Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Autore: Frank

  • “Alla domenica non lavoriamo”, protesta dei dipendenti del Tribunale

    “Alla domenica a queste condizioni non vogliamo più lavorare”. Monta dall’ufficio gip di Milano la protesta del centinaio di dipendenti che affiancano i giudici nell’impegno quotidiano al settimo piano del Tribunale e che, da due giorni, hanno proclamato lo stato di agitazione e l’astensione dal lavoro straordinario. “I magistrati vogliono sfruttare i lavoratori – spiega Lino Gallo, segretario nazionale della FLP (Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche) –  Ci fanno venire a lavorare alla domenica riconoscendoci solo 4 ore di straordinario e non concedendoci il riposo settimanale, previsto dalla Costituzione”. Lo stato di agitazione è stato deciso al termine di in un’assemblea molto partecipata e vivace convocata dopo che, si legge nel documento finale, non sono arrivate risposte dai dirigenti al disagio manifestato dai lavoratori. In particolare, lamentano “l’inasprirsi delle relazioni sindacali determinato dalle decisioni unilaterali assunte dal dirigente del Tribunale in materia di organizzazione del lavoro e del personale e segnatamente l’imposizione dell’obbligo, non conforme alla normativa contrattualistica, di prestazione di lavoro straordinario nella giornata di domenica”. Le proteste erano state sospese “su invito del presidente dei gip Aurelio Barazzetta, che si era impegnato a dare una concreta risposta alle richieste del personale entro il 3 settembre, ma allo stato prendiamo atto dell’assenza di cambiamenti nella direzione auspicata”. “Non possiamo essere obbligati a venire a lavorare alla domenica”, insiste Gallo che preannuncia, se non dovessero esserci evoluzioni, un possibile ricorso anche allo sciopero generale. (manuela d’alessandro)

     

  • Dite al Ministro che nel 62% dei casi la prescrizione è prima del processo

     

    Il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio invocato dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede “è inutile perché è fatto notorio che il 70 per cento dei procedimenti penali finisce in prescrizione al termine delle indagini preliminari”. Lo scrivono in una nota gli avvocati delle Camere Penali di Milano, Como, Lecco, Pavia, Sondrio, Varese, Monza  e Busto Arsizio secondo i quali sarebbe una “riforma dannosa e anticostituzionale che renderebbe eterni i processi di primo grado”.

    Le ultime statistiche ufficiali disponibili sul sito del Ministero della Giustizia danno ragione ai legali, anche se indicano con una percentuale un po’ più bassa, il 62%, la fetta dei procedimenti che spirano quasi agli albori: il 58% nella fase preliminare del giudizio più il 4% di casi che si prescrivono con le sentenze di gip e gup. Solo il 19% dei casi di prescrizione riguarda il primo grado, il 18% la corte d’appello e l’uno per cento la Cassazione.

    Sempre i numeri del Ministero offrono una panoramica sulle incredibili diversità tra i vari tribunali in materia di prescrizione, difficilmente spiegabili. A Tempio Pausania la prescrizione incide nel 51,1% dei casi, a Vallo della Lucania nel 41% e a Spoleto nel 33,1%, per indicare le prime 3 sedi più colpite dal trascorrere del tempo. Le ultime in questa speciale graduatoria (Urbino, Rovereto, Napoli Nord, Aosta, Piacenza, Trento, Asti, Bolzano) sembrano essere su un altro pianeta, con percentuali di incidenza della prescrizione comprese tra lo zero e lo 0,5 per cento.  E’ il ‘fattore umano’, cioé l’organizzazione dei Tribunali, a determinare queste differenze?  Gli avvocati lombardi invitano prima di fare una riforma, definita dal Ministro e avvocato Giulia Bongiorno “una bomba atomica sui processi, a “esaminare le cause, le possibili soluzioni per le criticità del sistema e le ripercussioni negative sui cittadini” che potrebbero venire condannati a “processi eterni”.

    Sembrano molto sagge  le parole scritte  dal Guardasigilli Alfredo Rocco nei lavori preliminari al suo Codice, ancora base del nostro diritto penale sebbene elaborato in epoca fascista: “Il passare del tempo influisce inevitabilmente su tutte le umane vicende , qualunque sia la valutazione che possa farsene dal punto di vista etico o razionale. Il tempo, anche se non riesce a cancellare il ricordo degli avvenimenti umani, lo attenua o lo fa impallidire. E se, di per sé, non può creare o modificare o distruggere i fatti umani, può ben peraltro, con la sua lenta e continua azione demolitrice, influire sulla vita dei rapporti giuridici che da quei fatti hanno origine”. (manuela d’alessandro)

  • Strage in Tribunale, condannato in appello il vigilante

     

    La Corte d’Appello di Brescia ha ribaltato la sentenza di primo grado del processo a carico di Roberto Piazza, la guardia giurata in servizio a Palazzo di giustizia di Milano il 9 aprile 2015, quando Claudio Giardiello uccise a colpi di pistola tre persone.  Assolto in primo grado, è stato condannato a tre anni per omicidio plurimo colposo e a pagare una provvisionale complessiva per le otto parti civili di un milione e settantamila euro. Una decisione che ‘scarica’ sull’ultimo anello del sistema complessivo di sicurezza, mai toccato davvero dalle indagini, tutte le responsabilità di quanto accadde. Una perizia aveva lasciato aperta la possibilità che Piazza, davanti al monitor quando Giardiello entrò,  potesse non essersi accorto dell’arma al controllo ai raggi X. Peraltro lo stesso killer, in una delle sua varie versioni, aveva raccontato di avere portato e nascosto la pistola in Tribunale nei giorni precedenti all’eccidio, circostanza che la magistratura ha ritenuto di non approfondire.Ora i giudici interpretano la perizia in modo sfavorevole al vigilante che ricorrerà in Cassazione.

    La stessa magistratura bresciana aveva definito “sottovalutato e definito solo per approssimazione” il sistema di sicurezza e anche per l’avvocato Vinicio Nardo, che ha assistito la mamma di Lorenzo Claris Appiani, il giovane difensore  freddato da Giardiello mentre era al banco dei testimoni,  sarebbe stato utile  appurare eventuali “responsabilità apicali”.

