Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Marzo 2017

  • L’ex consigliere del Sole ai pm: Abete, il principale difensore di Napoletano

     

    “Per quanto attiene alla figura del consigliere Luigi Abete, è stato lui, secondo quanto da me accertato, a sostenere sotto ogni punto di vista il direttore Napoletano (…) Lui è stato il principale difensore di Napoletano”.  Nicolò Dubini, consigliere indipendente del gruppo editoriale Sole 24 Ore dal luglio 2015 al novembre 2016, è una delle principali ‘bocche di fuoco’ della Procura di Milano nell’indagine che vede indagate 10 persone, tra cui l’ex direttore del quotidiano Roberto Napoletano, accusato di false comunicazioni sociali per le copie digitali ‘gonfiate’.

    E Dubini, sentito come teste il 27 febbraio, nelle dieci pagine messe a verbale  che Giustiziami ha potuto leggere ne ha per tutti, a cominciare dal presidente di Bnl cui attribuisce anche la sua uscita dal gruppo. “La mia mancata conferma come amministratore, di pari passo con la conferma del consigliere Abete, è profondamente significativa per tutta una serie di aspetti, in primis per la richiesta di revoca da me portata davanti al consiglio nei confronti del direttore Napoletano, sempre appoggiato in ogni occasione proprio dal consigliere di lunga data, nonché ex vice presidente pro tempore, Abete. Nel caso fossi stato confermato, infatti uno dei primi argomenti che avrei portato a l’attenzione del nuovo cda sarebbe stata la sua revoca”. Secondo Dubini, Abete sarebbe anche “protagonista di un conflitto di interesse in quanto, oltre a far parte del cda del Sole 24 Ore spa, siede anche in quello dell’agenzia di stampa Askanews, da lui posseduta. Detta agenzia è infatti in concorrenza con la ‘business unit’ del Gruppo denominata Radiocor”.

    LE CLAUSOLE CAPESTRO E I CATALOGHI PER IL MUDEC

    Nella sua testimonianza, Dubini spiega le ragioni del dissesto causato soprattutto dalla “gestione del quotidiano, aggravatasi nel tempo per tutta una serie di motivi e che non escludo potrebbe ancora aggravarsi dal punto di vista della pubblicità legata al tema delle copie digitali”. Ma non solo. “Un’altra causa alla base delle ingenti perdite è da ricercare – aggiunge – nella gestione di gran parte delle società del gruppo e, in particolare, ora mi sovviene la società Cultura 24”. “Innanzitutto – specifica – si tratta di una società che ha avuto l’appalto dal Comune di Milano per la gestione del Mudec (Museo delle Cultura) secondo vere e proprie clausole contrattuali capestro e ne è riprova il fatto, se non ricordo male, che Cultura 24 è stata l’unica a partecipare a tale appalto”.

    Sempre sul nuovo polo museale, Dubini svela un retroscena: “”La società era talmente gestita male che non riusciva nemmeno a contingentare la produzione dei cataloghi per il Mudec, dei quali erano pieni i magazzini”.

    La società che si occupa degli investimenti culturali del gruppo “ha sicuramente portato perdite profonde ed è stata mal gestita anche dal punto di vista delle competenze dalla responsabile Natalina Costa, poi esautorata da Del Torchio. Su questa società non si è mai potuta attuare una gestione corretta e anche di controllo. Peraltro, è sempre stata finanziata attraverso il cash pooling (la gestione accentrata delle risorse finanziarie di un gruppo) della capogruppo senza che venisse mai discusso e approvato un piano di finanziamento dove figurassero le modalità di rientro del prestito. In sostanza, il finanziamento si è convertito in capitale per riparare le continue perdite (…). Il cda si è trovato spesso a ratificare finanziamenti verso una controllata; denaro che usciva dalle casse della società capogruppo che non sarebbero più tornati indietro. Il cash pooling veniva usato come una sorta di rubinetto aperto, senza possibilità di controllo”. E ancora: “La società Cultura per quanto ricordo ha di fatto aumentato la propria esposizione verso la capogruppo fino a 15 milioni, partendo dai 5 iniziali. Non è mai stato fatto vedere un business per comprendere se tale denaro fosse capitale ovvero un finanziamento concesso senza le dovute garanzie”.

