Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Giugno 2017

  • “Milano addio, non credo più che sei diversa”, il pm Pellicano se ne va

    “La vicenda Bruti/ Robledo mi ha profondamente segnato. Nonostante non fossi più giovanissimo, mi ha strappato dal mio mondo sognante. Avevo sempre coltivato un’ingenua e consolatoria idea di ‘diversità‘ della magistratura, che è stata spazzata via in pochi mesi. Lascio un Ufficio che mi piace meno di quello che avevo incontrato nel 2001; sarà il mio modo invecchiato di avvertire le cose “. Questa lettera è stata scritta e inviata ai suoi colleghi dal pm Roberto Pellicano prima di lasciare la Procura di Milano per quella di Cremona che guiderà. E’ un documento importante perché racconta il punto di vista sugli ultimi anni e su quello che è ora la Procura di un magistrato che abbiamo avuto modo di apprezzare per la sua autonomia di pensiero, oltre che per la rara gentilezza.

    “Impossibile non provare un sentimento di profonda gratitudine e riconoscenza verso un Ufficio che mi ha insegnato gran parte di ciò che so, sul piano umano, prima che su quello professionale”, riconosce Pellicano nel rivolgere un saluto “al mio Ufficio, dotato di uno spirito e di una cultura non meno definiti di quelli individuali”. Nel commiato si fa più viva l’amarezza per la vicenda Bruti – Robledo appena temperata dal pensiero che forse è meglio aver perduto l’innocenza “perché idealizzare il fine del proprio lavoro può menomare il giusto approccio professionale”. Pellicano faceva parte del pool guidato da Alfredo Robledo che lamentò pesanti intromissioni per non far svolgere le indagini su Expo. “Continuerò comunque a fare ogni sforzo per respingere l’idea nichilistica, spesso conveniente, secondo la quale una decisione vale l’altra, e non invece che ve ne sia una sola da ricercare, quale giuricamente corretta”, è l’ultima promessa di Pellicano prima di chiudere la porta e possiamo sentire il suo grande sollievo.

    (manuela d’alessandro)

  • Il nuovo atto d’accusa per Sala, “truccata la gara per gli alberi di Expo”

     

    Una nuova accusa per Beppe Sala legata a 6000 alberi piazzati per ingentilire il percorso tra i padiglioni e un episodio inedito di presunta corruzione che avrebbe soffocato alla nascita la regolarità dell’appalto sulla Piastra di Expo vinto dalla ditta Mantovani. Questo ‘racconta’ l’avviso di chiusura dell’inchiesta sull’appalto più importante dell’Esposizione riaccesa con l’avocazione sei mesi fa da parte della Procura Generale. La prima indagine, campo di guerra nello scontro tra l’allora procuratore Edmondo Bruti Liberati e il suo vice Alfredo Robledo, si era conclusa  nell’autunno del 2016 con una richiesta di archiviazione. Ora l’esperto pg Felice Isnardi, prossimo alla pensione, vuole portare a processo il sindaco e allora commissario di Expo non solo per avere retrodatato due verbali, accusa già nota dal dicembre scorso, ma anche per il più grave reato di turbativa d’asta. Secondo il magistrato, l’appalto per il ‘verde’ sarebbe stato separato da quello per la Piastra e confezionato su misura per un vivaista lombardo dietro “pressioni” anche di esponenti politici della Regione.

    Nonostante fosse sponsorizzato dalla ‘Sesto Immobiliare spa’, società che in cambio avrebbe ricevuto dalla politica la promessa di incarichi per affari importanti, il vivaista ‘Peverelli’ abbandonò l’impresa perché non era in grado di far fronte alle spese per la fornitura. Secondo l’accusa, quando l’appalto per gli alberi venne ‘staccato’ da quello principale si sarebbe dovuta riformulare la gara tenendo conto il valore delle piante di quasi 5 milioni di euro. Soldi che invece vennero spalmati su altre voci per lasciare inalterato il bando complessivo, determinando così la turbativa perché altre imprese che non avevano presentato offerte in quanto non competenti nel settore vivaistico avrebbero potuto partecipare alla gara per la Piastra. Alla fine, l’appalto è andato con affidamento diretto proprio alla Mantovani che già si era aggiudicata i lavori per l’infrastruttura di base dell’Esposizione con una maxi ribasso del 42% per 149 milioni.