    Il legale Giampiero Biancolella, per conto della famiglia di un’altra delle vittime, il giudice Fernando Ciampi, aveva presentato un esposto in cui chiedeva di accertare le responsabilità della Commmisione Manutenzione del Palazzo, nella quale siedeva, tra gli altri, l’ex Presidente della Cassazione Giovanni Canzio. Il giudice di Brescia chiamato a esprimersi si limitò a rigettare l’opposizione all’archiviazione senza entrare nel merito delle valutazioni su eventuali lacune dei vertici nella gestione del sistema sicurezza. E ancora ci chiediamo perché siano mancati la forza e il coraggio alla magistratura di provare a indagare anche sulle sue (eventuali) fragilità. (manuela d’alessandro)

     

     

  • “Dormo sul ballatoio perché in casa non c’è più la mia donna”

    A prima vista una storia di stalking pesantissimo, con la particolarità di riguardare un intero condominio in via Niccolini, nella China Town milanese. Protagonista M.H. un uomo di 64 anni con origini egiziane, che ne combina di tutti i colori: dorme sul ballatoio provocando “gravi disturbi psichici” a una coppia di coniugi, esegue un sacco di lavori di tinteggiatura e pulizia non richiesti e anzi dannosi, chiude col lucchetto il rubinetto dell’acqua del cortile e rinchiude nel locale spazzatura un addetto alle pulizie perché i sacchi li vuole portare fuori lui e soprattutto fuori dagli orari stabiliti.  Questo e molto altro ancora.

    Ma dietro, e sempre nello scenario di questo condominio, c’è anche una storia d’amore lunga quasi 40 anni in nome della quale M.H., che trascina le gambe per un serio disturbo fisico, preferisce dormire sul ballatoio o addirittura sul tetto e non nell’appartamento dove ha convissuto per anni con una donna ora 76enne e malata. “Signor giudice, non ci voglio entrare in quella casa senza di lei”, ha spiegato oggi a Luigi Varanelli che ha condotto con molto tatto il processo per direttisima nato dall’arresto del 24 settembre con l’accusa di ‘atti persecutori’. E alla fine, su richiesta dell’accusa rappresentata da Luciana Greco,  ha disposto una perizia psichiatrica per capire se l’uomo sia capace di intendere e di volere e socialmente pericoloso.  L’imputato, difeso dall’avvocato Enrico Belloli, ha raccontato in aula che pochi giorni prima di finire in carcere è andato nella casa di cura dove adesso vive la donna portandole in dono “una torta di Peck”, gastronomia di lusso milanese, ma non gliel’hanno fatta vedere. Da allora i suoi disturbi sono peggiorati e ne hanno fatto ulteriormente le spese i vicini di casa. “Per far stare meglio la mia donna e facilitare la sua riabilitazione  – ha ammesso M-H. – ho anche rifatto il pavimento del condominio”, un altro dei lavori non richiesti dagli altri condomini che avrebbero preferito tenersi quello vecchio. Un passo indietro: il ‘troppo’ ‘amore per la sua donna gli era costato anche un processo per maltrattamenti, scaturito da una segnalazione dei servizi sociali che gli imputavano di frapporsi in modo ruvido tra la paziente e l’amministratore di sostegno nominato a tutela di lei. Il giudice Manuela Nunnari l’aveva assolto evidenziando che i provvedimenti da prendere nei confronti di M.H. richiedessero “un approccio diverso da quello della pretesa punitiva in ambito penale”. Un altro giudice, Manuela Accursio Tagano, ha poi disposto a suo carico il divieto di avvicinamento alla sua convivente, nel frattempo ricoverata in casa di cura, ma lasciandogli la possibilità di risiedere ancora nel loro ex nido.  Dove però lui non vuole più entrare.  (manuela d’alessandro)

     

  • “Gli ideali della Costituzione traditi dalla realtà, ma sono vivi”

    Marta Cartabia è una giudice costituzionale con lo sguardo dolce. Non si vede subito perché quando entra nella Rotonda del carcere di San Vittore, una specie di piazza che segna un confine tra il fuori e il dentro, ha l’espressione ‘istituzionale’ di chi viene accolta con tutta la solennità del caso. Tutti in piedi e inno nazionale cantato dal coro multietnico dei detenuti per salutare la vicepresidente della Corte Costituzionale nella seconda tappa, dopo quella di Rebibbia, del viaggio intrapreso dai giudici custodi dei nostri valori all’interno degli istituti di pena. “Sono molto emozionata”, confessa, e poi via con la lezione di diritto incentrata sul ‘pieno sviluppo della persona umana’ in questo “che non è un carcere qualunque, mi ha sempre colpito la sua presenza nel cuore della città, da quanto portavo i miei figli a scuola, ci passavo davanti e pensavo a come si viveva qua dentro”. Nell’antichità, “la pena più grave, più della pena di morte, era essere esiliati dalla città, ma voi non lo siete, la Costituzione è scritta anche per voi perché è nata dalla sofferenza dei padri costituenti che sono stati in carcere e hanno voluto con chiarezza indicare nell’articolo 27 la finalità di rieducazione della pena”.

