Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Settembre 2017

  • Bichi ai giudici, “errori fatali” e “atti dispersi” per il crac del processo digitale

    “Allo stato non sembra possa escludersi l’eventualita’ di ‘atti dispersi‘”, “si sta lavorando per il recupero degli errori fatali”.

    Una forza cieca e malevola accompagna il Processo Civile Telematico che vive l’ennesima empasse  perché dal 15 settembre, come spiega il presidente del Tribunale Roberto Bichi in una lettera mandata ai giudici, si sono verificati “gravi malfunzionamenti” nell’invio e nella ricezione degli atti.

    Quasi apocalittiche le conclusioni: “Allo stato sembra non possa escludersi l’eventualità di atti dispersi” e “si pone il problema dell’individuazione della data di deposito per gli atti inviati dagli avvocati e rimasti in situzione di non conoscibilità da parte delle cancellerie e del giudice”.

    Di fronte a questa “situazione”, “tutti noi siamo chiamati ad una valutazione prudente e che agevoli, anche sotto il profilo del valido recupero processuale, la
    ricostruzione della serie degli atti processuali, là dove siano
    proposte istanze di remissione in termini o comunque volte a
    sanare la situazione, giacché l’inadempimento non può  certo
    essere imputato alla parte”. E meno male. Il processo civile telematico del resto la comunità l’ha già pagato abbastanza, con i milioni di fondi Expo investiti per agevolare il primato milanese sulla via del digitale.  Con modalità all’attenzione dell’Anac e di due Procure (Milano e Venezia) dopo le inchieste di Giustiziami, del ‘Giornale’ e del ‘Fatto’ tre anni fa.

    (manuela d’alessandro)

  • Fondi Expo per il processo telematico, Milano sconfitta in Europa

    Milano battistrada nazionale del Processo Civile Telematico, Milano che a luglio faceva sapere a mezzo stampa di essersi candidata alla prestigiosa ‘Bilancia di cristallo della giustizia’, il riconoscimento del Consiglio d’Europa alla pratiche innovative che contribuiscono all’efficienza e qualità della giustizia.

    Ma poi, vuoi mettere: con tutti i milioni elargiti nel nome di Expo proprio per realizzare il sogno di un processo ‘leggero’, senza straziare foreste, come si poteva non vincere?

    E invece. E’ di oggi la notizia che ad aggiudicarsi la ‘Bilancia’ è il Tribunale di Catania scelto per il progetto che punta a migliorare i tempi delle procedure reative ai ricorsi dei migranti che si sono visti rifiutare la protezione  internazionale dalle Commissioni Territoriali. La proposta etnea è stata selezionata assieme ad altre provenienti dall’Azerbaijan, Bulgaria e Norvegia, scelte tra 37 candidature arrivate da 18 Paesi.

    Un dubbio: e se ai giurati l’idea di consegnare una ‘Bilancia di cristallo’ a un Tribunale che ha assegnato i fondi Expo in modo così opaco, tanto da ‘meritarsi’ gli strali dell’Anac e due inchieste penali, sia apparsa un po’ comica?

    (manuela d’alessandro)

  • La nuova mappa del potere in Procura, gli aggiunti scelti dal Csm

    Cambia la mappa del potere a Milano con 6 procuratori aggiunti nuovi di zecca chiamati a sostituire Francesco Greco, Pietro Forno, Alfredo Robledo, Maurizio Romanelli e Ilda Boccassini che per vari motivi hanno lasciato o lasceranno a breve il loro posto a capo dei dipartimenti.

    Dopo mesi di trattative tormentate, dalla votazione della quinta Commissione del Csm, quella che si occupa degli incarichi direttivi, vengono fuori 5 nomi già sicuri del posto: due con l’unanimità, Maria Letizia Mannella e Tiziana Siciliano più Fabio De Pasquale, Eugenio Fusco e Alessandra Dolci con 5 voti. Entreranno al Plenum come ‘generali’ e tali ne usciranno. A parte Mannella, sostenuta dalla corrente moderata Unicost, gli altri sono tutti esponenti di Area, formazione di sinistra. 

