Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Aprile 2016

  • La verità, 30 anni dopo: il ‘nuovo’ codice ha fallito

    Alla fine del 1989 veniva introdotto in Italia il “nuovo” Codice di Procedura penale che, dopo lunga gestazione e il contributo di alcuni tra i maggiori giuristi del tempo, mandava definitivamente in cantina quello “glorioso” del 1930. Si disse, con certa enfasi, che il “nuovo” processo, costruito secondo il modello accusatorio di matrice anglosassone e non più inquisitorio, vetusto retaggio del vecchio regime, sarebbe stato più “garantista”. Bizzarro neologismo posto che, riferendosi al rispetto delle garanzie di legge dell’imputato, sembrerebbe accreditare l’esistenza di qualcuno che altrettanto legittimamente non lo fa.

    Il nuovo processo penale prevedeva alcuni capisaldi destinati, sulla carta, a rivoluzionare quello precedente. Una fase inziale di ricerca della prova da parte dell’accusa dalla durata massima di sei mesi e sotto il rigido controllo dell’Autorità Giudiziaria sulle indagini di Polizia prima di dare accesso alla difesa. Una seconda fase di preventiva verifica, da parte di un Giudice terzo, della effettiva necessità o meno di celebrare un processo sulla base del materiale raccolto da entrambe le parti. Una terza fase di verifica dell’effettiva fondatezza dell’accusa da parte di un Tribunale del tutto ignaro di quanto in precedenza avvenuto, previa l’acquisizione orale delle prove presentate a dibattimento dalle parti in contraddittorio in condizione di assoluta parità.

    I due successivi gradi di impugnazione invece non differivano troppo dal rito abrogato, il primo restava una rivalutazione di merito di quanto acquisito in primo grado ed il secondo un controllo di legittimità sulla sentenza ricorsa. A latere del “modello” base furono introdotte alcune significative “novità”, le tre principali erano: 1) la previsione di riti alternativi “snellenti” che introducevano incentivi in punto di pena (ma non solo) per l’imputato che rinunciava al pubblico dibattimento, 2) la rivisitazione del regime cautelare previgente per circoscrivere allo stretto necessario la limitazione della libertà di un cittadino non ancora condannato e 3) l’abolizione della vecchia formula assolutoria per “insufficienza di prove” secondo il principio che la responsabilità penale dell’imputato deve essere provata dall’accusa “al di là di ogni ragionevole dubbio” dovendo lo stesso, in caso contrario, essere assolto. La “ratio” alla base della scelta del legislatore era quella di ridurre il numero dei processi penali ai soli casi veramente meritevoli di un compiuto accertamento dibattimentale e non solo per velocizzare i tempi della giustizia ma anche per non sottoporre a lunghi, costosi e logoranti processi cittadini che magari dopo anni di sofferenze risultavano innocenti.

    A distanza di quasi 30 anni possiamo dire che di quell’idea inziale è rimasto ben poco. Le indagini “segrete” del PM si protraggono ben oltre il limite di legge, essendosi nel tempo trasformata, la prevista facoltà di chiedere al Giudice una proroga, da eccezione a regola, e l’abuso della “delega di PG” da parte dei PM ha fatto sì che le indagini si risolvano molto spesso in accertamenti di Polizia Giudiziaria cui il PM mette solo il proprio finale avallo. Nei procedimenti costruiti per lo più sull’esito di intercettazioni, di cui viene fatto largo uso e per un numero sempre maggiore di reati, l’iniziale brogliaccio di PG che ricostruisce il contenuto di mesi di ascolto finisce con l’essere il fulcro del “file” sul quale viene formulata dal PM la richiesta di provvedimenti cautelari al GIP che a sua volta li trafonde nell’Ordinanza applicativa che molto spesso diventa a sua volta il tessuto motivazionale di una Sentenza in sede di Giudizio abbreviato di altro GIP poi confermata dalla Corte d’Appello e ratificata dalla Corte di Cassazione. (altro…)

  • Le foto dei bimbi guerrieri e quelle dei piccoli profughi morti in mare

    Due foto di bambini nell’ultima storia di terrorismo islamico raccontata da un’indagine giudiziaria. C’è quella dei 4 piccoli con la tuta mimetica e il dito puntato verso il cielo, a un paradiso che non può che essere di giocattoli: minuscoli guerriglieri inconsapevoli che riempiono di orgoglio la loro mamma, Alice Brignoli, e il papà Mohamed Koraichi, da Bulciago (Lecco) alla Siria per lo Stato Islamico. “L’immagine simbolo della vita attuale di Alice, dal momento che l’ha impostata come foto del suo profilo whatsapp!”, annotano gli inquirenti nell’ordinanza di custodia cautelare a carico dei giovani sposi foreign fighters e di altri 4 presunti jihasti. Sfugge un punto esclamativo, come di  sorpresa.

