Prevenire è meglio che indagare, siamo d’accordo. Quando la prevenzione, però, dura nel silenzio più di due anni, sembra trasformarsi nella prevenzione della prevenzione e con modalità uniche, non riservate ad altri. E pone qualche interrogativo.
Così ancora nulla si sa di quel “procedimento di prevenzione” che venne dichiarato aperto il 30 settembre del 2024, quando ci furono gli arresti nell’inchiesta “doppia curva” sugli ultras della Sud e della Nord di San Siro.
Un procedimento, unico nel suo genere perlomeno a Milano, come confermarono i vertici della Procura, per bonificare rapporti tra alcuni responsabili di Inter e Milan e gli ultrà, non solo legati in parte alla criminalità organizzata, ma che avrebbero anche esercitato pressioni sui club.
Mentre per grandi e piccole aziende di vari settori, come logistica, vigilanza privata e moda, caratterizzate da contesti inquinati, e pure per altre soggette a infiltrazioni mafiose la “prevenzione” è sempre esistita solo con le misure, ossia con richieste di commissariamento accolte o bocciate dai giudici dell’apposita sezione, in questo caso non ha funzionato così.
Prevenzione della prevenzione, oltre due anni di contraddittorio con i club e nessun deposito di atti visibile per far capire cosa sia successo nel lungo periodo.
Una stranezza perlomeno, anche a guardare come di solito funziona il sistema, e che fa il paio, volendo, con l’inchiesta sul sistema arbitrale in cui l’Inter è stata archiviata e in cui la mossa originale nel filone principale sull’ex designatore Gianluca Rocchi (chiesta l’archiviazione) è stata non sequestrare i telefoni e non andare alla ricerca di chat e contatti. Cosa che ormai è abitudine, invece, per ogni inquirente.
Ciò che resta di questa prevenzione per ora è una larva giuridica che forse, quando diventerà farfalla, si mostrerà in tutto il suo splendore.

