
In vita, contesa, in bilico, tra una madre che si era ribellata al clan e che amava all’infinito, e un padre, Carlo Cosco, che le aveva ucciso quella madre, Lea Garofalo. Contesa per giorni, settimane, anche dopo la morte, a sua volta tragica. Un funerale fissato e poi annullato, infine celebrato in segreto.
Denise Cosco è morta venerdì 11 settembre dopo 5 giorni di agonia. La domenica prima l’avevano trovata a piedi del suo palazzo ad Ariccia, dove viveva in programma di protezione testimoni. Perché come la madre Lea aveva avuto il coraggio di raccontare tutto, a processo. La forza del clan famigliare, i suoi mesi vissuti celando l’intima convinzione che Lea fosse stata uccisa dalle stesse persone con cui condivideva colazione e cena.
Venerdì 25 settembre si sono svolti i funerali di Denise. A Roma, o forse ad Ariccia. Il nulla osta della procura di Velletri, dopo l’autopsia, era di 14 giorni prima. “C’è stata una benedizione, poi l’hanno sepolta”, racconta una fonte vicina alla famiglia. Il rito era stato fissato per il pomeriggio del giorno prima, a Roma, nella parrocchia di Santa Chiara. La mattina stessa era stato annullato. A decidere sulle esequie era stata la famiglia del compagno di Denise, tutori del suo bambino di 4 anni. Motivo dell’annullamento, difficile ricostruirlo.
Di certo la zia Marisa, sorella di Lea, voleva parteciparvi. E lo stesso vale anche per la famiglia Cosco. A partire dal padre di Denise, condannato per l’omicidio di Lea, che sconta l’ergastolo in carcere ad Asti. Aveva fatto istanza al tribunale di sorveglianza di Torino, ricevendo un “non luogo a procedere”: nell’istanza non erano neppure indicati il luogo e la data dei funerali, non essendo noti. Nei giorni scorsi ha presentato una seconda istanza, chiedendo di poter visitare la tomba di Denise. Stessa questione, stessa risposta. Altri parenti di Denise, il 25 settembre, sono stati visti girare per Ariccia, alla vana ricerca del luogo dell’ultimo saluto. Marisa e il padre di Carlo Cosco avrebbero voluto riportarla in Calabria, a Petilia Policastro, dove la doppia storia tragica di Lea e Denise era iniziata.
Dal giorno della morte di Denise, don Luigi Ciotti, anima di Libera, che tanti anni fa di Lea aveva raccolto la prima richiesta di aiuto e che sempre aveva seguito il destino di Denise, chiede che le due donne, morte praticamente alla stessa età, 35 anni, siano riunite almeno ora. Quel che rimaneva del corpo di Lea fu sepolto al cimitero monumentale di Milano, nel 2013, dopo un funerale pubblico durante il quale Denise, nascosta nel palazzo accanto, aveva salutato la madre dicendo “la forza me l’hai data tu, non smetterò mai di ringraziarti”.
Nel corso degli anni, Denise si era però riavvicinata molto al padre. Lo aveva visitato più volte in carcere, prima a Opera poi ad Asti. Gli aveva mostrato il bambino in foto, poi anche in videochiamata. Aveva anche fatto istanza per uscire dal programma di protezione testimoni, operazione stoppata dal ministero, con il parere della pm di Milano Paola Biondolillo. Denise lavorava in un archivio ministeriale, ma da giorni non si presentava. Da mesi era seguita dal Sert. Vivere quella doppia vita, sotto nome falso, doveva essere un peso gigantesco che si sommava a un’esistenza segnata da una violenza unica. “Era tanto fragile”, dice chi la conosceva.
Ora è difficile dire come andrà a finire. “E’ una situazione davvero triste e desolante – commenta una persona che per tanti anni si è occupata di lei – deve farci riflettere tutti sugli interventi con i testimoni e figli di testimoni, altrimenti è un fallimento totale”.
Senza averla mai conosciuta se non come una voce dietro il paravento in un’aula di giustizia, scriviamo queste righe perché vogliamo ricordarla, perché sia dimenticata un po’ meno. Per restituirle quel poco che possiamo. Per celebrarla come donna, come vittima e sì, anche come simbolo di ribellione. Ciao Denise.
