Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Gennaio 2018

  • La strana retromarcia dei giudici di Olindo e Rosa sulle “nuove prove”

    “Abbiamo convocato le parti in udienza interlocutoria perché sicuramente un incidente probatorio lo faremo”. Così garantiva il presidente della prima sezione della Corte d’Appello di Brescia Enrico Fischetti, all’udienza a porte chiuse del 21 novembre scorso (Giustiziami ha potuto leggere le trascrizioni), a proposito della richiesta della difesa di Olindo Romano e Rosa Bazzi di analizzare nuovi reperti per aprire la strada alla revisione del processo sulla strage di Erba.

    Oggi invece gli stessi giudici dichiarano “inammissibile” l’istanza degli avvocati della coppia che sta scontando la condanna definitiva all’ergastolo, spiegando che l’analisi dei reperti, tra cui il capello della piccola vittima Youssef Marozuk, non è in astratto in grado di ribaltare la condanna all’ergastolo della coppia.

    “I giudici contraddicono loro stessi e anche la Cassazione”,  commenta il legale di Olindo e Rosa, l’avvocato Fabbio Schembri, ricordando come fu proprio la Suprema Corte nell’aprile del 2017 a rimandare gli atti ai giudici bresciani dopo una prima bocciatura di un’analoga richiesta di nuovi accertamenti su guanti, cellulari, mozziconi, tende, cuscini, giacconi.

    Com’è stata possibile una retromarcia così netta?

    Eppure, sempre all’udienza del 21 novembre, il presidente Fischetti precisava di avere convocato quell’udienza anche per parlare “di cosa il perito deve fare, dove deve andare, e che tipo di indagini deve fare, perché, voi sapete, le indagini sul Dna hanno una possibilità diversa a seconda del tipo di indagine che si deve svolgere, e poi andiamo sullo specifico”. Addirittura si sbilanciava: “C’è la possibilità di nominare, e questo lo dico apertamente, il colonnello Lago, che non era all’epoca Comandante del Ris e che svolgerebbe l’attività con capacità professionale. Faremo un’ordinanza di ammissione, vi daremo una data, la data di conferimento dell’incarico sarà, credo, a metà gennaio”. Anche il procuratore generale era sulla stessa linea: “Mi pare che dopo la sentenza della Cassazione sul fatto che si debba svolgere l’incidente probatorio non vi possa essere dubbio”.

    Invece – nel cangiante e misterioso mondo del diritto – ora i giudici si sono accorti di avere il dovere di valutare se queste nuove analisi potrebbero incidere sulle sicurezze quasi granitiche di una sentenza definitiva di condanna. Schembri, che riporoporrà un nuovo ricorso in Cassazione,  è molto perplesso: “Nel provvedimento i giudici sostengono che le nostre richieste di analisi erano generiche e ‘in quanto meramente esplorative inidonee a superare il vaglio’ previsto dalla legge. Ma come possiamo sapere che esiti avremmo da quelle analisi se prima non le facciamo?”. Che poi la legge (articolo 631 del codice penale) era quella pure il 21 novembre. (manuela d’alessandro)

  • La gaffe del sottosegretario Migliore sul giorno della Memoria

    Che l’inaugurazione dell’anno giudiziario sia una cerimonia fuori dal tempo è noto. Fuori dal tempo c’era però anche il rappresentante del Governo, il sottosegretario  del Pd Gennaro Migliore, che più volte ha fatto riferimento al giorno della Memoria collocandolo a “domani“, quando è piuttosto noto a tutto il mondo che sia oggi.