    Per questa tortuosa vicenda,Sala è accusato assieme agli ex manager di Infrastrutture Lombarde Pierpaolo Perez e Antonio Rognoni di avere turbato la gara “con mezzi fraudolenti”. Ma l’appalto sulla Piastra per i magistrati sarebbe già stato viziato alla nascita da un episodio di corruzione. L’architetto Dario Comini, nelle sue vesti di dipendente di Metropolitana Milanese spa e coautore del progetto esecutivo della gara, avrebbe rivelato dettagli della gara che sarebbero dovuto rimanere riservati alla società Mantovani e, in cambio, gli sarebbe stato conferito “un simulato incarico di prestazione professionale da 30mila euro”. Entro giugno i magistrati chiederanno il processo per il sindaco del Pd  che assicura di volere trovare in sé stesso le “motivazioni per andare avanti” nonostante l’”amarezza pensando a quanto ho sacrificato per Expo”. E quanto il Paese, sottolineando la presunzione d’innocenza per Sala, ha sacrificato al controllo della legalità per la necessità di far svolgere Expo visto che le indagini si fanno solo a ‘moratoria’ chiusa?

    (manuela d’alessandro)

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  • Milano, guarda com’è ridotta la targa che ricorda Pinelli

    Se per incuria o per dolo, non si sa. Ma è certo che una delle due targhe dedicate alla memoria di Giuseppe Pinelli in piazza Fontana, quella collocata dagli “studenti e democratici milanesi” nel 2006, non se la passa affatto bene. Il basamento è spezzato in due e le rose sono stramazzate sull’erba mischiate alle foglie secche. La lapide che riporta le parole “ucciso innocente” era stata rimessa dopo essere stata tolta grazie a una mobilitazione popolare  ed è affiancata da quella posta dal Comune sulla quale si legge “innocente morto tragicamente”.

    “Mettere le parole ‘innocente morto’ anziché  ‘ucciso innocente’ fa una bella differenza: equivale a negare il nostro diritto a conoscere la verità”, aveva commentato Leo Valitutti, l’anarchico amico di Pietro Valpreda che il 6 dicembre 1969 era presente nei locali della Questura di Milano quando il Commissario Luigi Calabresi e altri poliziotti interrogarono il ferroviere partigiano fermato perché tra i sospetti responsabili della strage di piazza Fontana.

    Pinelli morì precipitando dal quarto piano. La verità giudiziaria sancita dal giudice Gerardo D’Ambrosio che parlò “un malore attivo” non ha mai convinto nessuno. Dopo la sua morte, lui e Valpreda vennero dichiarati innocenti. (manuela d’alessandro)

     

  • Dramma Sole 24 Ore, la società chiede la cassa integrazione per 210 esuberi

    Svolta drammatica nella crisi del gruppo Sole 24 Ore. La società ha presentato ai sindacati la richiesta di applicare a 210 dipendenti non giornalisti ritenuti in esubero (su circa 800) la cassa integrazione straordinaria per due anni. In un documento inviato ieri alle principali sigle sindacali che abbiamo potuto leggere, si parla di 210 “eccedenze” tra grafici e poligrafici distribuiti tra Milano, Roma, Carsoli (Aquila) e Trento, prime vittime designate del disastro che ha travolto il gruppo portando anche un’inchiesta giudiziaria.  Un’indagine che individua nell’ex direttore Roberto Napoletano, nell’ex ad Donatella Treu e nell’ex presidente Benito Benedini alcuni dei possibili responsabili dello sfacelo.

    Nella richiesta firmata dall’ad Franco Moscetti, l’azienda sembra scaricare sui rappresentanti sindacali la colpa del fallimento delle trattative perché, a suo dire, avrebbero potuto evitare una soluzione così traumatica accettando dei contratti di solidarietà. “Le necessarie azioni di riallineamento della struttura al nuovo business – scrive Moscetti – impongono, in coerenza al Piano Industriale, una riduzione strutturale dell’attuale costo dell’organico complessivo, da completare, al più tardi, entro il termine del secondo trimestre del 2019”. Ribattono i rappresentanti dei lavoratori che la decisione di mettere in cassa integrazione i 210 esuberi viene “in maniera unilaterale dall’azienda, adducendo una non veritiera indisponibilità sindacale”.  Al 31 marzo di quest’anno. il Sole presenta un patrimonio netto negativo di 38 milioni di euro, in diminuzione di 25,6 milioni rispetto al 31 dicembre 2016. Numeri osceni che pagano per primi i lavoratori. (manuela d’alessandro)

  • Fondi Expo, ora i magistrati chiedono al Csm di aprire una pratica su loro stessi

    Tre esponenti della corrente di Magistratura indipendente chiedono al Csm di aprire una pratica sulla distribuzione dei 16 milioni di fondi Expo assegnati alla giustizia milanese per lo più senza gare e con criteri apparsi  poco trasparenti anche all’Anac. E a decidere quale commissione dell’organo di autogoverno della magistratura si dovrà occupare della vicenda sarà, tra gli altri, anche l’attuale primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, all’epoca, guidava  Corte d’Appello di Milano.