    Sarà bagarre invece sul sesto nome perché l’attuale pg Nunzia Ciaravolo e il pm Laura Pedio hanno preso 3 voti a testa. Sembra leggermente favorita la prima, che nel curriculum ha esperienza in Kosovo per l’Onu, e dovrebbe contare sui voti di Unicost, Magistratura Indipendente e di alcuni consiglieri laici, oltre alla preferenza del presidente della Cassazione Giovanni Canzio, col quale è stata a lunga nel consiglio giudiziario milanese. Pedio è sostenuta da Area e dal procuratore capo Francesco Greco che le ha affidato diverse inchieste economiche di rilievo. (manuela d’alessandro)

  • Tutti i no del medico del Policlinico alle “protesi di merda”

    “Gli ho detto: ‘Bruno dai, quella protesi lì…e poi guarda che loro sono disposti…anche dietro compenso o che cosa…a modificare lo strumentario’. E lui mi ha risposto: ‘Ti posso dire  una cosa? Non me ne frega un cazzo!‘”.

    Il dottor Bruno Arosio era l’ossesione di Fabio Bestetti e Marco Valadé, i due chirurghi del Policlinico di Monza arrestati con l’accusa di associazione a delinquere e corruzione perché avrebbero ricevuto denaro e viaggi dai rappresentanti della società Ceraver in cambio dell’acquisto di protesi da applicare in sala operatoria. “Protesi di merda”, le definiscono loro stessi nelle intercettazioni, e infatti il dottor Arosio non ne vuole sapere di comprarle per i suoi pazienti. “E’ una protesi di merda quella lì – conferma “furibondo” a colloquio con  Bestetti – Tu puoi montarla però vedrai che ti romperò i coglioni per non farla mettere più una roba del genere perché non ti faccio più proteggere dal Policlinico. Non so come cazzo fai a mettere quella roba lì”. E l’altro, mitemente: “Bruno, dai, tranquillo. Domani ne parliamo. Vai a casa, mangi la pappa, così ti rilassi un po’ e poi domani ne parliamo”.

    Ma tutti i domani che ne parlano il dottor Arosio non è mai rilassato. Valadé, dialogando con un venditore della Cerever, Marco Camnasio, anche lui arrestato: “Io gli ho detto ‘ascolta Bruno…vabbé io comunque martedì metterò una protesi di queste qua  perché viene qui proprio il responsabile’. ‘Sono cazzi tuoi mi ha detto..m’ha riposto così, capito? Sono cazzi tuoi. Allora gli ho detto: ‘Ma ascolta Bruno, guarda che loro, sono una ditta in espansione, sono molto disponibili, aiutali magari a modificare qualcosa dello strumentario (…) cioé gli ho fatto capire…non è che te lo fanno gratis, capito? E lui mi ha risposta: ‘Guarda, in questo momento non mi interessa’ “.

    A un certo punto dalle intercettazioni emerge che Arosio scrive pure una lettera alla Direzione del Policlinico.

    Finché i due medici pensano alla soluzione finale. E’ Bestetti a buttarla lì: “Gli diamo il ‘disturbo’ anche a lui”. ‘Disturbo’ è la parola chiave di decine di telefonate: s’intende, scrive il gip, “il compenso, sotto varie forme, promesso come corrispettivo per l’impianto delle protesi Ceraver”. Ma Valadé: “No no no…adesso non parliamo perché sai che Bruno è uno ligio al dovere...capito? Lui lo fa proprio per comodità, per correttezza, per tutto, capito?”. Comodità, dice proprio così. (manuela d’alessandro)

  • Milano invasa dai manifesti per ringraziare il re della coca Morabito

    Rocco è tornato in Italia il 4 settembre dopo 25 anni di latitanza patinata in Uruguay e Milano  si prostra al cospetto del suo ex re della coca attraverso un centinaio di manifesti appesi ovunque, nei quartieri di lusso (la foto è stata scattata in via Santa Sofia) e in quelli più periferici e spigolosi, come Quarto Oggiaro.

