Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Giorno: 3 Novembre 2026

  • Un cold case riemerge dal passato e interroga: a sparare fu un falso o un vero carabiniere?


    La perquisizione, un rapido interrogatorio, due colpi di pistola. Un corpo a terra. Ventisette anni fa, era novembre, un ragazzo di 24 anni venne ucciso nel boschetto della droga di allora, a Milano. Forse a sparargli alla schiena fu un carabiniere in borghese, forse un balordo che si era finto tale. Il fascicolo della polizia è introvabile, probabilmente mandato al macero. Il fascicolo speculare rimasto a Palazzo di giustizia rivela che la pista che portava a un uomo dell’Arma (o di un’altra forza di polizia) non è mai stata imboccata. L’unico testimone noto del delitto, in grado di riconoscere il killer, è morto.

    Il caso Cinturrino – il poliziotto accusato di aver ucciso Abderrahim Mansouri nel bosco della droga di Rogoredo – nei cronisti di lungo corso ha riportato alla mente un’altra storia sbagliata scivolata via in fretta dalla cronaca nera milanese: l’omicidio di Alessio Santospirito, abbattuto con un colpo di pistola alle dieci della sera del 9 novembre, un martedì, 27 anni fa. Avvenne in quella che allora era una zona di periferia frequentata da spacciatori e tossicodipendenti, i campi adiacenti a via Ripamonti. L’unico testimone individuato, ferito, disse che lo sparatore si era qualificato come carabiniere. I bossoli recuperati risultarono compatibili con pistole semiautomatiche in dotazione anche all’Arma. C’era un identikit. C’era una descrizione di fattezze e vestiti. C’era il riferimento a un cellulare poco diffuso, usato dal finto o vero militare. Ma, almeno a leggere le carte ad oggi rese disponibili, non si indagò nella direzione che puntava verso un appartenente alla Benemerita (a un’altra forza di polizia). E l’assassino di Alessio, portasse o meno una divisa, non è stato trovato. Correva il 1999, a Milano l’anno dei nove omicidi in nove giorni, quando altri agguati mortali erano al centro dell’attenzione e delle priorità, dall’assassinio dell’edicolante di piazza Esquilino alla fine tragica del gioielliere di via Derna, passando per l’uccisione di un agente scelto in via Imbonat
    Il fascicolo della questura mandato al macero?
    Nella seri di culto Cold case, ambientata negli Usa, gli archivi dei detective di Filadelfia sono pieni zeppi di scatole di cartone con dentro la documentazione del casi irrisolti trattati nei decenni precedenti. A Milano la scena reale è diversa. La questura ha fatto sapere che il fascicolo interno sull’omicidio Santospirito non si trova più. Probabilmente è stato mandato al macero, si ipotizza, e non è dato sapere quando né da chi. Per i casi da ergastolo gli atti non dovrebbero essere eliminati, come spiegano dal dipartimento di pubblica sicurezza, rispondendo a un quesito: «vanno conservati sine die, non smaltiti». Un commissariato di zona in compenso ha tenuto la cartellina con i precedenti penali della vittima, roba da poco, roba da disperati. A Palazzo di giustizia resta un impolverato raccoglitore con la documentazione dell’inchiesta, apparentemente a senso unico, contro ignoti. Una manciata di verbali e informative, l’identikit dello sparatore, dieci foto segnaletiche di civili, una relazione balistica, i risultati dell’autopsia, le istantanee del cadavere con un accendino stretto in pugno, e poi sul tavolo settorio, non molto altro.
    Un caso rimosso e dimenticato
    Il pm che fece il sopralluogo, dispose gli esami post mortem e coordinò le indagini, un nome pesante di Mani pulite, nel 2005 chiese e ottenne l’archiviazione. Interpellato, prima ha risposto che non si occupò lui del caso. Poi, informato dell’accesso agli atti e di carte da lui firmate, ha asserito di non ricordare nulla. Nemmeno l’ex dirigente della squadra Mobile, uno dei migliori funzionari passati da Milano, ha memoria di questo delitto e del riferimento a carabinieri. L’ispettore della squadra Omicidi che firmò svariati atti non rammenta Alessio e neppure la citazione di un presunto appartenente alla Benemerita. Alla colonna portante della sezione è rimasto in mente solo l’accenno ai colleghi dell’Arma, da lui associati a quelli fasulli, autori di altri colpi.