    LA SOCIETA’ CHE MANGIAVA LA CASSA

    “Quando sono entrato nel cda ho preso atto della situazione generalmente negativa del Gruppo e la mia prima riflessione riguardò subito lo squilibrio tra costi e ricavi; in particolare, mi accorsi immediatamente che la società non produceva la cassa bensì la mangiava”. Ma oltre ai numeri nefasti c’era qualcos’altro che balzò subito agli occhi di Dubini. “La seconda riflessione che feci concerneva il tema della governante all’interno del Gruppo. Proprio l’organizzazione di quest’ultima, a mio avviso, ha causati problemi che stanno attanagliando il Sole 24 Ore (…) Un problema riguardava la figura del direttore Roberto Napoletano”.

    UNA PERSONA ENERGICA

    Dubini racconta quello che hanno detto altri testi, che Napoletano “ha sempre partecipato ai vari cda e la sua presenza, richiesta sistematicamente dal Presidente e dall’ad, è stata, di fatto, solamente ratificata dal consiglio”. E si spinge a un ritratto più profondo dell’uomo: “E’ una persona energica nel porsi nella dialettica con gli altri e, di fatto, ha travalicato il perimetro delle proprie competenze in quanto nei consigli interveniva non solo sulle questioni strettamente editoriali, ma anche su quelle più propriamente gestionali e non veniva mai contenuto da Benedini e Treu. (…) Soffrivano quasi di una sudditanza nei confronti di Napoletano, causando seri problemi di governance.

    (manuela d’alessandro)

  • NoExpo, in appello per la devastazione è flop totale

    Al processo d’appello per i fatti del primo maggio 2015 c’è il flop totale dell’accusa di devastazione e saccheggio con l’assoluzione dell’unico imputato condannato in primo grado a 3 anni e 8 mesi. I giudici d’appello hanno deciso per lui una pena di 2 anni e 4 mesi per resistenza aggravata tagliando appunto il reato più grave, già caduto per gli altri tre nel primo processo.

    La procura di Milano aveva impugnato la sentenza del Tribunale e la procura generale aveva sollecitato tre condanne. L’accusa invece torna a casa con le pive nel sacco. Non c’è prova delle responsabilità nella devastazione degli imputati che finirono in carcere a ottobre del 2015, a 5 mesi dagli incidenti relativi alla manifestazione  nel giorno di inaugurazione di Expo. Scattavano le manette nonostante il tempo trascorso e l’assenza di manifestazione successive deponessero più a favore dell’assenza di esigenze cautelari che della loro sussistenza.

    La “giustizia” decideva di presentare il conto per le proteste contro l’evento che aveva visto compatto il sistema paese e il partito degli affari, dopo che il 2 maggio la giunta Pisapia, novella maggioranza silenziosa, organizzava il popolo delle spugnette per ripulire i muri dalle scritte. E così sparì pure “Carlo Giuliani vive”. Avvocato di parte civile per la famiglia del giovane ucciso? Pisapia. Ironia della sorte.

    La procura che aveva impugnato la sentenza sui NoExpo è quella della moratoria sugli appalti, l’ufficio inquirente ringraziato da Renzi “per il senso di responsabilità istituzionale”. Cioè per aver violato l’obbligatorietà dell’azione penale. Due pesi due misure come del resto nella tradizione del palazzo che su simbolo della grande farsa di Mani Pulite. (frank cimini)

     

  • NoTav, giudici: anarchico pericoloso, no affidamento in prova

     

    “Al di là di un apparente adesione a regole di vita collettiva, il condannato con  regolare occupazione come cameriere di sala mostra aspetti di preoccupante affiliazione con frange politiche che manifestano la propria convinzione con modalità antigiuridiche e quindi è da ritenere sotto questo aspetto ancora socialmente pericoloso”. Con questa motivazione i giudici del tribunale di sorveglianza di Torino hanno negato l’affidamento in prova ai servizi sociali a un militante NoTav al quale restano da scontare due mesi e 13 giorni di reclusione su una pena complessiva di due anni in relazione a una manifestazione con danneggiamento e incendio al cantiere di Chiomonte nel 2013.

