Il procuratore di Milano Francesco Greco risulta indagato a Brescia per omissione in atti d’ufficio. Non avrebbe iscritto tempestivamente l’avvocato Piero Amara nell’apposito registro. Si tratterebbe di un atto dovuto dopo le dichiarazioni a verbale del pm milanese Paolo Storari.
A questo punto ci sarebbe una ragione ulteriore non certo la più importante per lasciare l’incarico. Non si capisce perché il procuratore Greco resti al suo posto ad aspettare la data della pensione, il 14 novembre, e non anticipi l’uscita. Il documento di solidarietà al sostituto procuratore Paolo Storari è un chiarissimo segnale di sfiducia nei confronti di Greco a firma di 56 pubblici ministeri ai quali vanno aggiunti magistrati e giudici esterni all’ufficio inquirente.
Si tratta di una presa di posizione almeno per quanto riguarda i pm milanesi che va molto al di là del caso relativo al processo Eni Nigeria, Amara, Armanna, nessi e connessi. Si può benissimo dire che il caso Storari è la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Da molto tempo in procura c’erano insoddisfazioni, critiche, risentimenti per il modo in cui Greco aveva organizzato l’ufficio, distribuito gli incarichi, favorendo alcuni settori a danno di altri. Quando subito dopo la sentenza di assoluzione dei vertici dell’Eni il procuratore aveva cercato di nascondere la polvere sotto il tappeto addirittura negando la diatriba con il tribunale avevano fatto sensazione le parole digitate da Storari nel dibattito su what’sapp: “Francesco le cose non stanno così, lo sai benissimo e bisognerà parlarne”.
S’era capito che non sarebbe finita lì è così è stato. Greco dovesse restare fino al termine del mandato andrebbe incontro a un calvario. La gestione dell’ufficio sarebbe molto difficile. Edmondo Bruti Liberati il suo predecessore anticipò l’andata in pensione perché comprese che lo scontro con l’aggiunto Alfredo Robledo dal quale pure era uscito vincitore aveva lasciato degli strascichi evidenti. La procura di Brescia assolvendo Bruti dall’abuso d’ufficio affermava che c’era materia per un procedimento disciplinare avendo lui agito in base a criteri politici. Bruti annunciò che avrebbe lasciato. Di lì a qualche giorno il Csm formalizzò un “disciplinare” che era chiaro sarebbe evaporato per mancanza di tempo utile.
Greco è messo molto peggio del suo predecessore che per esempio non era stato “sfiduciato” dai sottoposti. Non rischia un disciplinare solo perché la pensione è troppo vicina. Non sembra in grado di riguadagnare l’antica credibilità. Aderente come Bruti alla corrente di Md, nata per privilegiare negli uffici inquirenti l’orizzontalità a danno della verticalità, ha finito al pari di chi l’aveva preceduto nell’incarico per predicare bene e razzolare male. Far credere di non aver approfondito le indagini su Amara per puro garantismo è ridicolo. La vera ragione era quella di non rovinarsi il testimone della corona nel caso Eni. Molto presunto.
(Frank Cimini)
Mese: Luglio 2021
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Greco indagato, ragione in più per pensione subito
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Tortura, chiesto il sequestro del Cpr di via Corelli
Dalla visita ispettiva effettuata dai Senatori Gregorio de Falco e Simona Nocerino, accompagnato da assistenti collegate alla rete “Mai più Lager – No ai CPR” presso il Centro per il Rimpatrio di Via Corelli a Milano, gli scorsi 5 e 6 giugno 2021 emerge una dettagliata istantanea, il report “Delle pene senza delitti”.
