Con un certo involontario cinismo gli studi sociologici usano l’espressione ordinary people per le persone non qualificabili nei momenti in cui sono rappresentate nelle abitudini di massa, come usare i mezzi pubblici. Questa cancellazione delle singolarità li aiuta a entrare negli incasellamenti statististici di diagrammi e curve.
Oggi sono un ordinary people, mentre mi aggiro per la città, sul tram. Ascolto la signora che sta parlando al telefono con la sorella, la rimprovera di essere troppo seria da non permettersi una gita domenica prossima. Indossa un piumino trapuntato, leggero, cento grammi, azzurro. Vicina a lei c’è un signore con un bastone, salito vicino al parco, andrà in Duomo o chissà, massimo fino al Cimitero Maggiore, capolinea.
Mentre aspetto di scendere alla mia fermata, prendo le voci e le metto su un’unica linea fonica, le monto con altre frasi estrapolate, costruisco una giornata coerente recitata da più persone casuali. Inserisco anche ricordi e mi sposto in un flashback, sarà perché non mi ci trovo tanto distante e ho nostalgia del mio scooter. Il filo mi porta su una trama spessa, ci sono figure in cerchio, a formare una stella nel centro, no, è piuttosto il disegno del boom dei fumetti.
Correvo con il mio hondino Sky 50 blu su viale Forlanini verso l’aeroporto, insieme ad ambulanze, auto, vigili del fuoco, carabinieri, polizia. Si vedeva un fumo alto in fondo e faceva un po’ freddo, di quello pungente del mese di ottobre, che non è ancora quello compatto dell’inverno. Più o meno come la stagione in cui sto scrivendo.
La strada era bloccata da moto ammassate a caso. Ricordo che le ambulanze arrivate a gran velocità non tornavano indietro e che mi ero seduta in mezzo ai primi parenti dei passeggeri, cercando di capire cosa fosse successo: nessuno ci parlava, né a noi della stampa, di cui facevo parte, né a loro. Intanto arrivavano gli altri, chi solo in tuta, chi invece già perfettamente vestito da ufficio, alcune donne indossavano quelle belle scarpe a mezzo tacco molto in uso nelle aziende. La loro sicurezza formattata da anni di riunioni e cordiali saluti non arrivava a capire. Parlavano di un viaggio di lavoro, che avrebbero aspettato, che pretendevano delle informazioni visto che il cellulare non prendeva. Qualcuno sosteneva che allora avrebbe parlato con chi, chissà.
Il motore della linea continua della giornata già da quanto tempo programmata di un lunedì mattina di lavoro e obiettivi non si fermava, non si era accorta che si era azionata la ventola del raffreddamento, c’era stato uno stop, brusco, violento, un incidente. Il diagramma era saltato.
Le informazioni si propagavano come una paranoia. Ci fu un fuggi fuggi generale, senza che si spiegasse niente ai parenti che ancora pensavano di rivedere il fratello il padre, il marito, la figlia, il figlio, il nipote, la madre. Di colpo si cominciò a chiedere loro lo spazzolino, prima ancora di riuscire a predisporre un’accoglienza riservata e informativa. Fino a che si aprì la Sala Amica della business class e arrivarono psicologi a distribuire bicchierini di acqua con il Lexotan.
Giravano giornalisti, telecamere, fotografi, tutti vagavano a cercare un dipendente infedele che raccontasse finalmente con chiarezza, poi arrivò il direttore dell’aeroporto che, preso d’assalto, senza fornire un quadro della cosa si lasciò sfuggire una frase che già in quel momento sapevo che l’avrei per sempre ricordata: “Stiamo cercando di recuperare il recuperabile”. Un insieme di parole che restituiva, senza che nessuno lo avesse esplicitato con un minimo di coraggio e responsabilità del ruolo che ricopriva, l’accaduto nei suoi toni più grotteschi.
C’è chi capì e chi no, si voleva che esplicitasse la frase, che finalmente dicesse a chiare lettere, anzi un virgolettato, cosa era successo veramente su quella pista di un lunedì mattina a Linate, l’8 ottobre 2001, che ne era stato di quel volo pieno di persone che andavano a lavorare, per lo più ingegneri e “commerciali” nei mercati e nelle aziende danesi e svedesi, con tra di loro, come sempre nell’inesorabile canovaccio delle tragedie di massa, una giovane coppia in viaggio di nozze. A quel punto il direttore dell’aeroporto non disse più nulla, lasciandoci con l’immagine di lacerti di corpi da recuperare per autopsie e riconoscimenti.
Non ricordo chi diede l’ufficialità definitiva, la catena dei parlanti autorizzati si era dileguata, il centralino del 118 lasciava qualche speranza dietro la parola “dispersi”.
Nella Sala Amica i giornalisti non potevano entrare, ci avevano predisposto una sala tutta per noi, addirittura c’era la colazione continentale, ma pochi erano lì dentro, in quel momento. Qualcuno scoprì o ritrovò l’antico ruolo della stampa con la presenza civile del giornalista, quello per cui molti decisero romanticamente di scegliere questo mestiere, cioè innanzitutto diventare testimoni. Qualche parente ci chiese di aiutarli ad avere informazioni, di fare da apripista con le autorità e con i centralini che non rispondevano, cercavano nella disperazione ogni appiglio, alleanze, anche se ormai dopo poco più di un’ora divenne chiaro che avevano cambiato status, erano entrati in un nuovo quadro, quello delle vittime. La loro vita di ordinary people era cambiata.