    “L’affidamento in prova permetterebbe al condannato un’autonomia troppo ampia che lui utilizzerebbe per mantenere contatti con i sodalizi politici e di pensiero che frequenta” aggiungono i giudici optando per la detenzione domiciliare “al fine di consentire la prosecuzione dell’attività lavorativa e anche “di prevenire queste frequentazioni e assicurare sul rischio di futura recidiva”.

    Insomma il tribunale di sorveglianza di Torino mette all’indice le idee politiche del condannato, opera un vero e proprio processo alle intenzioni. Stiamo parlando di uno dei quei militanti NoTav che in relazione a un compressore bruciacchiato nel corso di una manifestazione a Chiomonte aveva dovuto fronteggiare l’accusa strumentale dell’aggravante di terrorismo poi caduta in Cassazione ma sulla quale la procura generale di Torino continua a insistere. Infatti il prossimo 28 marzo la Suprema Corte dovrà pronunciarsi per la terza volta in relazione alla posizione di altri imputati in  riferimento agli stessi fatti. L’accusa era già costata lunghi mesi di detenzione in regime di alta sorveglianza a diversi militanti che avevano manifestato contro la realizzazione della linea Torino-Lione.

    La decisione dei giudici di sorveglianza assumere un carattere di “vendetta” a sostegno degli organi inquirenti. Si tratta di un accanimento davvero degno di miglior causa, considerando che la procura di Torino in omaggio al teorema Caselli aveva forzato il diritto oltre misura contro i NoTav chiudendo invece un occhio e l’altro pure sugli appalti dell’alta velocità. Evidentemente gli unici onesti e trasparenti in un paese dove la corruzione è sempre più parte integrante del sistema paese (frank cimini)

  • Mafia, a Opera i detenuti leggono i nomi delle vittime e incontrano i familiari

    C’è il silenzio denso e la ritualità assorta delle cerimonie mistiche. Stanno in coda, stringendo il foglio con la lista. Uno a uno, chi con voce tenue, chi spavalda, si avvicinano al leggio in ferro e pronunciano con cura i nomi, ripetendoli quando inciampano nel pronunciarli.

    Il pubblico è diviso a metà: sulla sinistra i condannati in regime di massima sicurezza, a destra quelli che devono scontare pene per reati meno gravi. In tutto sono più di un centinaio. Tra loro i familiari delle vittime e chi li accompagna ogni giorno nelle strade della prigionia.   Arrotolano il foglio, tornano in platea e danno le mani a chi li aspetta, anche agli agenti delle polizia penitenziaria.

    “Sono stato combattuto fino all’ultimo perché non me sa sentivo di sporcare quei nomi con la mia voce.  Mi sono detto ‘mi alzo o non mi alzo’, poi alla fine la mia coscienza mi ha suggerito ‘alzati, devi fare qualcosa’”. A Opera va in scena quella che il direttore Giacinto Siciliano, padre dell’iniziativa a cui ha aderito anche ‘Libera’, definisce “una prima assoluta in un carcere italiano”. Alcuni detenuti per reati di sangue salgono sul palco dell’auditorium per ricordare i 940 nomi delle vittime della mafia e, al termine della lettura, incontrano una decina di familiari caduti per mano della criminalità organizzata, dando vita una discussione carica di emozioni e contenuti.

    L’idea era nata a settembre durante uno scambio tra la mamma di una ragazza uccisa e dei carcerati nell’ambito delle attività del Centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale del Comune di Milano e del Gruppo della Trasgressione.

    Quello che provano adesso lo raccontano loro, col viso rivolto ai parenti delle vittime accanto ai quali occupano le dieci poltrone bianche sul palco, vuote durante la lettura.

