Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Gennaio 2017

  • Il gip di Milano, “Mozzarelle al procuratore capo di Aosta in cambio di favori”

    Mozzarelle in cambio di favori. A ricevere a domicilio gioielli dal profumo campano della morbida pasta filante sarebbe stato il procuratore  di Aosta Pasquale Longarini dall’amico imprenditore Gerardo Cuomo. Scambi caseari nell’ambito di un’amicizia che, secondo la Procura di Milano, avrebbe assunto contorni di rilievo penale tanto da portare ai domiciliari sia il magistrato già autore delle indagini sul delitto di Cogne sia l’imprenditore Gerardo Cuomo che si autodefinisce “un massone” e nella valle ha eretto da anni un santuario dei formaggi che spazia dalla locale fontina all’esotica mozzarella.

    “A fronte della sollecita disponibilità nei confronti dell’amico imprenditore” – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare in cui è ipotizzato a carico di entrambi il reato di ‘induzione indebita a dare o promettere utilità – Longarini avrebbe ricevuto “forniture di prodotti caseari”, e “favori, se non delle vere e proprie remunerazioni, come nel caso del viaggio in Marocco effettuato dal 13 al 15 settembre scorso (…)”. In particolare, è scritto in una nota del provvedimento, gli inquirenti vedono il 23 maggio 2015 “Cuomo uscire dalla propra azienda casearia insieme a Longarini e caricare uno scatolone di merce sul sedile posteriore della jeep di proprietà” del magistrato. Inoltre, da alcune conversazioni intercettate il 10 luglio 2016, “si comprende che Cuomo si reca verso le ore 20 e 30 a casa di Longarini per consegnargli delle mozzarelle”. Longarini in cambio si sarebbe interessato presso la Questura di Aosta “per far ottenere – senza peraltro riuscirvi – a un dipendente di Cuomo il rilascio della carta di soggiorno, necessaria per la stipulazione di un contratto di mutuo”. E avrebbe fatto delle “segnalazioni al primario di ortopedia dell’ospedale di Aosta affinché Cuomo in pronto soccorso per una sospetta frattura dovuta a un infortunio sul lavoro ricevesse cure sollecita da parte dei sanitari presenti”.

    Secondo l’accusa, Longarini, da più di vent’anni ‘toga’ nella valle, avrebbe chiesto a un albergatore, che in quel momento stava indagando per fatture false e frode fiscale, di favorire il suo amico Cuomo affidandogli un appalto per la fornitura di prodotti caseari del valore di 70mila euro all’anno. Di qui l’accusa di ‘induzione indebita a dare o promettere utilità’, quella che nella vecchia formula si chiamava concussione. All’imprenditore, socio di un hotel di lusso a Courmayer, il magistrato avrebbe assicurato un trattamento di favore nell’indagine da lui coordinata.  (manuela d’alessandro)

    Il 9 aprile 2019 il gup Guido Salvini ha assolto Pasquale Longarini, Sergio Barathier e Gerardo Cuomo ‘perché il fatto non sussiste’.

  • Processo blogger: pm, “condannare a 1 anno Selvaggia Lucarelli, la sua versione è inverosimile”

    “Lucarelli va condannata a un anno di carcere, la sua versione di non avere partecipato alla trattativa per la vendita delle foto a casa Clooney non è verosimile”. E’ una requisitoria dai toni pacati quella del pm Grazia Colacicco ma le conclusioni tirate a 7 anni dai fatti sono cruente. “Tutti i reati sono pienamente provati, tranne quello di accesso e detenzione di codici abusivi per Soncini. Chiedo  la pena di un anno e due mesi per Gianluca Neri, un anno per Selvaggia Lucarelli e dieci mesi per Guia Soncini”.