    Gli uomini e le donne seduti qui, un centinaio,  l’aspettavano da mesi dopo avere studiato come matti guidati dal professore della Cattolica Michele Massa e dal direttore Giacinto Siciliano. Sono preparatissimi, ma non tocca a loro essere interrogati. La studentessa è Marta: a volte, con quello sguardo dolce, dice cose dirompenti. “Perché la saggezza della Costituzione fa così fatica ad essere attuata nella vita quotidiana?”, domanda un detenuto straniero. “Il fatto che voi percepiate una distanza tra le parole della Costituzione e la realtà non significa che quelle parole non siano vere. Sono gli ideali a cui continuamente aspiriamo anche se la realtà li contraddice, a volte duramente. Come tutte le cose della vita, hanno un’attuazione inesauribile. Uno per esempio non può dire cos’è l’amore per la sua donna, lo impara continuamente. L’ideale è lì per richiamare la possibilità del cambiamento. Nelle questioni legate agli alti valori morali, nulla può mai essere dato per scontato, si fa un passo avanti e uno indietro, non è come nella scienza”. “E’ costituzionale – punge Loris – la potenza che hanno gli inquirenti di distruggerti la vita con la carcerazione preventiva e poi magari si scopre che sei innocente?”. “Molti di voi sono qui non per scontare la pena, ma in custodia cautelare – empatizza lei – immagino che essere strappati da una vita normale e trovarsi improvvisamente in una dimensione così diversa possa essere uno choc che richiede un suo tempo di interiorizzazione. La legge prevede delle garanzie per attuare il principio di non colpevolezza, come il fatto che l’autorità giudiziaria debba autorizzare la carcerazione preventiva. Ogni decisione ha la sua possibilità di appello”. Antonio chiede: “E’ costituzionale la recidiva che ti condanna non per il reato ma per quello che sei?”. “La recidiva tiene una specie di traccia del tuo percorso di vita, ma non riguarda le caratteristiche della persona – ribatte la giudice – la Consulta per esempio ha giudicato incostituzionale l’aggravante della clandestinità perché riguardava la persona. In ogni caso, si possono contemperare le aggravanti con le attenuanti, non bisogna guardare solo alla recidiva ma anche al resto per non trasformare la pena in un tratto identitario”. Marco provoca “Come si è evoluto il concetto di umanità della pena negli ultimi 70 anni se nel 2018 mi trovo un parassita nel letto durante la detenzione?”. La vicepresidente tentenna: “Spesso chi gestisce questi luoghi  deve fare i conti con la ristrettezza di mezzi e personale”.  “Perché i giudici prendono decisioni diverse su casi simili?”, è l’affondo di Davide. “Capisco possa sembrare ingiusto, ma in realtà ogni decisione tiene conto della specificità del caso, ma con dei limiti in modo che la discrezionalità non diventi disparità. La Costituzione guarda con sospetto agli automatismi”. L’idea di giustizia spunta da tutte le domande, l’idea che la promessa della Costituzione nei fatti venga tradita e Cartabia fa capire che sì, a volte è proprio così, ma si può cambiare approfittando della vitalità di quella vecchia carta. Massimo: “Non sono ingiuste le pene pecuniarie nei confronti di chi non è in grado di pagarle?”. “Si possono creare, come in altri ordinamenti, meccanismi in modo che la pena possa adeguarsi sia al reati che alle condizioni economiche della persona. Quella che qualcuno è una pena enorme, per altri è la mancia a una cameriera”.   “Nel centro clinico – racconta un detenuto – vedo ultra – ottantenni con malattie incurabili. Come si concilia con la Costituzione?”. “Nessuno deve morire in carcere, le condizioni dei detenuti non devono mai diventare tali da toccare la soglia del trattamento disumano, bisogna sempre vigilare con attenzione che ciò non accada. Spesso si sente dire che il tasso di civiltà di un Paese si misura su come vengono trattate le persone più vulnerabili e quando si è privati della libertà personale si è in una condizione di fragilità. Su come trattiamo i detenuti si misura il tasso di civiltà della nostra Repubblica”. Applausi, abbracci coi detenuti che le regalano una felpa del reparto ‘La Nave’, simbolo del loro viaggio,  e ovazione riservata alle rock star per Marta Cartabia, che è venuta qui ad ammettere con dolcezza quanto la Costituzione sia ancora una bellissima incompiuta. “I vostri problemi mi faranno compagnia nel lavoro e nella vita personale – promette – mi auguro che gli ideali della Costituzione possano farvi compagnia in questo vostro viaggio”.

    (manuela d’alessandro)

  • Niente diritto di sciopero se l’avvocato lo comunica via mail

    Cosa c’è di più autentico, di una Pec, ovvero un messaggio certificato di posta elettronica, di cui le moderne tecnologie garantiscono “al di là di ogni ragionevole dubbio” l’identità del mittente e del destinatario, nonché l’avvenuta consegna?

    Nulla, si direbbe: tant’è vero che una cospicua serie di atti giudiziari vengono notificati ai difensori con questo strumento. Bene, è il progresso! Peccato che lo stesso non valga nella direzione opposta. E che si sia recentemente arrivati al paradosso di un cinquantenne milanese, imputato di truffa, che si è visto rifilare una condanna definitiva perché il suo avvocato il giorno dell’udienza d’appello era sceso in sciopero aderendo all’astensione decida dall’Unione delle camere penali, dandone la comunicazione alla cancelleria della Corte: ma lo aveva fatto in ritardo e soprattutto utilizzando la Pec. Per la Cassazione, quella mail è carta straccia, perché “nel processo penale alle parti private non è consentito effettuare comunicazioni, notificazioni ed istanze mediante l’utilizzo della posta elettronica certificata”. E’ un orientamento già espresso dalla Cassazione in altre sentenze, ma che in questo caso viene portato alle estreme conseguenze, perché di fatto – rifiutando la mail inviata dall’avvocato – l’apparato giudiziario da un lato non riconosce il diritto di sciopero del difensore, e dall’altro rende definitiva la condanna di un cittadino che ha avuto modo di difendersi solo in primo grado. 

    Il pronunciamento della Cassazione è espresso nella sentenza 44236 di quest’anno, depositata dalla Seconda sezione penale il 4 ottobre scorso. L’imputato, M.F., era accusato di avere “bidonato” un concessionario di motociclette, facendosi consegnare una due-ruote e sparendo poi nel nulla senza pagare. Per questo nel luglio 2015 era stato condannato con rito abbreviato per truffa, ma contro questa sentenza aveva fatto ricorso in appello. L’udienza in camera di consiglio viene fissata per il 22 marzo 2017. Ma all’inizio di marzo l’Unione delle camere penali indice cinque giorni di sciopero per contrastare il decreto legge del ministro Andrea Orlando, in particolare contro la modifica dei termini di prescrizione e l’ampliamento degli interrogatori per videoconferenza: astensione da tutte le udienze (tranne quelle con imputati detenuti) dal 20 al 24 marzo. Il 21, alla vigila dell’udienza, l’avvocato di M.F. comunica alla cancelleria della Corte d’appello che intende aderire all’iniziativa dell’Ucpi.

