Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Autore: Frank

  • La strana Cassazione su Alberto Stasi che per 3 volte diventa Mario

    Strane e verrebbe da dire ‘distratte’ motivazioni (le potete leggere nella sezione ‘Documenti’) quelle con cui la Cassazione spiega perché bisogna processare di nuovo Alberto Stasi, assolto in primo e secondo grado dall’accusa di avere ucciso la fidanzata Chiara Poggi il 13 agosto del 2007 a Garlasco. Non sfuggono alcuni errori di forma che una vecchia maestra evidenzierebbe con la matita rossa e un paio di ricostruzioni storiche sull’indagine lasciano perplessi.

    Per ben tre volte gli Ermellini sbagliano il nome dell’imputato chiamandolo Mario Stasi (pagine 88, 91 e 92), mentre Chiara Poggi diventa Chiara Stasi (pagina 98) sebbene non fosse sposata con lui (Alberto).

    Ecco invece i punti critici sulla sostanza. A pagina 88 la Suprema Corte afferma che la fascia di orario compresa tra le 9 e 12 (quando Chiara disinserisce l’allarme di casa Poggi) e le 9 e 35 (orario in cui Alberto si mette al computer) è stata ritenuta “compatibile” dai giudici di primo e secondo grado con l’azione omicida. Non è proprio così. Né il giudice di primo grado, Stefano Vitelli, né quelli della corte d’appello di Milano sono mai stati così netti nel parlare di “compatibilità” con questa striscia di tempo in cui Alberto non aveva alibi. Anzi, il gup attribuì a questa collocazione temporale dell’omicidio “plurimi e significativi punti di criticità” e lo definì “un intervallo di problematica compatibilità”. Spiegò che era molto difficile  immaginare che in 23 minuti Alberto  fosse stato in grado di andare a casa Poggi, litigare (ipotesi) con la ragazza, ucciderla, cambiarsi gli abiti sporchi di sangue, tornare a casa sua e mettersi davanti al pc per scrivere la  tesi di laurea.

    Secondo passaggio controverso è quello di pagina 82, dove la Cassazione scrive che la bicicletta di Stasi così come descritta dal carabiniere Marchetto coincideva con quella descritta dalla testimone Franca Bernani, vicina di casa della famiglia Poggi. La signora Bernani raccontò al pm di avere visto alle 9 e 10 del 13 agosto una bici nera da donna davanti alla villa di Chiara. Durante le indagini,  Marchetto  scrisse in un verbale che nel magazzino del papà di Alberto aveva notato una bici nera da donna ma decise di non sequestrarla perché, come spiegò poi anche durante il processo di primo grado, non corrispondeva alla descrizione fatta dalla Bernani. Dunque, nessuna coincidenza tra le due versioni.Proprio sulla bici mai sequestrata ad Alberto in sella alla quale – ipotesi di accusa e parte civile – sarebbe andato a casa di Chiara per ammazzarla, si giochera’ uno degli scontri cruciali nel nuovo processo. (manuela d’alessandro)

  • Una telefonata al Ministro ti accorcia la vita in carcere?

    Che il fine fosse nobile, aiutare una detenuta in difficoltà, non c’è dubbio. Ma che quella non fosse proprio una carcerata come  le altre, e non solo perché rampolla della dinastia dei Ligresti, il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri non lo può negare. I verbali e le intercettazioni agli atti dell’inchiesta Fonsai di Torino che potete leggere nella sezione ‘Documenti’ raccontano di una storia imbarazzante per la Guardasigilli in cui si intrecciano affetti anche familiari – il figlio Piergiorgio ex top manager della compagnia assicurativa – e dichiarazioni quanto meno incaute per un’esponente del Governo.