    Ma c’è anche una foto sul profilo Facebook del pugile – terrorista Raim Moutaharrik, un’immagine che quasi scompare tra tutte quelle che glorificano l’esuberanza atletica del campione di kickboxing, un guerriero del ring, un ragazzo integrato, diremmo, grazie allo sport. Tanti amici italiani passano da quel profilo per lasciare le faccine col sorriso, i ‘mi piace’, gli ‘in bocca al lupo’ per le sue sfide.  Un bambino steso sulla riva del mare, un piccolo profugo, la foto che avremo potuto mettere anche noi, quanti di noi l’hanno postata in questi mesi per mettere al caldo la coscienza o per una rabbia confusa. “Io non ho più parole!!!”, scrive Raim e gli scappano tre punti esclamativi. Il senso di questa storia di bambini e di terrore è forse nei punti esclamativi: di stupore, di rabbia, di terrore.  (manuela d’alessadro)

  • Il campione di Kickboxing che voleva fare un attentato in Italia

    Combattente sì, ma solo sul ring. Così lo conoscevano i compagni con cui incrociava i guantoni. Eccolo Raim Moutaharrik, il ragazzo marocchino che per la procura di Milano era pronto ad arruolarsi nell’Isis e a compiere un attentato in Italia. Il 14 maggio aveva un impegno importante, partecipare all’ ‘XI Trofeo Città Di Seregno Boxe’ al quale sono invitati i migliori rappresentanti della kickboxing.  Sul sito dell’evento si presenta così: “Sono un metalmeccanico, un fighter determinato”. Ventisei anni, è un atleta del ‘The Jolly Stompers/ Fight club Seregno’. Nell’intervista pubblicata dagli organizzatori della competizione, spiega di avere vinto 24 gare su 28 e  invia anche un messaggio al suo avversario: ““La legge del ring premia solo una persona”, poi annuncia di voler fare “un match intelligente”.  Agli atti dell’indagine condotta dai pm Romanelli, Cajani e Pavone, c’è un “messaggio – bomba” registrato via whatsapp in cui uno sceicco, non ancora identificato, lo esorta così: “Caro fratello, ti mando il poema bomba, ascolta lo sceicco e colpisci dove sei”.  “Che Dio ti benedica Sheiko – risponde – se Dio vuole. Avranno la brutta notizia, ci vendicheremo di loro. Che Dio vi protegga e ci sarà la vostra vittoria sul popolo degli ingiusti. Se  Dio vuole da noi non vedranno altro che macellazione e uccisione, Se Dio vuole vi raggiungeremo”. Prima di immolarsi, vuole solo sistemare moglie e figli nello Stato Islamico. “Se riesco  a mettere la mia famiglia in salvo, giuro sarò io il primo ad  attaccarli (…) in questa Italia crociata, il primo ad attaccarla, giuro, giuro che l’attacco, nel Vaticano con la
    volontà di Dio”. L’unica richiesta che ti chiedo – dice Moutaharrik a un altro arrestato – è la famiglia, tu sai voglio almeno che i miei figli crescano un po’ nel paese del califfato dell’Islam”. E, forse, vuole vincere anche l’utimo incontro sul ring. (manuela d’alessandro)

    *L’intervista è stata rimossa dal sito nelle ore successive all’arresto

     

     

     

     

  • Colpì Berlusconi con la statuetta, Tartaglia è libero, “percorso positivo”

    Ricordate le foto di Doina Matei su Facebook, quelle per cui la giovane assassina e detenuta modello ha perso la semilibertà? Qualcuno aveva forse sperato in un finale analogo quando Massimo Tartaglia, l’uomo che nel 2009 ferì Silvio Berlusconi con una statuetta del duomo, partecipò a un casting per interpretare il ruolo di Babbo Natale in un centro commerciale. Era dicembre 2014. La sua storia giudiziaria, fortunatamente, non ha seguito gli umori giustizialisti della folla.

    Oggi il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha rimosso l’ultimo ostacolo alla sua libertà. Cittadino speciale, Tartaglia, ancora bisognoso di cure, ma non più pericoloso, scrive il giudice agiovanna De Rosa.

    Dopo il proscioglimento per totale vizio di mente, Tartaglia era stato sottoposto alla libertà vigilata. Con vincoli sempre meno stringenti, mano a mano che il suo percorso di riabilitazione e cura psichiatrica avanzava. Prima il permesso di uscire dal suo comune di residenza, poi dalla provincia di Milano. Pur con una serie di obblighi, tra cui quello di firma settimanale in commissariato. Due anni fa, un permesso speciale, concesso per rivedere il mare: nessuna foto su Facebook, per fortuna. Di “comportamento sempre adeguato” e “quadro positivo” parla il giudice nel suo provvedimento. Spiegando che il bisogno di proseguire le cure non va necessariamente di pari passo con la limitazione della libertà. E che la misura di sicurezza non è un vincolo penale. Non serve a scontare una pena, ma a rendere inoffensivo un soggetto potenzialmente pericoloso per gli altri. Cosa che Tartaglia non è più. Ora fa il giardiniere, tecnicamente manutentore del verde per conto di una cooperativa legata al centro psicosociale che lo segue. “Un percorso esemplare di riabilitazione, possibile solo perché seguito a 360 gradi”, commenta il suo avvocato, Daniela Insalaco. Mentre Berlusconi scivola lentamente verso i margini del potere politico, il suo aggressore è di nuovo libero. Questa volta non chiamatela giustizia a orologeria.