    “Si tratta di un argomento – scrivono Luca Forteleoni, Claudio Galoppi e Lorenzo Pontecorvo nella mailing list di Area – di fondamentale importanza sul quale deve essere fatta chiarezza al fine di salvaguardare il prestigio e la credibilità dell’ordine giudiziario”.    

    I tre, si legge nella mail che Giustiziami ha potuto leggere, chiedono “l’apertura di una pratica avente ad oggetto l’attuazione, presso il Tribunale di Milano, dei principi organizzativi previsti per il processo civile telematico di cui alla risoluzione consiliare del 13 maggio 2015 nonché la verifica della regolare gestione dei fondi pubblici utilizzati per l’implementazione di specifici progetti organizzativi”.

    Per capire quanta voglia avranno le toghe di indagare su loro stesse, bisognerà capire a chi il Comitato di Presidenza, di cui fa parte anche Canzio, assegnerà la pratica, se alla più agggressiva  prima commissione, che si occupò anche del caso Bruti – Robledo, o alla settima, solitamente più cauta nel valutare profili disciplinari dei magistrati. Tra chi potrebbe finire nel mirino ci sono l’ex capo dei gip milanesi facente funzione Claudio Castelli, ora presidente della Corte d’Appello di Brescia, e il magistrato civile Enrico Consolandi, mentre Livia Pomodoro, all’epoca vertice del Tribunale milanese, non rischia nulla da questo punto di vista perché è in pensione.

    Quanto a Canzio, in seguito alle prime rivelazioni giornalistiche il 21 ottobre 2014 dichiarò a questo blog: “Non solo non sappiamo niente di questi contratti ma niente ne vogliamo sapere. Questo deve essere chiaro perché la conoscibilità implica delle responsabilità. Come mai il Tribunale è così presente nelle carte? Chiedetelo a loro…”.

    (manuela d’alessandro)

  • La lettera dei genitori di Riccardo e Chiara, “la sofferenza di Pellicanò si unisce alla nostra”

    “Vogliamo portare la nostra testimonianza provando a tenere a distanza la rabbia, che pure è compagna inseparabile della nostra vita ferita a morte e, ancor più, ogni voglia torbida di vendetta, alla quale cerchiamo di resistere con tutte le nostre forze, convinti come siamo che la sofferenza del colpevole si aggiunge a quella delle vittime e non può minimamente alleviarla e restituirci i nostri ragazzi”. La lettera viene letta dall’avvocato di parte civile Valeria Attili ma la voce che tutti sentono nell’aula è quella dei genitori di Chiara e Riccardo, morti a 27 anni nell’assurda esplosione provocata da Roberto Pellicanò, il pubblicitario che il 22 luglio 2016 svitò il tubo del gas nella palazzina di via Brioschi a Milano.

    Quella voce suona anche nel cuore di Roberto Pellicanò che, seduto tra i suoi avvocati, piange.

    Chiara Magnamassa e Riccardo Maglianesi erano la coppia di vicini di casa arrivati dalle Marche. “Quella mattina – scrivono i genitori – non è stato spezzato un sogno o un vago desiderio: sono state spezzate delle vite umane, ormai incamminate in un concreto e preciso percorso di realizzazione personale, professionale e quindi anche sociale”.

    Nei mesi scorsi, Pellicanò, a cui è stato riconosciuto il vizio parziale di mente per una forma di depressione, aveva chiesto perdono in una lettera ai familiari dei ragazzi. “Non vogliamo forzare con le nostre parole – prosegue la missiva – quella ricerca doverosa e delicata di un concreto bilanciamento di offesa e riparazione che appartiene alla logica alta della giustizia, cui  ogni iter processuale deve sempre ispirarsi. Desideriamo però condividere chiunque abbia a cuore questa logica alta della giustizia le domande che continuano ad accompagnarci da quella mattina: Perché? Perché i nostri figli hanno dovuto pagare un pezzo così alto atroce e irreparabile per una storia che non è mai stata, nemmeno per un istante, la loro storia? Perché una fine così orrenda, così assurda, che racchiude in sé i caratteri dell’ingiustizia assoluta?”.  Secondo le indagini, Pellicanò avrebbe agito “spinto dalla rabbia per la separazione” da Micaela Masella, la donna con la quale, nonostante la fine della relazione, continuava a vivere assieme alle figlie di 7 e 11 anni. Anche Micaela perse la vita, mentre le bimbe riportarono gravi ustioni sul corpo. Il pm ha chiesto la condanna all’ergastolo per Pellicanò.

  • Fondi Expo, lo stop all’inchiesta sulle triangolazioni giudici – camera di commercio – imprese

    Una prova che indagare i colleghi per i magistrati sia come per il cappone festeggiare il Natale arriva da un’inchiesta potenzialmente esplosiva in cui si  ipotizzano, scrive il pm nella richiesta di archiviazione letta da Giustiziami, “intese triangolari” coinvolgenti esponenti del Tribunale, della Camera di Commercio e di un’impresa appaltatrice” che, di fatto, ha da tempo il monopolio della pubblicità delle aste immobiliari milanesi.