    “Mentre leggevo i nomi, mi sono venute in mente le persone che ho ucciso io. Mi è venuta in mente la prima volta che ho ucciso un uomo e la soddisfazione che ho sentito. Quell’uomo si chiamava Roberto. Fino a che sono entrato in carcere, non mi ricordavo come fosse fatto, poi, dopo il lungo lavoro che ho fatto qui dentro, ho cominciato a mettere a fuoco lui, i suoi figli. In quel momento è cominciata la sofferenza ma anche la purificazione. Il nostro dolore è diverso dal vostro che, come vittime, dimostrate una grande apertura dialogando con noi. Cosa possiamo fare per riparare? Noi del Gruppo della Trasgressione ci stiamo relazionando coi ragazzi in bilico che incontriamo nelle scuole. Questo è il nostro modo per dire che siamo vivi, per dare un senso al nostro passato. Il vostro coraggio è un modo per darci forza”.

    “La voce mi tremava, mi sono sentito piccolo piccolo davanti a voi. Quando dall’altra parte c’è chi, come voi, non guarda il reato ma la persona, si avverte una grande forza dentro. La parola perdono è una parola grande, però il dialogo mi fa vivere”. (altro…)

  • Sole 24 Ore, i pm studiano anche i finanziamenti milionari per il Mudec

    Potrebbero esserci anche i finanziamenti per il Mudec, l’ambizioso Museo delle Culture ricoperto di cristallo inaugurato nel 2015, tra le “operazioni straordinarie” meritevoli di “adeguato approfondimento” indicate dai pm milanesi nel decreto di perquisizione che ha segnato il cambio di passo dell’indagine sul gruppo editoriale.

    I magistrati fanno riferimento a “finanziamenti intercompany a 24 Ore cultura srl” ed è impossibile non pensare ai prestiti milionari concessi dalla società capogruppo Sole 24 Ore spa alla sua controllata per sostenere il progetto del nuovo polo espositivo milanese in collaborazione col Comune.

    La società che si occupa di mostre e pubblicazioni con la griffe del Sole ha puntato forte sul Mudec per risollevarsi ma i risultati, almeno per adesso, appaiono sconfortanti. Impietosi i numeri nel  bilancio al 31 dicembre 2015 (presidente del cda era Donatella Treu, indagata con l’ex direttore Roberto Napoletano per false comunicazioni in relazione alle copie digitali ‘gonfiate’) : perdite per oltre 7,1 milioni di euro con un debito di 14, 5 milioni con la controllante e oltre 8,7 milioni di debiti verso i fornitori. Vincendo nel 2014 una gara pubblica in cui era unico partecipante, il Sole si è assicurato  per 12 anni consecutivi la realizzazione dei progetti espositivi e la gestione dei servizi, tra cui caffetteria e ristorante, lasciando a Palazzo Marino la tutela delle collezioni permanenti. Sempre dal bilancio apprendiamo che Food 24, costituita per la gestione del ristorante del Mudec, ha chiuso il 2015 con “una perdita di 419mila euro” perché “nella fase di avvio il Museo ha avuto un numero di visitatori inferiori alle attese” (solo “50mila visitatori nei primi sette mesi”, poi balzati a 120mila all’inizio del 2016). Alla fine del 2015, Sole 24 Ore Cultura srl aveva verso la sua controllante “debiti per finanziamenti” per oltre 14 milioni di euro. Una cifra enorme se pensiamo alle dimensioni ridotte della società.

    (manuela d’alessandro)

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  • Ecco il decreto che accusa Napoletano. Se non viene rimosso oggi, Sole a rischio commissariamento

    Alle cinque della sera di oggi il ‘Sole 24 Ore’ rischia di sprofondare nel buio senza fine. Se il cda straordinario convocato dopo il blitz dell Procura non dovesse revocare il direttore Roberto Napoletano, strappandolo dal limbo dell’autosospensione, il gruppo editoriale potrebbe essere commissariato.

    A quanto apprendiamo da fonti interne, il cda si presenta spaccato in due all’appuntamento decisivo. Da una parte ci sono Luigi Abete e Marcella Panucci che chiedono di congelare la situazione in attesa, forse, che un’ eventuale cordata guidata dal primo prenda in mano il giornale. Entrambi facevano parte del cda le cui operazioni sono al centro dell’inchiesta della Procura di Milano.

