Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Categoria: Nera

  • Se il giudice manda le mail in carcere al detenuto…

    Si può affidare la libertà di un uomo a un clic? Si può dire a un detenuto che deve stare in carcere notificandogli il provvedimento via PEC (Posta Elettronica Certificata) alla casa circondariale?

    L’avvocato Michele Monti chiede di annullare la revoca della sospensione condizionale della pena per il signor T. Y. perché, al contrario di quanto sostenuto dal giudice dell’esecuzione, il suo assistito non sarebbe stato “correttamente” avvisato della decisione.

    Nel ricorso alla Cassazione, il legale sottolinea che “le notifiche all’imputato non possono eseguirsi a mezzo PEC” (la legge sembra molto chiara nell’escluderlo) e che “anche a voler concedere che un primo passaggio possa essere rappresentato da una notifica telematica dalla cancelleria del giudice alla casa circondariale le norme processuali, in caso di imputato detenuto, impongono la notifica mediante consegna di copia alla persona”.

    Secondo il giudice invece “il rapporto di trasmissione telematica da cui risulta l’avvenuta consegna al sistema informatico della casa circondariale  carcere di Cremona  equivale alla consegna a mani del detenuto“. Ma non c’è prova che il signor T. Y. abbia ricevuto la notizia della fissazione dell’udienza camerale che gli avrebbe consentito di essere sentito dal magistrato di sorveglianza o di depositare delle memorie difensive. Anche perché, leggendo il verbale firmato dal cancelliere milanese, si deduce che nel giro di un secondo chi ha ricevuto la mail in carcere l’abbia stampata e consegnata di persona al detenuto. (manuela d’alessandro)

  • Le motivazioni della sentenza con cui Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni

    Ecco le attese motivazioni con cui i giudici della prima sezione della Corte d’Appello di Milano spiegano la condanna a 16 anni di carcere per Alberto Stasi, dopo la doppia assoluzione e la sentenza di annullamento da parte della Cassazione che aveva disposto un processo di secondo grado bis.  (m.d’a.)

     

    Garlasco appello bis

  • Cosa importa ai pm delle pagelle dei figli di Bossetti?

    I figli di un presunto omicida vanno bene o male a scuola? E’ una domanda sciocca? Non per i pubblici ministeri di Bergamo che indagano sull’assassinio della piccola stella della ginnastica Yara Gambirasio. Dalla montagna di documenti depositati con la chiusura dell’inchiesta su Massimo Giuseppe Bossetti spuntano le pagelle dei tre figli dell’uomo che avrebbe martirizzato la bambina (lui però continua a dichiararsi innocente).

    Meglio: più che le pagelle, a disposizione delle parti e dei giornalisti entrati subito in possesso di queste carte (come prevedibile), ecco la ‘radiografia’ dei ragazzini che frequentano medie ed elementari nel minuscolo paese di Mapello. Oltre ai voti presi a scuola, vengono evidenziate le litigate coi compagni, le rispostacce date ai professori, le gite, le parolacce, i momenti di distrazione.

    Tutta la vita di tre piccoli innocenti viene scandagliata perché sono i figli di un presunto killer. Non c’è altra ragione investigativa, o perlomeno non viene spiegata. Nel verbale di un interrogatorio, si legge che il pm chiede a Bossetti per quale ragione, nonostante i “brutti voti in pagella” e il fatto che si “picchi coi compagni”, abbia premiato suo figlio comprandogli un tablet. Risposta disarmante: “Sa, i genitori per i figli fanno tutto”.

    Torniamo al quesito iniziale. I figli dei presunti omicidi come vanno a scuola? Ebbene, tenetevi forte. I risultati investigativi sono sconcertanti: uno va bene, uno va così così, l’altro va male. E ora? Interpelliamo la Cassazione? (manuela d’alessandro)

  • Insultò sindaco omofobo, prosciolto
    Gip: discriminazioni di genere fuori dal tempo
    La società è più tollerante

    Ora le associazioni e l’intera comunità Lgbt (Lesbica, Gay, Bisex, Trans)  ringrazino pubblicamente l’ex sindaco di Sulmona Fabio Federico. E’ solo grazie alla sua ostinazione nel querelare chiunque avesse osato commentare le sue dichiarazioni omofobe che ora possiamo leggere sentenze chiare, innovative e illuminanti, in tema di discriminazione di genere e di orientamento sessuale, come quella che vi illustriamo qui.

    Ricordate quel giovane che gli diede della “testa di c.” per il video in cui Federico associava omosessualità e presunte ‘aberrazioni genetiche’? Il pm di Busto Arsizio aveva chiesto l’archiviazione, spingendosi ad affermare che quell’insulto era persino poca cosa a fronte delle affermazioni pubbliche dell’allora primo cittadino su Pacs, omosessualità e genetica. Ora il gip Patrizia Nobile accoglie la richiesta di archiviazione – cui Federico si era opposto – e va oltre le argomentazioni del pm. L’imputato va archiviato perché ha reagito a una provocazione, come sostenuto dall’avvocato Barbara Indovina, che ha seguito questa vicenda più per impegno civile che per dovere professionale. “La gravità” delle affermazioni di Federico, scrive il giudice, “non è revocabile in dubbio e ciò non solo perché quanto sostenuto dall’opponente è destituito di qualsiasi fondamento scientifico, ma perché trattasi di affermazioni gravemente discriminatorie, che esorbitano da qualsiasi tutelabile manifestazione del diritto di opinione o di critica, giacché riconducibili a convinzioni, peraltro mutuate da famigerate teorie eugenetiche, incitanti all’omofobia, alla transfobia e alla discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere“. Insomma Federico ha usato concetti che non ricadono nella critica, ma sono falsità, tanto più gravi in quanto si rifanno al peggio della storia del ‘900 tentando di proiettarsi sul presente. Ma in questo secolo, quello in cui viviamo, spiega il giudice, “sempre più presente è l’attenzione nella società civile a fenomeni di emarginazione sociale riconducibili all’omofobia (…) e può ritenersi che la società civile nell’ultimo decennio abbia rinunciato a ritenere ‘innaturale’ un fenomeno in realtà esistente in natura e sia dunque ormai approdata alla ‘depatologizzazione’ della omosessualità, interiorizzando piuttosto il valore della tolleranza e della tutela della libertà di orientamento sessuale“. Insomma, il signor Federico, che si è offeso per quell’insulto, è rimasto indietro di qualche decennio e male fa a lamentarsi. Fa parte di quella esigua minoranza che ritiene – maldestramente – che l’omosessualità sia una malattia.

    Anche in un processo gemello di Milano gli è andata male, questa settimana. Aveva chiesto 15mila euro all’imputato di diffamazione. Invece il giudice ha assolto, al termine del dibattimento. L’offesa c’era – anzi, era forse più pesante del ‘testa di c.’ – ma è scriminata, anche in questo caso, dalla provocazione di quel video. In altri processi ancora – sì perché con le sue querele Federico ha messo in moto una quarantina di Procure e Tribunali della Repubblica – l’imputato ha transato. Noi siamo convinti che a fare giurisprudenza sarà la sentenza del giudice di Busto Arsizio. Sentenza Busto Arsizio

  • #grazieinquirenti, le ‘olgettine’ twittano contro i pm e si fanno la guerra

    Su twitter va in (messin)scena una frizzante inchiesta ‘Ruby ter’ parallela a quella che ha portato la Procura di Milano a perquisire 21 ragazze ospiti ad Arcore con l’accusa di essere state zittite da Silvio Berlusconi a suon di bonifici. Nel Tribunale del web, @barbyguerraloca (Barbara Guerra),  l’ex show girl che avrebbe ricevuto una villa in Brianza da 1 mln di euro dall’ex Cavaliere, si difende e concede spunti investigativi ai pubblici ministeri: “Miriam Loddo case regalate dal Presidente…a me non ha regalato un cazzo nessuno!”; “Fico casa da 2 milioni a Milano2 regalata dal Cavaliere, forse vi era sfuggita” (a lei è sfuggito che Raffaella Fico non è indagata);”Andate a bussare a casa di queste, lista è lunga! Toccate sempre le persone che non c’entrano! Galanti (Claudia), Velen (Rodriguez?, ndr), Aida (Yespica?, ndr)) a cena me le ricordo bene io”.

    Le ragazze si prendono gioco del fervore investigativo manifestato dai pm Gaglio, Forno e Siciliano che, in queste ore, stanno leggendo migliaia di sms e whatsap estratti dai loro telefoni cellulari sequestrati. @ioanninavisan (Iona Visan) si consulta con @barbyguerraloka:”E poi con l’Isis come siamo messi…?Spendono i soldi per la nostra sicurezza o solo per le mignotatte?“. Il 17 febbario, giorno del blitz della Procura, la modella romena scrive: “Che bella giornata di ‘SIETE RIDICOLI””.

    Le ‘olgettine’ si scannano anche tra loro.  Francesca Cipriani si prende dell’”obesa” e a @giucruciani (Giuseppe Cruciani) che l’ha intervistata a Radio 24 alcune ragazze chiedono indispettite: “Ma proprio Cipriani dovevi farci sentire? Una figa no, eh?”.

    Il premio per il twit più divertente va a @Ioanninavisan. Quando i pm gli riconsegnano il telefono sequestrato incide la sua felicità nell’hashtag #grazieinquirenti, corredato da foto con gran sorriso. (manuela d’alessandro)

  • Calcioscommesse, ecco gli atti
    Chiusa indagine, verso maxiprocesso

    Oltre quattro anni di inchiesta, almeno cinque tornate di arresti, 130 indagati che si ritrovano nell’avviso di conclusione delle indagini. Molti patteggiamenti già arrivati, e squalifiche sportive già definitive. Stentiamo a immaginare quale aula potrà gestire un processo con un numero così elevato di parti.

    Ecco il documento che riassume le accuse della Procura di Cremona, notificato questa mattina, con tutti i nomi e tutte le partite sotto accusa.

    Cremona calscioscommesse avviso conclusione indagini

  • Se Kabobo nella sentenza diventa un danno per Expo

    Expo è una creatura fragile e anche un omicidio del 2013 può nuocere gravemente alla sua salute. Non un omicidio qualunque, certo: Adam Kabobo, ghanese, massacrò a colpi di piccone tre passanti in una tetra alba milanese di gennaio, la personificazione del terribile ‘uomo nero’ negli incubi dei bambini.