  • NoTav, a Torino una procura generale “de coccio”

     

    Dopo aver perso la battaglia già sei volte, quattro nel merito al Riesame e due in Cassazione, la pubblica accusa non demorde e ricorre ancora alla Suprema Corte per dire che l’attacco al cantiere di Chiomonte nella notte tra il 13 e il 14 maggio del 2013 “fu terrorismo”. Lo ha deciso per la procura generale di Torino il magistrato Francesco Saluzzo che ha ereditato il ruolo di Marcello Maddalena andato in pensione subito dopo aver perso in appello. I giudici di secondo grado infatti confermavano l’assoluzione dall’accusa di terrorismo condannando i 4 militanti NoTav solo per i reati minori.

    Per la terza volta dunque la Cassazione si dovrà occupare di quell’ormai famoso compressore bruciacchiato dalle bottiglie molotov che nel teorema Caselli, procuratore all’epoca dei fatti, era diventato una sorta di rapimento Moro del terzo millennio.

    Gli imputati e le parti civili che impugnano sentenze sfavorevoli lo fanno pagando di tasca loro, la pubblica accusa no. A pagare le spese siamo infatti noi contribuenti e questo vale anche per i ricorsi “a schiovere” come dicono a Napoli. (altro…)

  • Dall’assoluzione alla condanna per corruzione, le motivazioni della sentenza d’appello Finmeccanica

    Due settimane fa la Corte d’Appello di Milano ha detto che i vertici di Finmeccanica, gigantesca macchina di denaro e potere, hanno corrotto i funzionari pubblici indiani con una tangente da 51 milioni di euro per la fornitura di 12 elicotteri al governo di New Dehli.  Oggi vengono rese note le motivazioni della sentenza  che fanno a pezzi la ricostruzione definita “carente e lacunosa” del Tribunale di Busto Arsizio dal quale era arrivata l’assoluzione dal reato di corruzione per Giuseppe Orsi e Bruno Spagnolini, ex numeri uno di Finmeccanica e della controllata Agusta Westland. Qui leggete tutta un’altra storia rispetto al primo grado in cui i leader di una delle più importanti società italiane avrebbero “avallato” una potente corruzione attraverso intermediari e giri di fatture false così da meritarsi le condanne a 4 anni e mezzo (Orsi) e 4 anni (Spagnolini) di carcere. (m.d’a.)

    Sentenza appello Finmeccanica

  • I greci: non vi diamo i No Expo perché da noi non c’è la responsabilità collettiva

    “La responsabilità collettiva non è riconosciuta dal diritto penale greco che contempla solo la responsabilità individuale… L’accusa è di aver perpetrato delle devastazioni mentre l’unica prassi attribuita personalmente è quella di aver capovolto l’auto tipo Mercedes di seguito bruciata, accusa peraltro descritta in modo contraddittorio”. E’ uno dei passaggi della motivazione con cui la corte d’appello di Atene ha rigettato la richiesta di estradare in Italia cinque militanti antagonisti in relazione alla manifestazione del primo maggio dell’anno scorso in occasione dell’inaugurazione di Expo.

    I giudici ellenici ricordano che non esiste nel loro codice il reato di devastazione e saccheggio contestato agli indagati, “mentre per il reato di resistenza alle autorità sono necessari diversi requisiti come la violenza o la minaccia contro un ufficiale dello stato nello svolgimento dle suo servizio che però non viene attribuita nel caso specifico”.

    Nella motivazione si afferma che i fatti contestati sono puniti in Grecia con la reclusione da da 6 mesi a 5 anni, “reati minori per i quali non è previsto l’arresto prima del processo”.

    “Il ricercato – dice la corte d’appello di Atene – è stato fermato a Milano il 2 maggio 2015 senza che gli venisse fatta alcuna accusa è stato trattato come fosse indagato senza però che gli venissero riconosciuti i diritti minimi, senza che gli fosse fornito un interprete e senza il permesso di consultarsi con un avvocato”.

    Il sì all’estradizione e la consegna all’Italia violerebbe i principi costituzionali ai quali si è fatto riferimento come pure il principio della giustizia equa previsto dall’articolo 6 dell’accordo europeo sui diritti dell’uomo. Gli accusati sarebbero costretti a subire la custodia cautelare prima del processo fanno osservare i giudici greci.

    Per la corte d’appello di Atene che ha deciso di non dare esecuzone al mandato di arresto europeo l’unica soluzione è l’eventuale celebrazione di un processo in Grecia che dovrà essere valutata.

    Oggi intanto a Milano inizia il processo con rito abbreviato a carico di altri quattro partecipanti alla manifestazione del primo maggio. I rilievi critici dei giudici di Atene sul capo di imputazione potrebbero pesare soprattutto in relazione al concetto di concorso nel reato di devastazione e saccheggio che in tra l’altro in Italia prevede la condanna fino a 15 anni di reclusione, come accade solo in Russia e Albania. Insomma non ci sarebbe proporzionalità rispetto ai fatti contestati, come osserva la corte d’appello di Atene.