    Sull’altro fronte, il presidente del cda Giorgio Fossa, l’amministratore delegato Franco Moscetti (in carica da novembre), il presidente dell’organismo di Vigilanza Gherardo Colombo e tutto il nuovo management premono affinché Napoletano esca del tutto dal gruppo, superando l’autosospensione che viene considerata un’ipocrita forma di continuità col passato.

    Se dovvesse prevalere la volontà di Abete, tutto il nuovo corso del ‘Sole’ è pronto a dimettersi aprendo così la strada alla catastrofe. A quel punto, con il gruppo senza guida e con un default in atto, la Procura potrebbe chiedere addirittura il commissariamento.

    Le accuse per Napoletano, ovviamente tutte da provare ma che comunque imporrebbero un passo indietro in attesa degli sviluppi dell’indagine, sono gravissime.

    Il direttore, come potete leggere nel decreto di perquizioni che vi proponiamo,  avrebbe contribuito a gonfiare 109mila copie digitali vendute alla società anonima inglese Di Source controllata da una fiduciaria dietro la quale si nascondevano dei manager del gruppo che avrebbero guadagnato 3 milioni di euro dalle vendite fittizie. (manuela d’alessandro)

    decreto perquisizione Sole

  • “Botte a mia sorella”, Cristiano De André querela la figlia Francesca

     

    Prima le botte evocate in televisione, da verificare, poi quelle legali, per carte bollate depositate in Procura. Alla prima intervista della figlia Francesca a Domenica Live, Cristiano De André si è adirato. Alla seconda, sette giorni dopo, è passato alla controffensiva, querelando – a quanto apprende Giustiziami –  la figlia Francesca e diffidando Canale 5 dal mandarla ancora in onda.

    Tutto inizia domenica 26 febbraio. L’avvenente Francesca, nota per comparsate televisive tra cui spicca la partecipazione a L’isola dei Famosi, figlia di Cristiano De Andrè nonché nipote di ‘Faber’, sotto la fascetta ‘esclusiva’ del programma condotto da Barbara D’Urso massacra mediaticamente il padre con queste frasi: “Mio padre Cristiano ha picchiato mia sorella quest’estate. Alice ha 17 anni e se fosse maggiorenne sarebbe qui a raccontarlo. Quest’estate l’ha letteralmente massacrata di botte. Mia sorella è dovuta scappare di casa alle 6 di mattina. Erano in Sardegna”. Barbara D’Urso prende saggiamente le distanze da quelle certo inattese dichiarazioni, poi però sette giorni dopo ospita di nuovo la giovane De André. E verso la fine dell’intervista, arriva il nuovo colpo di teatro. Chiede l’intervistatrice D’Urso: conosci una certa Dolores? E Francesca: “Non mi aspettavo questo tipo di domanda. Te lo accenno e basta. Dolores è una ragazza che ho conosciuto che ha vissuto un rapporto con mio padre. Lei ha la mia età. Da questo rapporto lei ne è uscita completamente traumatizzata e ha dovuto andare in analisi”.

    Il burrascoso Cristiano decide allora di affilare le armi legali. Mandato all’avvocato Marco Marzari, diffida trasmessa a Cologno Monzese per il programma, querela depositata in Procura per la figlia. Documento che contiene una serie di riferimenti alla scelta della rete Mediaset, “inopportuna” a dire del querelante, di invitare nuovamente Francesca in trasmissione dopo le prime dichiarazioni penalmente sensibili rilasciate il 26 febbraio. Il programma ha poi invitato, certo, Cristiano De Andrè a replicare, ma l’offerta è stata declinata, considerando quel contesto televisivo non adattissimo a chiarire questioni così delicate.

    Ciò che la vita disunisce, il Tribunale riavvicina. Forse si rivedranno a Palazzo di Giustizia.