La pubblicazione del Report segue varie diffide volte alla liberazione di singoli trattenuti in condizioni sanitarie incompatibili con il trattenimento in un CPR e si accompagna al deposito di due esposti penali: il primo fa riferimento alle testimonianze dei trattenuti che hanno raccontato di pestaggi da parte di agenti delle forze dell’ordine il 25 maggio 2021. Con questo esposto si ipotizza il reato di lesioni e tortura aggravata in concorso. Il secondo esposto ipotizza, tra gli altri, il reato di rifiuto di atti d’ufficio e chiede il sequestro preventivo del centro per la situazione ben conosciuta di totale indisponibilità di cure sanitarie specialistiche all’interno del Centro, dovuta al mancato accordo tra Prefettura e Regione
Il dossier parte raccontando l’ingresso “shock” che ha visto il Senatore e le sue assistenti di fronte ad un evento di autolesionismo da parte di un trattenuto, che stava per essere affrontato da agenti in tenuta antisommossa. Si evidenziano, poi, la mancanza di registri e procedure, e le testimonianze dei trattenuti che fanno emergere una dilagante condizione di forte disagio psicofisico, che sfocia in frequenti atti di autolesionismo o in tentativi di suicidio. Nel corso dei colloqui sono state registrate anche notizie di pestaggi da parte delle forze dell’ordine.
Il dossier analizza, inoltre, la gestione approssimativa e le carenze strutturali di un centro nel quale impera l’arbitrio, causato da una legislazione lacunosa che ha prodotto un non luogo dei diritti umani, laddove non esistono nemmeno garanzie minime di tutela per il diritto alla salute, alla difesa, alla comunicazione.
Vengono indicate, inoltre, le responsabilità delle istituzioni che delegano a privati la custodia di esseri umani, con bandi al ribasso che consentono che per il profitto si taglino i servizi. Si evidenzia, altresì che la struttura stessa del CPR è anche inutile e costosa, non potendo ottenere lo scopo per cui sarebbe nata: la limitata permanenza ed il rimpatrio di persone che non hanno titolo per rimanere in Italia. -
Avvocato Steccanella: a Milano la caduta degli dei
Da almeno un mese la Procura di Milano compare sui principali giornali nazionali per ragioni del tutto estranee alle indagini svolte, le quali dovrebbero essere invece l’unico argomento a legittimarne la citazione.
Si legge di pubblici ministeri inquisiti a Brescia (tra cui lo stesso Procuratore Capo), di procedimenti disciplinari incrociati, di coinvolgimenti di illustri magistrati in pensione e di loro segretarie infedeli, di audizioni in commissione di Presidenti di Tribunale giudicanti e di formali richieste di trasferimento per incompatibilità ambientale di uno dei protagonisti della diatriba, con conseguenti lettere di solidarietà al collega da parte di alcuni e non di altri.Ci si potrebbe limitare a un comodo “problemi loro”, anche perché, che la Procura di Milano, vuoi per il ruolo che riveste e vuoi per gli interessi economici che smuove la capitale finanziaria del Paese, andasse immune da quei “giochi di potere” che il recente caso Palamara ha evidenziato, solo le anime belle e i più devoti lettori del Fatto potevano pensarlo.
Però l’immagine esterna per il cittadino che tutti i santi giorni legge che tra i rappresentanti della più “gloriosa” Procura d’Italia “volano gli stracci” non trasmette la necessaria autorevolezza nei confronti di chi è chiamato a decidere i nostri destini, e poco serve tentare di spiegarne i complicati meccanismi di merito, perché il danno alla credibilità dell’istituzione già gravemente compromessa resta e temo sia irreparabile.
Non voglio, né sarei in grado, data la intricata matassa di una vicenda che attiene ad una delle più importanti indagini internazionali da anni portata avanti (e con ben scarsi risultati, va detto) da un rappresentante “anziano” della procura, però da avvocato che bene o male bazzica da quasi 35 anni quel palazzo qualcosa mi sento di dirlo.
Mi pare di capire che si rimproveri ad un Sostituto, che a un certo punto si è trovato di fronte a quelle che riteneva essere gravi irregolarità nelle indagini da parte di alcuni colleghi, di “non avere rispettato le forme” nel darne avviso all’organo di controllo.