    La mattina successiva, il presidente della sezione davanti alla quale è chiamato il processo decide: adesione irrituale, il processo si fa lo stesso. E la condanna inflitta in primo grado viene confermata integralmente. L’imputato non ci sta, e ricorre in Cassazione spiegando di non avere avuto modo di difendersi. Niente da fare: per la Cassazione “la comunicazione del difensore di fiducia di voler partecipare all’astensione era avvenuta tramite Pec, circostanza che legittimava la Corte a non tener conto della richiesta di rinvio”. La condanna diventa definitiva, e per soprammercato oltre alle spese processuali M.F. viene condannato anche a pagare “la somma di duemila euro alla cassa delle ammende, commisurata all’effettivo grado di colpa dello stesso ricorrente nella determinazione della causa di inammissibilità”.  (Orsola Golgi)

  • Il post numero 1000 di Giustiziami

    Giustiziami compie 1000 articoli. Guadagni, zero, anzi siamo in perdita perché ogni anno paghiamo ad Aruba la tassa di registrazione. Tempo ed energie, spesso ‘serali’, che si aggiungono a quelli dedicati alla ricerca delle notizie che già occupa le nostre vite professionali. Rischi di querela senza nessun editore che ce le paghi anche se finora gli unici a farci causa sono stati quelli del nostro ente pensionistico Inpgi (a proposito, per i tanti che ci chiedono: la prima udienza sarà il 4  febbraio a Roma).

    E allora: chi ce lo fa fare? Noi ci divertiamo tantissimo, e la verità è che continuiamo a scrivere per questo. Cerchiamo di farlo con professionalità. Ce lo possiamo permettere perché un lavoro già ce l’abbiamo e ci togliamo lo sfizio di ospitare anche colleghi che ci propongono pezzi ‘sgraditi’ alle loro testate per varie ragioni. Qui c’è posto per tutti, purché le storie siano ben documentate e i colleghi conoscitori delle ‘regole’ della giudiziaria. Una delle cose che ci rende più orgogliosi è essere riconosciuti da quella comunità che di giustizia ci vive: magistrati, avvocati, investigatori, consulenti, cancellieri. A voi che ci avete letto e continuate a leggerci e commentarci, amici, curiosi o anche ‘odiatori’, il nostro grazie infinito.

    Manuela D’Alessandro e Frank Cimini

    ps. un ringraziamento speciale ad alcune persone che ci hanno sostenuto sin qui in modo particolare o hanno contribuito, nelle fasi iniziali, alla creazione del blog: Jari Pilati, Igor Greganti, Cristina Manara, Luca Fazzo, gli amici de ‘Gli Stati Generali’, Jacopo Barigazzi,  Gianni Barbacetto, i ‘nostri’ avvocati Davide Steccanella, Eugenio Losco, Mauro Straini, Mirko Mazzali (con loro al nostro fianco non temiamo nessuno!) e a tutti gli altri che ogni giorno ci danno spunti per il nostro lavoro.

  • Una denuncia al giorno contro i medici, quasi tutte archiviate

    Se lo dice quella che, con ironia, si definisce “il maggior persecutore di medici degli ultimi anni”, c’è da riflettere. Le Procure, e in particolare quella di Milano, città che ha fama di ospitare poli sanitari di alto livello, sono assediate da denunce pretestuose contro i medici. Una “patologia” arriva a definirla Tiziana Siciliano che, tra le ragioni, ci mette anche il ‘divieto di morire’, categoria culturale che appartiene alla nostra epoca. “Ogni giorno che Dio manda in terra c’è una denuncia contro un medico –  rivela il procuratore aggiunto milanese dal palco di un convegno in materia di responsabilità nelle professioni sanitarie in corso a Palazzo di Giustizia – nel 2017 abbiamo iscritto a Milano circa 300 fascicoli su presunte colpe mediche. Buona parte di queste denunce ha carattere strumentale per fare pressioni sui medici in vista di richieste di risarcimento in sede civile”. Ma c’è anche altro a spingere i cittadini a rivoltarsi contro chi li ha curati o dovrebbe averlo fatto. “Altre denunce vengono sporte sull’onda dell’emotività del dolore, tenendo presente che siamo nell’epoca del ‘divieto di morire’. Parlo di cose che mi sono successe, è arrivata una denuncia per la morte di un paziente di 97 anni dai suoi familiari”. Poi c’è Internet, ricorda Siciliano, con Wikipedia che da’ a tutti la patente di medici e li spinge a credersi vittime di errori.  “Non ci possiamo permettere questo carico insensato – sostiene il magistrato che ha rappresentato l’accusa anche nel caso della clinica Santa Rita – la massima parte di queste denunce finisce con un’archiviazione che da scrivere può essere anche più complicata di un capo d’imputazione. Per arrivarci bisogna comunque fare costose consulenze che ti fanno entrare in un terreno scivolosissimo, con termini che si fa fatica a capire. Spesso poi arriva l’opposizione all’archiviazione e qui forse qualche  responsabilità ce l’ha anche la classe forense. Fascicoli di questo tipo sono per noi delle rogne pazzesche”. Al momento, inoltre, “non sono state ancora fissate le linee guide sulla responsabilità dei medici che dovrebbero essere emanate in base alla legge Gelli del 2017. Sarebbe cosa buona farlo per eliminare le incertezze”. (manuela d’alessandro)

  • Perché il sindaco di Riace non andava arrestato

    Dico subito che desta parecchie perplessità la lettura dell’ordinanza (132 pagine) con la quale il gip presso il Tribunale di Locri ha disposto l’arresto (domiciliare) del sindaco di Riace Domenico Lucano, noto alle cronache per il costante impegno nell’accoglienza di cittadini extracomunitari.

    La richiesta di misura cautelare del pm risultava datata 6 luglio e configurava a carico del sindaco (e di altre 30 persone) una moltitudine di reati rubricati dalla lettera A alla lettera Y, e che andavano dalla associazione a delinquere al peculato, dalla truffa ai danni dello Stato per svariati milioni al falso e dall’abuso d’ufficio alla concussione.