    Nel suo intervento gonfio d’orgoglio per le misure adottate dall’esecutivo in materia di giustizia, l’ex di Rifondazione Comunista giustamente, come altri oratori di giornata, inserisce anche diversi cenni all’importante ricorrenza in cui si ricordano le vittime dell’Olocausto, del Nazismo e del Fascismo. Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa arrivarono ad Auschwitz scoprendo l’enorme campo di concentramento. Peccato che Migliore sempre faccia riferimento a “domani”, nonostante un brusio della sala accompagni il suo lapsus temporale. Forse perché chi gli ha scritto ieri il discorso (quasi identico a quello di Orlando) ha fatto un po’ di confusione ma, caro sottosegretario, bastava aprire un giornale o un sito stamattina per evitarsi la gaffe. (manuela d’alessandro)

  • Il documentario ‘Lo Strappo’, tutti i punti di vista sul crimine

    Se c’è uno strappo, c’è una lacerazione nella vita di chi lo compie e di chi lo subisce ma anche la possibilità di riparare e  mille aghi sottili per farlo. E se c’è uno strappo, si apre un varco profondo abbastanza per guardarci dentro e incontrare il buio e la luce.

    ‘Lo strappo – quattro chiacchiere sul crimine’ è un documentario di un’ora destinato a scuole ed educatori che racconta cosa succede quando avviene un delitto dal punto di vista di chi è stato vittima, di chi l’ha commesso, di chi ha addosso una toga (magistrato o avvocato) e di chi scrive sui media.

    Non affiora nessuna ambizione di sentenza che separi il bene dal male ma solo di restituzione della complessità del tema in questo progetto ideato dal magistrato Francesco Cajani, dal giornalista Carlo Casoli, dallo psicologo di San Vittore Angelo Aparo e dal criminologo Walter Vannini i quali, leggiamo sul sito www.lostrappo.net, “pur avendo di fatto materialmente condotto le interviste a tutti i protagonisti di questo racconto, rimangono volutamente senza volto e senza voce. Ponendo a tutti le stesse domande, dopo essersi fatti loro stessi interrogare dalle proprie”.

    “Non dormo mai tranquilla, non mi sono mai abituata a metterli dentro, né a tenerli fuori”.  Il magistrato della Sorveglianza Roberta Cossia è uno degli sguardi – dolente e limpido –  che meglio interpreta il tormento di chi amministra la giustizia cercando, e spesso non trovando, l’umano (“alcuni sono solo ombre, non li vediamo mai”) dietro il criminale e la vittima.  Entrambi. Ed entrambi  in questo racconto hanno un loro tempo largo, uno spazio soffice per aprirsi all’incertezza nella ricerca delle parole giuste per provare a spiegarsi almeno un po’. A volte con lancinante onestà.

    Carmelo I., detenuto: “Per me le vittime non esistono, non sono mai esistite. Poi te ne rendi conto quando sei in carcere che affronti questi discorsi. Cose che prima non ipotizzi neanche, quando hai delle necessità. Quindi la vittima non esiste, per il criminale”. Maria Rosa Bartocci, vittima: “Hanno fatto vedere sovente in televisione quelli che lo portano via, in questo sacco blu e spesso si è vista questa barella con il sacco blu. Io gli ho proibito di trasmetterlo, basta, però se ne fregano. Qualcuno mi ha chiesto: “‘Ma lei li perdona?’ Non ci penso proprio”.

    Il pubblico ministero Francesco Cajani srotola il primo filo della trama del documentario che è proprio una domanda. “Come si può passare dall’attenzione per chi deve essere punito all’attenzione verso chi ha subito un danno da colui che ha commesso il reato?”. Una prima risposta incredibile arriva quando al suo primo processo per omicidio una giovane donna, che aveva perso padre e fratello, gli scrive una lettera: “Stava ottenendo giustizia ma a lei questo interessava poco: lei invece voleva parlare con l’assassino”.

    I protagonisti dello ‘Strappo’ hanno una cosa in comune. Si cercano tutti, in uno strano girotondo, anche per maledirsi, e si toccano tutti anche solo per vedere com’è la pelle dell’altro. A cominciare dai cinque detenuti intervistati che appartengono al ‘Gruppo della Trasgressione’, una nicchia visionaria dove Aparo da anni fa incontrare vittime e carnefici e porta chi delinque nelle scuole a insegnare ai ragazzi, loro – il male – dietro la cattedra più convenzionale del bene. Anche i giornalisti qui provano a essere meglio delle bestie fameliche che spesso sono. Carlo Casoli e Paolo Foschini ricordano che siamo sempre davanti a “persone”, siano  vittime e autori di reati, e che togliere il microfono o la penna può valere come uno scoop se in gioco c’è la dignità.