Ora, certamente il rispetto delle forme merita rispetto (si perdoni la tautologia), ma mi parrebbe più importante accertare la sostanza delle cose, perché leggo di prove occultate di fronte a un Tribunale e di dichiarazioni accusatorie di personaggi a dir poco “dubbi” tese a gettare calunnioso discredito su giudici di comprovata rettitudine, e questo sarebbe ben più grave, data la rilevanza del processo e dei personaggi coinvolti.
Per mio conto, e senza prendere parti che non mi competono, posso solo dire sulla base della mia esperienza che il Pubblico Ministero di cui il Procuratore Generale ha chiesto il trasferimento è magistrato di indole assai severa ma di assoluta correttezza e che mantiene sempre la parola data, e che sulla rettitudine assoluta del Presidente del Tribunale giudicante, impropriamente citato. ci metto non una ma due mani sul fuoco.
E la spontanea raccolta di firme a sostegno del collega, organizzata al quarto piano del Tribunale all’indomani della decisione del Procuratore Generale, la dice lunga su quanto fino ad oggi percepito all’interno dell’ufficio interessato.
Sarebbe avvilente che il tutto si concludesse con il trasferimento di chi non ha rispettato le forme e a tarallucci e vino per tutto il restante.
Posto che già nel recente “caso Verbania” ho letto che il Consiglio giudiziario torinese avrebbe stigmatizzato maggiormente un GIP per la mancata indicazione formale di un’assegnazione extra-tabellare (pacificamente assunta per insopprimibili esigenze di ufficio e di urgenza nel dover decidere su misure cautelari in atto), piuttosto che l’illegittima successiva sottrazione del fascicolo a quel GIP o le gravi ingerenze presso il Presidente di quel Tribunale da chi non aveva titolo per farle, ci si augura che la “forma” non prevalga sulla “sostanza”.
Perché se questo dovesse rivelarsi essere il modus operandi dell’organismo di controllo della nostra magistratura, ne usciremmo poco rassicurati tutti, e non tanto e non solo come avvocati, ma prima di tutto come semplici cittadini.
Avvocato Davide Steccanella -
Voghera nuovo video e altri dubbi su “strana” indagine
“Hai visto che ha fatto per darmi un calcio in testa? L’importante è quello, che hai visto che stava dandomi un calcio in testa”. Sono le parole dell’assessore alla Sicurezza di Voghera, in provincia di Pavia, Massimo Adriatici, mentre si rivolge ad un testimone interrogato da un militare dell’Arma subito dopo aver sparato al trentanovenne Youns El Boussettaui. Le immagini sono riprese da un video girato martedì 20 luglio scorso che mostra il piazzale antistante il Bar Ligure di piazza Meardi, luogo della sparatoria. Dal filmato si può vedere l’intervento dei sanitari del 118 che stanno soccorrendo il giovane ferito, mentre l’assessore Adriatici passeggia con il cellulare in mano per la scena del crimine parlando con i carabinieri. Ad un certo punto rivolgendosi ad un testimone interrogato da un militare dell’Arma gli dice: “Hai visto che ha fatto per darmi un calcio in testa? L’importante è quello, che hai visto che stava dandomi un calcio in testa”.
Esiste un verbale di indagine datato 2015 su Youns El Boussetaoui e su suo cognato da cui emerge che le autorità conoscevano vita morte e miracoli del marocchino ucciso a Voghera dall’ex assessore Massimo Adriatici. E che di conseguenza non c’erano ragioni per dire che i familiari fossero dei senza dimora per giustificare il mancato avviso in relazione all’autopsia non permettendo la nomina di un perito di parte.
Va registrato che il conferimento dell’incarico per l’autopsia e l’esecuzione dell’esame sono avvenuti nell’arco di una sola mattinata lo scorso 21 luglio. A mezzogiorno era tutto finito. La negazione dei diritti della parte offesa appare evidente tanto che gli avvocati dei familiari Debora Piazza e Marco Romagnoli sono arrivati al punto di diffidare i carabinieri che avevano negato loro la consegna delle relazioni sugli interventi fatti dai militari.