    Ora, nelle motivazioni alla sua condanna a 20 anni di carcere, i giudici della Corte d’Appello riconoscono al Comune di Milano un risarcimento per il danno d’immagine che avrebbe subito dall’eccidio. “La diffusione della notizia – si legge nel documento – ha prodotto comprensibile e intenso allarme nella cittadinanza con conseguente danno per l’Amministrazione comunale, sia con riferimento all’azzeramento degli effetti auspicati in conseguenza della costosa attività  di promozione dell’immagine della città, anche all’estero, sia sotto il profilo della verificata inefficienza dell’attivita’ di lotta alla violenza predisposta dal Comune a tutela degli abitanti della zona, teatro degli omicidi”.

    I legali di Kabobo, nel sostenere contro il verdetto di primo grado che Palazzo Marino non aveva subito alcun danno d’immagine, avevano fatto fatto cenno nel ricorso in appello alla “visibilità internazionale di Milano, sede dell’Expo 2015”. Solo che secondo loro tutori dell’ordine e della sicurezza sarebbero la Questura e il Prefetto, non tanto Palazzo Marino.

    Per i giudici però il  “grande clamore mediatico sui giornali e sulle reti televisive, anche straniere, dell’omicidio di 3 cittadini milanesi colpiti a picconate in piena città” ha danneggiato proprio il Comune, impegnato a promuovere l’immagine della città in vista dell’Esposizione Universale. (manuela d’alessandro)


     

  • La stretta di mano Moratti – Moggi, tenerezza e sorrisi su Calciopoli

    Pace. Lucianone quando vede Massimo entrare nell’aula dove è imputato per avere diffamato Giacinto Facchetti prende luce e ha il sorriso di quando guidava la Juve che mieteva tricolori.  La mano di Massimo si allunga come un ramo di ulivo e lui la prende con vigore. La pace tra Luciano Moggi e Massimo Moratti scende su Calciopoli  oltre il novantesimo.

    Nei tempi regolamentari si era giocato così. Moratti, dopo la sentenza di condanna di Luciano: “Il verdetto che acclara la colpevolezza di certe persone rende l’idea delle difficoltà passate dall’Inter”. Moggi, in contropiede: “Moratti deve stare zitto perché guida una squadra la cui storia è costellata di debiti e di bidoni. Moratti e Facchetti chiamavano Bergamo per fargli vincere le partite”.

    Il presidente del ‘triplete’ si accomoda al banco del testimone in questo processo che è un ‘bigino’ della grande Calcipoli. Composto. “Sì, è vero: i designatori degli arbitri Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto mi chiamavano qualche volta. Avevano questo atteggiamento di apertura e cordialità con tutti, chiamavano tutti”.

    Un avvocato con tono provocante gli ricorda di quando al telefono espresse a Bergamo soddisfazione per un arbitro e gli raccontò di essere andato a trovarlo prima della partita: “Come mai andava prima delle partite a salutare gli arbitri nello spogliatoio?”.  Il testimone infila con uno sbuffo le mani nel lungo cappotto grigio: “Ci andavamo anche gli altri. Non era proibito, era un atto di cortesia andare a trovare gli arbitri. Le mie intenzioni non erano certo quelle di sporcare il calcio, se il retropensiero della sua domanda era quello”.

    Per essere più convincente, Moratti rimodula un po’ la versione su quelle telefonate dei designatori. Non un atto di cortesia, ma “una presa in giro, mi volevano far credere che ci fosse chissà quale clima di simpatia per l’Inter. Io rispondevo perché sono educato, ma ero in imbarazzo. Non sono uno un granché curioso”. Ricorda un incontro estivo con Bergamo a Forte dei Marmi, dopo la tragedia epica del 5 maggio (l’Inter perse con la Lazio in modo inopitato e regalò il tricolore alla Juve). “Bergamo voleva dirmi che quello che era successo a noi in quel campionato era stato un incidente”. Finisce con Moratti che prima di andarsene ripassa da Moggi. Caso mai non si fosse capito: si stringono ancora la mano, parlano fitto per qualche minuto, con un po’ di malinconia negli occhi. Non c’è bisogno del fischio di un arbitro per dire che è finita.  (manuela d’alessandro)

     

     

  • NoTav, condanne a 140 anni di carcere per 2 manifestazioni

    E’ il paese dell’emergenza infinita, dove la soluzione dello scontro sociale e politico è affidata al processo penale, con tutti i i partiti e le toghe uniti nella lotta. Il Tribunale di Torino ha condannato 47 militanti NoTav (assolvendone 6) a 140 anni di carcere in relazione a due manifestazioni tra giugno e luglio del 2011.

    Resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, dice il capo di imputazione della procura, accolto in sostanza dai giudici, alla fine di un processo celebrato nell’aula bunker delle ‘Vallette’ in un clima da anni di piombo, limitando l’accesso del pubblico a non più di una cinquantina di persone per udienza.

    Tutto ciò accade mentre la realizzazione del treno ad alta velocità è messa in discussione persino da alcuni dei suoi fautori perché, se ne sono accorti adesso, costa troppo. Da Torino arriva un messaggio politico che va al di là del processo specifico, la sentenza durissima e spropositata vuole essere un avvertimento a chiunque si sta ribellando o pensasse di farlo. E’ una sentenza politica che ha anche il sapore della vendetta interna alla magistratura, per ridimensionare le scelte della Cassazione e della corte d’assise di Torino che in un’altra vicenda NoTav avevano azzerato l’accusa di aver agito con finalità di terrorismo in riferimento all’azione contro il cantiere di Chiomonte del 14 maggio 2013.

    E la sentenza con 47 condanne arriva a pochi giorni dalle parole del Pg torinese Maddalena che, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, aveva criticato la sottovalutazione della gravità della violenza politica da parte di suoi colleghi. (frank cimini)

  • NoTav, pure i pm rinunciano all’accusa di terrorismo

    I pm di Torino chiedono il processo con rito immediato per tre militanti Notav, Lucio Alberti Graziano Mazzarelli e Francesco Sala, in relazione all’azione contro il cantiere di Chiomonte del 14 maggio del 2013 ma rinunciano a contestare l’accusa relativa alla finalità di terrorismo, che a livello di misura cautelare era stata azzerata dal Tribunale del riesame. I tre devono rispondere esclusivamente dei reati-fine, porto di armi da guerra (le molotov), danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.

    La decisione dei pm è importante perchè significa che gli inquirenti prendono atto delle sconfessioni fin qui subite a livello di qualificazione giuridica: prima la Cassazione che rimanda a Torino gli atti, poi la Corte d’assise che assolve il 17 dicembre scorso quattro militanti Notav dall’imputazione più grave, infine il Riesame che annulla l’ordinanza bis per i tre che comunque sono in carcere da luglio.

    Sarà il gip Federica Bompieri a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio con rito immediato che presumibilmente sarà accolta. I difensori valuteranno la possibilità di ricorrere a riti alternativi, ma è chiaro che le difese hanno vinto la loro battaglia sul teorema Caselli. L’azione relativa al cantiere di Chiomonte non fu terrorismo hanno deciso diversi organi giudicanti e la procura è costretta a prenderne atto.

    Va ricordato però che l’agitare un fantasma del passato per influire su uno scontro sociale in atto adesso ha comportato mesi e mesi di custodia cautelare in regime di 41bis di fatto per sette militanti NoTav. Ora in 4 dopo un anno di cella sono ai domiciliari e 3 sono ancora detenuti nell’ambito di una vicenda che è stata ridimensionata in diritto e anche in fatto. I pm Padalino e Rinaudo le avevano tentate tutte anche contestando la finalità di terrorismo ai 3 all’immediata vigilia della sentenza per i 4, fiancheggiati in pratica da tutti i giornaloni. Della crociata mediatica che aveva trasformato la rottura di un compressore in un “affaire” della lotta armata di trenta e più anni fa resta praticamente nulla, se non l’ulteriore dimostrazione che i magistrati fanno politica. Anche perchè la politica, come tantissimi anni fa, delega alle toghe problemi di cui dovrebbe occuparsi lei. E’ il caso del treno ad alta velocità dove era sorto per contrastarlo e c’è ancora l’unico movimento radicato sul territorio. E per farlo fuori si sono inventati il “terrorismo”. Poi il Tav non si farà. Ormai ne sono convinti pure alcuni dei promotori. Ma intanto hanno ristretto gli spazi di libertà. Politici e magistrati uniti nella lotta (frank cimini)

  • NoTav, sono a casa i 4 militanti assolti da “terrorismo”

    Sono a casa i 4 militanti NoTav assolti dall’accusa di terrorismo il 17 dicembre scorso a Torino. La corte d’assise ha deciso per gli arresti domiciliari accogliendo la richiesta dei difensori. Tornano a casa dopo oltre un anno passato in regime di alta sorveglianza, carcere duro, un articolo 41bis di fatto, accusati di aver agito con finalità di terrorismo in relazione all’azione al cantiere di Chiomonte che aveva portato alla rottura di un compressore. I pm avevano dato parere fortemente negativo alla scarcerazione.

    I 4 militanti NoTav lasciano il carcere nel momento in cui contro la sentenza di assoluzione dall’imputazione più grave è in atto una campagna di linciaggio del verdetto della corte d’assise. Il ministro Lupi, il senatore piddino Esposito addebitano a quella sentenza la responsabilità dei recenti attentati mentre i pm all’udienza del Riesame per altri 3 militanti NoTav hanno duramente attaccato la decisione della corte d’assise, ancora prima che siano rese note le motivazioni tra circa tre mesi. Insomma pm e giornali preparano il clima in vista del processo d’appello.