    Ci sono due puntate in questa vicenda. La prima risale al 17 luglio scorso, a poche ore dall’arresto di Giulia Ligresti, quando la Guardasigilli telefona alla sua ultraquarantennale amica Gabriella Fragni (vedi ‘Intercettazioni Cancellieri’ da pagina 797), compagna di Salvatore Ligresti, che piange. I toni sono accorati, sembrano persino travalicare un sentimento di solidarietà tra amici. “Qualsiasi cosa  possa fare conta su di me, non lo so cosa posso fare, sono veramente dispiaciuta” (…) “Se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda non è giusto, non è giusto”. Non è giusto cosa? L’arresto di Salvatore Ligresti? Parla il Ministro della Giustizia.

    Ed eccoci alla seconda ‘scena’, ambientata in agosto, con il contatto tra la Cancellieri  e i due vicecapi del Dap, il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, quello che lei stessa definisce “un intervento umanitario assolutamente doveroso in considerazione del rischio connesso con la detenzione”. Facciamo parlare ancora il Ministro (‘Verbale Cancellieri, pagina 450): “Ho ricevuto una telefonata da Antonino Ligresti (fratello di Salvatore, ndr)  che conosco da molti anni  e mi ha riferito della sua preoccupazione per lo stato di salute della nipote Giulia la quale soffre di anoressia e rifiuta il cibo. In relazione a tale argomento ho sensibilizzato i due vice capi del Dap perché facessero quanto di loro stretta competenza per la tutela della salute dei carcerati”. Alcuni giorni dopo l’interessamento del Ministro, a Giulia Ligresti vengono concessi i domiciliari anche se dalla Procura di Torino assicurano che l’intervento del Guardasigilli è stato ininfluente. Resta l’innegabile trasporto (“Lui non se lo meritava”, dice la Fragni sull’arresto del compagno, “Lo so, lo so”, risponde il Ministro) con cui la Cancellieri si è spesa per questa detenuta fragile, figlia di amici di una vita, e sullo sfondo la figura del figlio Piergiorgio Peluso, chiamato a fare ‘pulizia’ in Fonsai e che, come potete leggere nei documenti, si confronta anche sulla vicenda giudiziaria in alcune telefonate con gli ex alti dirigenti del gruppo coinvolti nelle indagini. (manuela d’alessandro e roger ferrari)

  • Giustizia 2.0, ma le sentenze via internet valgono zero

    File elettronici, posta certificata, notifiche telematiche: il tribunale di Milano è ufficialmente uno dei più avanzati d’Italia nei processi di evoluzione tecnologica, destinati a garantire a costi minori una efficienza maggiore della macchina giudiziaria. Peccato che poi tutto inciampi sul più arcaico degli ostacoli. Perché le copie delle sentenze civili viaggiano su Internet, ma poi perché valgano davvero qualcosa è necessario che, come al buon tempo antico, vengano stampate su carta, portate a Palazzo di giustizia, e poi – dopo la solita, ciclopica coda davanti alla cancelleria civile, con tanto di ‘numerino’ come alle Poste – vengano firmate e timbrate dal cancelliere. Un controsenso che finisce quasi col neutralizzare gli effetti positivi della campagna di modernizzazione portata avanti in questi anni. Perché non si riesca a rimediare a questo nonsenso è un mistero fatto di burocrazia, risorse, normative, insomma un groviglio quasi inestricabile. Dal punto di vista tecnologico, ovviamente nulla impedirebbe che la copia notificata partisse già dall’ufficio del cancelliere con la firma elettronica certificata dal pubblico ufficiale. Un progetto, in questo senso, per la cosiddetta ‘copia di conformità elettronica’, esiste da tempo ma fatica a decollare davvero. Così si continuano a sprecare: carta, toner per stampanti; tempo degli impiegati e/o collaboratori degli studi legali; tempo dei cancellieri addetti alla stampa e alla firma della copia cartacea. E tutto questo è reso ancora più singolare dal fatto che già oggi agli avvocati viene riconosciuta la facoltà di certificare un atto quando – su citazione, ricorsi e impugnazioni – attestano l’autenticità della firma del loro cliente. E che per far valere la sentenza (ricevuta per mail da un indirizzo di posta elettronica del ministero della Giustizia) debbano arrampicarsi su per gli immensi scaloni del palazzaccio milanese suona  davvero come un retaggio del ventesimo secolo. (orsola golgi)