    E’ molto più arida di quella che vediamo nello ‘Strappo’  la giustizia di cui ci occupiamo ogni giorno nei nostri Palazzi di marmo. Ma qui ci sono tutte le domande giuste, punti interrogativi che tocca ai ragazzi delle scuole far germogliare in nuove domande.

    (manuela d’alessandro)

    “Lo Strappo – Quattro chiacchiere sul crimine”  realizzato da Dieci78  si può vedere online dal sito www.lostrappo.net assieme a testimonianze, documenti e materiale didattico.

  • Il video del treno che arriva a Pioltello in una tempesta di scintille

    Un uomo in un’alba buia e glaciale passeggia sulla banchina della stazione di Pioltello. Viene investito da una tempesta di scintille e di fumo. Il treno dei pendolari diretto da Cremona a Milano è una bestia impazzita. L’uomo, sgomento, si allontana dai binari. Pochi istanti dopo un palo fermerà la sua corsa. Muoiono tre donne: Pierangela Tadini, Giuseppina Pirri e Maddalena Milanesi. Lombardia, 25 gennaio 2018. (manuela d’alessandro)

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  • Non operabile per sovrappeso, ok da giudici al cambio di sesso

    L’intervento per il cambio di sesso sarebbe stato rischioso a causa della sua obesità ma il Tribunale di Pavia, sulla scia  di una pronuncia della Cassazione, ha riconosciuto a una ragazza in un corpo da uomo il mutamento di genere  anche per la carta d’identità. Nella sentenza, che risale al 17 gennaio scorso, il collegio della seconda sezione civile riconosce che “la liberta’ di autodeterminazione dell’individuo nel decidere di avvalersi di tale intervento rappresenta un diritto inviolabile della persona, che non mette in discussione la serietà del percorso soggettivo intrapreso, qualora la persona decida di non sottoporsi al trattamento medico – chirurgico”. Nato uomo ma da sempre, come spiega il suo legale Francesco Langiu, “con indole femminile”, si era rivolto nel 2011 a un chirurgo per l’operazione ma il medico, sottolineano i giudici, “esprimeva parere negativo all’effettuazione dell’intervento e, successivamente, nel 2016, perdurando la problematica dell’obesità, ne certificava l’assoluta controindicazione, onde evitare di esporlo a elevati rischi per la propria incolumita’ nel corso dell’intervento, oltre a complicanze post – operatorie”. Da tempo, asssumeva ormoni, condizione necessaria, “anche in assenza di un intervento”, per chiedere che lo Stato riconosca come concluso il percorso di transizione. Con la sentenza, Il tribunale ha ordinato al Comune di origine della 29enne di modicare l’atto di nascita con l’assunzione del nome da lei prescelto. (manuela d’alessandro)

  • La protesta dei lavoratori della giustizia: lo Stato ci ‘deve’ 40 milioni

    I lavoratori della giustizia chiedono alla Corte dei Conti di accertare che fine abbiano fatto i 64 milioni di euro risparmiati attraverso l’introduzione del processo civile telematico (PCT). Circa 40 di questi milioni, sostengono nell’esposto presentato nei giorni scorsi all’organo contabile del Lazio, dovrebbero essere redistribuiti a chi è impiegato nei tribunali, come prevede la legge.