    La sentenza di primo grado non l’hanno proprio digerita. Eppure si tratta di una sentenza che va nel solco tracciato dalla Cassazione che aveva rispedito indietro a Torino l’accusa di terrorismo. evidentemente per l’accusa e i suoi fiancheggiatori in politica e nelle redazioni il diritto non c’entra. Si tratta in effetti di un’operazione politica a difesa della realizzazione di un’opera rimessa in discussione da alcuni degli stessi promotori perché costa troppo. Se ne sono accorti adesso, La Torino-Lione non si farà quasi certamente. E quindi, agitando un fantasma del passato, il potere darà la colpa ai “terroristi”. (frank cimini)

  • Stasi come Franzoni, “poca prova, poca pena”

    E’ una sentenza che ricorda da vicino quella inflitta in via definitiva ad Anna Maria Franzoni, la mamma di Cogne,  per l’omicidio del figlio Samuele.  Anche Alberto Stasi viene condannato a 16 anni di carcere dopo un’aspra battaglia processuale con un verdetto che sembra riflettere tutti i dubbi ermersi in questa indagine. Non quindi ai 30 anni chiesti dal procuratore generale Laura Barbaini vittoriosa, comunque,  insieme alla parte civile Gian Luigi Tizzoni, al termine di una ‘partita’ che ribalta i precedenti esiti processuali di uno dei più controversi casi di cronaca nera degli ultimi anni.

    Difficile per la Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Barbara Bellerio, ignorare la sentenza della Cassazione (la-strana-cassazione-su-alberto-stasi-che-per-3-volte-diventa-mario) che nell’aprile 2013 aveva annullato con rinvio le assoluzioni pronunciate dal gup di Vigevano Stefano Vitelli, prima, e dalla stessa Corte d’Assise di Milano (ovviamente in composizione diversa) poi. Gli ‘ermellini’, entrando nel merito della vicenda, avevano chiesto di “rivisitare gli indizi” e sottolineato le “incongruenze” nel racconto di Stasi, identico dal primo giorno, su quanto accadde quella mattina d’estate.
    Ma la pena per l’ex studente bocconiano dagli occhi celesti scende sensibilmente rispetto alle previsioni in caso di condanna perché i giudici hanno tolto alla contestazione della Procura Generale l’aggravante della crudeltà. Ai 24 anni tetto massimo previsto per l’omicidio è stato quindi applicato lo sconto di un  terzo della pena previsto dal rito abbreviato. Dopo la lettura della sentenza, in un clima surreale, è stata allestita una conferenza stampa. Da un ‘banchetto’ improvvisato, si sono affacciati mamma Rita e papà Giuseppe, molto emozionati, che hanno ringraziato con calore i loro legali, “per i quali Chiara è diventata una figlia”. Per loro e per il fratello della vittima, Marco, anch’egli presente, i giudici hanno stabilito un risarcimento di un milione di euro. “Ora guarderò Chiara e le dirò ‘ce l’hai fatta’”, ha detto la mamma. Dall’altra parte, Stasi viene descritto come “sconvolto”,  dopo aver provato a convincere i giudici della sua innocenza rendendo dichiarazioni spontanee: “Non cercate a tutti i costi un colpevole, condannando un innocente. In questi sette anni ci si è dimenticati che la morte di Chiara è stata un dramma anche per me”.

    Dopo sette anni non si può dire che i dubbi siano stati dissipati, a maggior ragione di fronte a una decisione che appare ispirata al principio “poca prova, poca pena”, come ha detto un legale di Alberto. In attesa delle motivazioni tra 90 giorni, è difficile immaginare perché, qualora Stasi sia davvero colpevole, il suo non sia stato un omicidio aggravato dalla crudeltà. Un ragazzo che uccide la fidanzata sfondandole il cranio e gettandola sulle scale ha commesso un omicidio ‘semplice’? Era stata la stessa pg a parlare di una condotta senza pietas da parte dell’imputato. In ogni caso resta lo sconcerto per una giustizia che ha detto tutto e il contrario di tutto in sette anni dopo un’indagine costellata di errori clamorosi.  (manuela d’alessandro)

  • NoTav, anche il Riesame boccia teorema Caselli

    Dopo la Cassazione e la corte d’assise di Torino anche il Riesame del capoluogo piemontese ha annullato l’accusa di terrorismo in relazione all’azione contro il cantiere del treno ad alta velocità di  Chiomonte del 14 maggio 2013. La Cassazione e la corte d’assise si erano espressi in relazione alla posizione di 4 giovani arrestati a dicembre dell’anno scorso. Il Riesame invece ha vagliato la posizione di altri 3 militanti NoTav in carcere da luglio scorso ma ai quali era stata notificata di recente una nuova ordinanza con cui si contestava agli indagati di aver agito con finalità di terrorismo.

    Per il teorema Caselli è la terza bruciante sconfitta che tra l’altro arriva a pochi giorni, era il 17 dicembre, dall’assoluzione in corte d’assise dei 4 militanti dall’imputazione più grave. La corte spazzava via l’accusa di terrorismo condannando i 4 a 3 anni e 6 mesi contro i 9 anni e mezzo chiesti dall’accusa.

    I pm Rinaudo e Padalino avevano parlato di “un’azione di guerra” e a pochi giorni dal verdetto per i 4 avevano tirato fuori dal cappello il coniglio dell’ordinanza bis per i 3 cercando di influenzare la corte. E invece i pm ne hanno ricavato una doppia sconfitta. Converrà loro farsene una ragione, invece di far filtrare sui giornaloni la convinzione che la sentenza di assoluzione sia tra le cause delle recenti azioni a Firenze e Bologna perché avrebbe indotto a pensare in giro che non si rischia granchè a livello penale. (altro…)

  • NoTav, il “terrorismo” azzerato? Confinato in cronaca locale

    La notizia che il Tribunale del Riesame di Torino ha annullato l’accusa di “terrorismo” a carico di tre militanti Notav in relazione all’azione del cantiere di Chiomonte del 14 maggio 2013 finisce nelle cronache locali di Repubblica e Stampa. Il Corsera che non ha la cronaca di Torino mette 6 righe nell’edizione nazionale. Il Giornale e Libero zero righe, al pari del Fatto quotidiano e del Manifesto, due giornali critici verso il treno ad alta velocità, ma va considerato che tra gli editorialisti del Manette Daily figura il procuratore ora in pensione Giancarlo Caselli, l’inventore del teorema “fu un’azione di guerra, volevano far recedere l’Italia e l’Europa dalla realizzazione dell’opera”.

    Eppure quando l’ordinanza era stata emessa non mancarono ampie articolesse nelle edizioni nazionali. Adesso invece l’affare viene trattato come un fatto locale. Come se i pm non avessero indicato tra le parti offese dal reato l’Unione Europea che però si guardava bene dal costituirsi parte civile e spediva a Torino poche righe vergate da un funzionario: “Caro cancelliere non siamo interessati a eleggere domicilio in Italia”.

    Di quelle poche righe però mai alcun giornale ha dato conto ai suoi lettori. “Embedded”. E per giunta servitori di due padroni: da un lato la procura, dall’altro le banche molto interessate a finanziare il Tav e che controllano direttamente o indirettamente gli editori delle gazzette nostrane. E quindi purtroppo ci sta che alle notizie negative venga data meno diffusione possibile. Basta però che non la menino con la libertà di stampa e pure con l’indipendenza facendo il paio con i comportamenti dei pm che sull’argomento continuano a ad agitare un fantasma del passato per regolare lo scontro sociale e politico di oggi proprio mentre alcuni promotori del Tav iniziano a manifestare dubbi a causa dei costi eccessivi. I pm fanno politica trincerandosi dietro un’indipendenza e autonomia sempre più presunte e dietro il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Ma il naso negli appalti del Tav non lo mettono. Il ministro dei Trasporti Lupi si fa giudice anzi veste i panni di un’intera corte d’assise per attaccare la sentenza che il 17 dicembre ha assolto 4 militanti sempre dall’accusa di “terrorismo”, invece di tacere e stare tranquillo. Gli appalti del Tav sono in questo straordinario paese gli unici onesti e trasparenti. E quello che spetta a Cl e Coop non si tocca (frank cimini).

  • NoTav, cade l’accusa di terrorismo….
    3 anni 6 mesi per compressore rotto

    L’accusa di terrorismo è stata fatta a pezzi dalla corte d’assise di Torino che ha deciso di condannare a “soli” 3 anni e 6 mesi i 4 militanti Notav imputati per l’azione contro il cantiere di Chiomonte del 14 maggio del 2013. I giudici hanno dato ragione all’accusa esclusivamente in relazione al danneggiamento all’incendio e alla violenza a pubblico ufficiale.

    Si tratta di una sonora sconfitta per i pm Padalino figicciotto berlingueriano e Rinaudo neofascista di Fdi che in aula avevano parlato di “atto di guerra” al fine di supportare l’accusa di aver agito con finalità di terrorismo. Il teorema Caselli esce fortemente ridimensionato se non addirittura azzerato dalla decisione della corte d’assise, anche se 3 anni e 6 mesi per un compressore rotto nel corso dell’azione non sono pochi. Ma bisogna ricordare che il processo è stato sottratto al suo giudice naturale, il tribunale di Torino, dai pm e soprattutto dal gip che decideva il rinvio a giudizio contestando la finalità di terrorismo, cioè l’agitare un fantasma del passato da parte di un professionista dell’emergenza del livello di Caselli, nel frattempo andato in pensione.

    La sentenza è in linea con quanto aveva deciso la Cassazione annullando sia pure con rinvio il verdetto del Riesame di Torino sulla sussistenza della finalità di terrorismo. Secondo la Suprema Corte per contestare l’accusa di terrorismo ci vogliono elementi concreti e nel caso specifico la concreta possibilità che le autorità debbano rinunciare alla realizzazione dell’opera.

    Del resto gli stessi pm in sede di requisitoria facevano una parziale marcia indietro rispetto all’ipotesi originaria di accusa passando dall’attentato alla vita a quello dell’incolumità fisica di operai e poliziotti. Ma i pm poi giocavano la carta della disperazione alla vigilia della sentenza contestando l’accusa di terrorismo ad altri 3 militanti Notav che a luglio erano stati arrestati per i fatti del 14 maggio 2013. L’ordinanza bis era un chiaro tentativo di influire sul verdetto ormai prossimo, dal momento che conteneva alcune testimonianze rese in aula da appartenenti alle forze di polizia nel processo appena concluso. Erano deposizioni già sotto la valutazione della corte d’asssise e i pm e il gip che con un “copia e incolla” diceva di sì si rendevano protagonisti di un’operazione quantomeno scorretta e inopportuna.