    Il drammatico racconto del testimone
    Il canovaccio a maglie larghe è nella trascrizione della testimonianza di Massimo Matarazzo, un commesso di 23 anni arrivato per conto suo nei campi dello spaccio, vicino al tiro a volo dismesso di fianco a via Ripamonti, dietro un ristorante, quasi al confine con Opera. Anche Alessio Santospirito era lì per rifornirsi di droga da un pusher marocchino. Mentre i due ragazzi contrattavano l’acquisto delle dosi era spuntato un terzo uomo. Il nordafricano, prendendolo per un cliente, gli aveva detto di aspettare il suo turno.
    «A questo punto – ricapitola la drammatica ricostruzione, basta sulle parole del testimone – l’ultimo arrivato si girava su se stesso ed estraeva dalla cintola una pistola, gridando: “Fermi, carabinieri” e, mirando con l’arma verso il basso, in direzione del marocchino, esplodeva un colpo di pistola, senza colpirlo, e Matarazzo, trovandosi sulla traiettoria, veniva attinto alla gamba destra, mentre il marocchino si dava alla fuga.
    L’individuo armato, rivolgendosi al Matarazzo, gli chiedeva di tirare fuori la roba e i soldi. A risposta negativa, il predetto lo perquisiva.
    Dopo, si rivolgeva all’altro individuo con i capelli a coda (Alessio), al quale gli faceva la stessa domanda, ed anche questo gli rispondeva che non aveva niente. Questi ultimi due discutevano per circa 5-10 minuti, dopodiché l’individuo armato gli piegava il braccio mettendolo a faccia in giù e dopodiché puntandogli la pistola sulla schiena esplodeva un colpo d’arma.
    Fatto ciò, prendeva il proprio cellulare marca Ericsson di colore giallo, modello 768, e, premendo un solo tasto, diceva all’interlocutore , le testuali parole: IO HO SPARATO, ENTRATE DENTRO, MANDATEMI UN’AMBULANZA. Subito dopo si soffermava a guardare il MATARAZZO, dopodiché si allontanava frettolosamente nei campi verso l’uscita con la sbarra di via Ripamonti».
    Matarazzo si avvicina, per vedere come sta l’altro ferito. Alessio Santospirto respira ancora, per poco. Ripete, prima di cedere: «MI HA SPARATO, MI HA SPARATO. E’ PAZZO».
    Morto anche il ragazzo che vide e riferì tutto
    Per Alessio non c’era più nulla da fare. Il testimone ferito chiamò il 118 con il suo cellulare. Venne portato all’ospedale San Paolo e qui fu raggiunto e sentito dal pm di turno e dal vice dirigente della squadra Mobile, anche lui reperibile quella notte. Il ragazzo che vide e raccontò tutto, con una coscia trapassata da un proiettile e dieci giorni di prognosi, non potrà più ripetere quello che riferì a loro e successivamente agli ispettori della Omicidi. E’ morto prematuramente anche lui, dopo essersi trasferito in Campania, il 5 dicembre 2003, come confermano dal comune dell’ultimo domicilio conosciuto. Aggiunse di avere un fratello carabiniere e questa informazione sì, venne controllata e confermata dagli investigatori della questura. Precisò anche di aver riconosciuto il tipo di pistola nelle mani dell’assassino.
    La versione e le ipotesi passate ai giornali
    La Stampa pubblicò un articolo generico, senza cenni a personale dell’Arma. Il Corriera della Sera riuscì a mettere in pagina un servizio più ampio e dettagliato, con una foto di agenti di polizia accanto al corpo del ragazzo. Il titolista in un sommario cambiò le parole in bocca al testimone. Fece dire a Massimo Matarazzo, a proposito dell’assassino: «Si è finto carabiniere, pretendeva soldi e droga», come se il commesso fosse in grado di sapere che lo sconosciuto non era un autentico militare ma un millantatore. Il redattore escludeva dalla scena del delitto gli uomini dello Stato, formulando solo ipotesi alternative. E cominciava con ottimismo: «Manca solo il nome». Sembrava questione di ore, di giorni. E invece. L’omicidio è rimasto irrisolto e impunito.