    “Abbiamo chiesto alla Dgisia (Direzione centrale degli appalti informatici del Ministero della Giustizia) come sia stata impiegata questa somma – spiegano i rappresentanti della FLP, il sindacato che ha firmato l’esposto – ma né il suo direttore Pasquale Liccardo, né il Ministro della Giustizia Andrea Orlando hanno risposto”. Secondo i calcoli di chi protesta, spetterebbero circa 1000 euro annui a ciascun lavoratore. E, visto che nessuno ha mosso ciglio di fronte alla rimostranze, il sindacato ha deciso di rivolgersi alla Procura Generale della Corte dei Conti chiedendole di “accertare i fatti esposti; l’avvenuta violazione delle disposizioni normative e le ragioni del loro mancato rispetto; le ragioni della mancata destinazione delle somme dovute al personale dipendente; la destinazione che hanno avuto le somme risparmiate: la sussistenza di illeciti contabili”.

    La legge invocata da chi ha promosso il ricorso alla Corte dei Conti prevede che “una quota fino al 30% dei risparmi sui costi di funzionamento derivanti da processi di ristrutturazione, riorganizzazione e innovazione all’interno delle pubbliche amministrazioni è destinata, in misura fino ai due terzi, a premiare il personale coinvolto”. Una norma che appare molto chiara ma molto di quello che accade attorno al PCT diventa oscuro, a cominciare dall’utilizzo dei milioni di fondi Expo destinati a digitalizzare la giustizia milanese sui quali dovrebbe indagare, oltre alle Procure di 3 città, anche la Corte dei Conti lombarda.  (manuela d’alessandro)

  • Cappato ai giudici: assolvetemi come dico io, se no condannatemi

     

    La sfida di Marco Cappato per il diritto alla dignità della vita e della morte di Fabiano Antoniani e dei tanti senza nome che accompagna in Svizzera arriva fino a rifiutare un’assoluzione. “Se dovete assolvermi perché considerate le  mie condotte irrilevanti –  implora la Corte d’Assise, chiamata a giudicarlo per il reato di ‘aiuto al suicidio’ – preferisco che mi condanniate“.  Nelle dichiarazioni spontanee prima del verdetto,  Cappato spiega di non volere un’assoluzione ‘solo’ perché non ha avuto un ruolo nei brevi istanti dell’esecuzione del suicidio, come ipotizzato anche dalla Procura. No, lui desidera con tutte le sue forze una sentenza che lo dichiari innocente perché ha aiutato Dj Fabo a esercitare il suo diritto alla vita  e alla morte dignitosa.

    La dignità è anche la parola ricorsa più spesso nella requisitoria del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e del pm Sara Arduini chiusa con le richieste di assolvere ‘perché il fatto non sussiste’ o, in subordine, di mandare gli atti alla Consulta per valutare la costituzionalità dell’articolo 580 del codice penale. Anche i pubblici ministeri avanzano una richiesta paradossale alla Corte: “Se non lo assolvete, allora dovete mandare alla Procura gli atti perché indaghi la mamma, la fidanzata e perfino il portinaio che quando Fabiano andò in Svizzera gli aprì il portone”.

    “Vi invito a pensare che questa norma è nata nel 1930 col Codice Rocco – argomenta Siciliano nel suo intervento ricco di riferimenti alla Costituzione e alla legislazione e giurisprudenza europee –  poco dopo la fine della prima guerra mondiale e l’influenza spagnola che aveva ucciso 700mila persone. Non c’erano gli antibiotici, non c’era il cortisone, l’età media era 46 anni. Si suppone che quella norma fosse rivolta solo ai sani che volevano suicidarsi.  Fabiano non sarebbe sopravvissuto nemmeno un’ora all’incidente, sarebbe morto per un’infezione (…). Cerco di contenermi, ma la mia mente spazia domandandosi quante siano ora le vite artificiali che siamo chiamati a difendere. Ho visto polmoni irrorarsi da soli sui tavoli, vite solo per la capacità delle cellule di moltiplicarsi. La vita è solo questo? Mi viene da dire pensando a Fabiano, che chiamo così perché ci è entrato nel cuore, con una citazione letteraria: ‘Se questo è un uomo’ e quando dico uomo intendo quello che la Costituzione ci ha insegnato a credere che sia, un uomo che ha il diritto al suo pieno sviluppo e alla dignità. E come fa a esserci una dignità senza la libertà di esercitarla? Possiamo pensare che la condizione di dolore e di negazione della dignità in cui viveva Fabiano potesse essere vita? Noi non possiamo permetterci di stabilire cos’è degno per una persona. Nella Carte Europea dei diritti fondamentali,  il diritto alla dignità viene messo per primo, quello alla vita è in ‘seconda posizione’. Nella nostra Costituzione di diritto alla vita non si parla, di questo diritto si parla solo nel codice civile e in questa norma di cui è accusato Cappato. Se Fabiano avesse avuto solo 30 secondi per muoversi liberamente,  avrebbe messo fine alla sua sofferenza da solo”.