    Ai pm comunque il giochetto non è riuscito. La corte d’assise ha detto di no mettendo un punto fermo che ha un significato sicuramente più generale. In questo disgraziato paese è possibile contrastare i progetti di imprese, banche, partiti (in realtà corporazioni), sindacati, appoggiati da giornali e tg, senza dover far fronte all’accusa di terrorismo. Insomma, come aveva ricordato un legale in sede di arringa, un compressore rotto non è parificabile al sequestro Moro.

    Sulla sentenza non può non aver pesato il fatto che la più importante delle parti offese indicate dai pm, l’Unione Europea, decideva di non costituirsi parte civile. “Caro cancelliere non siamo interessati a eleggere domicilio in Italia” scriveva un funzionario di Bruxelles alla corte d’assise. E il presidente chiosava: “La commissione non sembra granchè interessata al nostro processo”. Insomma non c’era stata nessuna azione di guerra, nessun ricatto tale da costringere a rinunciare alla realizzazione di un’opera sulla quale adesso persino alcuni  dei principali promotori hanno dei forti dubbi “perchè costa troppo”. Ecco, se ne sono accorti adesso. Dopo aver delegato, come tanti decenni fa, un problema sociale, politico e di modello di sviluppo, alla magistratura. I giudici stavolta non hanno tolto le castagne dal fuoco per conto della politica. Ma, ricordiamolo, 7 ragazzi (i 4 del processo finito oggi e altri 3) stanno in carceri di massima sicurezza(alcuni da un anno), torturati da un 41bis di fatto, a causa di un teorema che una corte d’assise stamattina ha buttato nel cesso(frank cimini)

  • Camera Penale, “scandaloso negare un legale alla mamma di Ragusa”

    C’è un aspetto poco attraente dal punto di vista mediatico che  si è dimenticato di sottolineare nella vicenda di Veronica Panarello, la mamma di Ragusa accusata di avere ucciso il figlio di 8 anni, Loris. Qualcosa che interpella la nostra coscienza di vivere in uno stato di diritto. Prima di essere fermata, questa donna è stata interrogata per ore dai pubblici ministeri come persona informata sui fatti, senza la possibilità di essere affiancata da un avvocato sebbene fosse chiaro a tutti che per la pubblica accusa fosse lei l’unica indiziata dell’omicidio.

    In una nota diffusa oggi (nota-del-consiglio-direttivo-del-10122014.html) che critica la protesta organizzata dall’Associazione Nazionale Magistrati contro la riforma Renzi, la Camera Penale di Milano prende una posizione molto chiara. Per gli avvocati, la donna “è stata prima posta alla berlina mediatica e poi privata del proprio diritto costituzionale all’assistenza difensiva e della possibilità di esercitare il proprio diritto al silenzio in un clima quasi da auto da fe’”. I magistrati non dovrebbero preoccuparsi di falsi problemi come la riduzione delle ferie,  ma “del rispetto e dell’applicazione dei diritti e delle garanzie che sono alla base del funzionamento del diritto penale”. Era stato invece indagato come “atto dovuto” Orazio Fidone, il cacciatore che aveva trovato il corpo del bambino in un canalone nella campagna ragusana. Sarebbe stato un “atto dovuto” anche iscrivere Veronica Panarello che avrebbe goduto così della possibilità di concordare una linea difensiva con un legale, riconoscendole il diritto alla difesa garantito dalla Costituzione.  Commenta Salvatore Scuto, presidente della Camera Penale milanese: “Nell’Anm ormai ha preso il sopravvento l’ala più dura dei magistrati guidati da Piercamillo Davigo e Nicola Gratteri che puntano a indebolire i diritti delle difese. Si vuole per esempio allungare la prescrizione dimenticando che essa matura al sessanta per cento nell’udienza preliminare. E si perdono di vista problemi ben più seri, come la scandalosa negazione di un legale a Ragusa”.  (manuela d’alessandro)

  • Notav, pm e gip giocano sporco a pochi giorni dalla sentenza

    A pochi giorni dalla sentenza del processo prevista per il 17 dicembre a carico di 4 militanti NoTav che rischiano la condanna a 9 anni e 6 mesi di carcere accusati di aver agito “con finalità di terrorismo” per la rottura di un compressore, i pm e il gip di Torino aggravano la posizione di altri 3 indagati per lo stesso fatto avvenuto il 14 maggio del 2013 al cantiere di Chiomonte. Anche ai 3 già detenuti il gip su richiesta dei pm con una nuova ordinanza di custodia cautelare contesta ora la finalità di terrorismo che l’estate scorsa era stata esclusa.

    Nella nuova ordinanza si riportano le testimonianze che alcuni appartenenti alle forze di polizia hanno reso nel processo in via di definizione a giorni. La mossa di pm e gip appare quantomeno inopportuna e scorretta perché la loro valutazione non può non rischiare di interferire con la decisione che i giudici della corte d’assise di Torino stanno per adottare sulle presunte responsabilità dei primi 4 militanti finiti in carcere un anno fa, ripetiamo, per lo stesso fatto.

    Il gip in riferimento all’azione di Chiomonte scrive di “atto di guerra” facendo un copia e incolla con la richiesta della procura, aggiungendo che si tratta di una minaccia all’integrazione europea. Il giudice non fa alcun accenno che proprio l’Unione Europea indicata dai pm come parte offesa nel processo ai 4 militanti Notav con una missiva di poche righe aveva rifiutato di costituirsi parte civile tanto che il presidente della corte d’assise aveva commentato: “La commissione non sembra granchè interessata a questo processo”. Un funzionario di Bruxelles aveva scritto: “Non intendiamo eleggere domicilio in Italia”.

    Ma pm e gip nonostante ciò vanno per la loro strada agitando un fantasma del passato che viene utilizzato al fine di di regolare lo scontro sociale e politico di oggi, arrivando a ignorare la Cassazione che aveva annullato sia pure con rinvio la finalità di terrorismo contestata ai primi 4 arrestati.

    Insomma l’accusa contenuta nella nuova ordinanza condivisa da un giudice che dovrebbe essere terzo è la carta truccata giocata dai pm in vista della sentenza del 17 dicembre. E’ in pratica la replica alle arringhe dei difensori uno dei quali aveva sostenuto che esiste differenza tra un compressore rotto e il sequestro Moro. (frank cimini)

     

  • NoTav, legali a giudice Riesame: astieniti, ti sei già espresso

    L’avvocato Eugenio Losco patrocinatore dei  dei tre militanti NoTav in carcere da luglio e ora destinatari di una ordinanza bis per terrorismo ha depositato un invito ad astenersi dal presiedere il collegio del Riesame a carico del giudice Cristina Domaneschi in vista dell’udienza di lunedì 22 dicembre. Il giudice Domaneschi aveva già presieduto il collegio che aveva rigettato il ricorso, sempre in relazione alla finalità di terrorismo per l’azione contro il cantiere di Chiomonte del 14 maggio 2013, degli altri 4 militanti NoTav assolti il 17 dicembre dalla corte d’assise di Torino dal capo di imputazione più grave e condannati a 3 anni e 6 mesi contro la richiesta di 9 anni e 6 mesi dei pm.

    Domaneschi inoltre avrebbe dovuto presiedere il collegio del Riesame ancora in relazione alla posizione dei 4 imputati dopo che la Cassazione aveva annullato con rinvio la decisione di confermare la finalità di terrorismo nell’azione di Chiomonte. L’udienza poi non fu celebrata perché le difese rinunciarono al ricorso. (altro…)

  • La mafia saluta Milano
    e si fa processare sul lago
    Legali: crolla il teorema della Dda

    La mafia saluta e se ne ritorna su quel ramo del lago. Mafia presunta, si intende. Anzi, per la precisione: ‘ndrangheta. Con una decisione innovativa, che contrasta con le tesi della Dda, il presidente della settima sezione penale di Milano, Aurelio Barazzetta, ha stabilito che il processo a carico di sette imputati nato dall’inchiesta denominata ‘Metastasi’, si dovrà celebrare a Lecco. E’ la prima volta che Milano perde pezzi di un processo sulle cosiddette ‘locali’ di ‘ndrangheta individuate a partire dall’inchiesta ‘Infinito’.
    Se la competenza sul reato previsto dall’articolo 416bis in fase di indagini è indubbiamente della procura distrettuale, il tribunale competente è un altro se, come ha stabilito il giudice in questo caso, le condotte mafiose si sono concretamente realizzate al di fuori dei confine milanese. Per radicare nel capoluogo il dibattimento non basta che il potere intimidatorio della locale poggi sulla forza dell’organizzazione mafiosa sovraordinata, quella ‘Lombardia’ già individuata nel corso di Infinito. Bisogna guardare alle condotte materiali che sustanziano il reato di associazione di stampo mafioso. E in questo caso, sarebbero avvenute tutte in territorio lecchese. Al tribunale sul lago finiscono tra gli altri Mario Trovato (fratello del più noto Francesco ‘Coco’ Trovato), e Antonio Rusconi, ex sindaco di Valmadrera. Nel collegio difensivo c’è una certa euforia tanto che qualcuno parla di provvedimento che per la prima volta “fa crollare un teorema della Dda milanese”. Molti legali, ora, dovranno lavorare in trasferta. E anche i pubblici ministeri faranno avanti e indietro. Non proprio comodissimo.

  • La mafia saluta Milano
    e si fa processare sul lago
    Legali: crolla teorema della Dda

    La mafia saluta e se ne ritorna su quel ramo del lago. Mafia presunta, si intende. Anzi, per la precisione: ‘ndrangheta. Con una decisione innovativa, che contrasta con le tesi della Dda, il presidente della settima sezione penale di Milano, Aurelio Barazzetta, ha stabilito che il processo a carico di sette imputati nato dall’inchiesta denominata ‘Metastasi’, si dovrà celebrare a Lecco. E’ la prima volta che Milano perde pezzi di un processo sulle cosiddette ‘locali’ di ‘ndrangheta individuate a partire dall’inchiesta ‘Infinito’.
    Se la competenza sul reato previsto dall’articolo 416bis in fase di indagini è indubbiamente della procura distrettuale, il tribunale competente è un altro se, come ha stabilito il giudice in questo caso, le condotte mafiose si sono concretamente realizzate al di fuori dei confine milanese. Per radicare nel capoluogo il dibattimento non basta che il potere intimidatorio della locale poggi sulla forza dell’organizzazione mafiosa sovraordinata, quella ‘Lombardia’ già individuata nel corso di Infinito. Bisogna guardare alle condotte materiali che sustanziano il reato di associazione di stampo mafioso. E in questo caso, sarebbero avvenute tutte in territorio lecchese. Al tribunale sul lago finiscono tra gli altri Mario Trovato (fratello del più noto Francesco ‘Coco’ Trovato), e Antonio Rusconi, ex sindaco di Valmadrera. Nel collegio difensivo c’è una certa euforia tanto che qualcuno parla di provvedimento che per la prima volta “fa crollare un teorema della Dda milanese”. Molti legali, ora, dovranno lavorare in trasferta. E anche i pubblici ministeri faranno avanti e indietro. Non proprio comodissimo.

