Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Maggio 2026

  • Il detenuto con un buco in gola che dal 2009 non ha mai avuto un permesso

    Il suo reato risale al 1989, l’anno in cui si sgretolò il muro di Berlino.

    Vincenzo Zuccaretti, 74 anni, ha un tumore al polmone in stadio avanzato, è tracheotomizzato e aveva chiesto un permesso premio per andare a visitare i due figli. Aveva anche posto l’alternativa: o dal figlio che vive in provincia di Parma o da quello che sta vicino a Salerno. Decidete voi, difficile scegliere tra un abbraccio a un figlio o a un altro. Il giudice ha scelto: nessuno dei due.

    Dal 2009 non ha mai respirato nemmeno per un secondo l’aria fuori, cioé da quando, dopo la sentenza definitiva, si trova a Opera per un duplice omicidio con fine pena previsto per il 2031. Ora è un uomo molto malato, stanco e che negli ultimi anni ha dovuto condividere la cella assieme a dei detenuti fumatori.

    Lui, che ha un buco in gola per respirare.

    L’avvocata Alessia Pontenani ha incassato l’anno scorso l’ultimo parere negativo della direzione del carcere perché considerato ancora “pericoloso” e perché, così pare di capire, non ha ancora ammesso di essere colpevole. Il magistrato di Sorveglianza ha convenuto: “Non ci sono le condizioni di legge per la concessione del permesso richiesto, in quanto mancano, allo stato, sufficienti elementi per addivenire ad un giudizio di non pericolosità in capo al detenuto alla luce della gravità dei delitti oggetto del titolo in esecuzione, sulla cui attribuzione di responsabilità non è possibile in questa sede ritornare. Se è vero, infatti, che il condannato ha diritto di ritenersi innocente rispetto ai fatti contestati, tuttavia, come è noto, la sentenza di condanna che attribuisce allo Zuccaretti la responsabilità del duplice omicidio è un fatto da cui occorre ripartire, al fine di costruire un percorso di reinserimento sociale”.

    Dice Pontenani: “Non metto in dubbio che possa essere stato pericoloso ma ora non lo è più. Fargli vedere i familiari sarebbe un atto di umanità”.

    Il magistrato di sorveglianza però una cosa l’ha fatta: l’ha tolto dalla cella dove c’erano altri detenuti che fumavano dopo essersi accorto che in effetti tenerlo lì, con una nuvola di catrame condensata in pochi metri, non era proprio il massimo per un uomo con una cannula e l’ha spostato nel reparto di SAI, dove viene prestata un’adeguata assistenza sanitaria con l’avvertimento che, se dovesse peggiorare, il medico del carcere dovrà segnalarlo per un eventuale ricovero.

    Dove stia in tutto ciò una pericolosità sociale tale da non fargli vedere i figli per qualche ora dopo 37 anni è la domanda di questa storia.

  • C’è o non c’è questa inchiesta sul calcio a Milano?

    C’è un’inchiesta a Milano che per oltre un anno ha viaggiato sotto traccia e nella quale, dopo qualche mese di intercettazioni, si è deciso di non andare a prendere i telefoni e i dispositivi di indagati e non. E così facendo non si è guardato nelle chat, come ormai si fa sempre in qualsiasi indagine che si rispetti.

    C’è un’inchiesta a Milano in cui un paio di inviti a comparire importanti, poi, sono saltati fuori di colpo il 25 aprile, grazie al lavoro di una cronista, ma nessuna informazione utile è stata fornita per almeno tre giorni ai giornalisti, che volevano avere un quadro minimo e indispensabile da presentare doverosamente.
    C’è un’inchiesta a Milano di cui, dopo quei tre lunghi giorni di silenzio, si è potuto sapere qualcosa ufficialmente: cosa non c’era dentro o meglio cosa non si sarebbe andato a cercare, chi non era coinvolto, chi non era indagato.
    C’è un’inchiesta a Milano che, dopo aver fatto il botto mediatico malgrado le non notizie lanciate come acqua sul fuoco, ha riempito per qualche giorno un corridoio e i taccuini per una manciata di testimonianze. Fase, comunque, prontamente sedata dopo un vertice con tanto di annuncio più o meno ufficiale di quello che non si sarebbe fatto o più fatto.
    Non c’è un’altra inchiesta a Milano come questa, un’inchiesta per la quale è così complicato tifare.