    Le carte conservate negli archivi di Palagiustizia
    In mancanza del fascicolo della questura, quello che è stato perso o smaltito, a documentare l’andamento e l’orientamento delle indagini è il contenuto del raccoglitore custodito in un deposito della procura. Il presidente del tribunale, nella massima trasparenza, ha autorizzato la lettura delle carte.
    L’identikit rimasto nei cassetti della questura
    Le indagini partirono dalla descrizione fatta dal testimone e dai numeri di cellullare contattati dal ragazzo ucciso. Lo sparatore, un faccia già vista, era un italiano di 30-35 anni, alto circa 1.75, con i capelli corti e neri, il viso butterato, in jeans e felpa. Un accendino acceso gli aveva illuminato viso e abiti. Venne disegnato un identikit, allegato agli atti, con un programma informatico in uso allora. Nel fascicolo giudiziario non ci sono tracce di relazioni che documentino la trasmissione del “ritratto” e della descrizione alle caserme milanesi dei carabinieri, per poter verificare se tra il personale ci fosse un militare somigliante alla descrizione del killer e alle fattezze. Non risultano nemmeno richieste all’Arma di elenchi con nomi e cognomi e fotografie del personale in servizio in città e nell’hinterland, operativo e no quella notte. E non c’è nemmeno riscontro della consegna dell’identikit ai referenti della Benemerita. « I fascicoli di procura e di polizia giudiziaria – confermano in questura – sono simmetrici, dovrebbero contenere gli stessi documenti».
    I numeri telefonici contattati da Alessio portarono ad individuare il sospettato ideale, uno slavo, classe ’67. Al testimone chiave venne fatto vedere un album con dieci foto segnaletiche, con dentro anche quella dello straniero. Lo scampato disse che il numero sei somigliava allo sparatore, ma che non era lui. L’identikit non fu distribuito a giornali e tv, come invece era successo e succederà per altri casi gravi.
    Un telefonino giallo e la rete delle chiamate
    Massimo Matarazzo descrisse anche il telefonino dell’assassino. Un Ericsson giallo modello 768, non diffusissimo. Non ci sono atti, non nel fascicolo giudiziario messo a disposizione, che provino che i detective della squadra Omicidi abbiano chiesto ai responsabili milanesi dell’Arma di accertare se e quali carabinieri avessero in uso un cellulare simile, di servizio o personale. Non c’è documentazione dell’avvio di una ricerca dei numeri dei portatili utilizzati in quell’area di Milano a cavallo dell’ora del delitto, sempre che all’epoca la tecnologia consentisse questa verifica. E sembra che nessuno sia stato mandato al centralone del 118 per accertare e se quella notte ci furono altre chiamate, oltre a quella di Massimiliano registrata alle 22.01, e da quali apparecchi. Il Corriere della sera precisò che a qualche centinaio di metri dal luogo degli spari si trovava un ristorante. Non sono spuntati verbali di audizioni del personale e di eventuali clienti, posto che quella notte il locale fosse aperto. In altre inchieste sono state determinanti le riprese di videocamere di sorveglianza, utili per vedere auto, furgoni e moto – e pure pedoni – transitati nei pressi delle scene di crimini. Nel fascicolo di Palagiustizia non sono attestate deleghe specifiche, per questo come per altro, né compaiono riscontri di verifiche mirate o acquisizioni di immagini su iniziativa degli stessi investigatori della Omicidi.
    Le piste della criminalità comune a fondo cieco
    Su un vagone in disuso fermo allo scalo Farini, due giorni dopo l’uccisone di Alessio Santospirito, due pusher stranieri e un italiano furono assaliti e rapinati da finti carabinieri. I sedicenti militari avevano un distintivo, una paletta taroccata, una pistola e un coltello. La squadra Omicidi lo venne a sapere più di cinque settimane dopo e questo bastò a rafforzare l’ipotesi del falso militare anche in via Ripamonti. Poi fu arrestato un albanese, preso con addosso due pistole. La semiautomatica “papabile” non aveva corrispondenze con i due bossoli raccolti nel campo del delitto, dove non furono cercate o non furono trovate le ogive, sempre stando agli atti disponibili.
