file .wav)

    C’è tutto questo nella breve telefonata del 22 dicembre 2013 – pubblicata in esclusiva da Giustiziami – tra Silvio Berlusconi e Mario Mantovani. La conversazione è intercettata dalla Guardia di Finanza di Milano nel corso delle indagini che hanno portato l’ex senatore ed ex assessore regionale prima in carcere e poi ai domiciliari con accuse di corruzione, turbativa d’asta e altro. Nell’inchiesta condotta dal pm Giovanni Polizzi è indagato anche l’ex assessore regionale leghista Massimo Garavaglia, con l’accusa di aver dato il suo contributo a quella che gli inquirenti ritengono una turbativa d’asta: una gara per il servizio trasporto dializzati i cui effetti vengono vanificati, stando alle accuse, grazie all’intervento della catena Garavaglia-Di Capua-Scivoletto, ovvero l’assessore all’economia, il suo braccio destro e il direttore della Asl1 di Milano. Viene così favorita una onlus, la Croce Azzurra Ticino, facendo arrabbiare chi quella gara se la era regolarmente aggiudicata. Garavaglia, indagato per questo unico episodio, ha presentato una memoria difensiva. L’8 marzo, davanti al gup Gennaro Mastrangelo, inizierà l’udienza preliminare per 15 imputati, tra cui i due politici Mantovani e Garavaglia.

    Berlusconi, intercettato indirettamente mentre parla con il fedelissimo Mantovani, non è indagato. Tra gli episodi citati nella conversazione che pubblichiamo, uno merita una spiegazione. E’ quello che riguarda Alan Rizzi, capogruppo di Forza Italia in consiglio comunale a Milano. Il quale, a dicembre 2013, decide di passare a Ncd, ‘tradendo’ l’ex Cavaliere. Pochi giorni dopo, però, fa marcia indietro. Con una mossa imprevista e apparentemente inspiegabile. Che cosa ci sia dietro, lo chiariscono le parole di Silvio Berlusconi.

  • Abu Omar, Italia condannata da Ue… Tortura non è reato

    La corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per il rapimento e la detenzione illegale di Abu Omar. Il nostro paese dovrà risarcire con 70 mila euro l’ex imam e con altri 15 mila euro la moglie, entrambi parte civile al processo in cui furono condannati gli uomini della Cia e “assolti” a causa del segreto di stato quelli del Sismi.

    Secondo la corte internazionale le autorità italiane erano a conoscenza dell’operazione di extraordinary rendition mentre Abu Omar vide violati i suoi diritti di non essere sottoposto a tortura e maltrattamenti.

    La decisione di Strasburgo ridicolizza i comportamenti dei governi di “diverso” colore da Prodi a Berlusconi a Monti a Letta a Renzi che apposero il segreto di Stato su quanto accadde a febbraio del 2003 a Milano e anche la Grazia concessa da Mattarella a due degli imputati americani. Questo accade nel paese in cui la politica ha dimostrato ampiamente di non voler ratificare la convenzione internazionale contro la tortura affinchè la stessa tortura diventi un reato tipico del pubblico ufficiale.

    E non vuole farlo nemmeno adesso che un giovane ricercatore Giulio Regeni è stato tortura e ucciso in Egitto, il paese in cui Abu Omar fu trasferito dopo il rapimento per essere sottoposto ad atroci maltrattamenti. E dove ancora adesso è trattenuto illegalmente dal momento che non può uscirne, dopo che l’Egitto non aveva risposto alle richieste di assistenza giudiziaria formulate dalla magistratura italiana.

    Ai danni di Abu Omar si scatenò un’operazione di terrorismo di stato, anzi di più stati considerando il passaggio attraverso una base Usa in Germania e le responsabilità della Cia. Obama, che non ha mantenuto la promessa di chiudere quel simbolo della negazione dello stato di diritto a nome Guantanamo, ha ringraziato Mattarella per la grazia concessa a due imputati. In Italia il Parlamento fa finta di niente perchè “le forze dell’ordine” non vogliono che la tortura sia sanzionata come reato. Evidentemente hanno tutta l’intenzione di continuare a praticarla. (frank cimini)

  • Il bimbo di 10 anni e la ‘ndrangheta: “Sono un Muscatello, voglio far paura come te”

    A 10 anni si dovrebbe avere paura di tirare un calcio di rigore. Dall’ordinanza a carico di 28 presunti affiliati alla ‘locale’ di Mariano Comense sbuca con passo militare un ragazzino che di coraggio ne ha da farsi scoppiare le vene e ha già deciso quale sarà la squadra della vita.