     

  • ‘Vergogna!’, 200 testi devono aspettare la pausa caffé

    “Vergogna, vergogna!”. La rivolta dei testimoni esplode alle undici quando un carabiniere si sporge dall’aula della quarta sezione penale e annuncia: “Pausa caffé di dieci minuti”. Siamo al processo per le presunte firme false a sostegno di Roberto Formigoni alle Regionali del 2010 a carico del presidente della Provincia di Milano Guido Podestà e di quattro consiglieri. Quasi duecento persone, convocate alle 9 e 30 di stamattina, sono qui per ribadire quanto già detto ai pm durante le indagini, che le firme necessarie per la presentazione del listino del Celeste e la conseguente elezione di Nicole Minetti non le hanno messe loro. “Non potevano farci venire qui a scaglioni visto che siamo così tanti? Oggi è una giornata di lavoro…”, protesta una ragazza inviperita. “Neanche una sedia per gli anziani che sono in piedi da ore”, osserva un altro testimone. In effetti, qualcuno ha l’aria molto provata. Le deposizioni durano un paio di minuti ciascuna. Il pubblico ministero mostra la lista al testimone e domanda se riconosce la sua firma. La risposta è invariabilmente: “No, non è la mia”. La necessità di fare venire decine di persone in Tribunale si spiega col fatto che le difese non avevano accolto la richiesta della Procura di acquisire agli atti le dichiarazioni con cui affermavano che le firme non erano loro. “Abbiamo rifiutato perché le prove a carico di un imputato  si formano in sede dibattimentale”, spiega l’avvocato Gaetano Pecorella, legale di Podestà. Ma chi aspetta ha individuato il colpevole: “Questa è la magistratura, noi qui ad aspettare e loro a bere il caffé”. Sembrano quasi tutti elettori del centrodestra. Ergo, le firme non erano loro ma se gliele avessero chieste, forse le avrebbero messe volentieri. (manuela d’alessandro)

  • Donna incinta travolta, le scarpe del bimbo non trovato

     

    Le scarpe da ginnastica nero – arancio che vedete nella foto qui sopra erano del bambino egiziano di quattro anni investito e ucciso domenica scorsa a Milano insieme alla mamma incinta. “Le ho viste a una trentina di metri dall’incidente e ho chiesto ai vigili di chi fossero perché non mi sembravano scarpe da donna”. Maurizio Maule, esperto fotografo milanese che ha raccontato in immagini decine di fatti di cronaca negli ultimi anni, racconta a Giustiziami un risvolto inedito sull’incidente avvenuto in viale Famogosta per il quale è indagato con l’accusa di omicidio colposo plurimo il conducente dell’auto, uno studente di 28 anni. Quando il fotografo vede quelle scarpe, l’unica persona di cui i vigili hanno certificato la morte è la donna col piccolo che portava in grembo da sette mesi. Solo più di un’ora dopo, all’ospedale, il marito spiegherà ai medici che con lei c’era il figlio di quattro anni e scatteranno le ricerche del bimbo. “Il vigile a cui ho chiesto di chi fossero le scarpe – prosegue Maule – mi ha detto che probabilmente appartenevano a un figlio della vittima che però non era con lei. Infatti sulla strada sono state trovate anche delle buste di plastica azzurre dentro cui c’erano dei vestitini da bambino”. L’ipotesi dei vigili era dunque che le scarpe fossero saltate fuori dalla busta quando la donna è stata travolta e, per questo, si trovavano a qualche metro di distanza dagli abiti della piccola vittima.   L’inchiesta coordinata dal pm Marcello Musso punta anche a far luce su eventuali negligenze dei vigili che non hanno visto subito il corpicino, trovato dietro un guard – rail. Dai primi esiti dell’autopsia, non ancora ufficiali, emergerrebbe che il bambino forse poteva essere salvato se i soccorsi fossero stati tempestivi. (manuela d’alessandro e roger ferrari)