    La relazione balistica: pistola in dotazione anche ai carabinieri
    Al sostituto procuratore del caso, il magistrato senza ricordi della vicenda, venne consegnata una relazione balistica sui due bossoli repertati. La firmò un ispettore specializzato della Scientifica milanese, un tecnico destinato a diventare noto per le apparizioni televisive legate ad un altro omicidio.
    I due cilindretti erano calibro 9 x 17 corto, versione 9M 34 semi flangiati, con innesco Berdan, prodotti dal Pirotecnico esercito Capua nel 1974 , compatibili con Beretta 84 e 86 e anche 83. Quei modelli di pistola semiautomatica erano in dotazione ad alcuni reparti dei carabinieri e della guardia di finanza e pure ai vigili urbani.
    L’esperto non specificò quali sezioni di Arma e fiamme gialle avessero questo tipo di pistole a disposizione e si dimenticò di citare la polizia municipale, nella relazione scritta. A distanza di 27 anni ripete che nessuno gli delegò ulteriori accertamenti. Il pm prese atto delle sue conclusioni senza chiedere approfondimenti. Lui e i colleghi della squadra Omicidi, a quanto ricorda, non furono mandati dal pm a chiedere ai carabinieri (o ai finanzieri e ai vigili urbani) chi avesse in uso semiautomatiche di modelli compatibili e se ci fosse una calibro 9 corto tra quelle sequestrate in operazioni di servizio oppure segnalate in denunce di furti e rapine o smarrimenti. Nelle carte reperibili a Palagiustizia non si attestano confronti con bossoli collegati ad altri fatti di sangue, le comparazioni che si vedono nelle serie e nei film.
    «Per me non era possibile precisare quali reparti dei carabinieri di Milano avessero Beretta della serie di interesse – accenna l’esperto -, perché l’assegnazione delle armi rispondeva a criteri diversi nelle diverse città. La Beretta 84 ce l’avevano gli ufficiali, mentre per i carabinieri semplici l’arma d’ordinanza era la Beretta 92. Quei proiettili erano di produzione militare, e i carabinieri erano e sono militari, e non erano acquistabili da civili. Impossibile tracciare il percorso e la destinazione delle munizioni, con quello che avevo a disposizione».
    Aggiunge un ufficiale della Benemerita, all’epoca di stanza in provincia: «Armi corte potevano essere disponibili in qualche armeria delle caserme, per attività di servizio particolari. Erano utilizzate in operazioni in cui per comodità servivano pistole più piccole, facilmente occultabili da personale in borghese Gli ufficiali delle forze armate, e fino a un certo punto i carabinieri, le avevano in dotazione personale. Chi andava in pensione poteva riscattare le semiautomatiche, colpi compresi, e portarsele a casa. Le munizioni prodotte a Capua negli anni ’70 erano vecchie e da buttare. Sicuramente sono state ritirate e sostituite, come viene fatto ogni dieci anni, perché scadono. Più facile che le avesse un civile. Il calibro è molto diffuso. Chiunque abbia fatto il servizio di leva potrebbe aver avuto occasione di sottrarre qualche colpo, idem i frequentatori di poligoni».
    Persa un’occasione per riaprire il caso
    Nel gennaio 2006 si chiuse un’indagine cominciata nel 2002 per fatti precedenti, con nove carabinieri del nucleo Radiomobile di Milano arrestati perché sottraevano soldi e dosi alle persone controllate durante operazioni antidroga e redigevano falsi rapporti, collezionando arresti illegali. Una riprova che militari fuori controllo, poi quasi tutti condannati, si erano resi responsabili di rapine. La storiaccia finì suoi giornali e in tv. Agivano in divisa, come rimarca il solito ufficiale, e non in borghese. Ma qualche analogia con la vicenda di via Ripamonti c’era. Per l’omicidio di Alessio Santospirito dal 7 maggio 2025 pendeva una richiesta di archiviazione, dopo una precedente proroga di indagini. Si sarebbe potuto disporre un ulteriore supplemento d’inchiesta, alla luce delle evidenze sui carabinieri infedeli? C’erano appigli? Sarebbe emersa la pista non battuta? Il gip archiviò tutto, il 12 giugno 2006.