    “Voglio venire a lavorare con te perché sei una persona temuta, sei un Muscatello”.  Il suo papà, uno del clan che da decenni si mangia un pezzo di libertà di questo paese tra Como e Milano, è fiero come lo sarebbe quello del piccolo calciatore vedendolo guardare il portiere negli occhi.  “Veniva registrato – si legge nel provvedimento firmata dal gip Andrea Ghinetti su richiesta della Dda – un colloquio nel corso del quale D. Muscatello raccontava che il figlio cercava di seguire le orme del cugino L. in quanto a dire del bambino era una persona temuta anche per la sua appartenenza alla famiglia Muscatello”. “Nel corso della discussione – prosegue il gip – D. si compiaceva del fatto che il figlio di appena dieci anni facesse gia’ determinati ragionamenti ‘voglio venire a lavorare con te (inteso L. Muscatello)…lo temevano a L….si divertono perche’ e’ un Muscatello’”. Papà e cugino del bimbo sono tra gli arrestati accusati di associazione mafiosa finalizzata a traffico di droga, estorsioni, rapine. Cosa sarà di questo soldatino della ‘ndrangheta? A Reggio Calabria il Tribunale per i Minori da qualche anno ha adottato il protocollo ‘Liberi di scegliere’ che prevede, in casi molto gravi come la condanna definitiva dei genitori, la sottrazione dei minori alle famiglie. (manuela d’alessandro)

  • Il giudice legge la sentenza con un lumicino

    Giustizia al lumicino per Diamante e Matteo Marzotto, eredi del noto marchio della moda, condannati a dieci mesi di carcere dal Tribunale di Milano per evasione fiscale. La luce se ne va, ma basta un lumino per consentire al giudice della seconda sezione penale di legggere la sentenza. (m.d’a.)

  • L’ordinanza sulla sanità lombarda, solo per chi non soffre di mal di denti

    Leggete questa ordinanza solo se non soffrite di mal di denti. In caso contrario, dopo avere scoperto con quali criteri e con quali materiali il vostro sorriso viene curato in tantissimi ospedali lombardi, splancherete le vostre bocche tremando di paura. tra gli arrestati, il consigliere regionale della Lega Fabio Rizzi.

    ordinanza Rizzi – sanità

  • Morire di amianto in metro, chiesto il processo per ex dirigenti di Atm

    Sono morti in sei in sei anni, tra il 2009 e il 2015, tutti coi polmoni triturati dal mesotelioma o dal cancro, tutti dipendenti dell’Azienda Trasporti Milanesi (Atm). Un autista di bus, due elettricisti, un meccanico, un addetto alla manutenzione delle macchine, un operaio. Altri due sono vivi col respiro mozzato dalle placche pleuriche.

    Per il pm Maurizio Ascione, i responsabili di questo strazio sono due ex direttori generali della società: Elio Gambini, 84 anni, e Roberto Massetti, 76. Tra il 1998 e il 2001, quando la presenza di amianto in metropolitana e in altre strutture aziendali  era “massiccia”, non avrebbero applicato la legge in tema di prevenzione e nemmeno informato i lavoratori dei rischi che correvano. Le polveri galleggiavano ovunque: nei depositi degli autobus e nei tunnel della metropolitana, nei tetti in eternit degli hangar dove la notte riposano i mezzi. Toccava ai manager, sostiene Ascione che da anni si occupa delle vittime da esposizione di amianto, proteggere i dipendenti facendo applicare le regole di sicurezza: maschere sul viso; tute da lavare periodicamente; viste mediche; manutenzione dei luoghi a rischio. Gli indagati, convocati a ottobre per un interrogatorio, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere di fronte alle accuse di omicidio colposo e lesioni gravi.

