Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Settembre 2016

  • L’avvocato Diodà ‘zittisce’ Scola e Canzio: “Non c’è misericordia in questa giustizia”

     

    “Parlate della misericordia ma io vedo solo la cultura della sanzione”. L’avvocato Nerio Diodà irrompe dal “fronte”, come lui stesso lo definisce, a spezzare  l’aura di pace che gli interventi del presidente della Cassazione Giovanni Canzio, del capo della Sorveglianza Giovanna Di Rosa e dell’arcivescovo Angelo Scola hanno creato al convegno organizzato in aula magna  dall’associazione Laf (Libera associazione forense)  sul tema ‘Diritto, giustizia e misericordia’.

    Alle raffinate enunciazioni di principio degli alti oratori, Diodà oppone parole stridule. “Io sto nell”ospedale da campo’, condiviamo i grandi principi ma dal fronte i segnali che arrivano sono faticosi e difficilmente rimovibili. Cosa c’entra la misericordia col mestiere di avvocato? Apparentemente c’entra poco  anche se nella storia della nostra professione ci sono molte cose più nobili di quelle che la comunicazione diffonde. Dal fronte vedo che molte volte la vera pena sono il processo, la custodia cautelare e la comunicazione mediatica. Lo dico con molta fatica, ma sono fatti veri che non riguardano solo i poveri ma anche i ‘colletti bianchi’, che io spesso difendo, nella stessa misura”.

    “La custodia cautelare – argomenta il legale protagonista di tanti, importanti  processi – è spesso o quasi sempre un meccanismo perverso per cui la vita di una persona che subisce il carcere spesso è devastata e poi si apre un periodo indefinito che forse porta alla Cassazione dopo anni in cui la pena ha logorato pressoché totalmente la persona”. Sulla misericordia, concetto evocato dagli altri oratori come elemento integrante di una buona giustizia,  Diodà spegne ogni illusione. “Non c’è neppure il presupposto per parlarne. La giustizia non funziona non perché gli avvocati presentano eccezioni sui timbri ma per le ragioni che ho spiegato. Ho un grandisssimo rispetto per i giudici dell’esecuzione ma finché si farà il discorso della sanzione pari al bene leso e non ci sarà un nuovo umanesimo seguendo la via della giustizia riparativa non si cambierà. Il nostro compito è diventare ‘facilitatori’ nell’interpretare la legge come strumento di modifica profonda della persona”. (manuela d’alessandro)

     

  • Auguri Cavaliere, non avremo mai più un imputato così divertente

     

    Auguri Cavaliere (per noi lo sei sempre), auguri sentiti e sinceri. La cronaca giudiziaria un “cliente” come te l’avrà mai più. Udienza dopo udienza passarono 22 anni e non è ancora finita. A Milano e altrove causa spezzettamento per ragioni di competenza c’è il Ruby-ter mentre s’annuncia un Ruby-quater. Ecco, presidente Berlusconi basta questo dato: per un pelo di quella lana siamo a quattro processi, un record mondiale.

    Ci hai fatto scrivere tanto e scriveremo ancora, ci hai fatto divertire. Anche noi siamo tra i beneficiati della tua discesa in campo. In un certo senso, ovvio. E non siamo i soli. Lo diciamo a te che hai portato in parlamento e al governo personaggi assolutamente improbabili, che senza Berlusconi avrebbero fatto fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. Non solo gli amici o presunti tali. Pure ai nemici o presunti tali hai fatto del bene. Il ‘Manette Daily’ con Berlusconi a palazzo Chigi sfondava il muro delle centomila copie, adesso dati ufficiali ma verosimilmente drogati come quelli di tutte le gazzette lo mettono a 38 mila copie. Se è vero che quei manettari in servizio permanente effettivo attaccano tutti è anche vero che i mal di pancia provocati da te al potere restano unici.