    (frank cimini)

    Il verdetto di Atene

     

  • I lettori lo criticano, il giudice s’arrabbia e chiede rispetto su Facebook

     

    Sopra, la notizia del ‘Piccolo’ di Trieste postata su Facebook dell’assoluzione di 18 su 22 consiglieri regionali del Friuli Venezia Giulia accusati di aver dilapidato soldi pubblici in una delle tante inchieste sparse in Italia sulle ‘spese pazze’. Sotto, la sequela di commenti inviperiti di molti lettori che non se ne fanno una ragione. “L’ennesima sentenza di un paese senza né capo né coda”. “Allora i soldi per i cittadini si possono spendere per i fatti propri, che regole ha la giustizia?” “Il più pulito ha la rogna”. All’ennesima critica, il gup di Trieste Giorgio Nicoli si ribella e gli viene voglia di spiegarla. “Non nel merito – premette – che poi ci sarà una breve motivazione”, però si lascia andare a una quarantina di righe in cui, con tono un po’ piccato, chiede rispetto.

    Il pm  aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati per peculato a pene comprese tra un anno e otto mesi e due anni e tre mesi, ma il giudice si è limitato a rinviare a giudizio solo un indagato, ad accogliere le richieste di patteggiamento di altri due e a rimandare davanti al gup la posizione di un quarto. “Ho fatto il pm per 8 anni – spiega ai lettori del social network – il pm ha il ruolo di mettere in luce le tesi che possono confermare l’accusa e la difesa deve far valere in tutti i modi la tesi dell’innocenza e il giudice è solo davanti alla scelta di cui si deve assumere la responsabilità”. Par di capire che per il gup i giornalisti debbano assumersi invece la responsabilità di rimandare una visione distorta della giustizia: “In oltre 25 anni che mi occupo con ruoli diversi di giudizi penali non ho mai visto un caso  in cui il resoconto della stampa sia corrispondente a quello in cui si è chiamati a decidere in un processo”. Sarà, ma il puntuale resoconto del ‘Piccolo’ da’ conto soltanto di chi è stato rinviato a giudizio e chi no, nulla più. Sembra invece che il giudice, ferito nell’orgoglio, si sia difeso attaccando, col classico riflesso pavloviano di qualsiasi mortale criticato su Facebook. (manuela d’alessandro)

    spese-pazze-18-assolti-e-un-rinvio-a-giudizio-1.13319154?ref=fbfpi&refresh_ce

  • Domani in aula figlio 15enne di Bossetti, bullismo in toga

    Domani  al processo per l’uccisione di Yara Gambirasio testimonierà sia pure in modo protetto e a porte chiuse il figlio 15enne dell’imputato Massimo Bossetti che all’epoca dei fatti di anni ne aveva 12. E’ un teste della difesa che la corte d’assise ha deciso di ammettere mentre la mamma non si è opposta alla deposizione.

    Si potrebbe parlare di giustizia impazzita, considerando che in questa vicenda abbiamo già assistito al deposito da parte della procura di Bergamo delle pagelle scolastiche dei figli di Bossetti. Siamo davanti a una chiarissima manifestazione di bullismo giudiziario in cui sono coinvolte tutte le parti processuali.

    Il minore testimonierà sul bravo papà che ogni sera portava a casa in regalo ai figli le figurine e con ogni probabilità su chi scaricava da internet immagini pedopornografiche. Sembra un teatro dell’assurdo ma c’è di mezzo un ragazzino la vita del quale è destinata già a essere segnata in modo indelebile dalla storia in cui è coinvolto a suo padre, comunque finisca il processo.

    Gli avvocati della difesa evidentemente non sono stati in grado di fare una valutazione un minimo assennata della loro mossa ma è sconvolgente che i giudici abbiano deciso di convocare il figlio dell’imputato. Insomma la tragedia è destinata ad allargarsi. Un ragazzino dodicenne quando tutto accadde sarà in un’aula di corte d’assise dove si parla della fine atroce di Yara, uccisa a 13 anni. E’ lo spettacolo preparato da uomini e donne (la presidente della corte d’assise è una femmina) di legge per una giustizia che si delegittima da sola e sulla quale sembra che nessuno degli addetti ai lavori abbia qualcosa di critico da dire o da far rilevare.

    Il libero convincimento dei giudici si dirà. Ma si tratta di un argomento che appare risibile e che in passato è già servito a coprire le peggiori nefandezze. La deposizione di domani finirà per fare del male a tutti, specialmente al minorenne e con ogni probabilità si rivelerà inutile ai fini del decidere. (frank cimini)

     

  • Greco avanti, ma Nobili non è molto lontano: gara apertissima per la Procura

    E’ apertissima la gara per la Procura di Milano dopo che oggi la quinta commissione del Csm ha proposto i nomi dei candidati alla successione di Bruti Liberati: il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco ha ottenuto tre voti (due da consiglieri di Area, uno da Sel); una preferenza, del togato di Mi, è andata al pm milanese Alberto Nobili e un’altra, quella della consigliera laica del Pdl, a Giovanni Melillo, capo di gabinetto del Ministro Orlando. Si è astenuto il togato di Unicost e proprio da questa non scelta bisogna partire per provare a immaginare quello che accadrà nel plenum.

    Unicost sembra più che mai decisiva, i cinque voti a sua disposizione possono cambiare l’esito della partita. Cosa ha voluto comunicare con la sua astensione il togato Massimo Forciniti? A quanto apprendiamo, la corrente è spaccata: da una parte Luca Palamara insisterebbe per Greco, scelta non gradita ad altri che invece punterebbero su Nobili.