    Il pm ammette che “non c’è la prova della ‘pistola fumante’ che Neri si sia introdotto nella posta di Federica Fontana e poi abbia mandato le foto della festa della Canalis alla Lucarelli anche perché parliamo di una persona che sapeva come muoversi e qualche precauzione l’ha presa”, ma suo avviso c’è abbastanza materiale, tra sms, mail e testimonianze, per condannare tutti e tre.

    Colacicco si “dispiace che Lucarelli non sia venuta in aula per sottoporsi a un esame in contraddittorio davanti a me” e però, aggiunge, “quando ha negato la trattativa per vendere le foto a ‘Chi’ non può dire una cosa vera perché altrimenti Giuseppe Carriere e Alfonso Signorini sarebbero responsabili del reato di calunnia”. E ancora: “Si difende dicendo che se avesse avuto qualche vantaggio da Neri ce ne sarebbe traccia nei suoi articoli. E infatti c’è, quando scrive sul suo blog del divorzio dell’attrice Scarlett Johansson di cui parla prima con Neri nelle conversazioni interecettate”.”Anche la versione data da Neri è impossibile – aggiunge il magistrato – dice di essersi procurato i gossip su 4chan (il contenitore americano di pettegolezzi, ndr), ma noi non abbiamo la prova di questi suoi accessi dal suo pc”.

    Tra i messaggi più significativi, il magistrato cita quello in cui “Neri dice a Lucarelli che non sprecherà la parola ‘Canalis’ tra le sei opportunità che ha per indovinare la password della mail di Clooney” e quelli in cui i due parlano dell’account di Mara Venier (“Habemus Mara”, scrive lui e lei ribatte reclamando “tutti gli scheletri di Mara”). Inoltre, Colacicco ricorda che, quando si seppe delle indagini dopo le perquisizioni, “Neri suggerì a Lucarelli di dire agli inquirenti di avere ricevuto le foto dall’email giorgioclone61, cosa che poi effettivamente lei fece quando venne sentita come testimone”.

    Dopo il pm, gli avvocati Marco Tullio Giordano e Giuseppe Vaciago hanno chiesto una provvsionale di 10mila euro per ciascuna delle due parti civili Elisabetta Canalis e Federica Fontana.

    “Per quelle foto c’è stata una trattativa da diverse migliaia di euro – ha detto Giordano –  che è pienamente provata. Questo tipo di reati ha gravi conseguenze morali per chi le subisce perché le persone non sanno di essere sotto controllo. Canalis lo ha saputo solo nel 2012 e, in quel momento, ha potuto pensare di essere ancora controllata”. Prossima udienza il 27 marzo: spazio alle difese e rinvio per repliche e sentenza. (manuela d’alessandro)

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  • I furti a Milano? Le denunce non si prendono “se non sono clamorosi”

     

     

    A Milano le denunce di furto, anche quando si hanno sospetti ben precisi su chi sia stato l’autore, non vengono prese in considerazione “a meno che non si tratti di casi clamorosi” dove per “clamorosi” non si capisce esattamente cosa si intenda. Ce lo racconta l’avvocato Alessia Sorgato che se lo è sentito dire dall’impiegata all’ufficio ricezione atti della Procura.  “Mi ero presentata con tutti i sacri crismi: atto di nomina della parte lesa, sua carta di identità e denuncia in caserma in cui la mia cliente identificava chi aveva commesso il reato. Sappiamo tutti da 20 anni che le denunce contro ignoti non hanno seguito, ma qui la persona era ben  identificabile! L’impiegata però ci ha detto che non l’avrebbe rubricata nel sistema e me l’ha restituita spiegandomi che queste sono le direttive a meno che non sia qualcosa di clamoroso. E mi ha invitata a fare apposita istanza se il nostro fosse un caso particolare”.