  • Milano, Genova, Pavia: superdirigente Expo 2015 collezionista di inchieste

    Pochi giorni fa la Procura di Milano ha chiesto di processare Francesco Errichiello, dirigente generale di Expo 2015, superconsulente del Ministero delle Infrastutture per la manifestazione attraverso la quale, promette Enrico Letta, “passerà il rilancio del Paese”. Questo è l’ultimo capitolo di una ‘storia giudiziaria’ poco reclamizzata che sta cominciando a diventare ricca e imbarazzante per il ‘grand commis’, indagato anche dai pm di Genova e Lodi. A Milano è coinvolto in due inchieste, entrambe per fatti risalenti a quando  ricopriva l’incarico di Provveditore alle Opere Pubbliche di Lombardia e Liguria, prima di dedicarsi all’Expo. Il 15 ottobre scorso il pm Letizia Mannella  ha chiesto il suo rinvio a giudizio per abuso d’ufficio perché avrebbe concesso favori indebiti a un dipendente dell’Anas, Vincenzo Nardulli. In sostanza, quest’ultimo, nonostante l’Anas sia diventata nel 2002 una società privata per azioni, avrebbe continuato a godere per 10 anni dei benefici riservati a un dipendente del Ministero delle Infrastutture e dei Trasporti, come “l’utilizzo gratuito di un alloggio demaniale, il godimento di trattamenti economici accessori spettanti esclusivamente ai dipendenti del Ministero ed il beneficio di una retribuzione e di ore di lavoro straordinario maggiormente retribuite rispetto agli impiegati ministeriali, con conseguente aggravio delle casse dell’Erario per oltre 83mila euro”. Nella richiesta di rinvio a giudizio i pm indicano come parte offesa proprio il Minsitero delle Infrastutture e dei Trasporti per conto del quale Errichiello svolge attività di studio e ricerca. Sempre a Milano, Errichiello è indagato per turbativa d’asta per avere favorito una società napoletana, la Lica Costruzioni srl, ad “aggiudicarsi” l’appalto “dei lavori di ristrutturazione” di una scuola di formazione del personale del Ministero della Giustizia, in provincia di Mantova. Di pochi giorni fa è la notizia che Errichiello è indagato anche a Pavia (la Procura aveva anche chiesto il suo arresto) nell’ambito di un’inchiesta che ha portato in manette un geometra e un’altra persona, accusate di avere tentato di farsi consegnare 150mila euro  da un dirigente del Ministero dell’Ambiente. Infine, sempre per una vicenda di presunti appalti truccati il superconsulente è indagato dalla Procura di Genova. Al momento non risulta che qualcuno abbia chiesto le sue dimissioni e dal sito dell’Expo sappiamo che Errichiello guadagna uno stipendio lordo di 145146,29 euro. (manuela d’alessandro)

     

     