    Delitti per i quali, oltre alla misura cautelare, il medesimo pm richiedeva altresì il “sequestro preventivo per equivalente delle somme presenti sui conti degli indagati.”.

    Il primo dato che balza all’occhio dalla lettura dell’ordinanza  è la sonora “bocciatura” della lunga indagine (18 mesi) della Guardia di Finanza e avente ad oggetto, si legge: “l’iter di ottenimento e i meccanismi di gestione di rilevanti somme di denaro pubblico ottenute per organizzare la permanenza sul territorio comunale di migranti”.

    Questo perché al termine dell’esame degli atti, il gip ha ritenuto del tutto insussistenti gli indizi a sostegno di tutte le imputazioni, eccezion fatta che per le ultime due, invero minimali, e di cui si dirà.

    Si legge infatti nel provvedimento di “vaghezza e genericità al capo di imputazione” e “riferimenti a collusioni e mezzi fraudolenti che si risolvono in formule vuote prive di tipicità” (pag. 37), di “impossibilità per il gip di sostituirsi al pm per individuare collusioni trattandosi di operazione impedita dai più elementari principi processual-penalistici” (pag. 38), di “considerazioni addotte a sostegno della fondatezza quantomeno laconiche” (pag. 41), di “inattendibilità del denunciante Ruga” (pag. 46), di “alcun ingiusto vantaggio arrecato dal Lucano agli enti attuatori dei servizi” (pag. 123), fino a leggersi espressamente (pag. 123), e con riferimento alla più grave accusa di associazione a delinquere, che “i programmi perseguiti dagli indagati non possono definirsi illeciti, né si sono tradotti in condotte penalmente rilevanti”, e che, per quanto riguarda le specifiche condotte attribuite al sindaco (pag. 125) le stesse “erano dal suo punto di vista finalizzate a garantire a soggetti svantaggiati la possibilità di permanere in Italia o di raggiungere il Paese per qui godere di un migliore regime di vita”.

    Ciò nonostante il gip ha ugualmente applicato la medesima misura coercitiva richiesta dal pm per ben 9 reati (pag. 22), per le sole due ipotesi finali rubricate alle lettere T e Y.

    La prima (T) è l’accusa (riqualificata dal GIP come art. 353 bis Cp rispetto al reato di turbativa d’asta indicato dal PM) di avere affidato il servizio di pulizia della spiaggia a due cooperative sociali prive del requisito dell’iscrizione all’albo regionale, e la seconda (Y) è quella di avere concorso nel 2017 con una cittadina etiope in un falso matrimonio con il fratello per consentire a quest’ultimo l’ingresso nel nostro paese per coniugio, fatto peraltro non verificatosi per il di lui intervenuto arresto nel paese di origine.

    Sul punto si legge da pagina 69 in avanti un lungo resoconto di svariate intercettazioni che attestano il coinvolgimento del sindaco anche in altri due “matrimoni di comodo”, il primo dei quali tra tali Giosi (cittadino italiano) e Sara, e sempre per le medesime finalità.

    A sostegno dell’arresto, motivato, si legge, dal concreto pericolo che il sindaco, se libero, possa reiterare analoghe condotte di reato, scrive il gip (pag. 121) di “naturalezza a trasgredire norme civili” e di “disarmante spigliatezza con la quale il Lucano, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, ammetteva pacificamente e più volte ad un nutrito gruppo di interlocutori di essersi adoperato in prima persona per consentire alla complice il matrimonio con il fratello”, stigmatizzandone (pag. 125), il “ricorso a condotte non solo penalmente, ma anche moralmente riprovevoli (per quanto dal suo punto di vista finalizzate a garantire a soggetti svantaggiati la possibilità di permanere in Italia o di raggiungere il Paese per qui godere di un migliore regime di vita)”, per concludere (pag. 126) che “l’indagato vive oltre le regole che ritiene d’altronde di poter impunemente violare nell’ottica del fine giustifica i mezzi, dimentico però che quando i mezzi sono persone il fine raggiunto tradisce tanto paradossalmente quanto inevitabilmente quegli stessi scopi umanitari che hanno sorretto le proprie azioni”.

    A corollario di ciò il gip esclude (pag. 126) “tranquillamente che in sede di prevedibile condanna possa essergli concesso il beneficio della sospensione condizionale”.

    Ora, non si discute sulla ritenuta sussistenza indiziaria di quegli unici addebiti usciti “superstiti” dalla falcidia del gip, ma è proprio questo dato che avrebbe dovuto indurre detto gip a considerare che una misura cautelare richiesta per chi si sarebbe, in ipotesi, reso responsabile di tutti (o quasi) i reati ricompresi nell’intero codice penale, non dovrebbe trovare uguale attuazione anche per chi invece può avere al massimo violato alcune regole per finalità umanitarie.

    Ovviamente sarà il processo di merito a stabilire da quale parte stanno i torti e le ragioni e se il predetto sindaco in caso di condanna dovrà o meno finire in carcere, né questa è la sede per disquisire su ipotesi di disobbedienza civile o per difendere scelte politiche e sociali di un sindaco impegnato in prima linea in un territorio a dir poco “difficile” (scelte che peraltro, io condivido in pieno), ma la lettura di quella ordinanza e di alcune considerazioni soggettive che non dovrebbero competere a un giudice penale, quali “moralmente riprovevoli” o “tradimento di scopi umanitari”, non può non destare allo stato, e lo si ripete, parecchie perplessità negli addetti ai lavori.

    avvocato Davide Steccanella

  • Quattro anni e mezzo per la sentenza su un furto di carpe

    Perfino il giudice chiamato a decidere sulla sorte dei 5 ladri di pesce (e un’anatra) ha riso di gusto leggendo il capo d’imputazione. Sentite: ”Perché in concorso tra loro e al fine di trarne profitto si impossessavano di 25 carpe e un’anatra sottraendole dal laghetto di Molinello di proprietà dell’associazione sportiva dilettantistica ‘Lo Storione’’. Pensandoci bene, c’è poco da ridere: da 4 anni e mezzo questa microscopica storia abita il Palazzo di Giustizia di Milano tra decreti, udienze,  analisi della Asl sulle carpe  e rimpalli tra i giudici. “Un tempo assurdo”, commenta l’avvocato dei 5, Giusi Bartolotta, che ricorda anche a un certo punto il decreto di restituzione delle carpe (ovviamente morte) ai ‘proprietari’ e le analisi  disposte dalla magistratura sui pesci che amano le acque dolci.