  • La ‘ndrangheta saluta Milano
    e si fa processare sul lago
    Legali: crolla teorema della Dda

    La mafia saluta e se ne ritorna su quel ramo del lago. Mafia presunta, si intende. Anzi, per la precisione: ‘ndrangheta. Con una decisione innovativa, che contrasta con le tesi della Dda, il presidente della settima sezione penale di Milano, Aurelio Barazzetta, ha stabilito che il processo a carico di sette imputati nato dall’inchiesta denominata ‘Metastasi’, si dovrà celebrare a Lecco. E’ la prima volta che Milano perde pezzi di un processo sulle cosiddette ‘locali’ di ‘ndrangheta individuate a partire dall’inchiesta ‘Infinito’.
    Se la competenza sul reato previsto dall’articolo 416bis in fase di indagini è indubbiamente della procura distrettuale, il tribunale competente è un altro se, come ha stabilito il giudice in questo caso, le condotte mafiose si sono concretamente realizzate al di fuori dei confine milanese. Per radicare nel capoluogo il dibattimento non basta che il potere intimidatorio della locale poggi sulla forza dell’organizzazione mafiosa sovraordinata, quella ‘Lombardia’ già individuata nel corso di Infinito. Bisogna guardare alle condotte materiali che sustanziano il reato di associazione di stampo mafioso. E in questo caso, sarebbero avvenute tutte in territorio lecchese. Al tribunale sul lago finiscono tra gli altri Mario Trovato (fratello del più noto Francesco ‘Coco’ Trovato), e Antonio Rusconi, ex sindaco di Valmadrera. Nel collegio difensivo c’è una certa euforia tanto che qualcuno parla di provvedimento che per la prima volta “fa crollare un teorema della Dda milanese”. Molti legali, ora, dovranno lavorare in trasferta. E anche i pubblici ministeri faranno avanti e indietro. Non proprio comodissimo.

  • Dopo il “testa di c.”
    ‘Depenalizzato’ il vaffa all’omofobo

    Il “testa di c.” al sindaco omofobo era già praticamente depenalizzato, come vi raccontavamo qui. Ora l’elenco degli insulti a disposizione per rivolgersi all’ex primo cittadino di Sulmona, Fabio Federico, senza incorrere in conseguenze penali, si allarga a dismisura, grazie al provvido provvedimento di un pm di Torino, Chiara Maina, e a quello del gip Gianni Macchioni.

    “Se per normale intende un come lui allora viva l’anormalità. Che c… c’entrano gli ormoni, c…, l’Italia è ferma all’800. Comunque caro Federico, vai affan*§#@ [per esteso nel testo, ndr] tu e tutti quelli ignoranti e idioti come te”, scriveva Enzo C. a corredo del famoso video “Federico e i gay“.

    Ragiona il pm di Torino: “Deve ritenersi che non si ravvisano  [brrrrr!, ndr] gli estremi oggettivi e soggettivi della diffamazione, tenuto conto dell’intrinseco contenuto del video (…) a commento del quale l’odierno indagato avrebbe inserito una frase asseritamente diffamatoria (…). Orbene, la frase incriminata, certamente forte nei toni utilizzati, va comunque contestualizzata nel contenuto instrinseco al video, sicuramente poco rispettoso nei confronti degli omossessuali  [quadrupla S nel testo originale, ndr], definiti, tra l’altro, come “persone con problemi”. Tanto premesso, il comportamento dell’indagato, persona omossessuale  [di nuovo, ndr] e, dunque, ritenutasi offesa dal contenuto del video, appare una reazione alla provocazione intrinsecamente contenuta nel video rispetto alla condizione di omossessualità [ancora, ndr] e, pertanto, configurante, quantomeno nei termini putativi, l’esimente di cui di cui all’art 599 c.p. della cosiddetta provocazione”.

    Enzo C. avrebbe agito “in uno stato d’ira determinato dall’altrui provocazione”.
    Il pm chiede l’archiviazione, il gip la dispone con un provvedimento di quattro righe scarse: “La richiesta del pm appare condivisibile”.
    Ripiloghiamo: “Testa di c.”. “Sembra uno che va a trans“. “Vai affan*§#@”. “Ignorante”. “Idiota”. In caso di provocazione omofoba tale da farvi arrabbiare, è tutto lecito. Bisogna “contestualizzare”.

    Lo scrivente, augurandosi la fine delle provocazioni e del conflitto su temi sociali-etnici-sessuali, si augura sommessamente che i provvedimenti di cui sopra facciano giurisprudenza. Salvo per le brutture linguistiche, ovviamente. Con un “bravo” a quegli avvocati, come Barbara Indovina, che l’hanno avuta vinta fin qui, nella difesa dei loro presunti diffamatori. Altra considerazione non richiesta: se uno proprio proprio se la prende, beh, facesse causa civile invece di intasare le procure.

  • NoTav, legale: Un compressore rotto non è il sequestro Moro

    “Se le Br sequestrano il presidente della Dc e chiedono la liberazione di 10 detenuti è chiaro che vogliono costringere lo Stato, ma qui stiamo discutendo di tutt’altra storia… il fatto non ha alcun rapporto diretto con le istituzioni”, dice in sede di arringa davanti alla corte d’assise di Torino l’avvocato Novaro, uno dei difensori dei 4 militanti NoTav che per aver rotto un compressore durante un’azione contro un cantiere dell’alta velocità sono accusati di aver agito con finalità di terrorismo.

    Il legale contesta che quell’azione sul compressore possa aver avuto la forza di far recedere dalla realizzazione dell’opera e cita la Cassazione che aveva rispedito a Torino gli atti dell’accusa. “Se no il bene giuridico tutelato diventa astratto”, chiosa l’avvocato.

    Per far cadere l’accusa relativa alla finalità di “terrorismo”, la difesa sceglie di evocare l’azione più clamorosa della storia italiana per marcare la differenza tra ieri, 36 anni fa, e oggi. E lo fa praticamente costretta dai pm che in sede di requisitoria avevano parlato di “atto di guerra” chiedendo la condanna di ciascun imputato a 9 anni e 6 mesi di reclusione. Una richiesta di pena molto dura, anche se era la stessa procura a fare marcia indietro dal momento che rispetto all’ipotesi originaria non contestava più l’attentato alla vita di operai e poliziotti ma l’attentato all’incolumità fisica.

    Le parole dei legali della difesa arrivano a pochi giorni da una circostanza quantomeno inquietante che ha visto la polizia di stato “regalare” a giornali e tg l’immagine della Renault rossa dove il 9 maggio del 1978 venne lasciato il cadavere di Moro, aggiungendo che prossimamente l’auto sarà esposta al pubblico. E’ l’agitare un fantasma del passato che fa compagnia proprio al “teorema Caselli” con cui il processo era stato sottratto al suo giudice naturale, il tribunale, per essere celebrato in corte d’assise al fine di rinnovare ulteriormente la politica dell’emergenza.

    Il 17 dicembre ci sarà la sentenza per i 4 militanti NoTav, in carceri di massima sicurezza da quasi un anno, coinvolti in una vicenda giudiziaria dove la più importante delle parti offese indicate dalla procura, l’Unione Europea, rifiutava di costituirsi parte civile. “La commissione non sembra granchè interessata al nostro processo”, chiosava all’avvio delle udienze il presidente della corte. Sembra difficile che si dimentichi la sua acuta osservazione in camera di consiglio (frank cimini)

  • Il pm De Pasquale libera i 3 anarchici fermati ieri, tanto rumore per nulla

    Sono liberi i 3 anarchici arrestati ieri durante gli scontri relativi allo sgombero del centro sociale ‘Il corvaccio’ in zona Corvetto. Il pm Fabio De Pasquale, per anni grande accusatore di Silvio Berlusconi e ora alle prese con presunte maxitangenti pagate dall’Eni in mezzo mondo, non ha chiesto nel processo per direttisssima la convalida dei fermi. Alla base della decisione del magistrato la convinzione che si trattasse di fatti di lieve entità riguardanti lanci di bottiglie di birra e di latte, pezzi di intonaco che peraltro non colpivano nessuno. Non c’erano inoltre esigenze cautelari. I tre giovani tra i 25 e 33 anni restano indagati a piede libero per resistenza a pubblico ufficiale, al pari di altri 6 militanti dell’area antagonista. I 3 erano stati fermati a causa di una valutazione sui loro precedenti. La decisione del pm almeno per ora ha azzerato tutto.

    Tanto rumore per nulla. Ieri era stato messo in atto un costosssimo dispositivo repressivo tra un paio di elicotteri, blindati e centinaia di uomini al fine di sgomberare i due centri sociali ‘Il Corvaccio’ e la ‘Rosa Nera’. Secondo stime attendibili il valore dell’operazione sarebbe stato di almeno 100 mila euro. Soldi investiti o buttati a mare (è questione di punti di vista) per trasformare come accade troppo spesso un problema sociale, politico e culturale in una esclusiva questione di ordine pubblico dove lo Stato decide di mostrare i muscoli in quartieri periferici della metropoli in cui  di solito brilla per la sua assenza. Accade raramente ma stavolta è successo. Di avere a che fare con un magistrato che un minimo di sale in zucca ce l’ha (frank cimini).