  • Proto patteggia, truffati furiosi perché non vedranno un soldo

    “E ora vedo per me un futuro ricco  di successi professionali”. Proto, il presunto trader che ha beffato per mesi il mercato facendogli credere di essere l’astro nascente della finanza tanto da meritarsi la copertina del ‘Financial Times’, si definisce “soddisfatto” per avere patteggiato tre anni e dieci mesi per le accuse di aggiotaggio, ostacolo alle autorità di vigilanza e truffa. “Spiegatemi come faccio adesso a spiegare ai miei clienti che lui è contento, mentre loro sono arrabiatissimi”, si chiede l’avvocato Marzia Centurione Scotto, legale di tre delle quindici parti civili costituite nel processo, una parte delle “22 pesone offese truffate con danni dai 500 ai 300mila euro”. Con la sentenza di patteggiamento non può esserci nessuna condanna al risarcimento e adesso, continua il legale, “resta solo la via del giudizio civile che però non me la sento di consigliare. Dai nostri accertamenti risulta che Proto è nullatenente e con questa premessa non vale la pena buttarsi in una causa che può durare anni”. In realtà, i truffati non credono che Proto sia proprio all’asciutto e sospettano abbia nascosto un ‘tesoretto’ da qualche parte, magari in Svizzera dove ha vissuto ed è sotto indagine.”Con la sentenza di oggi – lamenta l’avvocato Centurione – si chiude anche la possibilità di cercare il denaro sottratto che, sino al giorno prima dell’arresto, è stato versato in contanti o tramite bonifico sui numerosi conti riconducibili all’imputato. Peccato non ci sia neppure l’estratto conto storico per sapere dove sia finito!”. Ma c’è qualcosa che più ancora dei risarcimenti svaniti oggi fa inviperire le ‘vittime’ di Proto.  Lo spiegano Centurione Scotto e Michele Toma, legale di una parte civile che lamenta il danno record di 300mila euro.  “Vedere che è ancora attivo il sito della Proto Organization con anche la rassegna stampa degli affari e delle scalate inesistenti per le quali oggi è stato condannato”. La “beffa”  per loro è che tra le  parti civili figurano anche società del gruppo Class Editori che hanno ospitato sulle riviste del gruppo le bugie di Proto sulle operazioni inesistenti e che continuano a lodare ‘involontariamente’ le sue gesta sul sito. Per i prossimi due anni il Tribunale oggi ha stabilito che Proto non potrà esercitare attività commerciali. Forse dovrà aggiornare la sua pagina Linkedin dove illustra le attività della Proto Enterprises Holding Inc fino a “ottobre 2013” tra “Londra, Milano, New York e Singapore”. Del resto, “Boldness is all”, la sfacciataggine è tutto, questo il motto che campeggia nel profilo di Alessandro Proto sul social network del lavoro. (manuela d’alessandro)

     

     

     

  • Daccò e Guarischi dai viaggi con Formigoni alla stessa cella

    La Procura di Milano li considera in due inchieste distinte sulla sanità lombarda i ‘cavalier serventi’ che hanno offerto viaggi e vacanze sullo yacht a Roberto Formigoni. Ora si viene a sapere che l’estate scorsa Pierangelo Daccò e Massimo Gianluca Guarischi hanno condiviso la cella nel carcere di Opera in un reparto riservato, di solito, ai ‘colletti bianchi’. Certo appare un caso bizzarro che i due, coinvolti in indagini per molti aspetti ‘gemelle’ , siano finiti proprio nello stesso angolo di prigione, fianco a fianco. A quanto appreso da Giustiziami, i pm che coordinano le indagini sarebbero venuti a conoscenza della strana coabitazione solo dopo che Daccò ha lasciato Opera per essere trasferito, a settembre, nel carcere di Bollate. Sembra peraltro che l’ex consigliere regionale di Forza Italia abbia accolto con sollievo la fine della convivenza con l’ex uomo d’affari, già condannato a nove anni di carcere per il crack del San Raffaele, col quale dietro le sbarre non sarebbe nato un grande feeling. L’inchiesta sulla Fondazione Maugeri per Daccò e quella sulle presunte mazzette pagate dagli imprenditori Lo Presti per Guarischi hanno rivelato numerose escursioni, anche in lidi esotici, offerte al ‘Celeste’ in cambio di favori. Daccò è ora imputato nell’udienza preliminare per le consulenze milionarie all’Istituto ospedaliero privato Maugeri, che di lui si sarebbe avvalso “per aprire le porte in Regione”, grazie alla sua amicizia con l’ex Governatore, a sua volta accusato di associazione a delinquere e corruzione.  Sono ormai storia quelli che Formigoni aveva definito “viaggi di gruppo”, tra cui capodanni extra-lusso alla Antille sullo yacht, offerti dall’ex mediatore, in carcere dal novembre del 2011. Variegato anche il catalogo delle ‘gite’ a libro paga di Guarischi: Oman, Valtellina, Croazia, Sardegna. Secondo i pm, l’ex consigliere, per il quale è iniziato da poco il processo, avrebbe fatto da mediatore per le mazzette versate dall’imprenditore sanitario Giuseppe Lo Presti a pubblici funzionari del Pirellone ancora da individuare. In una tranche ancora aperta di questa vicenda, Formigoni risponde di corruzione e turbativa d’asta. (manuela d’alessandro e nino di rupo).