  • Crans, l’incazzatura dell’indagato che non era lui

    Crans, l’incazzatura dell’indagato che non era lui

    C’era un indagato che non era lui. Gli mandano un invito a comparire. Prima gli viene un colpo, poi s’incazza e alza la cornetta. Prontooooo, procura di Sion? Mi chiamo Jérémie Rey, sono del 1949, mi avete convocato come indagato per la strage di Crans Montana. Guardate che quello lì è un altro, si chiama quasi uguale! Scatta la verifica. “Dopo un controllo sul programma BDR-online si è trovata la persona giusta – si legge nelle carte appena depositate – e cioè Monsieur Jean Daniel Jérémie Rey, nato il 23 febbraio 1958″. A quel punto è Sion ad alzare la cornetta per rassicurare il malcapitato omonimo-ma-non-troppo. Per telefono, “viene indicato al signor Jérémie Reym che la citazione è annullata“. E pure l’iscrizione nel registro degli indagati: “Une nouvelle ordonnance d’extension de l’instruction est faite à l’encontre de M. Jean Daniel Jérémie Rey, né le 23 février 1958 ainsi que l’inscription au casier
    judiciaire. Une nouvelle citation lui est adressée pour le 3 juin 2026″. Voilà.


    Dai può capitare a tutti però. A quanti di noi giornalisti è successo di cercare le foto di una persona sui social e fare casini con i profili? (Ne ricordiamo una su una ragazza che non c’entrava nulla con la storia di Ruby, ma che per omonimia finì su tutti i giornali, chiese i danni, fu risarcita).
    Sennonché alla procura di Sion sembrano un po’ distrattini, quasi peggio dei giornalisti. Avevano infilato nel fascicolo le chiamate al 144 (centrale unica) della sera della strage. C’era finito di tutto. Gente che chiamava per il gatto sull’albero o giù di lì. Soprattutto l’audio di un ragazzo italiano che raccontava in diretta la storia di una ragazza in fuga la quale minacciava di denunciarlo per un presunto non-stupro a casa di una famiglia di una qualche notorietà che inizia con la B. Certo non sarà perché se n’era accorto Giustiziami, sta di fatto che qualche tempo dopo la questione è stata sollevata e il fascicolo è stato depurato dalla roba che non c’entrava nulla. Sparita la chiamata inconferente. Al nostro eccellente pubblico poliglotta dotato anche di Google translate offriamo qui sotto la conferma nell’originale poliziottese, da una lettera alle procuratrici: “Conformément à Vos demandes – scrive l’agente di Pg – nous avons écouté les enregistrements contenus dans le support informatique susmentionné et avons supprimé les fichiers audios qui n’étaient pas liés avec la présente procédure. Afin de garantir la suppression complète des données tierces, une copie des enregistrements retenus a été effectuée sur une clé USB vierge. Son contenu a été protégé par un mot de passe, identique à celui utilisé pour accéder au contenu original”. Cancellati. Bien fait!

  • La Procura di Pavia nega ai media gli atti di Garlasco

    La Procura di Pavia nega ai media gli atti di Garlasco

    Di cosa si è parlato più di tutto in Italia nell’ultimo anno? Trump, Iran, Palestina, referendum? Lo sappiamo tutti: dell’inchiesta sul delitto di Garlasco. Basterebbe questo a considerare il tema di “interesse pubblico”.

    Ma a far scattare l’impellenza di conoscere gli atti al capolinea delle indagini, quando le carte dell’accusa sono scoperte e a disposizioni di tutte le parti, è una ragione molto semplice: è sconvolgente che uno stesso fatto, l’omicidio di Chiara Poggi, venga raccontato dalla giustizia con due narrazioni completamente diverse e incompatibili. Fa tremare i polsi a qualsiasi cittadino pensare di finire in un gorgo del genere a 20 anni di distanza da quella mattina del 13 agosto 2007.

    Ecco perché l’11 maggio 2026 una testata giornalistica importante e animata da volontà di capire, non di fare il tifo per una o l’altra parte, ha chiesto al procuratore di Pavia di “prendere visione e/o estrarre copia degli atti del procedimento” a notifica avvenuta agli interessati “per esercitare il proprio diritto di cronaca e di informazione, diritto costituzionalmente rilevante ai sensi dell’articolo 21 della Costituzione”.