    Nel luglio scorso, il pm Ascione aveva ottenuto la sua prima vittoria: la condanna fino a 7 anni per 11 ex manager di Pirelli per la morte di 24 operai.  In precedenza, i processi per l’amianto alla Franco Tosi e all’Enel di Turbigo si erano conclusi con l’assoluzione di tutti gli imputati. (manuela d’alessandro)

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  • Lap dance per carabinieri sotto copertura
    Nel privé vicino al Tribunale

     

    A due passi dal Tribunale, lo scrupoloso militare sotto copertura verifica se davvero nello strip club si commettano reati di pubblica decenza. E’ uno sporco lavoro, e qualcuno lo deve pur fare.

    Siamo all’Extasìa, un club nella  zona di largo Augusto, a duecento metri in linea d’aria dal dal Palazzo di Giustizia. I carabinieri hanno avuto una soffiata: nel privé succede di tutto, non si fanno solo spettacoli erotici, le ragazze danno vita a vere e proprie orge con i clienti. Ecco che ben quattro militari vanno a verificare di persona, su mandato della Procura. Un luogotenente, un appuntato, un tenente e un maresciallo si introducono nel privé, pagando qualche decina di euro.

    Ed ecco le loro testimonianze. Una ragazza che si presenta come Alessia “spontaneamente si poneva a cavalcioni del militare strusciando il seno contro il viso e il torace del militare…Rimasta nuda,mimava movenze sessuali, strofinando il seno sul viso del militare. Si specifica che il militare aveva più volte l’opportunità di toccare i fianchi, le cosce e poi di accarezzare tutto il corpo, cosa che la ragazza gradiva“.

    Rebecca invece “si era avvinghiata al militare, abbassandogli la cerniera dei pantaloni e inserendovi una mano sino a toccargli ripetutamente il pene…poi cercava ripetutamente di farsi toccare più volte l’organo genitale”.

    Nel contempo Giulia se la prende con un altro carabiniere, “appoggiandogli il seno sull’avambraccio”. E ancora, “Valentina in arte Lulù” strusciava il proprio bacino sul pube del militare, toccandolo tra le gambe e in particolare massaggiandogli il pube, il torace e i capezzoli”, ma ancora con i vestiti addosso.

    Intanto in un altro locale, il Lap Zeppelin, continua l’accurata indagine. In quel luogo di perdizione, Maria “lecca il lobo dell’orecchio sinistro e invita (il militare, ndr) a toccarla ovunque…Denudatasi completamente inizia a simulare un rapporto sessuale sedendosi sulle gambe di questi (…) e strusciandosi sui jeans del militare”.

    Grazie a queste relazioni di servizio, i carabinieri dimostrano, supportati dal pm Ester Nocera, che all’Extasìa si favoriva e sfruttava la prostituzione. Una vera associazione per delinquere di cui faceva parte, stando alle accuse, anche un collega di chi aveva condotto l’inchiesta: un altro carabiniere. In primo grado, il Tribunale di Milano assolve tutti con la formula “il fatto non sussiste”. Ieri, invece, la terza sezione della Corte d’Appello, presieduta dal giudice Piero Gamacchio, ribalta il verdetto. Tutti condannati. Il barista se la cava meglio di tutti: due anni. Va peggio al carabiniere, il quale, stando al capo di imputazione, si occupava di “controllare le quote dei privé e garantiva la sicurezza all’interno dei locali, provvedeva ad accompagnare le ragazze nei luoghi di dimora a fine turno”: tre anni di reclusione. Cinque anni e quattro mesi, invece, per il capo dell’associazione.

    Tutti assolti in primo grado, dicevamo. Il collegio presieduto dal giudice Aurelio Barazzetta, aveva argomentato su un presunto “mutamento dei costumi occorso negli ultimi decenni, concretizzantosi in particolare nell’affievolimento del senso del pudore” che porta a qualificare la lap dance come una “rappresentenzione artistica”. Tesi efficacemente contestata dalla Procura, nel suo ricorso, e poi in aula dal sostituto pg Nunzia Ciaravolo. Ora parola alla Cassazione.