    Un inchino ironico al boss della ‘ndrangheta ma con dati reali inoppugnabili che certificano il primato milanese tra gli ‘sniffatori’ europei.

    I cartelli sono stati ‘rivendicati’ dall’esperto di comunicazione  Klaus Davi e da un pubblicitario già autori, una quindicina di giorni prima dell’arresto, della campagna intitolata ‘Rocco, dove sei?’ che aveva rivestito i muri di Palermo con la foto di Morabito affiancata da quella di un suo possibile travestimento al femminile. “Sapevo che qualcosa stava per accadere, se ne parlava nei bar di Africo”, aveva commentato la cattura il semiveggente Davi.   (manuela d’alessandro)

  • Il giudice lascia l’aula alla bimba per conoscere il papà presunto torturatore

    L’esperto giudice Giovanna Ichino ne ha viste tante ma un processo così mai. Osman Matammud, 22 anni, somalo, viene accusato di avere sequestrato centinaia di connazionali in un campo da lui gestito in Libia, ucciso quattro persone e stuprato decine di donne. Oggi, chiamata dalla difesa, è venuta a deporre la moglie dell’imputato che vive a Roma e non lo vede da anni. Con sé ha una bimba coi codini di 4 anni. Mentre la mamma testimonia per due ore davanti alla Corte d’Assise, la piccola passa il tempo disegnando in una stanza adiacente.

    Alla fine dell’udienza, il legale di Matammud, l’avvocato Gianni Rossi, chiede al presidente Ichino se è possibile un breve saluto dalla gabbia dove siede il suo assistito tra Matammud, la moglie e quella bimba che è la figlia del ragazzo e lui non ha mai visto prima d’ora. Il magistrato si spinge oltre con un gesto definito dall’avvocato Rossi “di grandissima umanità”. Va via dall’aula assieme agli altri giudici disponendo che le sbarre si aprano. La bimba può così abbracciare e riempire di baci per la prima volta il suo papà. Per lei l’uomo  indicato dalla legge come un presunto aguzzino e che per il suo avvocato è la vittima innocente di un conflitto tra clan è solo il papà di cui la mamma le ha parlato per tanto tempo.  Dieci minuti tra gli sguardi inteneriti di tutti i presenti in un’aula di Tribunale illuminata da una presenza infantile, come mai accade (i minori non possono entrare). La gabbia si chiude ma un agente della polizia penitenziaria vedendo la bambina esitare ad andarsene decide di spalancarla per l’ultima volta:”Dai, vai a salutare il tuo papà”. E lei corre.  (manuela d’alessandro)

     

     

  • Perché un avvocato difende anche uno stupratore

    L’avvocato che non deve difendere. Nulla di nuovo sotto il sole (ma sarebbe più giusto dire nuvole) se il peggior becerume nostrano si è scagliato in questi giorni contro un avvocato di Lugo, reo di prestare la propria opera professionale a un imputato di omissione di soccorso stradale. O se una collega romana ha ritenuto di doverci pubblicamente spiegare che ha accettato di difendere uno dei due carabinieri accusati di stupro solo perché ne avrebbe letto negli occhi la di lui innocenza.

    Quante volte infatti, anche in contesti più ‘evoluti’, ci viene richiesto con dissimulata malizia: “Come fai a difendere un assassino ?”. O uno stupratore o un mafioso o un pedofilo o anche, perché no? un bancarottiere o un politico corrotto e persino un truffatore, aggiungo: il codice penale è ricco, come la vita, di figure delinquenziali.