    Presidente del consiglio o quando andava male capo dell’opposizione, 6 tv, banche, assicurazioni, giornali, il Milan che vinceva tutto e un mare di donne, la causa dicono degli ultimi guai. O meglio parte di quel 20 per cento di processi infondati, una piccola parte che però ha inficiato tutta l’azione della magistratura. Del resto sei l’unico grande imprenditore sul quale hanno indagato a fondo nell’ambito di un’operazione senza pari nel mondo civile. Altri tuoi colleghi sono stati miracolati, anche raccontando a verbale ‘nu cuofano e fesserie.

    Noi abbiamo seguito e registrato tutto. La consapevolezza è che un altro imputato così non ci sarà, non ci potrà essere. Adesso buona parte della magistratura fa carriera e acquisisce potere soprattutto non facendo le indagini che dovrebbe fare. Una volta era il contrario, anche se le moratorie qui e lì, i due pesi e due misure ci sono sempre stati. Caro Cavaliere, l’augurio è di goderti gli 80 anni e pure quelli che verranno. E’ stato bello, ma si tratta di un tempo irripetibile. Auguri ancora.

    (frank cimini)

  • Ecco le motivazioni alla condanna di Bossetti, “uccise perché Yara lo respinse”

    Ecco perché la corte d’assise di Bergamo ha condannato Massimo Bossetti all’ergastolo ritenendolo colpevole dell’omicidio della piccola ginnasta Yara Ganbirasio, uccisa il 26 novembre 2010 con più colpi sferrati con un’arma sconosciuta, e abbandonata in un campo di Chignolo d’Isola. In sostanza, a provare la sua colpevolezza è “il rinvenimento del profilo genetico di Bossetti” sul corpo della vittima, “un dato privo di qualsiasi ambiguità e insuscettibile di lettura alternativa”. Tutto il resto ruota attorno a questo nucleo di certezza: dall’assenza dell’alibi (“quella sera rientrò a casa più tardi del solito e neppure nell’immediato, non solo a 4 anni di distanza, disse alla moglie cosa aveva fatto”) al movente (“”un contesto di avances sessuali verosimilmente respinte  dalla ragazza”). Per il legale Michele Salvagni, che presenterà ricorso, queste motivazioni sono frutto di “un appiattimento acritico dei giudici sulle tesi dell’accusa” e la corte “con un proprio film assolutamente disancorato da ogni risultanza processuale ha descritto un movente di tipo sessuale”. (m.d’a.)

    Le motivazioni alla condanna di Bossetti

  • Il crollo finale dell’inchiesta sul Sistema Sesto, assolti gli ultimi 2 imputati

    E adesso è proprio finita. L”utopia’ investigativa sul Sistema Sesto, il guazzabuglio di malaffare ipotizzato dalla Procura di Monza 6 anni fa, si stempera in un pomeriggio d’autunno dove al giudice basta una camera di consiglio di 5 minuti per dire che è finita.

    L’architetto Renato Sarno e l’imprenditore Roberto De Santis escono con un’assoluzione ‘perché il fatto non sussiste‘ dall’ultimo processo figlio dell’indagine che travolse Filippo Penati. Erano accusati di finanziamento illecito ai partiti per 368mila euro perché attraverso l’associazione ‘Fare Metropoli’ avrebbero occultato somme destinate all’ex presidente della Provincia per le campagne elettorali del 2009 e del 2010.

    Un’assoluzione scontata, chiesta anche dal viceprocuratore onorario che ha avuto la sventura di rappresentare l’accusa in questo processo mandato a Milano per competenza territoriale. “Non è emerso nessun elemento idoneo a sostenere l’accusa”, ha detto sconsolato durante la requisitoria. Considerazioni che rimandano alla sentenza con la quale il Tribunale di Monza aveva assolto (in parte prescritto) Penati e altri 10 a dicembre. “Il finaziamento ricevuto dall’associazione fu certamente legittimo”, era scritto nelle motivazioni a quel verdetto, anche alla luce  dei documenti “evidententemente sfuggiti sia alla Guardia di Finanza che ai pm”.

    Titoli di coda sull’avvocato Giuseppe Fornari, legale di De Santis. “Crolla così l’intero impianto accusatorio sul Sistema Sesto. Questo processo non doveva nemmeno inziare: gli stessi elementi che aveva oggi il Tribunale li aveva già il giudice per l’udienza preliminare tanti anni fa”.