    Parliamo di una gara indetta dalla Camera di Commercio avviata nel 2012 con una parte dei fondi Expo, quelli il cui utilizzo sta seminando imbarazzo e paura nei corridoi del Palazzo di Giustizia. Una gara che ha sullo sfondo gli intimi rapporti tra il Tribunale retto da Livia Pomodoro e la Camera di Commercio al centro anche del rapporto dell’Anac sul tesoro Expo distribuito con affidamenti diretti e convenzioni sospette.  A vincerla in scioltezza è la società Edicom Finace con un ribasso da brivido (72,5%).

    Quando nel gennaio 2016 il pm Paolo Filippini si rende conto che “lo sviluppo dell’indagine deve passare necessariamente dalle condotte dei magistrati dell’ufficio giudiziario milanesi fruitori dei servizi resi dalle imprese del gruppo Edicom” manda le carte a Brescia competente sui presunti reati commessi dalle toghe milanesi. La risposta arriva 8 mesi dopo con la restituzione degli atti al mittente, “senza procedere a ulteriori indagini”. I bresciani spiegano ai colleghi che “il mero sospetto” non basta per determinare la loro competenza che scatterebbe solo se si iscrivesse un magistrato nel registro degli indagati.

    Di questo ‘no’ resta traccia nella richiesta di archiviazione datata 28 aprile aprile  quando il pm sottolinea  che le indagini effettuate non consentono di sostenere l’accusa in giudizio “nell’ambito delle competenze di questo ufficio”, lasciando intravvedere il rammarico per la mancata collaborazione dei bresciani. 

    Ora, una delle società estromesse, Astalegale.net, si oppone davanti a un gip a quella che definisce una “sconfortante” richiesta di archiviazione perché la Procura “sembra arrendersi nonostante le complesse indagini svolte abbiano confermato in toto le anomalie”.

    E in effetti le anomalie paiono lampanti e sembrano andare ben oltre il ruolo dei due indagati per i quali si richiede l’archiviazione, un funzionario che ha redatto il bando e una sua parente collaboratrice di Edicom, accusati di turbativa d’asta.

    Da questa indagine veniamo a sapere che per la pubblicità accessoria dei procedimenti esecutivi o fallimentari i giudici della secona e terza sezione civile del Tribunale di Milano impongono nei loro provvedimenti ai professionisti delegati di rivolgersi a Ediservice srl, società del gruppo Edicom. Al punto che nel giro di due anni, dal 2012, questa società incrementa il suo fatturato da 440mila euro all’anno fino a 1.400.000.

    Tutti tranne il giudice Marcello Piscopo che mette a verbale di essere l’unico a non farlo perché “questi servizi sono dispendiosi e superflui”.

    L’ipotesi della Procura emersa dall’ascolto di vari testimoni è che questi servizi vengano assegnati dai magistrati a Ediservice “come forma di compensazione del gruppo Edicom” perché fornisce personale alle cancelleria e per farle recuperare “remuneratività” visto il maxi ribasso del 72% sul prezzo d’asta.  Per il pm però “non ci sono prove per ritenere che la fornitura di servizi” da parte di Edicom “sia stata preceduta da una intesa illecita tra le parti coinvolte” anche perché “non è stato possibile risalire alla reale proprietà del gruppo Edicom” che ha sede nel paradiso fiscale del Delaware. Ora Astelegale.net domanda al gip Marco Del Vecchio, che si pronuncerà il 9 novembre, di respingere la richiesta di archivizione sostenendo che devono essere sentiti tra gli altri, giudici, dirigenti della Camera di Commercio e amministratori del gruppo Edicom per capire se davvero c’è stata una triangolazione illecita. In tutto ciò, interpellata dal pm, Pomodoro ha trasmesso agli inquirenti i documenti relativi al rapporto Tribunale – Camera di Commercio e una nota in cui due giudici evidenziano che non esiste nessuna convenzione tra il Tribunale ed Ediservice che riconosca in esclusiva alla società l’erogazione dei servizi pubblicitari accessori.  (manuela d’alessandro)

  • Fondi Expo, il Tribunale scarica sul Comune, “eravate voi la stazione appaltante”

     

    “Non risulta che il Tribunale abbia mai assunto il ruolo di stazione appaltante”. Roberto Bichi consegna a una nota la sintesi della riunione coi presidenti di sezione (tutti presenti) del Tribunale di Milano per discutere sugli appalti Expo alla giustizia dopo l’esposto – denuncia di Anac.  E siccome la stazione appaltante dei 16 milioni piovuti sul Palazzo di Giustizia in modo poco trasparente e senza gare era il Comune di Milano (sindaco prima Moratti, poi Pisapia), viene facile pensare a chi venga attribuita l’eventuale responsabilità di illeciti.  E’ un presidente che appare a chi c’era “molto teso” quello che si presenta al cospetto dei suoi magistrati ai quali chiede un parere sul comunicato stampa preparato per onorare “il ruolo del Tribunale di Milano, impegnato nel garantire il massimo di legalità”.