    Al di là dello sconcerto per il no incassato alla ricezione atti, Sorgato fa notare le gravi conseguenze sui cittadini che può avere questo orientamento: “La prova del reato di ricettazione passa attraverso la denuncia di furto. Senza, non è possibile far valere nessun diritto su un oggetto di cui siamo stati derubati, nemmeno se lo riconosciamo come nostro”.   (manuela d’alessandro)

  • Va in pensione Piero Forno, il procuratore che inventò la specializzazione in reati sessuali

     

    Che rapporto hanno i pubblici ministeri con i loro inquisiti? Dopo decenni spesi a fare i conti con le colpe vere o presunte dei loro ‘clienti’, l’abitudine al sospetto li porta a convincersi che in fondo – come ebbe a dire un famoso magistrato – “non ci sono innocenti”?

    Il tema è tanto complesso quanto inesplorato. E spinge a qualche riflessione soprattutto nel caso di un pubblico ministero che ha appena lasciato la Procura di Milano, anche se in questi giorni lo si vede ancora andare e venire per finire di impacchettare le sue cose. Si chiama Pietro Forno, Piero per gli amici; è stato per anni procuratore aggiunto; ma la sua importanza nella magistratura – milanese e non solo – è indubbiamente legata all’esperienza pluridecennale su un fronte che avrebbe logorato qualunque altro magistrato: i reati sessuali. E che riporta alla domanda iniziale: rapportarsi col male è inevitabile per qualunque pm, ma quale visione del mondo matura un pm che si confronta quotidianamente con gli abissi della psiche umana, anche nelle sue forme più perverse? Un conto è avere a che fare con i rapinatori di banche, un altro è occuparsi di padri che violentano le figlie.
    Forno ha fatto anche altro, in carriera: pochi ricordano, per esempio, che fu lui – allora impegnato sul fronte dell’eversione – a vedersi affidare dai colleghi Gherardo Colombo e Giuliano Turone gli elenchi degli iscritti alla loggia massonica P2, che i due volevano mettere al sicuro prima che venissero fatti sparire. Poi però, quasi per caso, Forno iniziò ad occuparsi di alcuni casi di violenza sessuale. E presto si rese conto di come questi crimini terribili fossero affidati a inquirenti e investigatori impreparati, e della necessità di creare una specializzazione, di formare magistrati e poliziotti in grado di muoversi su un terreno reso delicatissimo dal reato stesso: un reato che nella stragrande maggioranza dei casi ha la vittima come unico testimone. Nacque così, voluta da Forno e dall’allora questore Umberto Lucchese, la sezione speciale della Squadra Mobile, che ebbe per primo capo Stefania De Bellis.
    Da allora sono passati più di venticinque anni, Forno nel frattempo è andato a Torino – la sua città – a fare il procuratore aggiunto, anche lì esportando la specializzazione nei reati sessuali. Il numero di stupratori che ha arrestato in carriera è incalcolabile. Ha ricevuto riconoscimenti ma anche critiche pesanti: non solo da una parte dell’avvocatura, che gli rimproverava un ‘pregiudizio colpevolista’, ma in qualche caso anche da parte dei suoi colleghi. E’ rimasto negli annali il suo scontro con il pm Tiziana Siciliano, che nel 2000 ereditò l’indagine di Forno su un tassista accusato di avere violentato la propria figlia di tre anni: per Forno l’uomo era un mostro, la Siciliano in aula invece chiese e ottenne l’assoluzione del tassista ‘per non avere commesso il fatto’. Ne nacquero polemiche indiavolate.
    Le statistiche dicono che le assoluzioni nei processi scaturiti dalle inchieste di Forno sono assai basse, pari o inferiori alla media di altri settori. Certo, venire accusato ingiustamente di essere uno stupratore seriale non è come subire una accusa infondata di falso in bilancio, e chi viene assolto esce comunque con la vita distrutta (specie se è passato per il carcere, dove i reati sessuali sono gli unici per cui gli altri detenuti non applicano la presunzione di innocenza).Ma sarebbe ingiusto non dare atto a Forno di essersi dedicato ad un lavoro difficile con serietà e con buoni risultati, e di non essersi mai intimidito davanti ai poteri forti: quello della Chiesa, innanzitutto, le cui coperture alle devianze dei sacerdoti pedofilii ha sempre denunciato con forza; ma anche di istituzioni benemerite come il Premio Grinzane, di cui quando era a Torino rivelò il lato inconfessabile.
    Non sarà una eredità facile da raccogliere, quella di Forno: assegnata provvisoriamente dal procuratore Francesco Greco al pm Cristiana Roveda, incaricata di guidare il ‘terzo dipartimento’ in attesa dell’arrivo di un nuovo procuratore aggiunto. Ma oltre alla esperienza inquisitoria, non sarà facile sostituirne neanche la mancanza di arroganza, i toni pacati anche in casi esplosivi come l’affare Ruby. E la assenza di sussiego con cui resse, in quanto anziano dell’ufficio, la Procura della Repubblica nell’interregno seguito alle dimissioni di Bruti Liberati. (orsola golgi)