    Greco è il candidato di Area, che ha un pacchetto di 7 voti tra i togati ed è corrente alla quale sarebbe vicino anche Melillo che oggi però è stata proposto dall’incertissima, fino all’ultimo, laica di centrodestra Elisabetta Casellati. Pare che il suo voto sia stato ispirato dal Presidente della Cassazione Giovanni Canzio al quale risulterebbe indigesta la nomina del capo del pool economico milanese. L’obbiettivo: sparigliare le carte, non far andare Greco contro Nobili allo scontro finale perché in un ‘uno contro uno’ avrebbe prevalso con molta facilità il primo.

    Nobili conta sui tre voti di Magistratura Indipendente e, oltre che sperare di ottenere le preferenze di Unicost, deve cercare consensi tra i laici. Stando a quanto riportato dal Sole24ore, la battuta che sta circolando in queste ore a Palazzo dei Marescialli è: “Davigo alla testa dell’Anm e Greco della Procura di Milano è troppo. Mani Pulite non può prendersi tutto”. Tuttavia, il procuratore aggiunto è molto gradito da Matteo Renzi e, almeno fino al voto della Casellato, sembrava godere anche delle simpatie di Silvio Berlusconi.  Area propone Greco ma, se la situazione dovesse pendere a favore di Nobili, a un certo punto potrebbe cambiare cavallo, buttandosi su Melillo. Finora il capo di gabinetto è stato considerato troppo ‘politico’, dimenticando che negli ultimi anni, con la gestione di Bruti,  la Procura di Milano è stata di fatto guidata da Quirinale e Palazzo Chigi. (manuela d’alessandro)

  • Perdere la libertà per un sorriso su Fb, la killer dell’ombrello punita dalla giustizia morale

    L’avvocato Nino Marazzita conferma lo scoop del ‘Corriere’ al telefono: “Sì, è andata proprio così. Le hanno tolto la semilibertà solo perché ha pubblicato una foto in costume al mare sul profilo Facebook”. Nessun divieto specifico del giudice della Sorveglianza a utilizzare i social o ad allontanarsi dal luogo di residenza. E allora, cos’è passato nella testa del giudice che ha revocato a Doina Matei  la misura alternativa al carcere conquistata con la buona condotta dopo otto anni, la metà della pena per avere ucciso una ragazza colpendola con la punta dell’ombrello nella metropolitana di Roma?

    Forse per la rumena di 21 anni era previsto il divieto a sorridere finché non finisce di scontare la condanna per omicidio preterintenzionale.  Ma questa è una prescrizione che può essere scritta solo nel codice della giustizia a furor di popolo, non in quello di uno stato di diritto.

    Immaginiamo il magistrato sfogliare due giorni fa ‘Il Messaggero’, autore della pubblicazione delle foto di Doina Matei, che aveva deciso di sfuttare un permesso godendosi il primo mare al Lido di Venezia. Ce lo figuriamo travolto dall’indignazione che scorre sui social, al bar. E oppresso dalla sua stessa indignazione di uomo per quella felicità che rinasce e seppellisce ancora una volta il dolore di una famiglia.

    Ex baby prostituta, Doina Matei aveva chiesto scusa ai genitori di Vanessa Russo, uccisa da un ombrello dopo una lite in metropolitana:”Ho invocato il perdono, non ho avuto risposta. Tocca a me ora piegarmi a quel silenzio”. In quel silenzio non doveva sorridere, ecco la sua colpa estrema. (manuela d’alessandro)

    *In serata, il Ministro Orlando ha spiegato che la concessione della semilibertà era condizionata a un utilizzo limitato del telefono cellulare ed è stata revocata perché l’accesso a Fb consente “di intrattenere rapporti con un numero illimitato di soggetti”. Ribatte l’avvocato Marazzita: “La mia assistita è stata ligia alle prescrizioni che, peraltro, non contemplavano alcun divieto esplicito per i social. Si è limitata a qualche foto postata durante un permesso premio di tre ore. Ne discuteremo in aula e sono certo che la spunteremo”.

    *Il 5 maggio il Tribunale di Venezia ha riammesso Doina Matei alla semilibertà stabilendo da questo momento il divieto dell’utilizzo dei social network.

  • Di Martino e le carriere frenate dei pm che indagarono su Di Pietro

    Per protestare contro le correnti, i veti e i controveti dentro la magistratura va in pensione il  pm Roberto Di Martino che rappresenta l’accusa al processo per la presunta frode sportiva del ct Antonio Conte. Ma i “guai” di Di Martino che si è visto rigettare dal Csm sia la richiesta di fare il capo della procura di Bergamo sia quella di diventare avvocato generale dello Stato a Brescia non derivano dal pallone. Bisogna tornare indietro di una ventina di anni quando a Brescia Di Martino indagò su Di Pietro per corruzione in atti giudiziari, il famoso caso di Chicchi Pacini Battaglia, l’uomo entrato e uscito come una meteora da Mani pulite, per ricordare le parole dell’avvocato Giuliano Spazzali nel teleprocesso a Cusani.