    Era d’estate, il 27 luglio 2014, quando cinque uomini di origine romena  acciuffarono e portarono via il malloppo dal piccolo specchio d’acqua a Rho. Su denuncia di un socio dello ‘Storione’ è scattata l’inchiesta della Procura di Milano che non ha avuto difficoltà a individuare i componenti della banda essendo stati colti in flagranza. Il 13 settembre del 2017 vengono chiuse le indagini per furto aggravato dal fatto che l’avessero commesso in 5, aggravante che ha portato gli imputati davanti a un giudice ordinario. Oggi il giudice ha condannato gli imputati a due mesi e dieci giorni, pena sospesa e non menzione. (manuela d’alessandro)

  • La storia d’amore del chirurgo carcerato Brega Massone

    Si incrociano anche delle storie d’amore nei Tribunali, potenti come possono essere quelle che attraversano le gabbie dei carcerati. Lui è Pier Paolo Brega Massone, 54 anni, da dieci in gabbia (un solo permesso di 3 ore per i funerali della madre morta) con l’accusa di avere ucciso i suoi pazienti per fare soldi nella clinica Santa Rita, una smania irresistibile di affondare il bisturi senza necessità terapeutiche, per carriera e per denaro. Lei si chiama Barbara, è bionda ed elegante, gli occhi straziati di chi da un decennio segue il marito a ogni udienza. C’era anche il 21 dicembre 2015 quando, a sera inoltrata, lo arrestarono in aula per pericolo di fuga, una scena inedita tanto che alcuni avvocati avvezzi a tutto ammisero di avere sentito i brividi. Accadde dopo la sentenza d’appello che lo condannò all’ergastolo per 4 omicidi volontari, poi annullata dalla Cassazione che ha chiesto ai giudici di secondo grado di spiegare se Brega entrava in sala operatoria accettando l’idea di uccidere  oppure ammazzò senza volontà (omicidio preterintenzionale). Nel nuovo processo, di questa storia ha parlato uno dei difensori di Brega, l’avvocato Nicola Madia. “Questa donna – ha detto indicandola – si è sentita dire tante volte dal marito ‘lasciami, divorzia, vivi la tua vita’ ma lei ha sempre detto di no. Non l’ha mai abbandonato, l’ha sempre amato. Due volte alla settimana va in carcere con la figlia, una ragazza cresciuta bene, bravissima a scuola, diventata grande imparando a vedere il padre in galera”. Per la prima volta in tanti processi, uno chiuso con sentenza definitiva di condanna a 15 anni per truffa e lesioni, oggi Brega Massone, che aveva sempre solo rivendicato di avere agito correttamente, ha chiesto scusa. “Dieci anni in carcere sono lunghi – ha spiegato alla Corte d’Assise d’Appello – c’è voluto del tempo, ho dovuto essere seguito e valutato. Mi dispiace moltissimo per tutte le persone coinvolte perché questa non era assolutamente la mia volontà. Mi dispiace per le tante persone che hanno sofferto”. Il pensiero finale per la moglie: “Vi chiedo di poter vedere la luce, almeno di potere stare con la mia famiglia”. Strategie processuali di avvocato e imputato per addolcire i giudici popolari? Forse. Ma resta quella storia capace di attraversare una gabbia e quella è innocente di sicuro. (manuela d’alessandro)

  • Perché la ‘fedelissima’ di Berlusconi risarcisce le “vittime” del bunga bunga

    “Ma dietro il risarcimento della senatrice Rossi c’è Berlusconi?”. Alla domanda l’avvocato Salvatore Pino, legale di talento e spirito, ribatte con una battuta e una risata: “Siete proprio dei cornuti voi giornalisti”. Eppure ci vuole poca fantasia a immaginare che dietro la mossa della parlamentare di Forza Italia Mariarosaria Rossi di risarcire le presunte vittime del bung bunga (Imane Fadil, Chiara Danese e Ambra Battilana) si potrebbe stagliare l’ex Cavaliere. La notizia è stata annunciata in aula proprio dall’avvocato Pino, difensore della ‘fedelissima’ di Silvio, e ha determinato  l’ennesimo rinvio del processo ‘Ruby ter’ iniziato nel gennaio 2017  strozzato sul nascere da una serie di lungaggini da far impallidire le infinite epopee giudiziarie già affrontate da Berlusconi. Tutto aggiornato al 14 novembre anche per consentire alle trattative di fare il loro corso.

    Ma perché la senatrice Rossi vuole risarcire le tre ragazze ospiti alle serate di Arcore? Sembra che gli avvocati dell’entourage del fondatore di Forza Italia siano seccati dalle continue esternazioni alla stampa delle parti civili, in particolare da quelle della modella di origini marocchine Imane Fadil. “Pensi a fare il nonno invece di candidarsi alle europee”, ha proferito la ragazza dopo l’udienza di oggi. Di certo, se l’accordo si farà, la Rossi, accusata di falsa testimonianza, godrà dello sconto di un terzo della pena previsto in casi di risarcimenti prima che il processo entri nel vivo. L’altra ipotesi è che si vogliano ‘togliere di torno’ le uniche che hanno interesse a celebrare in fretta questo processo, nella speranza di portare a casa un risarcimento, accontentandole subito.  Battilana, Danese e Fadil poi, anche se dovessero revocare la costituzione di parte civile in seguito a un risarcimento, verranno di nuovo richiamate in aula come testimoni, con l’obbligo di dire tutta la verità. Quanto sarebbero condizionate dal denaro ricevuto le ragazze che hanno puntato il dito contro il ‘bunga – bunga’? (manuela d’alessandro)