    Bichi, che gode di solida stima tra i colleghi, difende l’istituzione da lui guidata su tutta la linea, senza voler marcare un distinguo tra la sua era e quella di Livia Pomodoro, di cui è stato prima vicario e poi successore. Fuori ci sono le telecamere e qualche giudice, prima di entrare, si copre il volto per non essere ripreso in quello che appare all’esterno come un robusto ‘serrate i ranghi’ di fronte all’attacco sferrato da Raffaele Cantone il quale, nella relazione, adombra responsabilità di toghe milanesi.

    Dopo avere ricordato che le carte degli appalti erano visibili da tempo su www.giustiziami.it, il Presidente da’ conto di un dossier inviato dal Comune ai capi degli uffici giudiziari a marzo scorso (tempistica sospetta, dopo il primo blitz di Anac)  in cui si riepiloga l’utilizzo dei 16 milioni di euro per informatizzare la giustizia. “Emerge che tali impegni sono stati effettuati tramite gare d’appalto o con affidamento complementare o con adesione a convenzioni Consip”. Per quel che ne so io, assicura, era tutto a posto, i conti tornavano, e se ci sono singole responsabilità, aggiunge, “auspico che emergano al più presto per dirimere dubbi, evitare illazioni e non ledere l’immagine e il ruolo del Tribunale”. Al tavolo dei fondi Expo sedeva, tra gli altri, anche l’ex presidente dell’ufficio gip e attuale numero uno della Corte d’Appello di Brescia, Claudio Castelli.

    Il nome di Roberto Bichi compare nel verbale della riunione della svolta del 15 ottobre 2014. Dopo i primi articoli di stampa, i vertici dell’amministrazione giudiziaria e i rappresentanti del Comune e del Ministero decidono che, per quel che resta da spartirsi dei 16 milioni di euro, non si faranno più affidamenti diretti ma solo gare. In quel momento, tutti i presenti sono quindi consapevoli che il ‘tesoro’ di Expo stanziato dal Governo è stato distribuito con affidamenti diretti quantomeno discutibili.

    “Bichi – si legge nella sintesi di quell’incontro assai teso – si dichiara d’accordo col Presidente Canzio che la consolle d’appello (uno dei progetti da finanziare, ndr) è indispensabile perché c’è un vincolo temporale e deve essere data una priorità pe via della scadenza. Ma si domanda che fine fa il giudizio d’appello, a livello nazionale se la Consolle non viene finanziata coi fondi di Expo”. Poi puntualizza che è scorretto “parlare di fondi Expo per il Tribunale di Milano, nel senso che sono fondi per la giustizia italiana e per tutti i Tribunali italiani”.

    Dalla mailing list delle toghe, arriva intanto la reazione stizzita di Enrico Consolandi, magistrato civile tra i più atttivi nella gestione dei fondi. “Oggi qualcuno dice che il problema è la scelta del contraente – scrive –  distogliendo così le forze da quelli che sono i veri obbiettivi che sono quelli di potere ottenere risorse per lavorare”. Ma come vengono scelti i contraenti? Che rapporto c’era tra la Camera di Commercio, beneficiaria di strane convenzioni, e il Tribunale? E quali sono gli esiti di questa selezione? Questa è la vera domanda che si pone chi col naso all’insù vede tutti i giorni i monitor spenti che dovevano servire a orientare il cittadino e oggi lo lasciano ancor più smarrito.

    (manuela d’alessandro)

    Il sito del Tribunale coi soldi di Expo che si spegne nel week end

    Il Garante toglie il monopolio del Pct alla società che se l’è preso coi soldi di Expo

    I monitor di Expo al passo carraio

    Il Pct? Più lento di quello cartaceo

     

  • Giudici convocati “con urgenza” dal presidente Bichi per discutere sugli appalti Expo

    Domani dalle 13 i processi del Tribunale di Milano rischiano di fermarsi perché i giudici si riuniranno   “con urgenza” per discutere della scioccante relazione Anac sugli appalti Expo per la giustizia milanese di cui questo sito aveva dato conto per primo due anni e mezzo fa.

    A convocare la riunione con una lettera dai toni drammatici inviata a tutti i giudici è il presidente del Tribunale Roberto Bichi.