  • Se questi sono uomini

    Dai verbali agli atti dell’inchiesta milanese che ha portato all’arresto di Osama Matammud, detto ‘Ismail,’ le testimonianze dei reclusi nel centro raccolta di migranti di Bani Al Walid, in Libia. Al somalo di 22 anni è stata notificata un’ordinanza di custodia cautelare per 4 omidici, il sequestro di centinaia di connazionali e decine di violenze sessuali. Chi parla ora è ospite del centro profughi di via Sammartini, a Milano.

     

    “Ismail si divertiva a picchiarci sempre, con sbarre di ferro, bastoni, tubi di gomma e calci e pugni. Si accaniva, io più volte l’ho visto con dei tondini di ferro pieni, di quelli che si usano per i lavori di muratura, spaccare le caviglie e i polsi di molte persone” .

    “A volte accendeva un sacchetto di plastica sopra la schiena, facendo colare la plastica incandescente, altre volte torturava con le scariche elettriche. Io stesso sono stato portato nella ‘stanza delle torture’. Ismail per me aveva trovato una tortura particolare. C’era un punto della stanza dove passava il sole dall’alto dato che questa stanza era in un edificio in parte scoperto. In questo punto della stanza faceva caldissimo. Ismail mi legava mani e piedi dietro la schiena e mi lasciava per orea sdraiato per terra finché mi disidratavo e orinavo addosso”.

    “Non c’era notte che non venisse a prendere delle ragazze, le trascinava con la minaccia dei fucili e le teneva per ore, noi sentivamo le urla”.

    “Nel capannone ci saranno state 500 persone tra uomini e donne. Dormivamo per terra, su un lato i maschi, sull’altro le donne, C’era un solo bagno per gli uomini e uno per le donne.  Ci davano da mangiare la sera, il cibo ci causava spesso dissenteria e c’erano code infinite nei bagni. Io come altri la mattina venivo preso per andare a lavorare, sempre sotto il controllo delle guardie armate. C’erano molte persone sotto il controllo di Ismail. Caricavo con altri uomini dei mattoni sulle auto dei nostri carcerieri (…). Era impossibile fuggire dal campo, il capannone era chiuso ed era una grossa costruzione in pietra, senza le finestre, e c’erano guardie armate dappertutto. Tutte le persone che erano nel campo finché non pagavano i soldi per il viaggio erano prigioniere”.

    “C’era una specie di stanza delle torture nel campo. Ho visto in molte occasioni Ismail e i suoi uomini portare delle persone in quella stanza, si sentivano le urla, quando poi le persone uscivano erano distrutte e piene di bruciature sul corpo. Ci raccontavano che venivano spogliate, bagnate con acqua ed erano poi torturate coi cavi elettrici. Questo capitava soprattutto agli uomini che tardavano a mandare i soldi per proseguire il viaggio”.