    E c’è un altro libro che Siciliano ‘sfoglia’ nel suo intervento.  “Anche nell”Utopia’ di Tommaso Moro nel 1516 si diceva che nel paese ideale c’è nella sofferenza umana un diritto a scegliere la fine, un diritto che viene riconosciuto sotto il prudente controllo del sacerdote e del magistrato.   Per le sue idee, Moro è stato giustiziato e poi anni dopo fatto santo. Non dobbiamo arrivare a ‘santificare’ Cappato , dobbiamo imparare dalla storia. Certo, sarebbe meglio se un intervento legislativo desse una certezza su per fissare i limiti al ‘suicidio assistito”. Il 14 febbraio la sentenza o l’ordinanza di trasmissione degli atti alla Corte. Oggi abbiamo visto lo sguardo sgomento di una giudice a latere seguire la mamma di Fabiano, la signora Carmen, che a un certo punto ha lasciato l’aula per alcuni minuti squassata dal pianto. Non sarà facile giudicare a cuore freddo. (manuela d’alessandro)

    memoria pubblici ministeri caso Dj Fabo

  • Lettera di Greco per salutare Ilda, ma è amaro l’addio alla Dda

    “Cari colleghi, Ilda deve lasciare l’incarico da Lei ricoperto negli ultimi 8 anni alla direzione della Dda. Il livello raggiunto dalla Dda di Milano è altissimo, sia per organizzazione di lavoro sia per innovazione giuridica e rappresenta un irrinunciabile patrimonio investigativo e culturale. Il rigore professionale, la riservatezza, la velocità nell’assumere decisioni e la conoscenza del fenomeno mafioso sono la cifra dell’impegno di Ilda che continuerà a garantire con la sua presenza attiva in Ufficio”.

    Il procuratore di Milano Francesco Greco prova ad addolcire l’ultimo giorno alla guida della Direzione Distrettuale Antimafia di Ilda Boccassini, elogiandola pubblicamente in una lettera inviata a tutti i pubblici ministeri.

    “Stiamo parlando del patrimonio che forma il dna della Procura  – prosegue  nella missiva – unitamente a tutti gli altri settori che rendono l’Ufficio un”eccellenza’. Ilda, con la sua straordinaria competenza, passione e dedizione al lavoro contribuisce a far maturare l’orgoglio dell’appartenenza a una storia esemplare nell’affermazione della legalità e della tutela  dei diritti: quella che caratterizza appunto la Procura di Milano”.

    Ma il magistrato grintoso protagonista di tante inchieste che in questa giornata di sole lascia la Procura è una donna amareggiata e arrabbiata il cui futuro appare molto incerto.

    Una frustrazione emersa in modo evidente nelle settimane scorse col suo rifiuto all’offerta di Greco di restare nella Dda per occuparsi delle Misure di Prevenzione, i sequestri dei beni per colpire i patrimoni dei presunti mafiosi.  Un incarico che sembrava la ‘buonuscita’ ideale ma Boccassini avrebbe preferito conservare la gestione del pool antimafia, anche senza esserne più formalmente la leader perché le norme che regolano la magistratura impongono la sua decadenza. Invece è stata scelta Alessandra Dolci come nuovo procuratore aggiunto della Dda che perderà anche Paolo Storari, il ‘pupillo’ di Ilda, magistrato giovane e autore di alcune delle più importanti indagini negli ultimi  anni sul fronte della criminalità organizzata, pronto a cambiare dipartimento.