    “Considerato il grave negativo riflesso derivante sull’immagine e sull’attività stessa del Tribunale – scrive Bichi – ritengo necessario convocare con urgenza una riunione dei presidenti di sezione, in primo luogo per informarvi delle circostanze a mia conoscenza e, inoltre, al fine di valutare eventuali iniziative”.

    “I magistrati sono convocati nell’aula della presidenza della prima sezione civile e – questo è il passaggio della missiva di Bichi che colpisce di più – in considerazione dell’importanza dell’argomento sottolineo la necessità della presenza di tutti, eventualmente anche con sospensione dell’udienza“.

    Stando a quanto emerge dalle carte in nostro possesso, Bichi non ha avuto nessun ruolo nella sciagurata assegnazione dei 16 milioni di fondi Expo destinati alla giustizia milanese. All’epoca era però il vicario del presidente Livia Pomodoro, di cui ha preso il posto quando è andata in pensione, e forse con questa iniziativa vuole prendere le distanze da chi l’ha preceduto.

    La lettera esprime con palpitazione il momento delicatissimo della giustizia milanese dopo l’esposto dell’Anac di Raffaele Cantone su presunte irregolarità in almeno 18 delle 72 procedure d’appalti del Tribunale milanese per un valore di 8 milioni di euro (su 16) di fondi governativi stanziati per l’Expo e distribuiti dal Comune di Milano per l’informatizzazione della giustizia. Nel dossier dell’Anac  vengono espresse perplessità sull’operato di diversi magistrati, tra cui Pomdoro e l’ex presidente dei gip Claudio Castelli, ora presidente della Corte d’Appello di Brescia.

    Ieri, la Procura ha avviato un’indagine ‘a modello 44’ a carico di ignoti sulla base dell’esposto dell’Anac con l’ipotesi di turbativa d’asta. Inchiesta che ben difficilmente resterebbe a Milano visto il presunto coinvolgimento di toghe meneghine.   I fatti risalgono a un periodo compreso tra il 2010 e il 2015. Giustiziami, ‘Il Giornale’ e il ‘Fatto’ ne avevano dato abbondantemente conto due anni e mezzo fa. Perché l’Anac arriva solo ora? E i magistrati avranno il coraggio di indagare su loro stessi?

    (manuela d’alessandro)

  • Corona assolto, “non è reato far custodire i soldi a un amico”

     

    Dov’è il reato di chi si fa custodire i suoi denari nel soggiorno di un  amico? Se l’erano chiesto in tanti, chi sfogliava le riviste di gossip ma anche chi bazzica il Palazzo, durante i mesi agitati del processo Corona, accusato di intestazione fittizia dei beni per quei 2,6 milioni di euro trovati nel controsoffitto della sua storica collaboratrice Francesca Persi e nelle cassette di sicurezza in Austria.

    Oggi arriva la risposta dei giudici (presidente Guido Salvini, al suo fianco Andrea Ghinetti e Chiara Nobili). Il reato di intestazione fittizia in contanti non esisteva come precedente in giurisprudenza e non esiste ora, nemmeno per l’imputato puù assiduo delle cronache giudiziarie degli ultimi dieci anni (se la gioca con Berlusconi). Il reato vero da contestare sarebbe stato quello più modesto e più comune  di dichiarazione fiscale infedele, per il quale vengono ritrasmessi gli atti alla Procura.

    Corona, condannato a un anno, esulta come se fosse stato assolto e ha tutte la ragioni, anche nel buttare fuori la rabbia per un arresto e una carcerazione (da ottobre 2016) sbagliati.  La tesi dei pm della Dda Ilda Boccassini, Alessandra Dolci, Paolo Storari viene annichilita dal Tribunale. Regge solo l’accusa di sottrazione fraudolenta dei beni, cadono l’intestazione fittizia e un altro reato pure semisconosciuto alla giurisprudenza, l’omissione della segnalazione alla Guardia di Finanza di variazione patrimoniali a cui è obbligato chi è soggetto a una misura di prevenzione. Stando a una prima lettura del dispositivo, si può dedurre che i giudici abbiano considerato Persi una semplice custode di quell’1,8 milioni di euro che teneva nel suo controsoffitto, senza però averne una formale titolarità giuridica. Revocate le custodie cautelari sia per Corona che resta dentro per i 5 anni ancora da scontare anche se si aprono spiragli per un nuovo affidamento in prova sia per Persi, condannata a sei mesi anche lei per sottrazione fraudolenta.  In sostanza, secondo i giudici, un processo che sarebbe dovuto durare poche udienze per soli illeciti tributari si è ingigantito per l’intervento della Dda che ha ipotizzato reati inesistenti.