    Si ha un bel dire che i paesi civili si distinguono da quelli ove vige la legge del taglione proprio perché esiste il diritto, il processo e quindi anche gli avvocati difensori. O che assistere tecnicamente un imputato affinché vengano rispettate le regole sancite da quella stessa legge che sarebbe stata da lui violata è un principio tutelato anche dalla nostra tanto amata Costituzione, oltre che dal mero buon senso, eppure nulla da fare. Difendere il ‘mostro’ equivale, per i benpensanti di risulta, a contribuire al suo crimine garantendogli impunità, e pertanto non resta che confidare nei bravi e onesti magistrati che non si fanno buggerare dall’azzeccagarbugli prezzolato di turno. Ai quali invece a nessuno verrebbe in mente di chiedere, con altrettanta malizia e tra un tramezzino e l’altro di una serata mondana, “Ma come fai a sbattere in una gabbia per tutta la vita un essere umano ?”. Eppure il mestiere dell’avvocato dovrebbe essere considerato non si dice nobile, anche se un tempo pare lo fosse, ma almeno utile perché consiste semplicemente nel vigilare che venga applicata la legge che regola il processo accertativo di un fatto, anche perché, come disse anni fa qualcuno ben più bravo di me: “il codice penale è scritto per i colpevoli e quello di procedura per gli innocenti”.

    Una sentenza giusta è una sentenza che ha applicato la legge, e quella legge prevede che il verdetto sia la conclusione di un iter che indica tra le parti necessarie anche l’avvocato, altrimenti è una sentenza sbagliata che non vale nulla. E’ un controsenso dire che non si difendono i colpevoli di un certo reato, anche perché difendere non significa solo sostenere contro ogni logica l’innocenza del proprio assistito, ma far sì che venga condannato alla pena giusta. E se al termine del processo le prove a suo carico si sono rivelate insufficienti, la sentenza giusta è quella che lo assolve e non quella che lo condanna nel dubbio per tacitare la voglia di forca, e bene ha fatto l’avvocato a impegnarsi perché non avvenisse ciò. A questo servono gli avvocati, che per definizione si occupano di fatti accaduti “ad altri” e non certo a loro, e mi piace ricordare come rispose una simpatica e brava avvocata a un cliente che le diceva che con il suo mestiere ne avrebbe ‘viste’ di tutti i colori: “Abbia pazienza, ne sento, non ne vedo…”. Ma il diritto non piace più, piace la legalità intesa nel suo peggiore degli ossimori, esultando quando una gabbia si chiude e gridando allo scandalo quando si apre, al punto che sono stati coniati neologismi imbecilli tipo “garantista”, per definire un giudice che rispetta la legge.

    Perché è legittimo non esserlo? Assistiamo a leggi assurde sulla prescrizione trasformata da secolare baluardo di diritto a mero escamotage da contrastare. Però detto questo, diciamoci la verità colleghi, è anche colpa nostra se da anni vige intorno a noi questa pessima fama. Da quanto tempo abbiamo consentito che anche nei Tribunali il nostro ruolo venisse pesantemente sminuito se non considerato d’intralcio alla giusta prevenzione e repressione del male “in nome del popolo italiano”? Da quanto tempo anche tra noi il legale apprezzato è solo quello che collabora col magistrato e coi media, altrimenti viene ritenuto un fastidioso rompiscatole se non in taluni casi addirittura un connivente? E allora, se non serviamo a nulla e finiamo con il partecipare quali convitati di pietra ad un gigantesco teatrino, sol per comperarci la casa o fare le vacanze al mare con la famigliola e la bella macchina, fanno bene tutti gli altri a considerarci degli inutili impicci alla tanto agognata legalità, e ad additarci come mercenari del crimine.

    avvocato Davide Steccanella

     

     

  • Fondi Expo, il Comune accusa i magistrati e fa i loro nomi ad Anac

     

    Se qualcuno ha truccato la distribuzione dei fondi Expo alla giustizia milanese, quelli sono solo e unicamente i magistrati. E si fanno nomi e cognomi di chi nel Palazzo di Giustizia avrebbe deciso in autonomia, e molto spesso senza gare pubbliche, come assegnare i milioni di euro regalati dall’Esposizione.