Youns inoltre per un piccolo reato avrebbe avuto l’udienza fissata in tribunale il 26 ottobre prossimo. “Nessuno mi aveva avvisato neanche in qualità di difensore di fiducia” dice l’avvocato Piazza.
Gli avvocati dei parenti di Youns stanno continuando a sentire testimoni nell’ambito dell’attività difensiva e a ricercare filmati sull’accaduto delle varie telecamere di sorveglianza della zona. L’obiettivo è quello di arrivare a una modifica del capo di imputazione che per ora è fissato nell’eccesso colposo di legittima difesa.
E la qualificazione giuridica dei fatti è di gran lunga l’aspetto più importante a questo punto della vicenda. Prevale sicuramente sulla misura cautelare oggetto del ricorso al Tribunale del Riesame da parte degli avvocati di Massimo Adriatici rimasto agli arresti domiciliari per decisione del gip che ha confermato la misura per il pericolo di reiterazione del reato e non per il rischio di inquinamento delle prove.
In realtà in questo strano modo di condurre l’inchiesta il rischio di inquinamento, caso più unico che raro, viene più da chi indaga e non da chi è chiamato a rispondere di un fatto gravissimo.rilevare poi che la decisione di trasferire Massimo Adriatici dalla sua abitazione in una località segreta “per ragioni di sicurezza” a causa di presunte minacce comparse sui social e di ancora più “strane presenze” vicino casa rischiano di far apparire l’ex assessore solito girare con la pistola in tasca come una vittima.
E le polemiche politiche sull’omicidio si concentrano essenzialmente sulle “sparate” di Matteo Salvini in relazione alla “legittima difesa sempre valida”. Non c’è un parlamentare o un qualsiasi esponente della sinistra anche di quella cosiddetta radicale che abbia avuto il coraggio di criticare la procura e i carabinieri. Perché evidentemente a loro piace vincere facile. “Vincere” si fa per dire.
(Frank Cimini) -
La procura più divisa, in 45 si svegliano ora pro Storari
“Scetet Catari’ ca l’aria è doce”(svegliati Caterina che l’aria è dolce, traduzione per chi non conosce il norvegese). E in effetti 45 pubblici ministeri più di due terzi del totale, si sono svegliati emettendo un comunicato per dire di non essere turbati dalla presenza tra loro di Paolo Storari, per il quale il Pg della Cassazione ha chiesto il trasferimento in relazione alla consegna a Piercamillo Davigo allora al Csm dei verbali di Piero Amara.
I 45 magistrati chiedono “chiarezza” in relazione allo scontro che vede protagonisti da una parte il procuratore Francesco Greco con l’aggiunto Laura Pedio e dall’altra appunto Storari. “Siamo turbati dalla situazione che sta emergendo da notizie incontrollate e fonti aperte e sentiamo solo il bisogno impellente di chiarezza, di decisioni rapide che poggiano sull’accertamento completo dei fatti e prendano posizione netta e celere su ipotetiche responsabilità dei colleghi coinvolti” sono le parole della nota firmata dai pm.
Evidentemente i firmatari in questi ultimi anni hanno vissuto altrove e ci voleva la sentenza con cui i vertici Eni sono stati assolti per riportarli alla realtà. Da tempo se potessero a Milano i pm si arresterebbero tra loro.
Francesco Greco è il secondo capo della procura consecutivo che si salva dal procedimento disciplinare perché va in pensione. Succederà il 14 novembre. Greco segue le orme del suo predecessore Edmondo Bruti Liberati per il quale il Csm annunciò il “disciplinare” solo dopo che lo stesso aveva dichiarato di andare in pensione in anticipo. Era stata la procura di Brescia nell’assolvere Bruti dall’accusa di abuso d’ufficio a mettere nero su bianco che c’era materia da Csm dal momento che il capo della procura aveva agito in base a criteri politici nello scontro con l’aggiunto Alfredo Robledo in relazione al caso Expo.