    A coordinare l’indagine sul magistrato simbolo della falsa rivoluzione di Mani pulite c’erano con Di Martino, Fabio Salamone, Francesco Piantoni e Silvio Bonfigli. Salamone si era candidato per la procura di Bergamo. Il Csm ha detto di no. Piantoni aveva chiesto di diventare procuratore aggiunto e non ce l’ha fatta. Bonfigli, confinato in procura generale a Brescia dopo anni di “esilio” in organismi internazionali, per sua fortuna non aveva chiesto nulla. E si è risparmiato un niet, perché quell’inchiesta che vedeva il buio dove tutti vedevano la luce con la notte che era scura davvero pesa ancora. Chi tocca i fili muore. Non si poteva mettere in discussione Mani pulite e infatti gli ineffabili gip  bresciani si adeguarono alla ragion di Stato, esemplificata da un comunicato dell’Anm che ai tempi per la prima volta nella sua storia difese l’indagato e non i pm. Ovviamente fu anche l’ultima.

    La magistratura non perdona chi canta fuori dal coro. Di Pietro viveva a scrocco degli inquisiti del suo ufficio tra prestiti a babbo morto, telefonini, Mercedes e appartamenti, ma fu prosciolto. La categoria così difese sé stessa, la sua immagine.

    Una sorta di legge dell’omertà, che sta nel dna del Csm, come dimostra la recente soluzione della guerra interna alla procura di Milano, dove ha pagato solo l’anello debole Afredo Robledo trasferito a Torino, mentre non ha pagato dazio il capo Bruti Liberati che “dimenticò” per 6 mesi in un cassetto il fascicolo Sea e che dal 16 novembre è tranquillamente in pensione.

    Tra meno di un anno ci sarà il 25esimo compleanno di Mani pulite. L’unica celebrazione seria sarebbe quella di mettere al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano una targa con le parole intercettate di Pacini Battaglia: “Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato”. Parole che furono considerate millanterie dai giudici. In un paese in cui si celebrano processi per molto meno, e a ripetizione persino per un pelo di quella lana. Infatti siamo già praticamente al Ruby quater. Quasi come il caso Moro, insomma.  (frank cimini)

     

  • Davigo numero uno dell’Anm, la favola del magistrato inflessibile

    C’è un manuale Cencelli dei magistrati e ha detto che Piercamillo Davigo sarà il numero uno dell’Anm per un anno. Una sorta di contratto a termine con incarico a rotazione per i leader di altre correnti, in modo da non scontentare nessun gruppo e accontentare tutti o quasi tutti. Si considerano i migliori, dicono peste e corna dei politici ma in realtà non vedono l’ora di emularli. I politici almeno sono stati eletti formalmente (in realtà nominati dai vertici dei partiti), le toghe invece hanno solo vinto un concorso.

    Comunque sia da un po’ di giorni ci stiamo sorbendo articolesse, editoriali, pezzi di tg in cui si racconta di un magistrato inflessibile, la solita favola trita e ritrita di quello che non guarda in faccia a nessuno. Il merito è tutto di Mani pulite, la più grande presa per i fondelli della storia giudiziaria, dove ci furono mille pesi e mille misure ma che godeva di buona stampa (eufemismo) perchè gli editori a causa delle loro attività imprenditoriali erano tutti sotto schiaffo del mitico pool.

    Per cui Davigo, per il quale non esistono innocenti ma solo colpevoli non ancora scoperti, fu protagonista di una stagione in cui lo stato di diritto, già falcidiato dal modo in cui la magistratura su delega della politica aveva risolto il problema della sovversione interna, finì in soffitta. Le toghe stavano incassando il credito acquisito durante i cosiddetti anni di piombo a scapito di una politica che da allora ha fatto fatica a riprendersi.

    Davigo, tanto per ricordarne una, davanti al fascicolo sul generale Ganzer indagato per traffico di droga si inventò letteralmente la competenza di Bologna, insieme a Ilda Boccassini, altro pm la cui fama va oltre tutte le galassie. La Cassazione si mise a ridere e rimandò l’inchiesta a Milano.

    L’Anm mette in mostra (a termine) Davigo, ma lo scontro con la politica è cambiato. La magistratura nei comportamenti, al di là delle parole, non è unita, fa fatica a compattarsi. Ci sono inchieste che non si fanno, da Expo agli appalti dell’alta velocità, ci sono fascicoli (Sea)  che spariscono nei cassetti e ricompaiono quando indagare è ormai impossibile. Una parte delle toghe subisce il fascino della politica molto più che in passato. E allora va bene pure il manuale Cencelli al fine di spartirsi il potere (frank cimini)