  • Due processi, tre versioni sulle spese della Lega: a casa Bossi non si parla

     

    A casa Bossi si parla poco. Non si spiegherebbe altrimenti come sia possibile che in due processi distinti, ma con lo stesso tema, le versioni di papà Umberto e dei figli risultino così diverse. Il punto è quello delle spese personali per false lauree in Albania, multe e altro che sarebbero state sostenute coi soldi del partito. Accusa per la quale Riccardo Bossi, il figlio maggiore di Umberto, ha scelto di essere processato col rito abbreviato, mentre il senatur e Renzo ‘Trota’ Bossi sono a giudizio con rito ordinario.

    Oggi il pm Paolo Filippini ha chiesto la condanna a un anno di carcere per Riccardo, che avrebbe dilapidato  per scopi privati 160mila euro del Carroccio. “Ma lui non sapeva di prendere denaro del movimento politico – ha affermato nell’arringa l’avvocato Agostino Maiello –  Li chiedeva al segretario Francesco Belsito (ndr il tesoriere, anch’egli a processo) e alle segretarie perché non riusciva a parlare  col senatore. Un po’ perché Umberto era sempre impegnato, un po’ perché con lui aveva rapporti complicati. Come tutti i primogeniti, dopo la separazione ha preso le parti della mamma  e col papà parlava solo di fatti di natura economica. E comunque le spese che lo riguardano erano autorizzate dal padre. Riccardo non è complice di quanto emerso in questa indagine. Ha solo chiesto aiuto in un momento di difficoltà economica, ma non sapeva che il padre quei soldi li prendeva dal partito”. Per il primogenito pilota di rally, quindi, papà sapeva di foraggiarlo tramite i segretari del partito. Ma è lo stesso padre, tramite l’avvocato Matteo Brigandì che lo difende dall’accusa di truffa, a smentirlo: “Bossi non si è mai occupato di soldi ma solo di politica. Non sa neppure quanto costa un chilo di pane”. A confermarlo, sempre in questo processo, è stata anche l’ex contabile della Lega, Nadia Dagrada: “Bossi doveve essere messo al corrente delle spese di famiglia perché ne era all’oscuro e dissi a Belsito che dovevamo parlargliene”. Poi, c’è la terza versione, quella del giovane Renzo, che invece nega di avere mai prelevato euro dalle casse di via Bellerio e precisa di essersi pagato di tasca propria multe e cartelle esattoriali. E la laurea a Tirana? “Di quella non sapevo proprio nulla”.  (manuela d’alessandro)

     

     

     

     

  • Archiviazione anche per l’indagine sulla piastra di Expo che a un certo punto si fermò

     

    Un’archiviazione tira l’altra. Dopo Eataly sta per crollare il sipario  anche sull’indagine per i lavori della cosiddetta ‘Piastra’, la piattaforma destinata a ospitare lo ‘scheletro’ del sito. L’inchiesta era nata nel 2014 da un’intercettazione nella quale un imprenditore rivelava all’allora numero uno di Infrastrutture Lombarde, Antonio Rognoni, l’esistenza di un bigliettino che avrebbe dimostrato le irregolarità nella gara per ottenere i lavori.

    Il procuratore aggiunto Alfredo Robledo aveva iniziato a indagare con una certa foga, mettendo sotto intercettazione alcuni dei protagonisti e spingendosi fino a Gibilterra per cercare le prove della sua ipotesi accusatoria (corruzione e turbativa d’asta), ma nell’autunno 2014 l’indagine gli era stata tolta dal suo capo Edmondo Bruti Liberati e, di fatto,  lì è spenta negli abissi della guerra in Procura. Con l’incredibile scena di 5 pm a interrogare non un capo dello stato ma un testimone e la successiva emarginazione dagli interrogatori denunciata da Robledo al Csm Ora i pm Filippini, Pellicano e Polizzi, che non hanno mai nascosto la loro vicinanza a Robledo, sembrano costretti a chiedere a malincuore l’archiviazione di un’inchiesta che, prima della nascita dell’ Area Omogenea Expo voluta da Bruti, prometteva sviluppi succosi. L’appalto non sembrava proprio lineare fin dalle premesse: 255, 9 milioni di base d’asta, aggiudicato a 148, 9 da un raggruppamento di imprese guidato dalla Mantovani con uno sconto da urlo. E la stessa società Expo aveva messo a disposizione della magistratura un audit in cui venivano evidenziate diverse criticità. Il candidato sindaco ed ex presidente della società Giuseppe Sala non è mai stato indagato ma il suo nome compare nelle carte dell’inchiesta. (manuela d’alessandro)