Ai tempi della “guerra” Bruti-Robledo solo molti mugugni e boatos con la procura che ostentò unità. Il caso Eni iniziò a scoppiare con un messaggio di Storari in una discussione interna: “Caro Francesco le cose non stanno così e lo sai benissimo, ne parleremo”. Si era all’indomani dell’assoluzione dell’Eni dopo che tra l’altro in modo azzardato la procura aveva mandato a Brescia un “veleno” di Amara sul presidente del collegio “avvicinabile” da due avvocati della difesa.
Adesso a Brescia oltre a Storari per violazione del segreto d’ufficio istigato da Davigo sono indagati i pm del caso Eni De Pasquale e Spadaro per non aver depositato atti favorevoli alle difese.
Greco ha rifiutato di consegnare ai pm di Brescia gli esiti di una rogatoria in Nigeria sull’Eni. È una guerra per bande all’interno della procura di Milano dove adesso a rischiare di più nell’immediato è Storari che ha temere sia il trasferimento sia di non fare più il pm. Questa almeno è la richiesta del pg della Cassazione Salvi che per arrivare a quel posto si era a un certo punto appoggiato a Palamara, quello che ora tutti fingono di non conoscere. Poi Salvi ha deciso che non possono essere sottoposti al “disciplinare” i magistrati che si autopromuovono. Insomma ha prosciolto se stesso. Storia di una categoria che si era proposta per salvare il paese vista dalla procura che fu il simbolo della grande farsa di Mani pulite. C’erano guerre interne anche allora. Di Pietro “rubo’” letteralmente un indagato a De Pasquale. Ma il capo Borrelli diede ragione a Tonino allora mediaticamente una forza della natura. E poi allora sui giornali non uscivano certi fatti se non in poche righe.
(frank cimini) -
Ombre rosse corte d’assise conferma Bergamin prescritto
Per la seconda volta la corte d’Assise di Milano ha dichiarato prescritte le condanne inflitte a Luigi Bergamin uno dei rifugiati politici in Francia per i quali l’Italia chiede l’estradizione. La corte ha rigettato l’opposizione della procura rispetto alla prima decisione spiegando che le motivazioni addotte dalla pm Adriana Blasco non sono convincenti.
La procura ricorrerà in Cassazione alla quale si era già rivolta ma la Suprema Corte aveva derubricato il ricorso a opposizione alla prescrizione rimandando gli atti in corte d’Assise.
In estrema sintesi la decisione del Tribunale di Sorveglianza che aveva dichiarato Bergamin “delinquente abituale” non c’entra nulla con la questione della prescrizione. Va considerato che lo status di “delinquente abituale” non è definitivo perché il difensore Giovanni Ceola ha proposto ricorso per Cassazione.
L’abitualità non era diventata definitiva entro il termine di 30 anni che scadeva l’otto aprile del 2021. Comunque il tutto è ancora subjudice perché se ne riparlerà in Cassazione dal momento che la procura non si rassegna nemmeno davanti al trascorrere del tempo tanto è vero che si aggrappa a una “delinquenza abituale” decisa oltre 40 anni dopo i fatti per i quali Bergamin era stato condannato.
Evidentemente per quanto riguarda la prescrizione nelle storie degli anni ‘70 i tempi scaduti sono “mobili” come dimostra il caso di Maurizio Di Marzio dove il secondo arresto li proroga addirittura al 2049 secondo una interpretazione restrittiva al massimo. Insomma una storia senza fine perché la politica non ha voluto trovare una soluzione al conflitto sociale di tanti decenni fa.
(frank cimini) -
L’ombra rossa Di Marzio libero firma ogni 15 giorni
Si mettano il cuore in pace i politici i partiti e i giornali che avevano gioito per l’arresto a Parigi di Maurizio Di Marzio ex Br perché il gestore della Taverna Baraonda è tornato in libertà e dovrà solo firmare il registro in gendarmerie ogni 15 giorni. Tajani aveva parlato o meglio straparlato del frutto di una brillante operazione e di grande collaborazione internazionale. Salvini aveva invitato i radical chic a non protestare. Tutto finito dopo una notte.