    Cosa farà Boccassini nei due anni che la separano alla pensione? Greco auspica una sua “presenza attiva nell’Ufficio” ma non si capisce come si declinerà. Né se lei vorrà declinarla in qualche modo.  “La responsabilità di noi colleghi anziani (Ilda, Alberto, il sottoscritto, nonché il rinnovato consiglio degli aggiunti) – continua il capo nella missiva – sarà quella di guidare questo processo con l’esperienza e la necessaria condivisione delle scelte”. Ilda ne avrà voglia? Di fatto il ritorno alla veste di semplice pm è un po’ come la retrocessione di un generale a soldato. Il “sarà un’ottima annata!” con cui Greco conclude la lettera per incitare i colleghi a impegnarsi nella “ristrutturazione” dell’Ufficio sarà suonato quasi beffardo alle sue orecchie.  Vedere Ilda marciare confusa nella truppa ora come ora è difficilmente immaginabile. Tanto che non è assurdo immaginare anche un gesto clamoroso come potrebbero essere le dimissioni. (manuela d’alessandro)

  • Le ragioni giudiziarie di Maroni per puntare a Palazzo Chigi

     

    E se Roberto Maroni avesse rinunciato alla Lombardia pensando a Palazzo Chigi proprio a causa del suo processo (le famose “ragioni personali”)?.

    Alcuni indizi cominciano a mettersi in fila. Nell”intervista di oggi  al ‘Foglio’ il Governatore spende  parole accorate per Giuseppe Orsi e Mattia Palazzi, l’ex ad di Finmeccanica e il sindaco di Mantova usciti indenni con tante scuse dalle rispettive  vicende giudiziarie  dopo “avere subito un’inacccettabile aggressione mediatica”. Il tarlo giudiziario sembra avere lavorato dentro di lui in questi ultimi anni, considerando anche che l’inchiesta ha svelato aspetti molto privati della sua vita, come la relazione con una delle collaboratrici che avrebbe favorito.  Non a caso ha citato Palazzi, pure lui al centro di un presunto ‘sex gate’.  

    Sempre oggi, il Tribunale ha cancellato due udienze previste a febbraio (uffcialmente per l’incombere di altri processi con detenuti, ma non si esclude una pax elettorale tra magistrati e difesa) fissando la requisitoria al  22 marzo e le discussioni delle difese al 12 e al 19 aprile, tutto dopo il voto. Questo significa che la sentenza del processo iniziato – tenetevi forte –  il primo dicembre 2015 e proseguito con una lentezza sfinente arriverà a nomina del premier abbondantemente avvenuta. A quel punto, dando retta agli scenari mediatici non confermati dai protagonisti, il leghista potrebbe essere il nuovo capo del Governo.

    Maroni avrebbe accettato il rischio di rinunciare alla certezza di un secondo mandato lombardo ponderando proprio le conseguenze di un eventuale epilogo a lui sfavorevole del processo, peraltro improbabile data l’assoluzione per gli stessi fatti dell’ex dg di Expo Malangone in appello, ma la paura può tutto. L’accusa per lui è di avere esecitato pressioni illecite  finalizzate a  far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo a due sue ex collaboratrici, una delle quali presunta amante.

    E qui entra in gioco la legge Severino che prevede la decadenza di un amministratore pubblico condannato anche solo in primo grado, in questo caso per il reato di induzione indebita. Se fosse stato rieletto Governatore avrebbe dovuto alzarsi subito dalla poltrona. La decadenza riguarda però solo gli amministratori locali, non i parlamentari e il premier che sono costretti a lasciare le cariche solo al termine dei tre gradi di giudizio. Un Maroni a Palazzo Chigi rimanderebbe di un paio d’anni il suo eventuale problema con la giustizia. (manuela d’alessandro)

  • La replica del ‘Corriere’: nessuna bufala, raccontata una storia vera

    Riceviamo e pubblichiamo la replica dei colleghi del Corriere Gianni Santucci e Andrea Galli al post firmato da Frank Cimini ‘Bufale, giornali e apparati bisognosi di gloria e di soldi’.