  • Condannato il prete che imbarazza l’arcivescovo di Milano Delpini

    Sei anni e quattro mesi, una delle condanne più severe registrate in Italia per casi di questo genere, a don Mauro Galli, l’ex parroco di Rozzano accusato di avere abusato di un ragazzino all’epoca 15enne nel dicembre del 2011. Una storia che ha imbarazzato (con toni molto sommessi) fin dal suo insediamento il capo della Chiesa ambrosiana, l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, sentito come testimone nel corso delle indagini. E che ora assume dimensioni eclatanti alla luce di questa condanna e delle dichiarazioni dopo la sentenza della mamma della presunta vittima. “Don Carlo Mantegazza (un altro prete in servizio a Rozzano, ndr) – aveva messo Delpini a verbale il 24 ottobre 2014 – mi aveva riferito di un ragazzo di nome *** che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli. Mi disse che il ragazzo aveva poi segnalato presunti abusi sessuali  compiuti da don Mauro durante la notte (…). Ho convocato don Mauro che mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà di apprendimento scolastico. Ha ammesso di avere dormito con lui quella notte ma di non avere compiuto alcun atto di tipo sessuale. Ho deciso quindi di trasferire don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano”. Don Galli venne destinato alla pastorale giovanile, nonostante la grave accusa.  Delpini, all’epoca vicario episcopale, non è mai stato indagato. Ma la mamma del ragazzo, subito dopo il verdetto, ha deciso di esporsi con forza e, alla nostra domanda sul’atteggiamento del capo della Chiesa milanese, ha risposto: “Abbiamo avuto con lui un unico incontro nel 2012 che non ci ha per niente soddisfatti. Il suo comportamento è stato maldestro perché dopo avere saputo dell’abuso lo ha messo di nuovo a contatto coi giovani”. Perplessità che sono state espresse in aula anche da don Mantegazza e da un altro prete di Rozzano: “Noi pensavamo – hanno detto ai giudici – che andasse spostato a livello prudenziale non in un contesto di pastorale giovanile”. Don Galli ai giudici della quinta sezione penale (presidente Ambrogio Moccia) ha ammesso di avere dormito col ragazzo a casa sua col consenso dei genitori, negando ogni abuso: “C’erano altri tre letti a disposizione, dormimmo nel mio (…) Notai che era in bilico sul letto con la testa vicino allo spigolo del comodino. D’istinto lo presi per una gamba e lo trascinai sul letto per evitare che sbattesse la testa”. Questo l’unico contatto tra i due, secondo la sua versione, ben diversa da quella del ragazzo che al pm Lucia Minutella ha raccontato degli abusi e di ricordare come un’ossessione “il ghigno” del sacerdote quando lo accompagnò il giorno dopo in auto a una gita con la parrocchia. L’imputato ha risarcito con 100mila euro il giovane e la famiglia che hanno revocato la costituzione di parte civile. “Non abbiamo mai più sentito Delpini da quell’incontro – ricorda la mamma – anche il Papa è a conoscenza dei fatti ma lo ha nominato come membro del Sinodo dei giovani”. (manuela d’alessandro)

  • Perché la magistratuta sbaglia sul sequestro dei 49 mln alla Lega

    Visto che tutti ne parlano, e molto spesso a sproposito, vediamo di chiarire meglio quali sono i due fatti che hanno condotto all’attuale “scontro” istituzionale tra il Ministro Salvini e l’Associazione Nazionale Magistrati, cui è stato dato ampio risalto mediatico.

    Il primo fatto è quello che ha determinato l’attuale sequestro per equivalente di 49 milioni che non essendo stati trovati nelle attuali casse della Lega oggi consente al PM genovese di sottrarre a detto partito qualsiasi somma futura dovesse ivi transitare, fino a tale concorrenza.

    Si tratta dell’esito di un’indagine (iniziata dalla Procura di Milano e in parte trasferita a quella di Genova) sull’utilizzo dei rimborsi elettorali ottenuti dalla Lega negli anni 2008/2010.

    I processi si sono conclusi con le condanne di Bossi Jr e dell’ex tesoriere Belsito per appropriazione indebita (Milano) e di Bossi Sr. per truffa ai danni dello Stato (Genova).

    Detta indagine ha fatto emergere a carico dell’allora segretario l’utilizzo a fini personali di 10mila euro per operazione e multe del figlio e per la ristrutturazione della casa di Gemonio, nonché di ulteriori 77mila euro per il diploma, sempre del figlio, a Tirana.

    In sintesi, è stato dimostrato che ai tempi in cui era segretario, Bossi Sr. avesse illecitamente sottratto al proprio partito un totale di 87 mila euro.

    Volendo accedere alla tesi accusatoria, secondo la quale quanto viene usato per fini personali non può essere addebitato allo Stato a titolo di rimborso elettorale, quella somma di 87mila euro, dovrebbe essere restituita dall’attuale dirigenza.

    Sfugge a chi scrive però, in base a quale diverso criterio, si chieda invece la restituzione dell’intero importo a suo tempo ottenuto in assenza di ulteriori elementi dai quali dedurre, in termini di certezza, che altre somme siano state distratte dal partito, non bastando certamente il mero dato che oggi, a distanza di 8 anni, non si trovano più in cassa. L’effetto finale è che oggi viene consigliato dalla stessa Procura ad un partito che ha legittimamente conquistato il 17 % dei voti all’ultimo suffragio (e che gli attuali sondaggi danno in forte crescita) di cambiare il proprio nome (SIC !) per sopravvivere, mentre l’opposizione non perde occasione per contestare all’attuale segretario di non voler restituire allo Stato 49 milioni rubati.

    Non bastasse questo, successivamente è intervenuta altra Procura, questa di Agrigento, adiuvata da quella del capoluogo, inviando all’attuale segretario un formale avviso di garanzia per un reato gravissimo, sequestro di persona, che prevede una pena detentiva molto elevata, per essersi adoperato, quale Ministro, per impedire lo sbarco dei naufraghi di una nave di clandestini che aveva attraccato in un porto italiano.