Per Di Marzio viene avviato l’iter per l’estradizione al pari degli altri rifugiati fermati il 28 aprile e poi rilasciati nell’ambito dell’operazione “Ombre rosse”.
Ci vorranno mesi se non anni prima della decisione. Era stato arrestato Di Marzio con una interpretazione molto restrittiva e retroattiva delle norme sulla prescrizione utilizzando un fermo a fini estradizionali del 1994 che allungava la scadenza fino al 2022. Seguendo la stessa logica col nuovo arresto si arriverebbe addirittura al 2049 facendo ripartire da zero i 28 anni, il doppio della condanna a 14 anni per fatti di 40 anni fa.
Insomma sugli anni ‘70 la prescrizione è mobile perché la ministra Marta Cartabia santificata da alcune anime belle perché parla appunto a parole di “meno carcere” ha scelto di artigliare persone rifugiate in Francia da tempo. In omaggio al suo mentore Mattarella che il giorno del rientro di Cesare Battisti ripreso dagli smartphone di Bonafede e Salvini aveva urlato: “E adesso gii altri….”.
Insomma siamo benlontani da quella soluzione politica che tra gli altri viene invocata da Irene Terrel l’avvocato francese dei rifugiati. L’Italia vuole vendicarsi di un periodo storico sul quale non ha voluto e continua a non voler aprire una discussione seria. E cercando di vendicarsi rivalendosi su chi partecipò decenni fa al più serio tentativo di rivoluzione nel cuore dell’Europa lancia un messaggio a chi si oppone oggi. A iniziare dai NoTav e dai lavoratori della logistica. Il messaggio è fin troppo chiaro: “Se non la smettete sarete perseguiti e perseguitati fino a 90 anni”. Con la promessa aggiuntiva di prendere loro il Dna anche a 43 anni dai fatti.
(frank cimini) -
Moro, Riesame e pm agit-prop contro la ricerca storica
Il Riesame ha confermato il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti consentendo alla procura di Roma di continuare a inseguire i misteri inesistenti del caso Moro, le famose “cose da chiarire” secondo il teorema del pm Eugenio Albamonte, noto per aver chiesto e ottenuto attraverso il copia e incolla di un gip il prelievo del Dna dai condannati per via Fani e altre persone a 43 anni dai fatti.
Stavolta il copia e incolla lo fa il Riesame anche se per ora c’è soltanto il dispositivo della decisione e mancano le motivazioni che arriveranno prossimamente. Con calma. Tanto c’è tempo per la difesa che ricorrerà in Cassazione nella speranza di avere lumi, capirci qualcosa su questa strana associazione sovversiva di cui farebbe parte il solo Persichetti il quale risponde pure di favoreggiamento di latitanti.
Nell’archivio del ricercatore, che paga insieme al suo impegno di studioso il passato di condannato per fatti di lotta armata, ci sarebbero segreti da svelare. Persichetti avrebbe avuto la disponibilità di atti elaborati dalla commissione parlamentare di inchiesta, atti segreti che invece erano pubblici.
Ma Albamonte non ha avuto bisogno in udienza di spiegare granché. Il Riesame gli ha creduto sulla parola quando il pm ha in pratica detto esplicitamente che un dissequestro sarebbe equivalso a un mettere il bastone tra le ruote sulla strada della ricerca della verità, cioè della verità che hanno in testa i dietrologi e i complottisti.
Albamonte non ha detto una parola sul capo di imputazione, sulla qualificazione giuridica dei fatti. Il pm è una sorta di agit-prop e il Riesame gli è andato dietro.