    “Era sempre Ismail che leggeva gli elenchi di chi poteva partire e chi no. Lui comandava tutti gli uomini armati che ci controllavano”.

    “Sempre nella stanza delle torture, Ismail mi faceva appendere per i piedi, a testa in giù, a dei ganci che c’erano sul soffitto, poi mi bagnavano il corpo e mi mettevano delle pinze sulla schiena e sulla pancia e facevano partire le scariche elettriche, finché io svenivo e mi ritrovavo dentro l’hanagar”

    “Un giorno, Ismail e i suoi uomini sono tornati e hanno buttato sul pavimento del capannone i corpi dei due ragazzi che avevano preso, erano morti e ho visto che avevano tutti e due una corda intorno al collo. Ismail aveva lasciato nel capannone i loro corpi come insegnamento e ha detto davanti a tutti che le loro famiglie non avevano pagato il viaggio”.

    “Mi ha legato le mani dietro la schiena, mi ha messa per terra, mi ha aperto le gambe e con uno strumento metallico, non so dire se un coltello o una lametta, ha aperto l’accesso alla mia vagina (la ragazza era stata infibulata, ndr) al fine di penetrarmi. Dal dolore sono svenuta, quando mi sono svegliata mi aveva già violentata perché perdevo sangue dappertutto”.

    “Era un pazzo, un sadico. Io stesso sono stato picchiato talmente forte che per due settimane non sono più riuscito a mangiare e mi dovevano imboccare”.

    (manuela d’alessandro)

  • Expo, il gip: ecco perché dico sì alla proroga delle indagini su Sala

    “Si tratta di una notizia di reato che ha reso particolarmente complesse le investigazioni per la molteplicità dei fatti tra loro collegati (appalti Expo) e per il considerevole numero di persone indagate”. Questo scrive il gip Lucio Marcantonio nell’ordinanza con cui proroga di sei mesi le indagini sulla cosiddetta “piastra dei servizi” di Expo che coinvolgono dal 15 novembre scorso anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala dopo che la procura generale aveva avocato il fascicolo non condividendo la richiesta di archiviazione della procura in seguito al rigetto da parte del gip Andrea Ghinetti.

    Per Giuseppe Sala e Paolo Pizzarotti si tratta della prima proroga di indagine, ricorda il gip Marcantonio, mentre per altri cinque indagati, Piergiorgio Baita, Antonio Acerbo, Angelo Paris, Erasmo Cinque e Ottaviano Cinque ci si trova comunque all’interno del limite massimo consentito di 2 anni delle indagini preliminari.

    Il sindaco Sala è indagato per concorso in falso ideologico e materiale in relazione alla sostituzione di due componenti la commissione aggiudicatrice con verbale del 30 maggio 2012. L’accusa fa riferimento a fatti avvenuti quando Sala era amministratore delegato di Expo. Il sindaco in un’intervista rilasciata dopo aver saputo dell’indagine a suo carico spiegava di “non ricordare cosa accadde quel giorno”.

    Il sostituto procuratore generale Felice Isnardi ha tempo di svolgere ulteriori indagini fino al 10 giugno, anche se in teoria in riferimento alla posizione di Sala sarà possibile chiedere all’ufficio gip altre proroghe. Con ogni probabilità però la definizione, richiesta di archiviazione o di rinvio a giudizio, arriverà entro il mese di maggio soprattutto perchè Isnardi al compimento dei 70 anni andrà in pensione.

    Isnardi in pratica sta facendo almeno una parte del lavoro che la procura non volle fare a causa della scelta relativa alla “moratoria” sulle indagini in modo da non ostacolare la celebrazione dell’evento Expo.  Una “moratoria”, ricordiamo, in pratica confermata dall’allora premier Matteo Renzi che in ben due occasioni inserì tra i “successi” di Expo “il senso di responsabilità istituzionale della procura”.