  • NoTav, compressore rotto. “Terrorismo, atto di guerra”, pm chiede 9 anni e 6 mesi

    I pm di Torino hanno chiesto la condanna a 9 anni e 6 mesi di carcere per 4 militanti NoTav arrestati nel dicembre scorso per un’azione contro il cantiere di Chiomonte in Val di Susa durante la quale a colpi di bottiglie molotov fu danneggiato un compressore. “Atto di guerra”. “Azione militare minuziosamente preparata” sono i titoli della requisitoria. L’iniziativa per i pm ebbe la finalità terroristica, con gravi danni all’immagine dell’Italia e dell’Unione Europea. Nella requisitoria non si è fatto cenno che la Ue non ha voluto costituirsi parte civile e che leggendo la nota della commissione il presidente della Corte d’assise commentò: “L’Unione Europea non sembra granchè interessata a questo processo”.

    Della scelta da parte della Ue e della sua motivazione nessun giornale ha mai scritto. Evidentemente esiste un legame molto stretto (eufemismo) tra i media e la procura. Del resto i giornaloni sono controllati direttamente o indirettamente dalle banche molto interessate alla realizzazione dell’opera.

    I pm Padalino e Rinaudo negano la possibilità di concessione delle attenuanti generiche “nonostante lo stato di incensuratezza degli imputati”. Fanno testo invece per l’accusa “gli altri carichi pendenti” oltre alla “personalità” e alla “pericolosità” degli stessi. La procura fa una piccola marcia indietro  sull’attentato alla vita delle persone, dal momento che chiede la condanna solo per l’attentato all’incolumità di operai e poliziotti. Di qui la richiesta di condanna a 9 anni e 6 mesi inferiore ad alcune previsioni della vigilia ancora più catastrofiche per gli imputati.

    Ma stiamo parlando di una magistratura che agita un fantasma del passato per reprimere l’unico movimento radicato sul territorio, in una porzione sia pure piccola del paese. Ovviamente il treno ad alta velocità Torino-Lione era ed è un problema sociale, politico, culturale, di modello di sviluppo la cui risoluzione è stata delegata ai magistrati. Come accadde tanti anni fa in una situazione infinitamente più tragica. E così per fermare la protesta di un’intera valle si utilizza come una clava il codice penale. Come deterrente verso chiunque altro dovesse scendere in piazza per protestare. Ironia della sorte la richiesta di condanna per “terrorismo” arriva proprio nel momento in cui la realizzazione dell’opera viene messa in discussione da alcuni dei suoi grandi fautori a causa dei costi miliardari dei quali molti sembrano accorgersi solo ora. E tra questi spicca il senatore piddino Stefano Esposito, una sorta di Pecchioli del terzo millennio per la foga con la quale sollecita di seppellire in prigione i NoTav.

    Lasciano il tempo che trovano le affermazioni dei pm in aula di oggi. “Qui non si processano le idee”, parole di Rinaudo, magistrato vicino a Fratelli d’Italia, sottotroncone di An. “La serva che ruba è ladra, la padrona è cleptomane” detto da Padalino, ex figiciotto. Insomma l’arco costituzionale (allargato ai neofascisti) è rappresentato tutto e bene. (frank cimini)

  • “Crimini contro l’ospitalità”, un libro spiega bene perché chiudere i Cie

    “Non è possibile umanizzare una istituzione che porta con sé inscritta la violazione dell’umanità. I Cie vanno chiusi”. In 103 pagine, un po’ reportage dal centro di “accoglienza” di Ponte Galeria, un po’ saggio, Donatella Di Cesare, docente di filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, spiega perché i Centri di identificazione ed espulsione, isitituiti con una legge che reca il nome dell’attuale capo dello Stato, sono incostituzionali. Scrive la’utrice: “La porta blindata che si chiude sulla libertà dell’immigrato si chiude anche sulla nostra democrazia”.

    Perché nei Cie vengono privati di libertà e dignità persone che nessun reato hanno commesso. La loro colpa è essere “clandestini”. “Gli stranieri temporaneamente privi di passaporto o carta di identità diventano illegali. Una contingenza burocratica è assurta così a proprietà costitutiva e dominante di un essere umano. Su questo passaggio illecito e contrario a ogni logica si è fondato il reato di clandestinità” scrive l’autrice. (altro…)

  • ‘Ndrangheta, in 800 pagine ordinanza Expo assente
    ma ai giornali qualcuno ha soffiato la bufala

    In 800 pagine di ordinanza di custodia cautelare la parola Expo non compare, ma qualcuno deve aver soffiato ai giornali la “bufala” perché agenzie e siti internet da subito collegano l’operazioni anti-‘ndrangheta che ha portato stamattina a 13 arresti all’esposizione universale che inizierà il primo maggio dell’anno prossimo.

    Nell’ordinanza si fa riferimento esclusivamente a due subappalti minori del valore complessivo di 450 mila euro che potrebbero avere a che fare con Expo. E’ un po’ poco (eufemismo) per caratterizzare in quel senso il blitz che ha portato in carcere personaggi non certo di primo piano, anche se i fatti confermano la forte presenza della criminalità ‘ndranghetista nel territorio lombardo. Siccome Expo si avvicina adesso sembra che ogni arresto in ambito imprenditoriale abbia a che fare con quella manifestazione.

    I media abboccano anche a cose non vere perchè propense al sensazionalismo e all’allarmismo. Ma dall’interno dell’indagine qualcuno avrà come minimo esagerato nel fornire le prime informazioni. Del resto non è un mistero che la procura di Milano sia a caccia di pubblicità positiva e di visibilità dopo il forte ridimensionamento della sua immagine (altro eufemismo) provocato dalla querelle Bruti-Robledo. Al punto da enfatizzare qualsiasi provvedimento per dimostrare efficienza anche dopo l’allontanamento di Robledo dal dipartimento anticorruzione per decisione di Bruti Liberati.

  • “Testa di c…” al sindaco omofobo vi par poco?’
    Assolto a Torino anche chi lo definì “uno che va a trans”

    Quel “testa di c.” era troppo poco, ricordate? Lo sosteneva, in sostanza, un pubblico ministero di Busto Arsizio riferendosi alle parole usate da un ragazzo del Varesotto nei confronti di un omofobo – lui nega -, l’ex sindaco di Sulmona Fabio Federico.

    Critica “sin troppo contenuta”, argomentava il pm bustocco. E allora qual è l’insulto giusto? La risposta è dentro di voi, e forse è comunque giusta. Perché dal punto di vista giudiziario sembra sia lecita praticamente qualunque espressione per commentare dichiarazioni omofobe. Almeno se si considera il decreto di archiviazione firmato dal giudice per le indagini preliminari di Torino Cristiano Trevisan. Che cosa ne dite dell’affermazione, riferita al politico sulmonese, “sembra uno che di notte paga le trans per farsi inc…”? I puntini li abbiamo messi noi. L’espressione era scritta per esteso nel commento, su Youtube, al famoso video “Federico e i gay”. L’aveva postata un torinese, il quale come al solito si è trovato indagato per diffamazione, su querela del primo cittadino abruzzese.
    Sotto la Mole, il pm Marco Sanini chiede l’archiviazione: “La notizia di reato oggetto del presento procedimento penale appare infondata, ricorrendo a favore dell’indagato (…) la speciale scriminante contemplata dall’art. 599 co, perlomeno sotto il profilo putativo”. Il pubblico ministero si riferisce all’articolo del codice penale che ‘assolve’ chi offende l’altrui reputazione sotto l’impulso di uno “stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso”.
    Cioè: il primo a offendere è Federico. L’altro si indigna, è offeso, o “perlomeno” sente di essere stato provocato e colpito nella sua dignità. Il legale di Federico insista perché si vada a processo, si oppone all’archiviazione, e riporta quella frase non proprio tenera utilizzata dall’uomo torinese a corredo del filmato: “sembra uno che di notte”, eccetera. Il gip archivia. Ok, l’insulto è giusto. Un giorno forse farà giurisprudenza.

    Ecco il famoso video

  • La difesa di Stasi consegna i tweet del consulente alla Corte
    Clima da Juve – Roma al processo su Garlasco

    Clima da Juventus – Roma alla riapertura del processo di Garlasco. La difesa di Alberto Stasi ha duellato a lungo coi periti nominati come ‘arbitri’ dalla Corte d’Assise d’Appello per far chiarezza sul dna trovato sulle unghie di Chiara Poggi e sulle possibilità per Stasi di non sporcarsi le scarpe col sangue della vittima camminando nel villino di via Pascoli.

    L’aspro confronto dialettico ‘a porte chiuse’ (processo col rito abbreviato) che ha animato gran parte dell’udienza è stato preceduto da un ‘riscaldamento’ significativo sull’aria che tira in questa delicata partita. I legali dell’imputato guidati dal professor Angelo Giarda hanno depositato alla Corte i tweet scritti dal  consulente informatico della famiglia Poggi, Paolo Reale, durante le (in teoria) segretissime operazioni peritali che si sono svolte nelle settimane passate. Pare che l’ingegner Reale, che è anche cugino della vittima, non abbia incassato molto bene l’accusa di aver fatto trapelare in anticipo le attività degli esperti. Anche oggi il presidente del collegio, Barbara Bellerio, si è raccomandata con le parti di mantenere un atteggiamento sobrio con la stampa sottolinenando con ironia di non poter affidare ai carabinieri il compito di controllare che non si parli troppo coi cronisti. (manuela d’alessandro)

     

     

     

  • Yara, pm monitorano la fedeltà di mamma Bossetti

    E’ la funzione vicaria della magistratura che ormai non conosce più limiti. Da Bergamo, depositata ovviamente in edicola, arriva la notizia udite udite che la signora Ester Arzuffi ha concepito fuori dal matrimonio oltre a Giuseppe Bossetti, unico indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio, pure il fratello Fabio. E per giunta con un uomo diverso da Guerinoni che sarebbe il padre naturale di Giuseppe.

    L’indagine non è ancora chiusa, gli atti non sono a disposizione dei difensori dell’indagato ma in edciola e sul web esce di tutto ogni giorno. La procura sta facendo il processo sui giornali e questo purtroppo nel nostro paese non è insolito. Non parliamo del merito, degli indizi gravi o meno a carico di Bossetti ma del metodo. Non bastasse ciò, siamo costretti a sciropparci di continuo minuto per minuto la vita sessuale della signora Ester, dettagli e particolari, a chi la dava. Sorge il sospetto sia pure un po’ vago che i pm non siano così sicuri delle carte che hanno in mano per sostenere l’accusa e che di conseguenza come spesso accade abbiano deciso di celebrare il processo in anteprima sui giornali, sputtanando non solo l’indagato  ma pure i suoi familiari.