  • Così Tarfusser voleva cambiare la Procura di Milano, ma il Csm lo ha escluso

    “Prenderò di petto personalismi, invidie e gelosie”: questo era il programma che Cuno Tarfusser, già procuratore della Repubblica di Bolzano e oggi in servizio al tribunale internazionale dell’Aja, aveva sottoposto al Consiglio superiore della magistratura per sostenere la propria candidatura alla guida della Procura della Repubblica di Milano. Tarfusser non sembra destinato a entrare nel cerchio ristretto dei papabili: tanto che, come scrive oggi il Corriere della Sera, il Csm non lo ha nemmeno invitato alle audizioni che si sono tenute la settimana scorsa per dare modo agli aspiranti di illustrare il proprio programma. *
    Dalla lettura del programma di Tarfusser si intuiscono le ragioni che lo hanno tagliato fuori dalla corsa a raccogliere l’eredità di Edmondo Bruti Liberati. Innanzitutto la stringatezza del documento, considerata in ambienti del Csm eccessiva, ai limiti della povertà espositiva e di contenuti. Ma anche, forse, la presa di posizione assai esplicita sulle recenti vicissitudini della Procura milanese che Tarfusser indica senza eufemismi e a cui promette di porre fine in modo che è stato considerato un po’ brusco.
    Nel documento, dopo una serie di considerazioni piuttosto generiche sulla complessità organizzativa di un ufficio come la Procura di Milano e di auto-attestazioni sulla propria capacità di gestirlo al meglio, Tarfusser (su carta intestata del tribunale dell’Aja) scrive: “se sono indiscutibili le qualità professionali delle donne e degli uomini che rappresentano la magistratura requirente milanese, altrettanto innegabili sono le questioni e le problematiche, diciamo così, interpersonali e interdisciplinari. Considero assolutamente prioritario, quindi, per il nuovo Procuratore della Repubblica affrontare di petto questo problema. In una Procura della Repubblica deve esistere una vivace dialettica, un continuo e aperto scambio di idee e di informazioni, ma non ci può essere posto per personalismi, invidie, gelosie”. E annuncia che se diventerà il Procuratore sarà un capo “decisionista”, all’insegna del motto  “ubi comoda ibi incomoda”. Tradotto: visto che poi le rogne sono mie, è giusto che sia io a decidere. Anche questo, probabilmente, non ha aiutato la sua corsa verso la Procura milanese. (orsola golgi)

    * In serata è arrivata la notizia che il Consiglio ha cercato di porre rimedio alla gaffe invitando in extremis il collega altoatesino a presentarsi in piazza Indipendenza tra martedì e mercoledì prossimo.

    Il programma di Tarfusser

     

  • Vola la pagina Facebook dove sfilano gli orrori della moda nei Tribunali

     

    Quasi diecimila fan su Facebook, tantissimi avvocati e magistrati, gente che va e viene dal variegato modo della giustizia. “Avvochic & choc, ovvero la moda nei tribunali” è il rifugio goliardico preferito da chi bazzica i Tribunali, una strepitosa vetrina  dei costumi della giustizia, lo specchio bizzarro di chi siamo.  Dietro c’è un gruppo di avvocati napoletani che ama ridere. “Il 18 giugno compiamo un anno – racconta al telefono il penalista Claudio Di Meglio – l’idea della pagina è stata del collega Agostino La Rana, appassionato osservatore di abbigliamenti.  Accettiamo le iscrizioni solo di chi in qualche modo è legato al mondo della giustizia. Tutti gli iscritti possono mandare le foto che immortalano le mise più curiose”. Bisogna solo rispettare le regole tassative di non mostrare il volto o altri dettagli che possano rendere riconoscibile il modello/a e indicare l’ufficio giudiziario in cui ha sfilato il fotografato.

    Chiediamo a Claudio una hit delle immagini più spassose. “L’anno scorso a Napoli venne imposto il divieto per gli avvocati di entrare in bermuda. E allora tanti miei colleghi prima di entrare in Tribunale andavano a comprarsi dei leggins da mettere sotto il calzoni corti, con effetti esilaranti. Ma arriva di tutto, da tutta Italia: avvocati con le croques, donne ottantenni in carne che fanno intravvedere la lingerie, testimoni con gli zoccoli, gente in abiti tigrati. Ogni settimana, sulla base dei ‘mi piace’, eleggiamo la più bella della settimana”.

    C’è qualcuno degli iscritti che ama guardare senza partecipare: “Sono i magistrati che non scattano foto ma ci dimostrano grande autoironia e spirito critico verso la loro categoria. Qualcuno dei fotografati invece non gradisce e si lamenta per essere finito nell’obbiettivo. Ma noi siamo qui per divertirci, senza voler criticare nessuno e neppure abbiamo intenzione di guadagnare sulla popolarità della pagina. Però un sogno ce l’abbiamo: organizzare un corso di formazione sul dress code per chi entra in un Palazzo di Giustizia”. (manuela d’alessandro)

  • In 2 anni quadruplicate le domande degli aspiranti rifugiati, Tribunale in crisi

    Ci sono cifre che erompono dal Bilancio di Responsabilità Sociale del Tribunale di Milano presentato oggi nell’aula magna del Palazzo di Giustizia.  Riguardano il numero di stranieri che chiedono la qualifica di rifugiato. Un pezzetto del loro percorso di dolore e speranza passa dai giudici civili, competenti a valutare i ricorsi contro il diniego di concedere lo status da parte della comissione territoriale della Prefettura. Il lavoro di quest’ultima, si legge nel documento, “è aumentato in maniera esponenziale negli ultimi anni con conseguente immediato riflesso sul numero dei ricorsi proposti a seguito dei provvedimenti di diniego: 636 i ricorsi iscritti nel 2014, 1679 nel 2015 (fino a  tutto settembre 2015 sono stati 715, nei mesi di ottobre e dicembre i ricorsi sono aumentati a 964), con ulteriore tendenza all’aumento nel 2016 (in gennaio e febbraio il numero dei ricorsi è stato di 807, con una proiezione per il 2016 di oltre 4000 ricorsi)”. Nel giro di 2 anni, si sono più che quadruplicati. La spiegazione sembra facile: le istanze si impennano in concomitanza con la crisi siriana  e la chiusura delle frontiere da parte dei paesi del’Est Europa.