    Sala, tra l’altro, fu indagato e archiviato senza nemmeno il disturbo di essere sentito, in riferimento all’accusa di abuso d’ufficio per l’assegnazione a Oscar Farinetti di appalti della ristorazione senza gara pubblica. “Favorì Farinetti ma non c’è prova che ne avesse l’intenzione” fu la tesi della procura sposata dal giudice, lo stesso che in altra veste per i fondi di Expo giustizia contribuì alla scelta di evitare gare pubbliche. Insomma tutto si tiene e lor signori in toga se la cantano e se la suonano (fank cimini)

    Ordinanza proroga indagini Sala

  • Ambra, Chiara e Ruby: il mistero del nuovo avvocato tra anatocismo e Scilipoti

    Che c’azzeccano Ambra e Chiara, le due “parti offese” del processo Ruby, con anatocismo, sovranità monetaria, Domenico Scilipoti, e Forza Italia-Pdl?
    Il filo è labile e spunta dal mistero aperto da un’altra domanda: chi cavolo è il nuovo legale di Ambra e Chiara, quello che si è presentato in udienza al processo Ruby ter, annunciando in pompa magna la richiesta di costituzione di parte civile con congrua richiesta di danni? Ecco, si chiama Mauro Rufini, è iscritto al foro di Roma. Il numero di studio che compare sul sito del Consiglio Nazionale Forense, da almeno due giorni, risulta però inesistente o momentaneamente disattivo. Stessa cosa per un secondo numero di telefono, che fa riferimento a uno studio di Limbiate (Mb). Abbiamo scovato un terzo numero romano, che parrebbe appartenere a una praticante di studio, stesso indirizzo: squilla a vuoto. Allora abbiamo iniziato a cercare in rete altre tracce lasciate dall’avvocato. Il quale compare come relatore a un importantissimo convegno convocato dal Pdl nel 2012 – organizzatore l’on. Domenico Scilipoti – sotto il titolo “La perdita del potere d’acquisto e della sovranità monetaria. l’Italia fuori dall’Euro?”. L’avvocato Rufini in quell’occasione tiene la dissertazione “Permanenza o uscita: vantaggi svantaggi, possibilità ed occasioni”. Il legale ricompare l’anno successivo a un ulteriore convegno scilipotesco, “Anatocismo ed Abusi Bancari le vere cause della Crisi italiana”, con una relazione sul “Perché le Banche non sono più tali”. Il link è ancora visibile sul sito movimentorevolution.it. Interessante anche l’intervento tenuto al convegno del Sindacato Nazionale Antiusura riservato ai Professionisti.

    E’ aprile 2014, ecco Rufini: https://www.youtube.com/watch?v=d0aDB8LGrvg.
    Ora, come direbbe Tonino: che c’azzecca con Ambra e Chiara? Mistero. Le due ragazze sono piemontesi. Avevano due ottimi legali torinesi, Patrizia Bugnano e Stefano Castrale, che le hanno seguite nel processo contro Lele Mora, Nicole Minetti ed Emilio Fede, in cui ottennero risarcimenti come parti civili (prequel: andarono ad Arcore, non gradirono le avance di Berlusconi). Non si costituirono però contro Berlusconi, che fu poi assolto. Nel processo Ruby ter, quello appena avviato sulla presunta corruzione in atti giudiziari Berlusconi-Olgettine, Ambra e Chiara avevano stabilito insieme ai legali di non presentarsi come parti civili. Pochi giorni prima dell’udienza l’avvocato Bugnano riceve una lettera con gli indirizzi del collega Rufini: “Cara collega, come ben sa, è stata revocata dall’incarico”, ecc. Solo che in realtà la collega non ne sa proprio nulla. Totale, le due giovani piemontesi, Ambra Battilana e Chiara Danese, si presentano in Tribunale, accompagnate dal nuovo legale romano-limbiatese che nel 2007 compariva come vicepresidente dell’Associazione Italiana Anti Savoia. Forse le due giovani sabaude non amano i re. Di certo non quelli brianzoli. Chiederanno i danni, questa volta, anche a quello di Arcore?