    (manuela d’alessandro)

  • Proroga indagini scaduta per Sala, si avvicina l’ora della verità

    Ci siamo. Domani scade la proroga di sei mesi delle indagini sulla Piastra di Expo che riguarda anche Beppe Sala e, tra un paio di settimane o poco più, dovrebbe essere notificata al sindaco la chiusura dell’inchiesta, l’atto che precede di solito la richiesta del processo.

    In teoria il pg Felice Isnardi, che aveva sfilato le cartealla Procura per svolgere “ulteriori approfondimenti investigativi”, potrebbe anche chiedere l’archiviazione della posizione dell’esponente del Pd, eventualità che appare del tutto remota. In questi mesi il pg ha lavorato sottotraccia ed è emerso poco delle sue attività. Tra le altre cose, ha interrogato, su richiesta dei suoi legali, l’imprenditore Paolo Pizzarotti, l’altro nome ‘nuovo’ assieme a quello di Sala inserito dalla Procura Generale nel registro degli indagati. Il sindaco, assistito dall’avvocato Salvatore Scuto, ha scelto invece una strategia diversa, preferendo non raccontare al magistrato la sua versione sui due presunti verbali falsificati. Secondo l’accusa, Sala in qualità di ad e commissario unico per l’Esposizione Universale avrebbe retrodatato nel maggio 2012 due verbali di nomina della ‘Commissione aggiudicatrice’ per la Piastra dei Servizi perché non voleva annullare la procedura fin lì svolta nel timore che ‘saltasse’ Expo.

    Nel fascicolo sono finite anche le dichiarazioni rese ai media dal primo cittadino: “Quanto è successo in quelle giornate convulse onestamente non lo ricordo – aveva detto  – L’indagine ha comunque appurato che ciò che sarebbe accaduto è stato irrilevante per la gara”. L’inchiesta era stata al centro dello scontro furibondo tra l’allora procuratore capo Bruti Liberati e l’aggiunto Robledo che rinfacciava al ‘rivale’ di non fargli svolgerele indagini su Expo.

    Come si comporterà ora Sala dopo lo psicodramma dell”autosospensione’?

    Di fatto, la chiusura delle indagini segna un altro atto dell’accusa, come lo era l’iscrizione tra gli indagati,  e sarebbe logico che andasse avanti a governare la città almeno fino a quando un giudice non deciderà di processarlo.E’ certo che a rappresentare l’accusa in un eventuale processo non ci sarà Felice Isnardi che in autunno andrà in pensione.

    (manuela d’alessandro)

  • Per il pm “morta perché denutrita” ma la perizia dice che era malata

     

    Morta perché denutrita. Questo il mostruoso sospetto della Procura di Novara  che aveva indagato con l’accusa di omicidio colposo i genitori marocchini di una bimba di 5 anni deceduta all’ospedale Maggiore della città piemontese nel gennaio scorso.

    Ora, gli esiti della consulenza medico legale disposta dal pm Ciro Vittorio Caramore raccontano tutta un’altra verità. La piccola, arrivata il 4 gennaio al pronto soccorso in coma, si è spenta  a causa della malattia di Leigh, una grave e incurabile sindrome neuro – metabolica da cui era affetta dalla nascita.

    All’epoca grandi titoli di giornali sui genitori sciagurati e clandestini basati su una relazione della Questura che parlava di “apparente stato di denutrizione” e su quanto trapelato da fonti sanitarie e giudiziarie.

    “Nei prossimi giorni – annuncia  l’avvocato Debora Piazza che assiste i genitori – chiederò alla Procura di archiviare la posizione dei miei assistiti”. “Dal punto di vista strettamente medico – legale – scrive la dottoressa Chen Yao nella sua relazione – l’accertata presenza della sindrome di Leigh, patologia di per sé a prognosi infausta, non consente di stabilire, con certezza o elevata probabilità logica, un nesso di causa tra la condotta inadeguata dei genitori e il decesso della bimba”. Tuttavia, la consulente si sforza di individuare delle responsabilità dei genitori, forse, ipotizza Piazza, “per salvare la faccia a chi l’ha avuta in cura”. “Indipendentemente dall’identificazione dell’agente eziologico che portò al decesso – si legge nel suo studio –  è emerso, sulla base delle testimonianze fornite dai medici che ebbero in cura la paziente, un inspiegabile, ingiustificato ritardo di richiesta di assistenza medica da parte dei genitori. Il ritardo non ha consentito un’idonea somministrazione dei presidi farmacologici necessari alla correzione dello stato di disidratazione e delle conseguente gravissima ipopotassiemia (carenza di potassio, ndr), privando così la bambina delle già poche chanche di sopravvivenza”.

    “Nessuna responsabilità da parte dei genitori – ribatte l’avvocato Piazza – anzi potrebbero esserci negligenze  della struttura sanitaria dove era stata ricoverata nel settembre del 2016 e dei medici che l’hanno visitata in questi anni, non riscontrando la sidrome”.