    (manuela d’alessandro)

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  • “Un film per aiutare i giovani a non finire come noi”, gli ergastolani senza scampo alla prima a Opera di ‘Spes contra Spem’

    “Noi abbiamo deciso. Con questo film, vogliamo aiutare i giovani ad avere la possibilità di scegliere che non abbiamo avuto.  Direttore, se qualcuno è uscito dalla sala non ce ne frega niente. Noi andiamo avanti!”.

    Orazio, Gaetano: dal palco del carcere di Opera scolpiscono la loro scelta libera di ergastolani ostativi. E a quella scelta mettono le ali, la fanno volare alta, lontana da quei (pochi) colleghi detenuti che hanno lasciato la platea prima che finisse la proiezione di ‘Spes contra Spem’.

    Esiste testimonianza più tersa della riuscita di un percorso rieducativo? Ma alla legge non basta perché per sgretolare le sbarre dell’ergastolo eterno viene richiesta la ‘collaborazione’ dei detenuti. Salvatore, Gaetano e tutti gli altri protagonisti del docufilm ‘Spes contra Spem – Liberi dentro’ firmato da Ambrogio Crespi in prima visione a Opera dopo la presentazione al festival di Venezia, devono sfiorire in cella per sempre.

    Eppure,  qualcosa brilla, un vento nuovo attraversa questa sala tenebrosa dove scorrono i racconti di uomini ancora giovani, rinchiusi da 20,30 anni per omicidi di criminalità organizzata. Il tempo sembra essere maturo per raccogliere la speranza. Nel film e poi sul palco i detenuti si svelano con la capacità introspettiva di chi ha ricamato pensieri sottili in decenni di solitudine. “Sono in carcere da 22 anni, mi manca quel giovane estasiato nei profumi della notte siciliana”. “Ho fatto 21 anni di 41 bis, le celle lisce. Ai processi si possono dire bugie, ma il mio tribunale interiore non perdona. Alle famiglie di chi è stato ammazzato dico: non aggiungete altro dolore con altri morti”. “Ieri, 21 settembre (anniversario della morte del ‘giudice ragazzino, ndr), ho scritto una lettera pensando a Rosario Livatino. Non mi rendevo conto che stava lavorando per me. Riposi in pace”. “Mia figlia l’ho chiamata Speranza, per 24 anni siamo stati staccati, ora è la cosa più importante che ho”.

    La speranza sta per bucare le mura perché nel docufilm e nel dibattito alcune istituzioni la incitano.  Le guardie penitenziarie e i loro comandanti spiegano che “le persone cambiano in carcere”.  Il neo presidente del tribunale di sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa, si rivolge agli ‘attori’: “Grazie, avete fatto delle riflessioni che ci insegnano a fare bene il nostro mestiere. Lo Stato ci ha tolto la possibilità di decidere nel merito se uno deve stare in carcere, dobbiamo farlo in base a calcoli asettici. Spero che venga ridata ai magistrati la possibilità di usare il libero convincimento”. Gli avvocati applaudono, tanti tra i presenti hanno contribuito a questo film e lottano per cambiare la legge.

    Tutti, a cominciare dai radicali Sergio D’Elia e Rita Bernardini, ricordano Marco Pannella che il motto ‘Spes contra Spem’ l’aveva praticato. “E’ il mio angelo custode, è vivo”, assicura Ambrogio Crespi, 200 giorni in carcere e ancora a processo per una storia di presunta ‘ndrangheta. “Questo film all’inizio non lo volevo fare, non riuscivo a tirare fuori un messaggio che potesse uscire da queste mura”. E poi com’è andata lo spiega il direttore di Opera, Giacinto Siciliano: “Ne abbiamo parlato a un congresso radicale, abbiamo scelto di fare le interviste agli ergastolani a ruota libera, nessun copione, c’era solo l’idea”.