    La tesi che Palazzo Marino  offre nella sua recente relazione all’Autorità anti corruzione segna un punto di violenta rottura rispetto alla dichiarazione del presidente del Tribunale Roberto Bichi il quale, tre mesi, fa aveva sottolineato che “la stazione appaltante non eravamo noi, bensì il Comune”. Una precisazione arrivata al termine di una drammatica riunione tra giudici seguita al documento in cui Anac, 3 anni dopo l’inchiesta di questo blog  e del ‘Giornale’, individuava 18 appalti illeciti per l’assegnazione di milioni di euro in nome dell’Esposizione Universale.

    Spiega Fabrizio Dall’Acqua, da poco segretario generale e responsabile anti corruzione dell’amministrazione comunale: “Il compito del Comune di Milano era di tradurre in atti amministrativi le scelte operate dagli Uffici Giudiziari. In caso di affidamenti diretti, l’individuazione del fornitore è stata fatta dagli Uffici Giudiziari e dal Dgsia (articolazione ministeriale, ndr) che avevano contezza dei rapporti pregressi e delle problematiche tecniche sottostanti”.

    Ed eccoli i nomi che il Comune fa in modo esplicito.

    Claudio Castelli, attuale Presidente della Corte d’Appello di Brescia e all’epoca presidente facente funzione dei gip e responsabile del Processo Civile Telematico (PCT). E’ lui che in una riunione del 2012, rispondendo alle lamentele della Corte d’Appello che si sente poco coinvolta nelle scelte, puntualizza che le decisioni sui finanziamenti già assegnati “hanno tenuto in considerazione i vari Uffici Giudiziari (…)” e anche per i fondi ancora da distribuire “sono in corso incontri coni i referenti degli Uffici Giudiziari per acquisire un elenco di fabbisogni e priorità”.

    Giovanni Canzio, presidente della Corte di Cassazione e all’epoca presidente della Corte d’Appello di Milano e l’allora presidente del Tribunale Livia Pomodoro.

    Da una loro lettera del 2012 al sindaco Giuliano Pisapia, si deduce che “fabbisogni, valutazioni e scelte operative sono state eseguite dagli Uffici Giudiziari col contributo di CISIA/DGSIA e che il Comune si è limitato ad adottare i conseguenti provvedimenti amministrativi”.

    Canzio viene chiamato in causa anche per un affidamento diretto al Politecnico  relativo a un software di gestione del personale, assieme al consigliere e giudice Laura Tragni. Le mail tra quest’ultima e Castelli riportate nella relazione spiegherebbero, secondo il Comune, anche la scelta di affidare il restyling del sito del Tribunale alla Camera di Commercio sulla base di una convenzione tra i due contraenti.

    Infine, anche la nomina contestata da Anac di Giovanni Xilo nel gruppo di lavoro sugli appalti fu avallata da Pomodoro e Castelli che lo presentarono come “consulente degli Uffici Giudiziari” e “non ebbe mai” invece dal Comune “alcun incarico, né formale, né informale”. Xilo in passato intrattenne rapporti economici, come fornitore, con Net Service, una delle società a cui è spettata una bella fetta del ‘tesoro’ di Expo. (manuela d’alessandro)

    Relazione del Comune sui Fondi Expo

     

     

  • Arrestata la dietologa di fronte al Tribunale, aveva una doppia identità

    “Poi le faccio avere la sua dieta”. Cristina Soresina alias Colombo si è rivolta così al gentile carabiniere che stava seguendo il suo caso, riuscendo a difendere l’orgoglio di dietista anche nel momento più duro, dopo che il giudice per le direttissime aveva convalidato gli arresti domiciliari.

    Peccato che le diete non le potrebbe prescrivere, almeno come Cristina Soresina che poi è il suo nome vero, perché priva della necessaria attestazione dello Stato per esercitare la professione. Per aggirare l’ostacolo e anche farsi sganciare un finanziamento di 40mila euro dalla società Agos, la signora Soresina si è costruita nel giro di un paio di giorni una seconda identità.