    “Per le opinioni del signor Cimini non abbiamo alcun interesse. Il post sul nostro articolo pubblicato sul Corriere della Sera contiene però affermazioni scorrette e diffamatorie, alle quali siamo obbligati a rispondere.

    Primo. La bufala è una notizia falsa. Nulla di quanto affermato nell’articolo è falso. Dunque il signor Cimini, che di professione ha fatto il giornalista, non dovrebbe usare le parole a sproposito. Bufala, in questo caso, è un termine utilizzato a sproposito (e in modo offensivo).

    Secondo. Il signor Cimini parla di “molto presunto attentato”. La storia è diversa: abbiamo raccontato che quella sera, in poche ore, si è verificata una serie di fatti che ha determinato uno scenario di alto rischio, come mai era avvenuto in Italia nel recente passato. Dato che facciamo i giornalisti, questa è una notizia.

    Terzo. Il signor Cimini afferma che “uno dei tre “forse” in passato avrebbe avuto un contatto con un sospetto fondamentalista”. Nell’articolo non usiamo il dubitativo “forse”, perché quel contatto è esistito ed è documentato (è stato l’elemento chiave che ha fatto scattare l’allerta). Il “fondamentalista” non è “sospetto”, perché è stato arrestato in Francia ed è tutt’ora detenuto, dopo oltre un anno. Forse una più attenta lettura dell’articolo sarebbe stata opportuna, ma non ci permettiamo di dare consigli al professor Cimini.

    Quarto. Il signor Cimini afferma: “Oggi giorno successivo allo scoop il quotidiano di via Solferino non ha scritto una riga. In pratica c’è la conferma della bufala”. Perdono, forse non conosciamo importanti regole del giornalismo di cui il professor Cimini è invece depositario. Domanda: bisogna scrivere un secondo pezzo, il giorno dopo l’uscita di un articolo, per certificare che quel primo articolo non sia una bufala? Se è così, grazie dell’insegnamento, professor Cimini. Poveri ingenui, pensavamo che fare verifiche puntuali e accertare la veridicità di tutte le informazioni contenute in un articolo fosse sufficiente.

    Quinto. Bisogna soffermarsi sull’affermazione: “nel nostro paese ci sono in materia di terrorismo e affini apparati investigativi enormi, spropositati rispetto alle necessità”. Ripetiamo: non ci interessano e non entriamo nel merito delle opinioni del signor Cimini, ma non accettiamo che su quell’affermazione si costruisca un ragionamento nel quale veniamo inseriti come “complici” al servizio di apparati dello Stato. Purtroppo svolgiamo il nostro lavoro a un livello molto più basso: abbiamo saputo una notizia, l’abbiamo verificata cercando informazioni e conferme da più e diverse fonti nell’arco di quattro giorni, infine l’abbiamo pubblicata. Dunque, professor Cimini, per cortesia ci tenga fuori dalle sue raffinate e approfondite analisi”.

     

    Andrea Galli e Gianni Santucci, cronisti del Corriere della Sera

  • Bufale, giornali e apparati bisognosi di gloria e di soldi

    Era una bufala in piena regola. Se ne era avuta la certezza già leggendo l’articolo in prima pagina ieri sul Corriere della Sera in merito a un molto presunto attentato di Capodanno che girava intono a tre marocchini i quali prenotavano e pagavano con 700 euro un albergo per poi non farsi vedere. Uno dei tre “forse” in passato avrebbe avuto un contatto con un sospetto fondamentalista. Questo bastava per scatenare la notte dell’ultimo dell’anno intorno all’albergo e a una vicina festa con 5000 persone poliziotti di ogni tipo ai quali toccava alla fine accertare che non era successo niente.