  • Pena enlargement per l’ex ‘mr. preferenza’ del Pirellone

    ‪Continua a essere il numero uno. Il primo dei consiglieri regionali targati Formigoni a essere stato condannato. E anzi, nella speciale graduatoria, allunga il passo sugli inseguitori che dopo di lui potrebbero collezionare sconfitte giudiziarie. Certo, non si può dimenticare che per Massimo Ponzoni, ex mister preferenze lombardo, la Procura di Monza ha da poco chiesto una condanna a otto anni e tre mesi di reclusioni per una sfilza di reati. Ma la sentenza a carico dell’altro mister preferenze di era formigoniana, Gianluca Rinaldin, Pdl, mietitore di voti nel comasco, ora è stata anche confermata in appello. Condanne che lievitano lentamente. L’8 ottobre 2012, in primo grado, due anni e mezzo. Ieri invece la quarta corte d’appello, presieduta dal giudice Francesca Marcelli, sembra quasi aver calcolato gli interessi: per Rinaldin, in secondo grado la pena è salita a due anni e nove mesi di reclusione. La Corte d’appello è stata meno clemente dei giudici di prime cure su una parte dei reati per cui l’ex consigliere e assessore regionale al Turismo era stato assolto in primo grado. Accolta una parte del ricorso del pm Luca Poniz, quella sulla truffa ai danni della Regione. Confermata invece l’assoluzione dall’accusa di corruzione. (nino di rupo)

  • Il giudice ‘furbetto del quartierino’ col pass scaduto

    Rassegniamoci, siamo in Italia. E così neanche un giudice sfugge alla grande tentazione nazionale della furbizia. Quel giudice di Milano – e non è certo l’ultimo arrivato – che esibisce sul cruscotto dell’auto un pass per la sosta libera (strisce gialle e blu, senza pagare come noi bifolchi) scaduto da 20 mesi. Scaduto a febbraio 2012, ma camuffato sotto un altro permesso, quello per la circolazione nelle corsie riservate, quest’ultimo valido fino a ottobre dell’anno prossimo. Dice, la toga, che neanche lo sapeva, che non ci aveva fatto caso, e che comunque a lui quel pass non serve, perché l’auto la usa solo per andare da casa al Tribunale, dove ha il posteggio riservato. Quindi no, lui non è certo ascrivibile alla categoria dei furbi. Ma se il pass non gli serve, perché poche settimane fa ha fatto richiesta al Comune per averne (finalmente) uno valido? (pm10)

  • Quaranta operai a caccia di una talpa

    Si è aperto questa mattina davanti alla quarta sezione penale del tribunale di Milano, presieduta da Oscar Magi, il processo per la singolare e misteriosa vicenda del dossieraggio a carico dei lavoratori dell’ex Alfa Romeo di Arese. Sul banco degli imputati Angela Di Marzo, titolare di alcune società di sicurezza aziendale, accusata di istigazione alla rivelazione di segreti d’ufficio. Manca, perchè nonostante le lunghe indagini della Digos non è mai stato identificato, il complice della Di Marzo: ovvero colui che – probabilmente dall’interno dei carabinieri o della prefettura milanese – passò alla donna un appunto riservato del nucleo Informativo dell’Arma. Era un appunto sulla figura di Corrado Delle Donne, leader storico dei cassintegrati Alfa Romeo e oggi alla testa delle lotte per il reintegro degli ultimi dipendenti della azienda di Arese. Della Di Marzo le cronache si sono dovute occupare in un recente passato anche per un altro episodio di natura analoga, il ritrovamento di una falsa microspia nell’ufficio del city manager di Milano Giuseppe Sala, per il quale è stata processata e assolta. (altro…)