    Il direttore non è turbato dai pochi che hanno lasciato la sala. Gli importa degli altri, li chiama per nome tra il pubblico, anche quell’ergastolano che un giorno gli chiese di poter possedere un pelouche per 24 ore in cella, di più non si può per regolamento penitenziario, “perché non ne aveva mai avuto uno”

    Il film è richiesto da tribunali, carceri e cinema di tutta Italia, anche nelle terre da dove provengono i suoi ‘attori. Lì Orazio, Gaetano e gli altri calano la loro speranza. “Per noi sarebbe una vittoria solo dare ai giovani la possibilità di riflettere. Se poi evitiamo che cadano nella devianza, saranno liberi anche per noi che non abbiamo potuto scegliere”. (manuela d’alessandro)

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  • “Favori in cambio del condizionatore”, così cade il poliziotto di Mani Pulite che bussò a Craxi

     

    Fu lui da capo della Digos a suonare il campanello di casa Craxi nel 1993 per consegnargli il divieto di espatrio su ordine di Antonio Di Pietro. ‘Benedetto’ da Mani Pulite ebbe la sua stella al merito, la carica di assessore alla sicurezza nella giunta Albertini, e poi una carriera scorrevole da buon funzionario dello Stato.

    Ora è notte profonda per l’ex questore di Bergamo Fortunato ‘Dino’ Finolli. Il gip gli ha risparmiato l’arresto ma le carte dell’inchiesta sul crac della società Maxwork spa  che ha portato ieri all’arresto dell’imprenditore Giovanni Cottone lo massacrano.

    Secondo la Procura della ‘città dei mille’, l’ex questore, che già a causa dei primi sviluppi di questa indagine aveva dovuto lasciare l’incarico,  avrebbe ricevuto da Cottone doni e promesse in cambio del suo impegno a risolvergli piccole grane burocratiche e a girargli qualche ‘soffiata’ sulle indagini che lo riguardavano.

    Viaggi e due bracciali d’oro per un totale di oltre 5000 euro di valore,  per lui e per la moglie. L’i-phone 6 per la figlia. Soggiorni sul mare ligure di Arenzano. E perfino un “impianto di condizionamento composto da split e unità esterna per gli uffici della questura”. Aria fresca ‘pagata’ dall’allora questore con l’impegno a far ottenere a Cottone “il porto d’armi per uso a difesa personale”, la cittadinanza alla sua fidanzata brasiliana e “l’aggiornamento di alcune segnalazioni arrivate in baca dati”. Peculato, corruzione e istigazione alla corruzione. Tutti reati per i quali una volta Finolli suonava alle porte altrui. (manuela d’alessandro)

  • Il procuratore Greco, ok a togliere all’imputato il diritto di mentire

    “Non ho nulla in contrario che si tolga all’imputato il diritto di mentire, che è una cosa molto particolare che abbiamo in Italia”. Alla presentazione in aula magna del libro ‘Estetica della giustizia’ firmato dall’avvocato Ennio Amodio, il procuratore capo Francesco Greco prende posizione sulla possibilità di eliminare una delle garanzie difensive previste nel nostro ordinamento.

    Greco guarda agli Stati Uniti, patria dell’obbligo di essere onesti,  ma solo a metà. “Nei film americani emerge come figura fondamentale quella dell’avvocato perché i diritti non vengono tutelati dalla magistratura. In Italia è diverso: abbiamo un pubblico ministero indipendente che non viene eletto né controllato e si pone nell’immaginario come tutore vero, poi che lo sia o meno è un altro discorso Il pm svolge la funzione che negli Usa ha un avvocato”. Che non vada proprio così lo dimostrano la politicizzazione del Csm, ormai lampante anche a molte toghe, e l’ormai celebre ringraziamento di Matteo Renzi alla Procura milanese per la “sensibilità istituzionale” dimostrata a proposito delle non indagini su Expo.