    Questa seconda accusa, a differenza della prima, appare ancor più “delicata”, perché viene criminalizzata non già, come nel primo caso, una condotta individuale per tornaconto personale (come era stato in precedenza anche nei vari processi intentati all’ex Presidente Berlusconi), bensì un’azione governativa fatta alla luce del sole da un Ministro che ha ritenuto di agire in preciso ossequio ad uno specifico programma politico di restrizione dell’immigrazione presentato dal suo Partito al momento delle elezioni, e che proprio per questo motivo (anche se non solo) era stato votato da quel citato 17 % di cittadini.

    Inoltre, e a prescindere dal non semplice problema del “dolo” di sequestro per chi assume un’iniziativa pubblica del proprio Ufficio, appare sulla carta non semplice configurare un sequestro di persona a carico di chi non consente ad altri di entrare in un determinato luogo, visto che tale inibizione consente al soggetto passivo, a differenza di quella di non consentirne l’uscita, la facoltà di sbarcare altrove, ovvero di ritornare presso il luogo da dove era partito.

    Questa ipotesi di reato per di più non ha ancora ricevuto, a differenza della prima (che ha interessato un procedimento di riesame), il vaglio di un giudice, neppure a livello meramente indiziario.

    Singolarmente infatti il pm, che pure contesta al Ministro un reato gravissimo, non ha infatti ritenuto di chiedere alcuna misura cautelare al competente GIP, nonostante fosse evidente quel pericolo di reiterazione del medesimo reato indicato alla lettera C) dell’art. 274 Cpp (e cui molto spesso la nostra Procura è sovente ricorrere), avendo il Ministro pubblicamente dichiarato di essere intenzionato a ripetere tale condotta ed essendo, gli sbarchi di navi, pratica quasi corrente sulle rive del nostro paese.

    A fronte di siffatte iniziative giudiziarie, che comportano da un lato la possibile bancarotta economica e dall’altra l’incriminazione del segretario per un reato gravissimo, nei confronti di un partito che, piaccia o meno (a chi scrive sia ben chiaro, non piace), al momento governa in forza di un legittimo suffragio, ritenere le dichiarazioni rese nell’immediatezza da Salvini un vulnus eversivo all’indipendenza della Magistratura quando non una rivendicazione nazista di impunità, paiono risposte frettolose e inadatte al problema oggettivo che si è creato e che non vorrei influenzate da eccessivo corporativismo da parte di ANM e da strumentalizzazione politica da parte del principale partito di opposizione.

    Mi rattristerebbe, da cittadino e non solo da giurista, constatare che il nostro paese ha ormai fatto il callo ai governi che cadono sotto la mannaia della giustizia, visto che sarebbe bene ricordare, a chi mostra di averlo dimenticato, due casi tra i più recenti.

    Il Prodi bis cadde per un’iniziativa improvvida di un PM di santa Maria Capua Vetere che mise sotto accusa l’allora Ministro Mastella che poi fu assolto e l’ultimo governo Berlusconi in gran parte per le note imputazioni di private alcove che la Corte di appello di Milano prima e la Suprema Corte di Cassazione poi, dichiararono totalmente infondate.

    Nessuno ovviamente si augura una magistratura “dipendente” dal potere politico, ci mancherebbe altro, e ancor meno che vengano preservate zone di impunità per chicchessia, ma anche assistere in silenzio e da anni a iniziative eclatanti di alcuni PM nei confronti di chi volta a volta governa e che poi non approdano a nulla, non dovrebbe essere ritenuta, al di là di come la si pensi, cosa buona e giusta, soprattutto da chi non perde occasione per dichiararsi fiero difensore della nostra Costituzione.

    avvocato Davide Steccanella

  • “Fai parte di una cupola”, Salvini verso la pace con il 5 stelle

    “Tutto mi si può dire ma non che sono un mafioso”. Matteo Salvini il 22 gennaio scorso al terzo piano del Palazzo di Giustizia di Milano, davanti all’aula del processo nato da una sua querela per diffamazione contro l’allora consigliere regionale dei 5 Stelle Stefano Buffagni. “La Lombardia – aveva  scritto il grillino in un post di Facebook datato 20 giugno 2016 – è una fitta rete di contatti e di uomini di fiducia agli ordini di Salvini e di Maroni. Una sorta di cupola che ricorda quella del Pd romano che usa risorse pubbliche per finanziare il proprio sistema di potere”. Quella “cupola”, riferita in particolare alle nomine nelle aziende sanitarie, aveva fatto ribollire  Matteo tanto da venire in Tribunale a raccontare quanto fosse scocciato. “Quelle frasi mi hanno provocato un danno ingente in termini di immagine ed elettorali”. Buffagni aveva spiegato al giudice nelle sue dichiarazioni spontanee: “A quell’epoca risaliva anche l’arresto del leghista Fabio Rizzi, che ha scritto la riforma della sanità lombarda. Abbiamo messo insieme una serie di fatti e presentato una denuncia di tipo politico”.

    Salvini è diventato nel frattempo vicepremier, Buffagni sottosegretario agli Affari Regionali del Governo e le loro formazioni politiche si sono allacciate alla guida del Paese. Difficile rimettersi a fare la guerra. E così oggi, con un po’ di ironia ci è parso, il giudice Stefania Donadeo nei pochi minuti dedicati all’udienza, ha domandato agli avvocati sostituti dei titolari, rimasti a casa: “Cosa è successo in questi mesi?”. E’ successo che a luglio Caterina Malavenda, l’avvocato numero uno sulle diffamazioni a cui si era affidata Buffagni, ha fatto arrivare al magistrato una nota in cui parla di “trattative in corso per perfezionare un accordo”. Insomma si cerca di fare la pace anche se, a quanto ci risulta, con qualche difficoltà. La volontà di Salvini pare essere quella di ritirare la querela ma a determinate condizioni. Buffagni aveva chiesto anche l’insindacabilità delle sue opinioni nelle vesti di consigliere regionale all’epoca, ricevendo la risposta sferzante di Salvini: “I 5 Stelle anti – casta si difendono chiedendo l’immunità”.  Ora, forse, sarà lui a evitargli il processo.  (manuela d’alessandro)