  • Figli Craxi rinunciano a eredità cimeli Garibaldi, all’asta

    Trecentocinquantamila euro: tanto vale la collezione di cimeli garibaldini lasciata da Bettino Craxi, l’ex segretario del Partito Socialista ed ex Presidente del Consiglio morto nel 2000 ad Hammamet, dove si era ritirato per sottrarsi agli ordini di cattura. Un piccolo museo che Craxi aveva accumulato nel corso degli anni, tra fiere dell’antiquariato e mercatini, inseguendo la sua passione per l’eroe dei Due Mondi. E che invano aveva cercato di far arrivare nella sua villa tunisina: l’intera collezione, chiusa in alcune casse che ufficialmente contenevano lana  grezza, venne intercettata nel 1997 dalla Guardia di Finanza nel porto di Livorno, mentre stavano per essere imbarcate nel porto maghrebino. Da allora, il ‘museo’ di Craxi è rimasto al centro di una lunga e farraginosa vicenda giudiziaria, che ora torna alla luce grazie all’annuncio pubblicato su ‘Il Giornale’ oggi dal commercialista milanese Paola Grossini, incaricata dal Tribunale di Milano di mettere all’asta l’intero lotto. Un destino malinconico anche perché la vendita giudiziaria è conseguenza della decisione degli eredi di Craxi – la moglie Anna e i figli Stefania e Bobo – di rinunciare all’eredità del celebre congiunto.
    (altro…)

  • de petris ‘il duro’ sarà la pubblica accusa nell’appello ruby

    Dopo Ilda Boccassini, un altro ‘osso duro’ per Silvio Berlusconi nella vicenda Ruby. Secondo quanto apprende ‘Giustiziami’, a rappresentare la pubblica accusa nel processo d’appello a carico dell’ex premier, condannato in primo grado a cinque anni di carcere, dovrebbe essere Piero De Petris, considerato uno dei sostituti procuratori generali milanesi più rigorosi ed esperti. Le sue requisitorie sono molto efficaci e puntuali e non lasciano mai spazio all’enfasi, neppure quando riguardano personaggi noti. Tuttavia, c’è un precedente tra i due che può far ben sperare Berlusconi, almeno in chiave scaramantica. (altro…)

  • il 16/12 fissata cassazione abu omar, ora pollari rischia il carcere

    La Cassazione ha rotto gli indugi e fissato il processo che dovrà decidere se confermare o respingere la condanna inflitta nell’ appello – bis a Niccolò Pollari e Marco Mancini per il sequestro dell’ex imam di Milano Abu Omar. A quanto apprende ‘Giustiziami’, la Suprema Corte si riunirà il 16 dicembre prossimo per valutare la vicenda e la possibilità che gli ex vertici del Sismi finiscano in carcere adesso si fa concreta. (altro…)

  • La perizia che farà condannare Kabobo

    Un uomo all’alba uccide a picconate tre passanti perché ha sentito delle “voci”. A chi lo interroga in carcere mesi dopo racconta di considerare “pazzo” suo fratello che tentò di massacrare con un machete la madre. Quell’uomo col piccone è matto? E, se lo é, va processato o deve essere spedito senza pensarci in un ospedale psichiatrico?

    La perizia che ha dichiarato oggi ‘capace di intendere e di volere’ Adam Kabobo, il ragazzo di origini ghanesi che l’11 maggio scorso terrorizzò Milano, interpella il concetto di libertà dell’essere umano. Per gli autori della consulenza disposta dal gip Andrea Ghinetti (consultabile nella sezione ‘Documenti’), Kabobo soffre di schizofrenia ma, quando sferrò a caso il piccone, la sua capacità d’intendere (comprendere il significato delle proprie azioni) “non era completamente assente” e quella di volere (controllare gli impulsi) era “sufficientemente conservata”. (altro…)