    Ma sulla carta per Greco dobbiamo essere orgogliosi del nostro sistema. “Nel confrontarci col resto del mondo e ragionare sui concetti di garantismo e giustizialismo, dobbiamo chiederci: l’obbligatorietà dell’azione penale e l’autonomia della magistratura sono valori positivi o negativi? Io dico che ci fanno essere un paese più civile degli altri e, nella mia esperienza, vedo che i colleghi stranieri  ci invidiamo e ammirano”. Almeno l’estetica, tanto cara al professor Amodio, è rispetatta.  (manuela d’alessandro)

  • Tiziana contro il web, perché vince contro Fb e perde contro Google la battaglia sul video

    Tiziana contro il web, un disperato tentativo di cancellare le orme di quel video pornografico che le aveva rovinato la vita. Dalla sentenza del giudice civile a cui si era rivolta a luglio per far oscurare le immagini traspare la lotta della ragazza contro tutti, grandi e piccoli della rete. Tiziana Cantone, pentita per avere lei stessa contribuito a diffondere la sua intimità, vince su facebook e su due testate online ma perde contro google, yahoo Italia e youtube e altri giornali . E’ il 10 agosto. Poco più di un mese dopo si toglie la vita.

    Tiziana contro Facebook: “come hosting provider”, spiega il giudice di Aversa Monica Marrazzo , “non ha un generale obbligo di controllo preventivo sui sempre più estesi contenuti immessi in rete”, ma qui ce l’avrebbe avuto perché “l’articolo 16 del decreto 70/123 dispone per gli hosting provider che l’irresponsabilità viene meno ove sia al corrente di fatti che rendono manifesta l’illegalità dell’attività o dell’informazione”. In questo caso, “tenuto conto della manifesta illiceità dei contenuti lesivi della reputazione della Cantone propalati in rete, il social avrebbe dovuto rimuovere i contenuti, senza aspettare l’arrivo della magistratura”.

    Tiziana contro Yahoo Italia: il legale sbaglia indirizzo. “La società che fornisce il servizio non è Yahoo Italia ma la diversa società avente sede in Irlanda, la Yahoo Enea Limited”. Yahoo vince.

    Tiziana contro Google: “non c’è l’obbligo per i catching provider (che memorizzano solo temporaneamente contenuti di terzi al fine del loro successivo inoltro ad altri destinatari a loro richiesta) di rimuovere tutte le pagine e i siti web che siano il risultato della ricerca a seguito della digitazione del nome e del cognome della ricorrente”. In questo caso ci sarebbe voluto un provvedimento del garante o della magistratura per obbligare il motore di ricerca a intervenire.

    Tiziana contro Youtube: “in linea teorica” ci sarebbero stati i presupposti per l’accoglimento della domanda della ragazza ma nel ricorso il legale non ha precisato “con chiarezza” i video illeciti pubblicati sulla piattaforma.

    Tiziana contro i giornali online: è diritto di cronaca pubblicare delle immagini solo perché sono diventate di interesse pubblico? Il diritto di cronaca, argomenta il magistrato, non può risultare utile a pubblicare qualsiasi notizia riguardante la vita privata di una persona solo perché la stessa sia entrata a far parte della curiosità collettiva ove la notizia non venga riportate con le cautele che si impongono per il rispetto della dignità della persona”.

    Tiziana e il diritto all’oblio:  per il giudice “non si ritiene che rispetto al fatto pubblicato sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività all conoscenza di questa vicenda”.

    Alla fine Tiziana viene condannata a pagare 20mila euro di spese legali. Conseguenza beffarda dell’applicazione della legge.

    (manuela d’alessandro)

     

  • Quasi 4 anni per l’appello Telecom, così la giustizia lenta ha ucciso il processo sui dossier

     

    Chi vuole la prescrizione? La legge cattiva, gli avvocati che affogano i processi per salvare la pelle ai clienti?

    Ecco un caso che ci da’ spunto per cambiare prospettiva.

    Dopo quasi 4 anni è stato fissato il processo d’appello di uno dei capitoli dell’appassionante ‘spy story’ che travolse Telecom e Pirelli all’inizio degli anni duemila quando si scoprì che la security, guidata da Giuliano Tavaroli, confezionava dossier illeciti all’ombra della società.