    Una situazione definita “critica” a livello giurisizionale nel Bilancio anche se sono arrivati dei rinforzi per far fronte all’emergenza e “dare una risposta alla domanda di protezione in tempi ragionevoli”: l’applicazione alla sezione prima civile, competente per tale materia, di ulteriori 9 giudici ordinari e 6 onorari e l’applicazione di un giudice extragiudiziale, a fronte dei 3 richiesti dalla Presidenza del Tribunale, per i prossimi 18 mesi”. Basterà?

    (manuela d’alessandro)

  • Il pm Gobbis stravince la gara dei voti per il consiglio giudiziario, voglia di nuovo in Procura?

    Alessandro Gobbis di Magistratura Indipendente, unico a sfondare il muro dei cento voti, stravince a sorpresa la gara delle preferenze nelle elezioni al consiglio giudiziario del distretto milanese. Assieme a lui, scelto da 136 votanti, entrano nel ‘piccolo Csm’ locale, i pm Donata Costa di Area (96), Alessandra Cerreti di Unicost (95) ed Eugenio Fusco, sempre di Area (86). A sopresa perché era il pm con meno anzianità di servizio in gara, per questo anche candidato al ruolo clou di segretario destinato di solito al più giovane eletto, e si è dedicato all’avventura politica solo negli ultimi mesi. Voglia di novità in una Procura monopolizzata per tradizione da Md cui apparteneva il procuratore uscente, Edmondo Bruti Libeati, e che vorrebbe piazzare anche il nuovo, Francesco Greco? Tra i grandi sconfitti, il pm del pool reati economici Adriano Scudieri, figura molto attiva in Md.

    Certo, a dar conto dei commenti nei corridoi della Procura, nessuno accreditava un simile exploit di preferenze al magistrato 48enne di origini venete, ex carabiniere dal carattere esuberante, titolare anche dell’indagine sull’attacco informatico ad Hacking Team. Magistratura Indipendente, considerata corrente di destra, si aggiudica anche la gara delle preferenze tra i giudici, conquistando le prime tre posizioni col pavese Andrea Balba, Anna Introini (presidente del Tribunale di Como) e Nicola Di Leo (giudice del lavoro a Milano).

    Tra le liste, resta il predominio di Area, in lieve flessione Unicost, mentre lievita  Magistatura indipendente nonostante la scissione della deludente, con solo un centianio di voti, Autonomia e Indipendenza,  creata dall’ex Mani Pulite Piercamillo Davigo. Martedì dovrebbe insediarsi il nuovo consiglio giudiziario che raccoglie l’eredità di quello diventato protagonista a Milano negli ultimi anni con interventi decisivi nella ‘guerra’ in Procura tra Bruti Liberati e Alfredo Robledo. (manuela d’alessandro)

  • Detenuto si ferisce con una lametta in aula, tre domande

     

    I fatti. Il ragazzo, cinese, classe 1989, ascolta la sentenza di condanna in appello a 6 anni nella gabbia riservata ai detenuti, ha una crisi di nervi, si taglia con una lametta da barba collo e polsi. Esce un po’ di sangue. Intervengono gli agenti della polizia penitenziaria per calmarlo e chiamano un’ambulanza. Viene portato in codice giallo all’ospedale Fatebenefratelli dove lo ricoverano. Nulla di grave, ma neanche proprio un graffietto.

    E le domande.

    1) Come ha fatto l’imputato a uscire dal carcere e portare con sé una lametta da barba in Tribunale? “E’ un ragazzo che ha dei problemi – spiega il suo avvocato Mauro Straini – ha solo 25 anni e 5 li ha trascorsi in carcere  per reati di droga. E’ un piccolo spacciatore, il suo ruolo nelle indagini è stato sovradimensionato. L’idea di farsi altri anni in prigione lo ha fatto crollare”.

    2) Perché non si è atteso l’arrivo dei soccorsi nell’aula della quinta sezione d’appello e si è trasportato subito il detenuto nelle camere di sicurezza del Palazzo di Giustizia, rischiando di aggravare (in teoria) le sue condizioni?

    3) Dal momento in cui l’ambulanza è arrivata, poco prima delle 12, a quando il giovane cinese è stato messo sulla lettiga sono trascorsi più di dieci minuti perché i soccoritori non riuscivano a trovare le camere di sicurezza, infilate in un cunicolo del cortile dopo un percorso da giramento di testa. “Dove sono le camere si sicurezza?”, hanno chiesto a chiunque incontravano gli uomini e donne in tuta arancione, smarriti.  Nessuno degli addetti ai lavori  è stato in grado o ha avuto la pazienza di indicarglielo. Lo hanno fatto dei giornalisti, che erano lì perché incuriositi dalla loro presenza.  Si ripropone il problema di come orientarsi in Tribunale. In teoria, i famosi fondi Expo per la giustizia, quelli impiegati per esempio nei monitor spenti da due anni che adornano tutto il Tribunale, sarebbero dovuti servire anche per la segnaletica. (manuela d’alessandro)