    Eccola trasformata in Cristina Colombo, cognome di acclarata milanesità per non dare nell’occhio, ‘dietista, biologa e nutrizionista’ che riceveva nel Manara Medical Center, poliambulatorio di fronte al Palazzo di Giustizia. Una donna nuova, con tanto di foto sul profilo Facebook che non le corrisponde.

    Inquietante la facilità con cui è riuscita a cambiare cognome. Stando a quanto ricostruito dalle indagini dei carabinieri, lo scorso 23 giugno la donna si sarebbe presentata negli uffici del Comune di Cocquio Trevisago (Varese) denunciando, come Cristina Colombo, di aver perso i documenti e successivamente al Commissariato di Porta Ticinese, a Milano, dove avrebbe presentato la denuncia fornendo le false generalita’, dicendo di aver smarrito anche la patente, oltre alla carta d’identita’ valida per l’espatrio. Il giorno successivo, il 24 giugno, con la denuncia in mano, è riuscita a ottenere la carta d’identità a nome Cristina Colombo. Solo quando ieri i carabinieri, dopo alcuni accertamenti, sono andati arrestarla la donna ha ammesso di essere Cristina Soresina, con annessi precedenti penali. Ora è  indagata per falsita’ ideologica commessa dal privato in atto pubblico, per l’abusivo esercizio della professione, per sostituzione di persona e truffa.
    (manuela d’alessandro)

  • 22 anni dopo l’aula bunker di Opera deve essere ancora inaugurata

    Il tempo scivola sulla colata di cemento senza grazia che da 22 anni vive un’eterna attesa tra i vasti campi di grano e le rogge sottili attorno all’abitato di Opera. E trascorre anche per la Corte dei Conti e per la Procura di Milano che sembrano non avere alcuna fretta di accertare come sia possibile che l’aula bunker eretta a fianco del carcere per ospitare i maxi processi abbia inghiottito  milioni di euro e tonnellate di carte e promesse, senza mai un taglio del nastro. Eppure le denunce della Procura Generale e della Corte d’Appello alla Procura su quelle che appaiono lampanti negligenze (a pensare bene) da parte di chi si è occupato del dossier risalgono a più di due anni fa.

    Siamo tornati in un giorno di fine agosto a visitare il cantiere. In apparenza, nulla è cambiato rispetto a quando riuscimmo a infilarci tra le mura per documentarvi lo stato di abbandono del bunker e l’orrore delle gabbie arrigginite.

    “A luglio verrà inaugurato, a breve dovrebbe partire la selezione delle imprese che lo arrederanno”, ci aveva assicurato a marzo 2015 il provveditore alle Opere Pubbliche Pietro Baratono. E un anno dopo, il procuratore generale Roberto Alfonso  aveva garantito che era questione solo di concludere i contratti per gli allacciamenti del gas. Ora, il direttore del penitenziario Giacinto Siciliano, che non ha nessuna responsabilità in questa storia ma ne è solo spettatore, assicura che “i lavori edili sono terminati, mancano gli arredi e gli allacciamenti verranno messi in prossimità dell’inaugurazione”.

    Di certo, la strada lunga circa 300 metri e il parcheggio che avrebbero dovuto nel progetto iniziale consentire ad avvocati, magistrati e pubblico di raggiungere il bunker non verrà mai costruita perché i terreni non sono mai stati espropriati. Toccherà al carcere consentire il passaggio di chi vorrà recarsi nella struttura,  a meno che non si voglia fare come noi, arrivarci attraverso una scorribanda tra i campi, fango d’inverno, ortiche d’estate.