    Il 3 novembre si aprirà davanti alla prima corte d’assise d’appello il giudizio di secondo grado chiamato a pronunciarsi sulla sentenza che il 13 febbraio 2013 condannò 7 imputati, tra i quali l’ex appartenente del Sisde Marco Bernardini (7 anni e mezzo) e l’ex investigatore privato Emanuele Cipriani (5 anni e mezzo). I due vengono considerati ‘promotori ‘ di un’associazione a delinquere che si sarebbe consumata tra il 2000 e il settembre 2006, quindi per loro la prescrizione arriva proprio a ridosso dell’inizio dell’appello.

    Il primo grado si era chiuso con 7 condanne oltre che per associazione a delinquere, anche per corruzione, accesso abusivo a sistema informatico e  rivelazione di notizie coperte da segreto di Stato. Solo quest’ultima ipotesi di reato è rimasta intatta, tutto il resto è stato sgretolato dal trascorrere del tempo nell’infinito dipanarsi di un’inchiesta partita nel 2005.

    Nel frattempo, Tavaroli e  altri imputati hanno patteggiato una pena che avrebbe potuto essere molto inferiore se avessero atteso che la polvere del tempo cancellasse le accuse. (manuela d’alessandro)

     

     

  • La verità di Neri: io e Selvaggia volevamo solo spettegolare, non sono un pirata della rete

    “Io e Selvaggia volevamo solo spettegolare: su Clooney, se era etero oppure no, sulla Venier e sugli altri vip”. Al processo sul presunto spionaggio nelle mail delle celebrità e sul ‘furto’ delle 150 foto del compleanno di Elisabetta Canalis, il principe dei blogger Gianluca Neri  raffigura lui e la giornalista del ‘Fatto’ come due “scemotti” che, dietro lo schermo dei loro pc,  si raccontavano “cose cretine”.

    “Ci saremmo visti non più di 5 volte in 10 anni, ma siamo amici”, assicura Neri che ha negato al giudice Stefano Corbetta di essersi intrufolato in modo abusivo nei segreti dei famosi. “Le foto le ho trovate nel sito 4chan, una specia di ‘wikileaks’. Un link rimandava alla mail ‘giorgioclone’ e alla sua password, da lì sono arrivato alla cartelletta con le 191 immagini. Non avendo mai avuto la passione per il gossip (ndr ma per il pettegolezzo sì?) non gli ho dato molto valore: erano foto carine, sincere, con loro due che festeggiavano il compleanno”.

    “Allora le ho mandate a Selvaggia in modo scherzoso. Lei aveva un’ossessione per Clooney, e chi non ce l’ha, è così bello. C’era in ballo tra me e Selvaggia il discorso su Clooney etero o no e allora le dissi ‘te le faccio vedere e vedrai che lui non la bacia mai in bocca’”. Dietro il pc, l’amica però fa un balzo: “Mi ha detto ‘ma stai scherzando? Quelle foto sono una cosa bellissima’ e poi mi ha detto di averne parlato con Gabriele Parpiglia (ndr giornalista gossipparo)”. Della trattativa che ne è seguita, con la compravendita sfumata per volontà del direttore di ‘Chi’ Alfonso Signorini, l’imputato giura di non averne saputo nulla e di non avere mai chiesto soldi per le foto. “Io e Selvaggia ci siamo visti a cena e abbiamo concordato che dalla trattativa con ‘Chi’ volevamo stare fuori”. Il pm Grazia Colacicco lo stuzzica sui messaggini che per l’accusa dimostrerebbero la consapevolezza sua e di Selvaggia di ‘spiare’ i vip. “Erano solo ‘sbruffonerie’ tra me e Selvaggia, anche la Venier l’abbiamo trovata tra quelle tenute sotto osservazione in 4chan, di qui il messaggio ‘habemus Mara”.

    “E come mai – insiste il pm – lei sostiene di frequentare assiduamente 4chan, mentre a noi risulta che non ci va mai?”. “Perché – ribatte –  il pc in sequestro è stato acquistato un anno dopo i fatti”.