  • Il reato di traffico di influenze, altro autogol del Parlamento

     

    Non è la prima volta e non sembra nemmeno possa essere l’ultima. Parliamo delle capacità della politica di fare del male a se stessa e allo stato di diritto quando legifera, approvando provvedimenti che si rivelano inevitabilmente dei boomerang. Manlio Scopigno, il leggendario allenatore del Cagliari scudettato nel 1970, avrebbe parlato di “autogol alla Niccolai”.

    E’ il caso del reato di traffico d’influenze illecite, accusa difficile da dimostrare ma nello stesso tempo non facile da affrontare per chi deve difendersi (contestato, tra gli altri, a Tiziano Renzi). Caso classico: non ci sono prove di responsabilità in tema di corruzione e allora si persegue chi per esempio ha messo in contatto tra loro gli attori principali del reato. In questo modo si abbassa la soglia della prova (e anche dell’indizio), aumentando a dismisura la discrezionalità di magistrati e giudici. Bene che vada all’indagato di traffico di influenze con l’assoluzione, nel frattempo è stato sputtanato.

    Il reato, introdotto dal legislatore dietro pressioni delle procure che duravano da tempo, è una sorta di concorso esterno in corruzione. Il richiamo è al concorso esterno in associazione mafiosa che in verità non è neanche codificato, ma frutto della giuriprudenza creativa dei pm e sul quale la politica non ha mai trovato la forza di farsi sentire, nonostante ne abbia subito le conseguenze nei tribunali.

    La politica troppo spesso ama farsi del male. Del resto nel 1993, il Parlamento impaurito dall’azione di quattro vincitori di concorso, abolì l’immunità sotto la forma dell’autorizzazione a procedere consegnandosi mani e piedi allo strapotere giudiziario.

    Lo stesso discorso vale per la legge sui pentiti, pretesa e ottenuta ai tempi della sovversione interna dai magistrati. Quella norma sarà poi usata negli anni per “mascariare” decine di politici molti dei quali assolti dopo anni di gogne e di processi. Ma si continua a legiferare in questo maledetto paese sulla base della cronaca quotidiana, dell’emotività e sotto la dettatura dei magistrati inquirenti. Salvo poi lamentarsi  dell’eccessivo potere delle toghe. Ma si tratta di lacrime di coccodrillo. (frank cimini)

  • No alle attenuanti ai No Tav “perché non hanno il consenso generale”

    “I valori espressi dai NoTav non sono avvertiti come tali dalla maggioranza della collettività”. Lo scrive la corte d’appello di Torino nel  motivare la condanna di 38 imputati per le manifestazioni durante le proteste contro le opere dell’alta velocità rigettando la richiesta di concedere le attenuanti per aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale.

    Per i giudici “non è corretto ritenere che l’opinione di chi è disposto a manifestare con ogni mezzo anche violento debba prevalere rispetto all’opinione della maggioranza silenziosa”.

    Le parole dimostrano ancora una volta che i magistrati fanno politica con le sentenze e con il deposito delle motivazioni, arrogandosi il diritto di misurare e quantificare il consenso. Parliamo di quella magistratura torinese che ha chiuso un occhio e l’altro pure sugli appalti dell’alta velocità evidentemente gli unici onesti e trasparenti. Infatti avevano scelto di concentrarsi esclusivamente su un compressore bruciacchiato contestando l’accusa di terrorismo già annullata in diverse occasioni dalla Cassazione. Ma la procura generale non demorde e ha presentato l’ennesimo ricorso che davanti alla Suprema Corte sarà discusso il prossimo 28 marzo.