Non c’erano sopravvissuti, l’avevamo già capito da soli, ma ci voleva il conteggio ufficiale che arrivò solo diverse ore dopo, in un comunicato stampa. Ci sorprese scoprire che uno sì, si era salvato. Gravemente ustionato. Si trovava insieme ad altri tre, loro morti, al toboga, dove si depositano i bagagli in transito. Sopravvisse anche se con pesanti menomazioni.
I parenti delle vittime già nei primi giorni decisero di mettersi insieme in un’associazione, lo statuto venne copiato da quella delle vittime dell’incidente di Ustica, e insieme si prepararono a percorrere tutta la strada processuale e anche di elaborazione del lutto. Si aiutarono, divennero amici, stabilirono dei legami pensando che quel fratello era stata l’ultima persona con cui aveva parlato il figlio, quel marito aveva forse sorriso alla coppia di sposini, il giovane ingegnere si era accomodato sbirciando l’hostess, si consolarono andando a vedere su una mappa dove erano seduti i loro congiunti e cercando di conoscere la storia di quel vicino di posto con cui il suo amatissimo parente aveva concluso la sua vita. Ricostruirono la scena. Al posto di un anonimo viaggio di lavoro, con la testa già presa dalle faccende professionali, ricrearono un luogo familiare per i loro cari, postumo. E riuscirono a riprendere la loro vita il prima possibile, con un certo pragmatismo si rimisero subito a lavorare e a tirare su gli orfani, nelle ricorrenze si diedero solo a quello che sembrava alla loro portata, come piantare alberi commemorativi nel vicino parco Forlanini. Riuscirono dopo diversi anni anche a compiere insieme quel viaggio fino a Copenaghen per portare un fiore in un analogo giardino impiantato dalle vittime danesi. Sempre composti, si affidarono per le cose di stampa al presidente dell’associazione, un signore gentilissimo della Valsesia, che aveva perso il primogenito quasi trentenne, manager in ascesa di un lanificio di alta moda. In pratica si creò un mutuo soccorso attivo a cui avevo partecipato fatalmente anche io nei primi giorni a seguire. Fu proprio a casa sua che ascoltai della passione dell’altro figlio, un ragazzo biondo con i riccioli: voleva fare il mago. Studiava infatti Magic Arts e si esibiva in occasioni di provincia. Ne scrissi per dare il quadro di una famiglia normale, che cercava di rimettersi insieme.
L’articolo finì tra le mani degli autori di “Domenica In” sempre alla ricerca di storie e personaggi. Quell’anno proponevano una specie di talent, c’erano tanti ragazzi e ragazze che si esibivano, il giovane mago della Valsesia rientrava a pennello nello script. Era di talento e con una storia strappalacrime. Il tutto buono per gli offici di Mara Venier.
L’Italia orecchiò in questi piccoli spazi predisposti al patetico quello che era successo quella mattina a Linate, nel format più confacente al nostro Paese. Era questo lo spazio di cui dovevano accontentarsi? Come la vita che si accetta per come viene, che si apre e si chiude, a volte con il portellone di un aereo?
Troppo facile rispondere no.
Mi tormentai nei primi anni a seguire, di solito attorno all’8 ottobre quando vedevo il comunicato scritto dall’associazione per la ricorrenza, a pensare come tenere in vita quanto accaduto. Non volevo che scivolasse nella casualità di una responsabilità accertata ma talmente frammentata da sembrare solo un gioco del destino. Mi sembrava, e tutt’ora, il simbolo di un luogo senza governo, tutto perfettamente protocollato, e inanimato.
L’atteggiamento dei familiari troppo civile, quasi arrendevole, non mi aveva aiutato, sembrava sentissero l’obbligo di mantenere la stima per le figure pubbliche e di potere, forse l’unico modo per accettare quella tragedia. Non era nemmeno ancora il tempo dei social populisti, gridati e aizzati.
Pensai, con una collega, per la ricorrenza dei cinque anni di scrivere la loro storia di parenti, limitandomi agli italiani. Abitavano tutti al Nord, molti in una brughiera fino a quel tempo a me ignota. La casa editrice, l’unica che si mostrò interessata, mise come condizione però la ricerca di uno scoop. Non lo trovammo e il libro non uscì. Il materiale raccolto giace in una scatola nella mia soffitta, dentro non ci sono scandali o rivelazioni, visto che le indagini furono scrupolose e non restarono cose in sospeso. Il problema era un altro. Quell’incidente era perfettamente conforme a un Paese che nel 2001, a Milano, aveva dimostrato nei fatti una totale assenza di cultura della sicurezza, visto che era stato possibile lasciare sbiadire i segnali di terra delle piste, come se fosse un incrocio qualunque, e dimenticare il radar di terra in un magazzino. Sembrò un caso quasi atteso, a quel punto ci si chiese come mai non fossero successi altri incidenti prima.
Mi sono troppo allontanata, adesso rientro dal flashback. Provo a reidentificarmi, donna, cinquantenne, utente occasionale dei tram, a volte ben vestita. Perché chiamarmi fuori dal posto che mi ha assegnato l’ordinary people di oggi? Devo appartenere per forza al sottogenere dei trascrittori di eventi lontani? Un amanuense con la chierica mi guarda da lontano, ha un saio come quello dei domenicani. Bianco con il cappuccio nero.
Recupero la signora di prima, non la trovo, è scesa. Al suo posto un ragazzo peruviano con la felpa di un’assistenza elettrodomestici e i pantaloni catarifringenti. Scendo dal tram.
Giusi Di Lauro