    I pm di Bergamo sono gli stessi che dirottarono due navi per arrestare in relazione all’omicidio di Yara il tunisino Fikri. Agirono con le manette senza aver capito bene le parole intercettate. Fikri è stato prosciolto. Risarcito con 9 mila euro, nulla rispetto al fango che la procura gli aveva buttato addosso. E’ la giustizia bellezza. Ma anche la stampa non scherza. (frank cimini)

  • Morte Ferrulli, le motivazioni della sentenza che ha assolto i 4 poliziotti

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    Sono motivazioni durissime nei confronti dell’accusa, tacciata di avere seguito la “vox populi” di un uomo morto per essere stato “ammazzato di botte” dai poliziotti, quelle con cui i giudici della Prima Corte d’Assise di Milano motivano l’assoluzione dei 4 agenti imputati per la morte di Michele Ferrulli (le potete leggere cliccando il file sopra). “Non ci fu alcuna violenza gratuita” da parte dei poliziotti – scrive il giudice Guido Piffer -gli agenti mantennero una condotta di ‘contenimento’ che era giustificata dalla legittimità dell’arresto”. Una condotta, secondo la Corte, “giustificata dalla necessità di vincere la resistenza di Ferrulli a farsi ammanettare” e che “si mantenne entro i limiti imposti da tale necessità, rispettando altresì il principio di proporzione”. Una lettura completamente diversa rispetto a quella del pm Gaetano Ruta che aveva chiesto 7 anni di carcere per i quattro in divisa per omicidio preterintenzionale.  (m.d’a.)

  • Le scuse di Spatuzza a Milano 22 anni dopo:
    “Perdono per via Palestro, avevo venduto l’anima a Satana”.

    L’ultimo ‘pezzo’ della strage di via Palestro è una voce ruvida senza volto che ci catapulta 21 anni indietro, quando l’esposione della Fiat uno imbottita di esplosivo davanti al Padiglione di Arte Contemporanea falciò cinque vite.  Ed è una voce che chiede perdono a una città, ma non risparmia immagini feroci definendo un “incidente di percorso” le vittime.

    In video conferenza dal carcere, il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza interviene alla prima udienza del processo a carico del presunto basista dell’attentato, Filippo Marcello Tutino, che a gennaio ha ricevuto un ordine di arresto, ultimo protagonista dell’attacco firmato da Cosa Nostra individuato dalla Procura milanese. A indicarlo come basista, “perché era quello che conosceva meglio di tutti Milano”, proprio Spatuzza.

    “Perdono, chiedo perdono alla città, ai morti, ai loro familiari – esordisce la ‘voce’ – sono responsabile di 40 omicidi. Ho partecipato a cose mostruose, abbiamo venduto l’anima a Satana . Solo ora mi sto liberando dal male che avevo dentro, ho cominciato un percorso di ravvedimento per prendere le distanze dal mio passato”. “Quei morti furono incidenti di percorso, conseguenze non volute – spiega ‘la voce’, senza però manifestare alcuna flessione, sempre ruvida – in quella fase volevamo colpire i monumenti, non le persone. In via Palestro come in via dei Georgofili. Non so cos’è successo, ci fu un problema a parcheggiare la macchina, non so perché non abbiamo centrato l’obiettivo”. Spatuzza non era lì quando l’auto scoppiò. Era già a Roma per preparare altri ‘attacchi’. La ‘voce’ si fa più dolce, proprio mentre accusa l’imputato. “Io con Marcello ero più che amico, ero fratello, siamo cresciuti insieme. Con lui e suo fratello Vittorio ho condiviso scelte e persone sbagliate. Cristianamente li considero ancora miei fratelli, ma non condivido più le loro idee, i loro sentimenti”. Alla fine nella piccola tv la ‘voce’ si spegne e si vede nell’altra metà dello schermo Tutino, che ha ascoltato il collaboratore,  alzarsi lentamente dalla sedia. (manuela d’alessandro)

     

     

     

  • La candida divisa da gelataio non piace
    a chi fa le pulizie per i giudici

    Bella la nuova divisa del gelataio, no? Trasmette senso di pulizia. Ah no, a Palazzo di giustizia, di gelatai non ce ne sono. (Certo, qualcuno potrebbe avere obiezioni sul punto). Ci sono invece una cinquantina di addetti delle pulizie assunti da una cooperativa, la Coop Multiservice, che ha pensato di imporre a tutti quanti, uomini e donne, una bella divisa bianca e azzurra. Il colore più adatto per chi ripulisce il Tribunale, capirete bene. New look. Prima, erano blu. Come le tute blu, che non ci stanno più. Forse per questo gli addetti alle pulizie sono diventati bianchi e azzurri. Dalla cinta in giù, candidi come la neve (fino alla prima ramazzatura, ça va sans dire). Sopra, la camiciola a righine bianche e azzurre.


    Per gli utenti di palazzo il dettaglio che aggiunge colore al già eccitante panorama piacentiniano. Un po’ meno estasiati sono coloro che quelle divise le devono indossare. “A fare le pulizie, sai, ci si sporca. E di divise ce ne danno solo due. Scrivilo, siamo un po’ arrabbiati”. Più che arrabbiato, chi pronuncia queste parole sembra vergognarsi un po’, ha lo sguardo triste. Cinquecento euro al mese per un part-time, sui 900 per chi lavora a tempo pieno. La camicia è a maniche corte. D’estate va benissimo, d’inverno un po’ meno, ma è comoda. Così è e così sia, nel palazzo di giustizia.

  • “Qui abbiamo salvato le vite di avvocati e magistrati”.
    Ma l’ambulatorio del Palazzo sta per chiudere.

    Il 30 settembre, dopo una trentina d’anni di attività, si spegne il ‘pronto soccorso’ del Palazzo di Giustizia.  Nonostante la raccolta firme promossa dai sindacati, il sipario sull’ambulatorio al primo piano del Tribunale sembra ineluttabile. “Eppure qui abbiamo salvato delle vite – sottolinea con amarezza il medico della Asl Gildanna Marrani che da 20 anni accoglie il ‘popolo’ del Palazzo ogni giorno –  adesso per settemila euro di spese di luce e riscaldamento che non vuole più pagare, il Comune, proprietario dell’ambulatorio, chiude tutto”. Palazzo Marino ha chiesto alla Asl di versare i soldi che garantirebbero la sopravvivenza del presidio sanitario ricevendo un secco no di risposta.

    “Si è scritto che qui più che misurare la pressione ai cancellieri non facciamo – recrimina Marrani – ma non è proprio così. E nemmeno è vero che abbiamo cento pazienti all’anno, la media, negli ultimi anni, si attesta a 600 persone”. La dottoressa, dipendente dell’Asl, apre il libro dei ricordi più gustosi. Alcuni buffi, altri drammatici. “Ricordo il vecchietto malato di Alzheimer, che era tornato indietro di 20 anni e veniva qui pretendendo di partecipare all’udienza della sua separazione. Riuscii a evitargli un tso. Ma anche l’avvocato a cui consigliai il ricovero per dei forti dolori alla pancia, nonostante il suo medico gli avesse assicurato che non aveva niente. Alla fine mi ascoltò e si salvò dalle conseguenze di una peritonite”. Tra i suoi ‘clienti’, giudici, avvocati, gente di passaggio. “Gli avvocati sono restii a farsi curare. Vanno sempre di fretta, sono incoscienti e non ascoltano i medici”. Le torna in mente quando ‘salvò’ un processo importante. “Un detenuto cardipopatico ebbe una crisi ipertensiva durante un’udienza. Lo rimisi in piedi con una puntura e ancora oggi il giudice mi ringrazia perché quella era un’udienza molto delicata”. Dal 30 settembre, la dottoressa chiuderà per sempre la stanzetta dove ha curato migliaia di malati “sempre gratis”. “Io non resto disoccupata, l’Asl mi darà un altro incarico, ma ci tengo a rivendicare il lavoro fatto in questi anni di cui ora nessuno sembra ricordarsi più”. (manuela d’alessandro)

     

     

     

     

  • Yara, ecco il documento in cui i Ris dubitano del dna di Bossetti

    Vi proponiamo l’istanza di scarcerazione presentata al gip di Bergamo dai legali di Massimo Giuseppe Bossetti, il presunto assassino di Yara Gambirasio. In essa viene citato un passo dell’informativa dei Ris in cui i Carabinieri sembrano avanzare dubbi sulle tracce trovate sui leggins e sugli slip della piccola ginnasta seviziata e abbandonata nel campo di Chignolo d’Isola. Nel documento che potete leggere in versione integrale, gli esperti scrivono: “Una logica prettamente scientifica che tenga conto dei non pochi parametri che si è tentato di sviscerare in questa sede non consente di diagnosticare in maniera inequivoca le tracce lasciate da Ignoto 1 sui vestiti di Yara”. L’istanza è stata ‘bocciata’ dal gip Ezia Maccora che ha definito “ottima” la traccia di dna trovata sul corpo della ragazzina.

    istanza scarcerazione Bossetti

     

  • Il video dell’occupazione dell’aula in solidarietà al No – Tav

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    Una quarantina di antagonisti, urlando slogan e battendo i pugni sui tavoli, ha occupato l’aula dove si svolge il processo per gli scontri all’Università Statale del luglio 2013 per testimoniare solidarietà a Graziano Mazzarelli. Arrestato con l’accusa di avere partecipato all’assalto del cantiere della Tav di Chiomonte, il 23enne leccese era seduto, in manette, nella gabbia riservata ai detenuti. L’occupazione dell’aula, durata circa mezz’ora, è stata interrotta quando le forze dell’ordine hanno riportato in carcere Mazzarelli. Il processo riprenderà il 2 dicembre a porte chiuse su disposizione dei giudici della IV sezione penale che hanno trasmesso alla Procura gli atti relatvi a quanto accaduto oggi. Gli occupanti rischiano di essere indagati per interruzione di pubblico servizio. (m.d’a.)

  • Sette anni dopo riparte a tutta velocità l’inchiesta su Garlasco.
    Panzarasa, ancora tu?