    Un carabiniere dietro un’altra morte
    Altri luoghi, altra storia evocativa. Il 10 febbraio 2023 il maresciallo Mauro Salvadori mise a tracolla un fucile fuori ordinanza e di sua iniziativa andò in un bosco di Castelveccana, provincia di Varese, per dare la caccia ai pusher che infestavano la zona, di sua iniziativa. Sparò prima con la Beretta d’ordinanza e poi con l’arma a canna lunga, caricata a palle di gomma. Lasciò a terra il corpo agonizzante di Rachid Nachat di 33 anni, che non era uno spacciatore, e scappò via. Il sottoufficiale è sotto processo per omicidio volontario. A un superiore sono stati contestati il falso e il favoreggiamento, per averlo coperto. Entrambi sono da ritenere non colpevoli, in attesa della sentenza.
    Il dolore e l’amarezza del fratello di Alessio
    Marco Santospirito è il fratello di Alessio, il ragazzo ucciso in via Ripamonti. Da 27 anni cerca di andare oltre, di superare dolore e amarezza. Riparlare di quella notte e delle indagini è sale sulle ferite, mai guarite. Si sfoga, dalla Sicilia: «La storia tragica di mio fratello è stata rimossa e in fretta, senza che sia stato individuato l’assassino. E’ passato parecchio tempo, ne sono consapevole, e Alessio non ce lo restituirà nessuno. Mi piacerebbe che qualcuno ripensasse alla morte violenta di un ragazzo, si mettesse la mano sulla coscienza e dicesse quello che sa. Non credo si farà avanti nessuno. Tutto è andato nel modo sbagliato dall’inizio. Quando mio fratello è stato ucciso, e in quel modo, non siamo stati informati dalla polizia. La notizia dell’omicidio è stata sbattuta in faccia ai miei genitori dal telegiornale del giorno dopo, quello delle 13.. Potete immaginare come si siano sentiti. Una vicina mi ha chiamato: “Corri qui, che tua mamma sta uscendo pazza”. Per sapere qualcosa in più ho dovuto aspettare che arrivassero informazioni ufficiali al commissariato della mia zona, un paio di giorni di attesa. Sono salito a Milano con due zii. Siamo stati ricevuti da un ispettore della squadra Omicidi della questura, un cognome che mi è rimasto impresso per tutto questo tempo. Ci ha riferito ancora meno di quello che stava scritto sui giornali. Ho dovuto chiedergli io se era vero che un coetaneo di Alessio aveva accennato a un carabiniere, l’uomo che ha sparato. Mi ha ripetuto che no, che non credeva possibile si trattasse di un militare. Con il senno di poi, mi sarei dovuto affidare ad un avvocato e fare pressioni, insistere, battermi. Non ho più saputo nulla, zero. L’ispettore non mi ha dato altre notizie, dopo quel primo e unico colloquio. Nemmeno una telefonata per comunicare l’archiviazione dell’inchiesta. E adesso apprendo che il fascicolo della polizia è sparito o addirittura è stato distrutto e che il testimone chiave è morto.. Io non so chi abbia sparato, non so se l’assassino fosse un uomo dello Stato o un rapinatore qualunque. So una cosa, però. Mio fratello non ha avuto giustizia, una vittima di serie b. Le indagini non hanno portato a niente. Ritengo che siano state negligenti, carenti, parziali, non aperte a tutte le ipotesi possibili. Per cinque, sei mesi mi sono svegliato con in mente solo Alessio e la sua morte, in quel campo, lui a terra, i miei genitori prostrati. Hanno perso un figlio, un ragazzo. Non riescono a tirare fuori quello che è accaduto e che hanno provato, indicibile. Per loro è tabù. Pensavo che le ferite si fossero un poco rimarginate e potessero chiudersi. Non guariranno mai, per la nostra famiglia.. Quando io sento dalla tv del bosco di Rogoredo e di altri delitti, come quello del poliziotto Cinturrino, è come tornare indietro fino al 1999. E all’avvicinarsi dell’anniversario dell’omicidio, il 9 novembre, ogni anno ripiombo in fondo a un buco nero. Il dolore torna a riempire tutto, a togliere il fiato. Raccontare di Alessio fa male, pesa. Ma è necessario».

    Lorenza Pleuteri, giornalista professionista indipendente, collaboratrice di osservatoriodiritti.it


    Alessio Santospirito