    Una dedizione e un accanimento degno davvero di miglior causa che emula il comportamento dei colleghi della procura di Milano che hanno impugnato le assoluzioni dei militanti NoExpo dall’accusa di devastazione e saccheggio. A Torino e Milano i magistrati tutelano il sistema paese, il partito degli affari, facendo politica in prima persona. E non si vedono né si sentono in giro garantisti pronti a indignarsi, perché a lor signori la giustizia di classe non va bene ma benissimo. (frank cimini)

  • La sentenza dei giudici di Trento: per essere buoni genitori non contano né il seme né il sesso

    Nei paesi civili di regola, ma sarebbe anche previsto dalla nostra Costituzione, il potere legislativo scrive le leggi e quello giudiziario le applica. Per numerose ragioni, che qui è inutile ricordare, da molti anni in Italia non funziona così, e ormai ci siamo abituati alla “supplenza” del magistrato alle lacune del legislatore. Per cultura e indole personale questo andazzo mi piace molto poco quando si manifesta in materie come il diritto penale, però vanno riconosciuti, ai giudici nostrani, molti meriti nel campo invece dei cosiddetti diritti civili.

    Del resto, di fronte ad un legislatore che su tali tematiche sembra arenato su logiche medievali, e basti pensare alla recente e sconcertante vicenda di Fabiano Antoniani, ben vengano anche pronunce giudiziarie più “creative”, se utili a rimuovere discriminazioni a dir poco incomprensibili. E’ di ieri la notizia di una decisione della Corte di appello di Trento, diventata in breve virale su tutti i media come “La sentenza dei due papà”. In realtà la Corte ha semplicemente riconosciuto ad una coppia omosessuale, formata da due uomini, la possibilità di trascrivere anche in Italia un provvedimento estero che riconosceva a entrambi un legame genitoriale con due gemelli, nati mediante maternità surrogata. Perché sia chiaro, i giudici di Trento non hanno affatto introdotto anche in Italia la pratica, da noi vietata, dell’utero in affitto, secondo quella definizione un po’ becera ieri riportata da molti, ma si sono limitati a riconoscere validità ad un provvedimento di uno Stato estero, che statuiva secondo legislazione locale.

    In pratica, preso atto di un fatto storico accaduto altrove, dove tale pratica è consentita, si doveva unicamente decidere se la conseguente attribuzione di paternità a entrambi, sempre avvenuta altrove, fosse in contrasto o meno con l’ordinamento italiano. E sul punto la Corte ha giustamente osservato che “nel nostro ordinamento il modello di genitorialità non è esclusivamente fondato sul legame biologico” come dimostra, si legge: “la favorevole considerazione al progetto di formazione di una famiglia caratterizzata dalla presenza di figli, anche indipendentemente dal dato genetico, con l’istituto dell’adozione”. Ragion per cui, scrivono i giudici di Trento, se “il concetto di responsabilità genitoriale si manifesta nella consapevole decisione di allevare e accudire il nato”, non vi è ragione per non riconoscere efficacia di genitorialità anche “in assenza di un legame genetico”. Applicando pertanto il principio stabilito da una sentenza della Corte di Cassazione del 2016, la Corte ha dichiarato trascrivibile anche in Italia l’atto di nascita redatto all’estero.

    Il ragionamento non fa una grinza. Posto che il partner di quella coppia avrebbe potuto tranquillamente diventare padre adottivo dei due gemelli sposando la madre surrogata, non vi è ragione per ritenere che non lo possa diventare sposando invece l’altro genitore biologico, sol perché di sesso maschile. Ma quello che a mio parere riveste grande importanza è il principio per cui non basta generare un figlio per essere buoni genitori.

    L’effettiva idoneità a quello che è forse il “mestiere” più difficile del mondo, infatti, si misura dopo, ossia nella effettiva capacità di crescere e allevare quel figlio. Questo dovrebbe fare riflettere anche tutti quei “benpensanti” nostrani, che puntualmente, come in occasione della mancata approvazione della stepchild, soloneggiano sulla necessità che ad allevare un bambino siano per forza un uomo e una donna. Se il compito di un genitore è quello di fare crescere un figlio con amore e attitudine educativa, così come non conta il seme di provenienza, non dovrebbe contare neppure il sesso. Fatto peraltro, dato da anni per pacificamente assodato in molta parte di mondo, e soprattutto in quella che ci piace molto spesso copiare, ma evidentemente per la Coca Cola e i Mac Donald gli americani vanno bene, ma, come si diceva una volta: “non toccatemi la famiglia”.

    avvocato Davide Steccanella