     

     

  • Benedetto dai giudici Mr Expo verso Palazzo Marino

    Benedetto dai giudici, tra indagini sospese o mai fatte, un’archiviazione con motivazione tragicomica senza nemmeno interrogare l’indagato (appalto a Eataly), Mister Expo, al secolo Giuseppe Sala veleggia verso Palazzo Marino dove si accomoderà a giugno praticamente da candidato bipartisan, ammesso e non concesso che esistano differenze tra centrodestra e centrosinistra.

    E’ questo il risultato delle “primarie più belle del mondo” (la surreale definizione arrivata dal sindaco uscente). I conti di Expo ancora non li conosciamo, ma giornaloni, giornalini e tg in coro continuano a proclamare successo e vittoria, del resto foraggiati dai fondi dell’esposizione universale e non è certo l’unico conflitto di interessi di una vicenda terrificante.

    Sala favorì Eataly di Farinetti ma non c’è prova che ne avesse l’intenzione, hanno sentenziato in corso di Porta Vittoria aggiungendo pure che c’era fretta di realizzare l’opera e mancava del tutto il tempo per indire la gara pubblica. Concetti come si può vedere altamente giuridici. Ma le toghe che così hanno deciso lo hanno fatto per autoassolversi. Anche per i fondi Expo della giustizia i vertici del palazzo che fu simbolo della falsa rivoluzione di Mani pulite non fecero gare pubbliche affidando i lavori ad aziende già  sicure interlocutrici nel passato della pubblica amministrazione. “Aziende amiche” insomma. Amiche di chi? Expo è stata una grande abbuffata dove hanno mangiato in tanti. Si attovagliò quanto meno a livello di scambi di potere anche qualche magistrato? A vedere recenti percorsi professionali parrebbe proprio di sì, ma saperlo sarebbe bello e nello stesso tempo è impossibile.

    Siamo alle prese con un potere incontrollato e incontrollabile. Il Csm, confermando di avere l’omertà nel Dna, ha rifiutato di aprire una pratica sulla presunta moratoria. Con i comuni mortali si fanno processi per molto meno, soprattutto a Milano poi persino per un pelo di quella lana… Beppe Sala invece favorì Eataly, una sorta di unico ristoratore adeguato alla bisogna, a sua (dello stesso mister Expo) insaputa.

    Moratoria infinita ma solo su appalti e affini. Il conto di Expo rischiano fortemente di pagarlo in modo spropositato i militanti antagonisti che il primo maggio lanciarono pietre contro le vetrine delle banche, altre beneficiarie della grande abbuffata. Il 6 aprile inizierà il processo a quattro imputati per devastazione, reato ereditato dal codice fascista e che prevede la reclusione fino a 15 anni. Conterà poco probabilmente che la corte d’appello di Atene rigettando cinque estradizioni ha scritto che le pene previste sono eccessive e che l’accusa fa acqua da diverse parti essendo poco precisa nei confronti dei singoli. Si tratta di indagati che non fanno parte del cosiddetto “sistema paese” il quale, magistratura in testa, ha salvato la patria di Expo e scelto il nuovo inquilino di palazzo Marino (frank cimini)

  • No Expo, Grecia critica Italia: pene eccessive e processo non equo

     

    Il reato di devastazione non c’è nel codice greco e in Italia sono previste pene eccessive per incidenti durante le manifestazioni. Eseguendo il mandato sarebbero violati i principi della proporzionalità della pena e dell’equo processo. Sono queste alcune delle ragioni per cui la corte di Atene ha rigettato la richiesta di estradare in Italia cinque anarchici accusati dalla magistratura di Milano di aver rivestito un ruolo nelle violenze avvenute il primo maggio del 2015 in occasione della manifestazione che contestava l’inaugurazione di Expo.