    In ogni caso, anche se fosse arrivata prima la diagnosi, questa è una malattia che non lascia scampo perché, spiega il medico legale, “nella maggior parte dei casi l’aspettativa di vita è ridotta a pochi anni”. Le uniche cure possono consistere nella somministrazione di vitamine e in una dieta adeguata. Si manifesta “in genere tra i 3 mesi e i 2 anni e i bambini colpiti presentano un progressivo ritardo dello sviluppo psico – motorio, perdita di appetito, vomito ricorrente” e altri sintomi invalidanti.

    Tante scuse ai genitori di questa bambina fragile che, sottolinea il legale, “era stata fortemente voluta dalla mamma in tarda età, quando era già ‘vecchia’ per i dettami della religione musulmana”.

    (manuela d’alessandro)

  • “Qui per sentire il mio Perry Mason”, la mamma dell’avvocato di Corona conquista tutti

    “Quando aveva 10 anni voleva diventare Perry Mason e io gli dicevo: ‘Vedrai, sarai il Perry Mason italiano’”. Se  una mamma ti da’ fiducia, tutto è possibile.

    Questa splendida signora sugli 80 anni di eleganza elisabettiana è venuta ad assistere all’appassionata arringa del suo Perry, l’avvocato Ivano Chiesa, che oggi ha cercato di convincere i giudici ad assolvere Fabrizio Corona dall’accusa di avere nascosto al Fisco 2,6 milioni di euro.

    Capita talvolta di vedere le mamme degli imputati nelle aule dei processi, e qui spesso abbiamo visto la madre di Corona accompagnare con sguardo amorevole l’ennesima traversata giudiziaria del figliolo.

    Non capita mai invece di scorgere la mamma di un avvocato tra i banchi. La simpatica signora Luigia ha ascoltato con grande attenzione le acrobazie verbali del brillante Ivano e, alla fine, si è mangiata con gli occhi lucidi il suo Perry. (manuela d’alessandro)

    Ringraziamo per la foto gentilmente concessa Maurizio Maule

     

  • La sentenza Riina parla di tutti noi anche se ci fa ribrezzo

    La sentenza della Cassazione su Totò Riina non parla di pietas, di perdono, di  pentimento. E’ bene leggerla prima di esprimersi.

    Parla invece dei diritti fondamentali dell’uomo e lo fa scegliendo parole importanti che vanno ben al di là del ‘capo dei capi’ e ci riguardano tutti, anche se oggi ci ripugna ammetterlo.  E’ una sentenza che parla anche di chi va a morire all’estero  per avere una fine dignitosa perché, come scritto dai pm milanesi del caso Cappato – Dj Fabo, esiste un “diritto alla dignità garantito sia dalla Costituzione che dalla Convenzione europea”. Parla anche dei nostri vecchi genitori quando  negli ospedali o negli ospizi vengono brutalizzati perché non possono difendere la loro estrema dignità di esseri viventi. E ne parla con in mano la nostra costituzione e la legge, quindi se si vuole criticare questa sentenza bisogna farlo usando il suo stesso linguaggio.

    Bisogna allora spiegare con le categorie del diritto perché per Riina non valga la “giurisprudenza costante di questa Corte affinché la pena non si risolva in un trattamento inumano e degradante, nel rispetto degli articoli 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”) e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (“Nessuno può essere sottoposto a totura né a pene né a trattamenti inumani o degradanti”)”. “Lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario – scrivono i magistrati citando diverse pronunce –   idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità fisica o l’applicazione della detenzione domiciliare della persona non deve limitarsi alla patologia implicante un pericolo di vita per la persona, dovendosi piuttosto avere riguardo a ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria”.     

    Bisogna allora avere davanti le cartelle cliniche di Riina, che sappiamo avere 87 anni, essere immobile dalla vita in giù, col respiratore, due tumori, il Parkinson, un filo di voce, e dimostrare che le sue attuali condizioni non siano al di sotto di quella soglia di dignità.

    Bisogna anche spiegare se la sua “pericolosità possa considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute”. Ma chiarirlo bene, con cura. Perché non basta dire che nel 2013 nel cortile di Opera minacciava di uccidere nell’ora d’aria, peraltro durante quel regime di 41 bis che dovrebbe garantire l’assoluto isolamento oggi  invocato da chi non vuole scarcerarlo. Sono passati 4 anni: il magistrato Felicia Marinelli, che ha in carico la questione, è in grado di dimostrare che in questo momento Totò Riina è ancora un uomo pericoloso? A questo domande per fortuna risponderà, in diritto, un Tribunale.

    (manuela d’alessandro)

    Testo sentenza Cassazione – Riina