    Oggi giorno successivo allo scoop il quotidiano di via Solferino non ha scritto una riga. In pratica c’è la conferma della bufala, che però dovrebbe portare ad aprire una discussione seria su un argomento tabù: nel nostro paese ci sono in materia di terrorismo e affini apparati investigativi enormi, spropositati rispetto alle necessità che costano un sacco di quattrini. E operano dove  attentati di matrice islamica non ce ne sono stati. La prevenzione è attività necessaria ma da svolgere in silenzio. Con ogni probabilità la fine di giustificare la loro attività pagata ovviamente con soldi pubblici in quantità che non è dato conoscere causa segreto di stato queste strutture inventano pericoli. Naturalmente con la complicità di giornali e giornalisti che in realtà non vedono l’ora di gridare “al lupo al lupo”, perché bisogna stringersi tutti in un grande abbraccio intorno allo stato democratico che ci protegge.

    Leggendo lo “scoop” di ieri del Corrierone e ascoltando le bufale di complemento dei telegiornali, dove si è soliti mai verificare il contenuto della carta stampata, in molti se non tutti sono orientati a pensare a un pericolo reale. E così il gioco è fatto. In tempi di spending review dove possiamo già contare sulla commissione Moro che spreca denaro mandando la pg in via Fani 40 anni dopo con il laser. Per scoprire che a sparare furono solo le Br come avevano stabilito cinque o sei processi. (frank cimini)

  • Spese pazze, la sentenza per i consiglieri lombardi arriva dopo il voto

    Col rinvio dell’udienza di oggi al 28 febbraio, viene meno la possibilità che si arrivi alla sentenza di primo grado del processo a carico di 56 consiglieri ed ex regionali lombardi accusati di avere sperperato oltre 3 milioni di euro con i fondi messi a disposizione dallo Stato per l’attività politica e istituzionale.

    Non possiamo dire se sia una buona o cattiva notizia per per Luca Gaffuri, ex capogruppo e attuale consigliere del Pd, Elisabetta Fatuzzo (Pensionati), i leghisti Angelo Ciocca e Massimiliano Romeo (quest’ultimo capogruppo), e Alessandro Colucci di Nuovo centrodestra, i 5 imputati ancora in carica che potrebbero ripresentarsi alle urne il 4 marzo. E nemmeno per altri che, saltato un giro, potrebbero candidarsi di nuovo. Forse alcuni, certi di un riconoscimento della loro innocenza,  avrebbero voluto essere giudicati prima di riproporsi al di sopra di ogni sospetto, altri invece temevano l’eventuale condanna da parte dei giudici.

    Il processo è di quelli sul crinale, dove tutto potrebbe accadere, anche, nelle migliori delle ipotesi per le difese, un’assoluzione di massa oppure una sentenza di condanna ma con riqualificazione del reato da ‘peculato’ a ‘indebita percezione di erogazioni’ pubbliche che aprirebbe le porte della prescrizione, come accaduto  di recente  a 3 ex consiglieri condannati col rito abbreviato in primo grado. In questo caso, i giudici d’appello sembrerebbero avere accolto la tesi che i soldi non erano direttamente a disposizione dei consiglieri ma venivano erogati dai capigruppo.

    Certo è che il processo era iniziato un’era fa, il primo luglio del 2015 e non ha avuto certo ritmi serrati, con udienze spesso a distanza di un mese dall’altra. Le richieste di condanna fino a sei anni di carcere del pm Paolo Filippin risalgono all’8 marzo scorso, sono ancora in corso le arringhe delle difese.

    E anche i fatti contestati dalla Procura appartengono al Neolitico della politica lombarda: soldi pubblici usati tra usati tra il 2008 e il 2012 per necessità personali come regali di Natale, corone di fiori e necrologi sui quotidiani, rami di orchidee, un banchetto di nozze per la figlia, vacanze sulle neve. E ancora, pranzi e cene, anche in ristoranti a cinque stelle talvolta a base di aragosta o sushi, caricabatterie e custodie protettive per telefoni touch, I-Phone, computer, fino alle cartucce da caccia, ai gratta e vinci ai feltrini antiscivolo per le seggiole e ai wafer. (manuela d’alessandro)