    Sia il reato di devastazione e saccheggio sia quello di resistenza secondo i giudici greci vengono contestati descrivendo gli stessi fatti e non emerge che cosa avrebbero fatto con precisione i singoli manifestanti. La corte di Atene scrive di vaghezza dell’imputazione oltre a ricordare che per manifestazioni violente in Grecia la pena massima arriva a 5 anni. In Italia il reato di devastazione e saccheggio è punito con condanne comprese tra gli 8 e i 15 anni di reclusione.

    L’estradizione è stata negata ma potrebbe essere avviata un’indagine penale in Grecia a carico dei cinque antagonisti. La motivazione del no all’estradizione potrebbe pesare sul procesos che inizierà il 6 aprile prossimo davanti alla quarta sezione pnal del tribunale di Milano a carico di quattro imputati italiani (un quinto indaggato è latitante). La difesa potrebbe chiedere il rito abbreviato facendo tornare gli atti al giudice delle udienze preliminari. Dal no all’estradizione arrivato da Atene la giustizia italiana non ne esce benissimo (eufemismo) con riferimento sia alle pene troppo alte sia al modo di formulare le accuse da parte dei magistrati. Non è la prima volta che accade nei confronti di altri paesi e non sarà sicuramente l’ultima. (frank cimini)

  • La sentenza sull’abuso sessuale con lei in pantaloni bocciata al seminario degli avvocati

    Lei non è “credibile” perché ha denunciato solo 5 mesi dopo i fatti, racconta di avere subito un abuso sessuale con indosso i pantaloni, avrebbe finto di dormire quando si è accorta che lui la toccava nelle parti intime. Lui, un conoscente che l’aveva accompagnata a casa perché non si reggeva in piedi per l’alcol e poi si era infilato nel suo lettone matrimoniale “crollato per la stanchezza”, viene assolto dai giudici della nona sezione penale del Tribunale di Milano dall’accusa di violenza sessuale. Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a un anno e dieci mesi di carcere. La sentenza (giudici Luerti – Gasparini – Introini) è stata oggetto di accese critiche da parte degli avvocati che hanno partecipato nei giorni scorsi a un seminario organizzato dall’ordine e dalla regione Lombardia per formare legali specializzati nella tutela delle vittime di violenza sessuale. Per il difensore di parte civile, che ha affiancato la donna nel processo e tiene l’anonimato per proteggere la cliente, “è un verdetto strano e incomprensibile. Avrei potuto capire un’assoluzione perché lui poteva avere frainteso le intenzioni di lei, disponibile a uscire e ubriacarsi con lui. Invece, i giudici puntano sulla non credibilità di lei con argomenti non logici”. La donna spiega ai giudici di essersi addormentata vestita ed essersi svegliata qualche ora dopo sentendo che lui “aveva un braccio sotto il mio collo e con quella mano mi toccava il seno e con l’altra dentro le mutande”. “Per quanto concerne l’abbigliamento – scrivono i giudici nelle motivazioni – non è stato spiegato come la mano dell’imputato possa essersi infilata sotto le mutande di una donna sdraiata a letto e vestita con abiti invernali, per di più pantaloni”.  “Coi pantaloni – insistono – la dinamica appare ancora meno verosimile: se il braccio dell’aggressore avvolge da sotto il collo della donan fino a toccare con la mano il seno, l’altro braccio non può che raggiungere la zona genitale che da sotto, salvo ipotizzare una difficile contorsione. La mano potrebbe così infilarsi sotto le mutande, se la donna non indossasse nulla oppure solo una gonna (…)”. Non è credibile nemmeno che abbia mantenuto un “comportamento glaciale e inspiegabilmente razionale” decidendo di non muoversi e “fingere un lento risveglio” mentre lui la palpeggiava.

    Nella sentenza viene poi valorizzato il fatto che la donna abbia confessato a un’amica e taciuto invece ai giudici di non avere denunciato due abusi in passato. “Ma dal percorso psicologico seguito per un anno dalla mia cliente – contesta la parte civile – non è emerso alcun suo desiderio di rivalsa né la tendenza a confondere piani di realtà e fantasia, come confermato dalla terapeuta sentita in aula”. La donna, spiega il legale, ha deciso di non presentare appello “perché troppo traumatizzata dalla vicenda”. (manuela d’alessandro)