    Arrivarci, e poi: per fare cosa? Il terzo bunker nel territorio milanese ha un senso in un’epoca in cui i maxi processi non si fanno quasi più? E chissà se qualche magistrato avrà il coraggio di dormire nella stanze all’ultimo piano pensate per farli riposare tranquilli durante le camere di consiglio. Loculi, alcuni dei quali senza finestre e senza bagno, nei quali è auspicabile che nessun giudice trascorra la notte, per il bene degli imputati. (manuela d’alessandro)

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  • 17 anni per chiudere un’indagine su uno spaccio all’inizio del millennio

    Capita, a inizio stagione giudiziaria, di trovare un avvocato nei corridoi della Procura e, dopo i saluti di rito, chiedergli se abbia qualcosa di interessante. “Nulla di che, sto andando a informarmi su un’inchiesta chiusa dopo 17 anni”, ti risponde come se fosse un’attività di routine.

    Un’indagine complessa, non c’è che dire. Un’ottantina di indagati in origine, diversi pm all’opera, venti faldoni di intercettazioni, pedinamenti, ricostruzioni su un maxi spaccio di pasticche di ecstasy avvenuto a Milano all’inizio del nuovo millennio.  Ma 17 anni per arrivare alla chiusura delle indagini notificata a 11 persone  è un tempo che ci appare davvero mostruoso. “La prescrizione non c’è ancora, ci vogliono più di 20 anni”, spiega l’avvocato Mirko Perlino cui la chiusura è stata recapitata in questi giorni, sebbene la data sull’atto, firmato dal pm Francesca Celle, sia 31 marzo 2016. “Forse hanno fatto fatica a individuare i domicili di alcuni degli indagati”, ipotizza il legale. In effetti, 17 anni dopo uno avrà pure cambiato casa.

    (manuela d’alessandro)

  • La differenza tra razzismo e critica politica spiegata a Borghezio

    Qual è il confine tra la critica politica e il razzismo? Il giudice Maria Teresa Guadagnino lo spiega nelle motivazioni alla sentenza di condanna inflitta all’europarlamentare leghista Mario Borghezio per diffamazione aggravata dall’odio razziale ai danni dell’allora Ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge. Tra le altre cose, Borghezio aveva detto alla trasmissione radiofonica ‘La Zanzara’ che il livello culturale dell’ex esponente congolese del Governo Letta “non può essere che tribale o del ‘bonga bonga’, in quanto in Africa non esistono dei geni”. 

    “Il messaggio di Borghezio – scrive il giudice – non è solo di natura politica ma si traduce in disprezzo verso la persona offesa a causa della sua origine africana. Non sono possibili interpretazioni alternative al senso dispregiativo delle parole di Borghezio nei confronti della Kyenge. La donna, proprio per il colore della pelle, non deve avere i medisimi diritti dei cittadini italiani, ha una cultura inferiore a quella italiana (e, più in generale, a quella mitteleuropea) ed è per questi motivi, e non per altri, che può fare solo la casalinga, non può fare il Ministro e ha tolto a un medico italiano il posto alla Asl”. Affermazioni che non rientrano  nell’ambito della critica politica e quindi della libera manifestazione del pensiero, come invocato dalla difesa, anche “perché Borghezio non conosceva la preparazione reale e le competenze della Kyenge sicché il suo giudizio si basa solo sull’appartenenza etnica”.

    I giudici chiariscono anche perché hanno riqualificato il reato in diffamazione aggravata dall’odio razziale mentre la contestazione originaria dei pm era ‘propaganda di idee fondata sull’odio razziale ed etnico’. “Il concetto di propaganda razzista – argomenta Gudagnino, presidente del collegio- non è una semplice manifestazione di opinione, ma è integrata da una condotta volta alla persuasione e a ottenere il consenso del pubblico, come può avvenire, ad esempio, nel corso di un comizio o di un’assemblea”.

    Borghezio è stato condannato il 18 maggio scorso al pagamento di 1000 euro di multa e a versare un risarcimento di 50mila euro all’ex Ministro.  All’europarlamentare vengono riconosciute le attenuanti generiche “per il buon comportamento processuale e per quella, sia pur minima, resipiscenza dimostrata dopo il fatto nel porgere formalmente le proprie scuse in sede di assemblea parlamentare”.

    (manuela d’alessandro)