  • Dopo Expo, la Procura Generale vuole vederci chiaro anche sull’archiviazione di Mps chiesta dalla Procura

    Ancora lui: il pg Felice Isnardi, l’uomo che ha riaperto i giochi sulla Piastra di Expo indagando Beppe Sala, si mette di traverso a un’archiviazione chiesta dalla Procura di Milano, questa volta per banca Mps.

    Dopo la guerra Bruti – Robledo, il nuovo fronte si è spostato nel felpato corridoio della Procura Generale, da sempre poco frequentato dai giornalisti e abitato da pacifici magistrati un po’ in là con gli anni impegnati a rileggere pesanti faldoni di vecchie inchieste. La diversità di vedute su molte indagini tra la Procura e la Procura Generale  già evidente nell’ultima parte della stagione Bruti Liberati, sembra essersi accentuata con l’arrivo di Greco. Isnardi non è convinto del decreto di archiviazione emesso dalla Procura su Mps, indagata per la legge 231 del 2001 sulla responsabilità delle società per i reati commessi dai propri dipendenti nell’indagine sui derivati ‘tossici’ che coinvolge gli ex vertici della banca, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. Così ha deciso di sfruttare l’articolo 58 della legge 231 del 2001 che gli consente di svolgere “gli accertamenti indispensabili e, qualora ritenga ne ricorrano le condizioni, contestare all’enbte le violazioni amminsitrative conseguenti al reato”.

    Non è un’avocazione vera e propria, ma non si può eslcudere che Isnardi chieda ulteriori verifiche oltre che sulla banca anche su tutti gli indagati all’udienza in programma il 15 marzo per discutere sull’archiviazione chiesta dalla Procura nei confronti di Viola, Profumo e altri 9 accusati di avere occultato le perdite milionarie di bilancio provocate dai derivati ‘Santorini’ e ‘Alexandria’. Nel frattempo, Isnardi va avanti su Sala e stamattina si registra un lungo colloquio nel suo ufficio col pm Paolo Filippini, uno dei titolari del fascicolo avocato sulla Piastra.  (manuela d’alessandro)

  • Assolta avvocatessa accusata di avere calunniato giudice milanese

    Un giudice di Brescia assolve un’avvocatessa dall’accusa di avere calunniato un suo collega magistrato ‘perché il fatto non costituisce reato’. Succede, e quando succede è sicuramente una notizia.

    La toga milanese Benedetto Simi De Burgis aveva querelato il legale per calunnia perché lei lo aveva accusato di avere pronunciato frasi “offensive, denigratorie e umilianti” nei suoi confronti, durante un procedura in cui era curatrice, “finalizzate a farle togliere gli incarichi”.

    Due a zero per l’avvocatessa (parziale, De Burgis farà senz’altro appello) perché la vicenda penale deriva da una disciplinare, chiusa con un provvedimento definitivo di ‘censura’ da parte della Corte di Cassazione a carico del magistrato per avere tenuto “un tono irridente e allusivo” nei confronti della curatrice. Il legale aveva fatto scattare il procedimento disciplinare lamentadosi col presidente della sezione in cui lavora De Burgis del contenuto di alcuni scritti, da lei ritenuti offensivi, e lui aveva ribattuto denunciandola per calunnia. De Burgis, stando a quanto scritto dalla Cassazione, si era preso gioco dell’avvocatessa ironizzando sulla sua esosa richiesta di liquidazione rispetto al patrimonio da lei amministrato e su altre strategie procedurali del legale nell’ambito di una procedura per la nomina di un ammistratore di sostegno. Nel suo ricorso alla Cassazione, dopo una prima censura del Csm, il giudice si era difeso sostenendo che la donna avesse “specifici motivi di astio” contro di lui. (manuela d’alessandro)

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