Insomma le tonnellate di atti processuali dove emerge che dietro le Br c’erano solo le Br sono carta straccia. Bisogna “cercare la verità” come dice il messaggio dal colle più alto in occasione del 9 maggio, oppure “ci sarà clemenza in cambio di verità’” come ha proposto uno dei massimi candidati al Quirinale.
La criminalizzazione della ricerca storica indipendente con questa inchiesta appare come un dato di fatto, inequivocabile. Chi mette in dubbio i teoremi di una commissione parlamentare che non c’è più sarà perseguito perché quella commissione è stata sostituita dalla procura dove al vertice c’è un capo che secondo il TAR e il consiglio di Stato sarebbe lì a causa di una nomina irregolare.
Ma Michele Prestipino resta al suo posto protetto dal Csm in applicazione della legge del marchese del Grillo e firma con Albamonte il decreto di perquisizione al fine di rafforzare l’idea che con questa nuova indagine sul caso Moro si tratta di “salvare la patria”.
Intanto Mattarella è a Parigi per insistere sull’estradizione della banda dei nonnini. E l’indagine su Persichetti, al quale sono state sequestrate pure le cartelle cliniche del figlio disabile perché a questo arriva lo Stato democratico nato dalla Resistenza antifascista, serve a rafforzare l’idea che l’argomento appare ancora caldo. E che quindi i francesi ne tengano conto perché magari pure dalla banda dei nonnini potrebbero arrivare “illuminazioni” sul caso Moro. Nella testa dei dietrologi tutto si tiene (frank cimini) -
“Ombre rosse”, legale francese: io dietro mosse pm Milano
“Sono stato io a suggerire al pm di Milano le mosse per far dichiarare lo status di delinquente abituale e per ricorrere contro la prescrizione di Luigi Bergamin”. Sono le parole pronunciate da William Julie’ l’avvocato francese che rappresenta lo Stato italiano nel procedimento dove si deve decidere l’estradizione di nove rifugiti politici fermati a Parigi nell’ambito dell’operazione “Ombre Rossse” e poi rimessi in libertà in attesa che si concluda l’iter burocratico-giudiziario davanti alla corte d’Appello.
Le parole di Julie’ vengono riportate da Giovanni Ceola uno dei difensori di Bergamin il quale aggiunge: “Io non so se quanto affermato corrisponda alla realtà ma si tratta di parole gravi”. Va ricordato che la presenza del legale francese nel corso delle udienze era già stata contestata dagli avvocati dei rifugiati perché considerata estranea alla procedura.
Julie’ però continua a intervenire e a dire la sua ed era arrivato addirittura ad affermare che dopo l’eventuale estradizione gli ex terroristi sarebbero riprocessati, posizione che non coincide con quella ufficiale dello Stato italiano.
Va detto che la procura di Milano e il pm Adriana Blasco non sembrano aver bisogno di “suggeritori” nel perseguire la linea dura che tra l’altro aveva portato alla gaffe di sbagliare indirizzo nel ricorrere in Cassazione contro la prescrizione decisa dalla corte d’Assise di Milano. La Cassazione ha rimandato indietro gli atti invitando la procura a opporsi eventualmente alla prescrizione ma rivolgendosi alla stessa corte locale.
La prossima udienza della causa per le estradizioni si terrà il 29 settembre quando saranno decise le questioni preliminari e dì costituzionalità. Nel frattempo i giudici francesi hanno deciso di allentare le misure relative agli obblighi di firma dei rifugiati. Ne è stato del tutto esentato Giorgio Pietrostefani (delitto Calabrese) attualmente ricoverato in ospedale. (frank Cimini) -
Dopo i flop pm Dambruoso chiede sorveglianza speciale
Erano stati arrestati a maggio dell’anno scorso sette anarchici a Bologna con l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Dopo tre settimane il Tribunale del Riesame ordinava la scarcerazione con una decisione che sarà poi confermata dalla Cassazione. In sede di chiusura delle indagini l’accusa rinunciava a contestare il reato associativo, quello più grave. Ora però dopo i flop il pm Stefano Dambruoso, che da sostituto procuratore a Milano era finito sulla copertina della rivista Time come cacciatore di fondamentalisti islamici, si rivolge alla sezione delle misure di prevenzione, chiedendo per gli indagati la sorveglianza speciale. Il Tribunale deciderà il prossimo 12 luglio in udienza camerale.