    Invece è arrivato un no senza appelli firmato dal procuratore aggiunto Stefano Civardi e dalla pm Valentina Rizza. I magistrati che ritengono Andrea Sempio colpevole e Alberto Stasi innocente evidenziano nella motivazione al provvedimento che dal 2024 è stata vietata la pubblicazione delle ordinanze di custodie cautelari (anche se qui non ce ne sono) e poi entrano nel cuore della questione:

    “Il bilanciamento degli opposti interessi – diritto di cronaca, presunzione di innocenza, trasparenza
    delle fonti, “verginità mentale” del giudicante – non è evidentemente nella disponibilità del singolo
    magistrato, trattandosi d i valutazioni generali rimesse al legislatore, non deducendo l’istante un
    interesse specifico (ad esempio esigenze di difesa in procedimenti per diffamazione, specifiche e rilevanti
    posizioni tutelabili solo tramite accesso agli atti), bensì l’ampio e conosciuto diritto di libertà ex articolo
    21 della Costituzione. La giurisprudenza di legittimità è peraltro chiara nel negare che l’aricolo 116 del codice di procedura penale (che regola il diritto per chiunque abbia interesse a ottenere copie, estratti o certificati di singoli atti, ndr) conferisca un vero e
    proprio diritto della parte interessata ad ottenere copia degli atti “.

    L’obiezione può essere: ma tanto la stampa (alcune testate molto più di altre) è da mesi che conosce ogni respiro di questa indagine! Ma qui interessa il principio: è adesso che i cittadini devono essere informati, adesso che la Procura raffigura e lega tra loro tutte quelle che ritiene delle prove contro Sempio inquadrandole in una narrazione completa ed è adesso che la difesa può rispondere conoscendole finalmente per intero.

    Quale “verginità mentale” avrà chi dovrà giudicare questo caso dopo mesi di notizie parziali, fatte filtrare in un modo o in un altro a seconda della testata a cui venivano date?

  • Non si puó sapere perché la denuncia sulle ‘bussate’ é stata archiviata

    Non si puó sapere perché la denuncia sulle ‘bussate’ é stata archiviata

    No e ancora no. Per Domenico Rocca l’ex assistente arbitrale che si è visto archiviare l’esposto in cui denunciava tra le altre cose le bussate al vetro della Sala Var è proprio impossibile sapere perché la Procura Federale abbia ritenuto irrilevanti le sue accuse. Tutti ormai conosciamo il contenuto della denuncia che assieme alla querela di un avvocato veronese ha dato impulso all’inchiesta della Procura di Milano. In breve: presentata a maggio del 2025 venne archiviata dal procuratore federale Giuseppe Chiné dopo una breve istruttoria durata un paio di mesi. Nessuno di noi però ha letto le motivazioni per cui è stato fatto calare il sipario sulle gravi accuse che l’assistente arbitrale mosse al sistema arbitrale a partire da Udinese-Parma col cambio repentino sull’assegnazione di un rigore che prima sembrava non esserci e poi si sarebbe materializzato dopo un ‘suggerimento’ che si ipotizza abbia dato il designatore Gianluca Rocchi. L’ex assistente arbitro ha presentato una richiesta di accesso agli atti alla Procura Federale dopo avere saputo che il pm Maurizio Ascione stava indagando per frode sportiva ‘incoraggiato’ forse dal procuratore che ai media aveva aperto alla possibilità di rendere noti i contenuti della decisione tramite un accesso agli atti del diretto interessato. Ora è arrivata la risposta: le ragioni di un’archiviazione apparsa a molti precipitosa non si possono leggere. “Il Codice della giustizia sportiva non riconosce questo diritto. Ma se chi ha presentato l’esposto fa istanza di accesso, motivandola con, ad esempio, l’esigenza di conoscere le motivazioni per usarle in processo penale, civile o amministrativo, l’atto gli viene consegnato ma Rocca non ha mai proposto istanza di accesso” aveva dichiarato Chiné. Invece in queste ore, a quanto si e’ appreso, è arrivata una risposta negativa. Peccato perché un atto di trasparenza sarebbe stato doveroso.