    Questa la verità di ‘Macchianera’. Un po’ diversa da quella di Selvaggia che ha sempre detto di avere ricevuto attraverso la posta del suo blog una mail dall’indirizzo ‘giorgioclone’, non citando mai Neri. E da quella del fotografo Giuseppe Carriere che descrive Lucarelli come intermediaria nell’operazione per la vendita dei diritti delle preziose foto. (manuela d’alessandro)

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  • Per Sala moratoria Expo senza fine, nuova archiviazione sulle case non dichiarate

     

    Peppino Sala nell’autocertificazione richiesta ai titolari di cariche pubbliche aveva indicato un terreno a Zoagli ma non i due immobili costruiti, e nemmeno due motocicli, una casa in Svizzera e le quote di una società in Romania, ma questo non gli costerà un processo per falso ideologico. Perché la procura di Milano ha chiesto di archiviare l’accusa in quanto si tratterebbe solo di informazioni incomplete. Non ci sarebbe stata alcuna alterazione della realtà. Nel caso il gip dovesse accogliere la richiesta dei pm Sala sarebbe fuori dai guai per la seconda volta. Una sorta di sindaco della procura.

    Era già caduta infatti l’accusa di abuso in atti d’ufficio in relazione all’affidamento a Oscar Farinetti di due padiglioni per la ristorazione di Expo senza indire gara pubblica. Il gip su richiesta conforme della mitica procura di Milano decise che Sala favorì Farinetti ma non c’era la prova che ne avesse l’intenzione. Una motivazione tragicomica, come del resto appare quella degli immobili di Zoagli.

    Insomma la moratoria su Expo appare senza limiti e si protrae nel tempo, anche adesso l’evento è finito da tempo. Expo non si tocca. Del resto per il “successo” dell’esposizione Renzi aveva ringraziato in ben due occasioni la procura allora di Bruti Liberati parlando di “responsabilità istituzionale”. Adesso al posto di Bruti c’è Francesco Greco, già nel ‘cerchio magico’ dell’allora procuratore capo. E non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Expo e i suoi uomini, Sala in testa, sembrano godere di una sorta di impunità. Il proscioglimento in relazione all’affare Farinetti fu sicuramente più grave. Ricordiamo però che venne firmato da un giudice il quale sui fondi Expo giustizia si era comportato come Sala contribuendo a distribuirli senza gare pubbliche.

    Quantomeno a livello di scambi di potere Expo è stato un banchetto dove hanno mangiato tutti, anche i magistrati. Per questo la verità non la sapremo mai. Tutto a difesa del sistema paese, cioè la patria degli affari. E la chiamano pure legalità. (frank cimini)

  • Il Ministero della Giustizia manda gli ex barellieri a fare i cancellieri e scoppia la rivolta

    Saltano i nervi ai dipendenti della giustizia per la decisione del Ministro Andrea Orlando di supplire ai buchi nell’organico mandando nei tribunali personale della Croce Rossa in esubero. La surreale prospettiva di ex barellieri e autisti delle ambulanze trasformati in cancellieri ispira  la violenta reazione del ‘comitato lavoratori giustizia‘: “Ci vediamo letteralmente scavalcare da personale completamente sprovvisto delle competenze – si legge in una nota – (…) Evidenziamo che da parte dell’Amministrazione non vi è stata alcuna trasparenza. Non è chiaro chi e con quali criteri abbia operato l’inquadramento degli ex barellieri nel profilo professionale del cancelliere”.

    A Milano sono tre i crocerossimi, un capitano e due sottufficiali della Croce Rossa militare in via di smantellamento, che dal primo settembre si chiedono smarriti nei corridoi del palazzo quale contributo potranno offrire alla dolente giustizia.

    In tutto, informa il Comitato, dal primo settembre, sono “359 le unità provenienti da enti in esubero come le Province e la Croce Rossa, tra cui personale già inquadrato nella Croce Rossa italiana con mansioni di autista/ barelliere, per la maggior parte in possesso del titolo di studio in licenza media e inquadrato nei ruoli dell’amministrazione giudiziaria che prevedono collaborazione qualificata al magistrato, ruoli che vanno dall’assistente giudiziario al cancelliere al funzionario giudiziario”.