“Sono richieste tutte uguali – osserva Ettore Grenci avvocato della difesa – pericolosità terroristica ed eversiva. Il pm cita l’ordinanza del gip dell’operazione ‘Ritrovo’ ma dimentica il piccolo dettaglio della sonora bocciatura sia del Riesame sia della Cassazione”.
Al centro dell’inchiesta anche una serie di manifestazioni e cortei nei pressi delle carceri al fine di portare solidarietà ai detenuti alle prese con l’emergenza Covid, il sequestro di striscioni, maschere antigas, artifici pirotecnici, fumogeni, imbrattamenti di edifici pubblici e privati con vernici spray, frasi offensive contro le autorità di Governo. Insomma un’attività politica alla luce del sole al pari di tante realtà antagoniste.
Del resto sia il Riesame sia la Cassazione avevano annullato gli arresti spiegando il rischio di reprimere il dissenso. Ma la procura non demorde e il pm Dambruoso diventa militante del suo processo cercando di arrivare comunque all’emissione di misure volte a limitare l’attività politica degli indagati. La sorveglianza speciale non è un arresto ma influenza in modo pesante la vita quotidiana e l’impegno politico delle persone che vi vengono sottoposte.
Nella richiesta della misura si scrive di “perdurante comportamento antisociale fondato su fatti sintomatici originati da una condotta abitualmente criminosa tesi al progressivo inasprimento dei reati commessi”. (frank cimini) -
Dopo i flop pm Dambruoso chiede sorveglianza speciale
Erano stati arrestati a maggio dell’anno scorso sette anarchici a Bologna con l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Dopo tre settimane il Tribunale del Riesame ordinava la scarcerazione con una decisione che sarà poi confermata dalla Cassazione. In sede di chiusura delle indagini l’accusa rinunciava a contestare il reato associativo, quello più grave. Ora però dopo i flop il pm Stefano Dambruoso, che da sostituto procuratore a Milano era finito sulla copertina della rivista Time come cacciatore di fondamentalisti islamici, si rivolge alla sezione delle misure di prevenzione, chiedendo per gli indagati la sorveglianza speciale. Il Tribunale deciderà il prossimo 12 luglio in udienza camerale.
“Sono richieste tutte uguali – osserva Ettore Grenci avvocato della difesa – pericolosità terroristica ed eversiva. Il pm cita l’ordinanza del gip dell’operazione ‘Ritrovo’ ma dimentica il piccolo dettaglio della sonora bocciatura sia del Riesame sia della Cassazione”.
Al centro dell’inchiesta anche una serie di manifestazioni e cortei nei pressi delle carceri al fine di portare solidarietà ai detenuti alle prese con l’emergenza Covid, il sequestro di striscioni, maschere antigas, artifici pirotecnici, fumogeni, imbrattamenti di edifici pubblici e privati con vernici spray, frasi offensive contro le autorità di Governo. Insomma un’attività politica alla luce del sole al pari di tante realtà antagoniste.
Del resto sia il Riesame sia la Cassazione avevano annullato gli arresti spiegando il rischio di reprimere il dissenso. Ma la procura non demorde e il pm Dambruoso diventa militante del suo processo cercando di arrivare comunque all’emissione di misure volte a limitare l’attività politica degli indagati. La sorveglianza speciale non è un arresto ma influenza in modo pesante la vita quotidiana e l’impegno politico delle persone che vi vengono sottoposte.
Nella richiesta della misura si scrive di “perdurante comportamento antisociale fondato su fatti sintomatici originati da una condotta abitualmente criminosa tesi al progressivo inasprimento dei reati commessi”. (frank cimini)