    La rabbia è tale da addebitare futuri smacchi all’inserimento dei poveri crocerossini. “Oltre alla frustrazione per la negazione delle prospettive di carriera evidenziamo che l’intero servizio giustizia, lungi dal beneficiare di questi fallimentari innesti, subirà, a seguito dell’inserimento di personale non competente, ulteriori rallentamenti e disfunzioni dei quali, stando così le cose, non vogliamo essere ritenuti responsabili“.  (manuela d’alessandro)

  • Il pediatra suicida processato dopo la morte dalla Procura di Busto Arsizio

     

    Alberto Flores d’Arcais si era appena buttato dal sesto piano della sua abitazione milanese dov’era ai domiciliari quando procura di Busto Arsizio e carabinieri hanno pensato di convocare i giornalisti per una requisitoria non richiesta.

    All’imputato ‘contumace’ gli investigatori hanno presentato davanti ai cronisti una ‘contestazione suppletiva’ post mortem. Oltre all’accusa, già nota, di atti sessuali sulle sue piccole pazienti, il procuratore di Busto Gianluigi Fontana ha voluto far sapere che “il consulente aveva appena terminato le perizie su due computer in uso al medico dai quali è emerso copioso materiale, circa 3000 file, tutte immagini pedopornografiche”. File scovati nonostante, hanno precisato gli inquirenti, d’Arcais avesse tentato di nasconderli nel cestino del pc.

    “Non sapevamo nulla di questo materiale, non avevamo ancora visto la consulenza del pm”, ha provato una tardiva difesa l’avvocato Massimo Borghi nel surreale processo al suo assistito defunto.

    Il noto professore, già docente di allergologia al San Raffaele e protagonista di missioni umanitarie all’estero, era innocente o colpevole? Doveva essere rimesso in libertà perché a rischio suicidio, come affermavano tre psichiatri di parte?

    Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai.  Certo non è giustizia, anche quando è rappresentata da un bravo magistrato come Fontana, processare un uomo in conferenza stampa a poche ore dalla scelta di farla finita.  (manuela d’alessandro)

  • Il gip lo lascia solo fuori dal carcere, il picchiatore seriale non va in comunità

    Nicolas è sparito da ieri pomeriggio dopo che il giudice gli ha concesso i domiciliari da trascorrere in una comunità psichiatrica vicina al mare di Varazze. Il ragazzo spagnolo arrestato ad agosto perché prendeva a pugni a caso i passanti a Milano ora è smarrito chissà dove perché, denunciano i suoi legali, il gip Livio Antonello Cristofano non ha disposto nessun servizio di scorta dal carcere alla sua destinazione.

    Non è stata una svista. Per il giudice, si legge nell’ordinanza di concessione dei domiciliari, Nicolas Orlando Lecumberri, 23 anni, non ne aveva bisogno. Anzi, sarebbe stato lui a dover avvertire i carabinieri del suo arrivo in comunità. “Non sussistendo specifiche esigenze processuali o di dicurezza – scrive il gip  – l’indagato raggiungerà senza accompagnamento – immediatamente e senza soste intermediae – il luogo di esecuzione della misura, dando tempestivo avviso alla stazione dei carabinieri”.

    “L’assurdità del comportamento del giudice e della polizia – protestano gli avvocati Francesco Brignola e Alessia Generoso – crea un rischio per il ragazzo e per gli altri. Trovatosi solo e senza riferimenti fuori dal carcere, se ne sono perse le tracce con gli immaginabili gravi rischi per lui e per la comunità. Se qualcuno ci avesse avvertiti, saremmo andati noi a prenderlo”. Nicolas, che prima di prendere a pugni le sue vittime casuali dopo avergli chiesto informazioni stradali faveca il dj, è sempre stato in terapia psichiatrica durante la detenzione e in cella di osservazione. (manuela d’alessandro)