    Sette anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il pg Laura Barbaini tira fuori dalla naftalina di una delle inchieste più tormentate degli ultimi anni una delle vittime mediatiche illustri del delitto di Garlasco. Marco Panzarasa, compagno di liceo dell’unico indagato di questa storia, Alberto Stasi, nonché recordman di querele vinte contro i giornalisti per essere stato accostato a un crimine con cui non c’entra nulla (il 13 agosto 2007 era al mare in Liguria mentre la povera ragazza veniva massacrata), è stato convocato alla fine di luglio dal magistrato che rappresenta l’accusa nell’appello – bis con una frettolosa telefonata al mattino per un appuntamento in Procura al pomeriggio.

    Cosa voleva sapere con tanta urgenza Barbaini dal vecchio compagno di Alberto che, nel frattempo, si è laureato in Legge e ha messo su famiglia? Possiamo solo ipotizzarlo, mettendo in fila le informazioni che abbiamo intercettato sull’intensa estate lavorativa del magistrato Come quasi mai accade durante un processo d’appello, il pg ha deciso di svolgere indagini integrative ‘ a fondo perso’. Se ne ricaverà qualcosa proverà a convincere i giudici della seconda Corte d’Assise d’Appello di avere portato nuove prove a sostegno dell’accusa, altrimenti sarà stato lavoro inutile.

    Tutto ruota attorno all’ipotizzato scambio di pedali delle biciclette in possesso di Stasi, il nuovo fronte aperto da una memoria presentata a giugno dal legale di parte civile Gian Luigi Tizzoni. Il pg non si è risparmiata nel coltivare la pista indicata dal legale dei Poggi: ha sentito un produttore di pedali per oltre sei ore, ha fatto portare via dal Gico della Finanza documentazione contabile nella sede della ditta del papà di Alberto, Nicola Stasi, morto dopo che la Cassazione ha cancellato due assoluzioni disponendo l’appello – bis. Ha ascoltato i dipendenti della ditta e, in questi giorni, continua a sentire ‘esperti’ di biciclette. Gli avvocati ufficialmente non sanno nulla perché nulla è stato da lei depositato (non è obbligata a farlo, a meno che per qualcuna di queste attività non fosse stata necessaria la loro presenza). Ma Garlasco è piccola, difficile che passasse inosservato il rinnovato fervore dell’accusa.

    Torniamo al nostro Panzarasa, chiamato in gran fretta e segreto una mattina di questa piovosa estate. Perché? L’ipotesi è che il pg gli abbia posto una domanda che già circolava sette anni fa, fondata, a quanto si sa, sul nulla: Marco potrebbe avere prestato una sua bici ad Alberto? (manuela d’alessandro)

  • Arriva l’arresto ‘all’americana’ con la legge svuota – carceri.

    Scena classica di un film americano: il poliziotto fa l’arresto, serra le manette e, rivolgendosi al sospettato, dice: “Hai diritto di non parlare, hai diritto a chiamare un avvocato” e via così, con un lungo elenco di avvertimenti. Ora, qualcosa di molto simile al ‘Miranda warning’, arriva anche in Italia.

    L’articolo 293 del codice di procedura penale, ritoccato dalla legge ‘svuota – carceri’  in vigore dal 16 agosto, stabilisce che le forze dell’ordine debbano consegnare un provvedimento scritto in cui informano l’indagato di una sfilza di suoi diritti: alla nomina di un legale, ad avere un interprete, ad avvalersi della facoltà di non rispondere, ad accedere agli atti su cui si fonda il provvedimento, ad informare le autorità consolari e i familiari, ad accedere all’assistenza medica d’urgenza, a essere interrogato da un magistrato nei giorni successivi all’arresto, a impugnare il provvedimento. Tutte informazioni che, se non fosse possibile fornire con un foglio scritto, devono essere date oralmente per poi essere comunque trascritte in un provvedimento da notificare al pm e al gip. Prima della riforma, l’articolo 293 era molto più striminzito e prevedeva solo l’obbligo per chi eseguiva l’ordinanza di comunicare al sospettato la facoltà di nominare un difensore di fiducia. (manuela d’alessandro)

  • Addio a Lo Giudice, fu legale di Craxi.
    Ostinatamente, un avvocato.

    Quando gli avvocati milanesi sfilavano davanti alla porta di Antonio Di Pietro implorando un salvacondotto in cambio di una confessione, tra i loro colleghi a scandalizzarsi, a chiamarsi fuori da quel rituale un po’ avvilente, erano in pochi. Enzo Lo Giudice, morto questa mattina nella sua casa calabrese, era uno di questi. Per cultura giuridica, per formazione politica, per carattere, andare a baciare la pantofola del pm superstar sarebbe stato per lui un insulto a sè medesimo. E da questo punto di vista si trovò in piena sintonia con il suo assistito più importante di quegli anni: Bettino Craxi, segretario del Partito socialista, che dello scontro frontale e senza esclusione di colpi con i magistrati del pool Mani Pulite aveva fatto la sua unica strategia difensiva.
    Andò a finire come è noto: Craxi sommerso dai mandati di cattura e poi dalle condanne, fuggiasco nella villa di Hammamet. E Lo Giudice, con il suo collega Giannino Guiso, ostinati a difenderlo nelle aule di processi sempre più scontati nell’esito e sempre più vani nelle conseguenze concrete. Un po’ rassegnati, Lo Giudice e Guiso, ma ancora con la fierezza dei vecchi del mestiere, convinti di testimoniare non la innocenza di Craxi ma l’orgoglio di una professione.
    Sono passati vent’anni, Lo Giudice ha continuato a portare la toga e a lottare, ma – come per tutti i protagonisti della stagione di Tangentopoli – quell’epoca straordinaria gli è rimasta cucita nell’anima, e quella battaglia è una medaglia che si porterà appresso nel paradiso degli avvocati che sanno fare il loro lavoro. (orsola golgi)

  • Andrea e Gabriele, 30enni inviati di guerra a Gaza.
    Dal Tribunale alle sentenze di morte.

     

     

     

     

     

     

    Andrea e Gabriele hanno 66 anni in due e sono tra i pochissimi italiani inviati di guerra nella striscia di Gaza. Vi chiederete cosa c’entri la loro storia con la giustizia e allora potremmo affidarci al pretesto che uno dei due, Gabriele Barbati, 35 anni, romano, esordì come cronista giudiziario nel Palazzo milanese durante uno stage all’Ansa. In realtà siamo ammaliati dalla storia di questi ragazzi giornalisti che hanno seguito il vento che gli batteva dentro, volando a raccontare quello che nulla ha a che fare con la giustizia. Che colpisce a caso e senza processo, senza avvocati, senza giudici, e sempre con sentenze a morte.

    Gabriele, moro, ricciuto con gli occhi chiari, dopo una stagione a Pechino come corrispondente di Sky, si è spostato a Gerusalemme e adesso segue il conflitto israelo – palestinese per le reti Mediaset e la televisione svizzera italiana. Non sono giorni facili per lui, e non solo per le difficoltà di fare bene un mestiere difficile. Da oggi Gabriele ha deciso di sospendere i commenti su quanto vede pubblicati dall’inizio del conflitto nel suo profilo Facebook “a fronte degli attacchi esponenziali contro me e contro Mediaset”. Sui social intorno al suo nome si è scatenata una cruda ‘guerra nella guerra’ tra chi esprime apprezzamento per i suoi reportage  e chi lo accusa di essere antisemita, un “impiegato di Hamas” al servizio del tg5 il cui direttore, Clemente J. Mimum, ha peraltro origini ebree.

    Andrea Bernardi, 31 anni, riccioli biondi, laureato alla Cattolica, vive a Istanbul e si trova a Gaza per l’agenzia France Presse. Ha percorso continenti per raccontare la rivoluzione egiziana, la guerra civile siriana,  l’Irak e l’Afghanistan, la proteste delle Camicie Rosse in Thailandia. A Milano per qualche tempo si è occupato degli intrighi nella Regione Lombardia finché un giorno ha radunato amici e colleghi davanti a un aperitivo e ha spiegato che la passione lo portava altrove. Ieri su Facebook ha scritto: “L’ultima delle mie nonne è morta ieri sera, mentre io sono chiuso a Gaza. Sono sicuro che saprà perdonarmi per non poter essere al suo funerale domani. Ciao nonna!”. (manuela d’alessandro)

    Nei loro tweet immagini e commenti sulla guerra. Vale la pena seguirli: @gabrielebarbati.it e @andrwbern.

  • Il Processo Civile Telematico? Più lento di quello cartaceo.
    E poco efficiente nonostante i fondi Expo.

    E’ stato solo il “Sogno di una notte civile telematica”? Questo era il ‘titolo’ della festa in abito da sera organizzata  il 2 luglio dai vertici del Tribunale di Milano per celebrare l’avvio ufficiale dell’attesissimo Processo Civile Telematico (PCT).  Un richiamo shaksperiano che, per il momento, sembra una cattiva profezia più che la poetica aspettativa di un ‘principe azzurro’ 2.0. “Quello che possiamo dire – tenta un primo bilancio Federico Rolfi, magistrato civile e componente dell’Anm – è che il Pct ha rallentato i tempi del giudizio civile e presenta degli inquietanti profili di sicurezza”.

    Com’è è possibile che l’informatica non abbia messo pepe alla ‘giustizia lumaca’? In un documento dell’Anm viene spiegato molto bene. Intanto c’è il problema del magistrato che ha su di sé “il peso integrale anche della redazione materiale del verbale, che prima era un onere diviso tra tutte le parti in causa”; poi, la necessità di esaminare tutta la documentazione attraverso lo schermo del computer comporta per i giudici “un obbiettivo allungamento dei tempi tecnici di esame dei documenti e, a volte, “la dimensione dei file contenenti la documentazione non consente il deposito telematico e obbliga al ricorso a supporti materiali di memorizzazione”. Infine, e qui è d’obbligo ricordare la montagna di soldi Expo spesi per il “sogno telematico”, almeno a Milano (vedi inchiesta-milioni-di-fondi-expo-per-il-tribunale-assegnati-senza-gara-perche), “il Pct attualmente dipende e si fonda su un parco macchine di estrema fragilità e su dotazioni software incomplete e inadeguate allo sfruttamento completo delle potenzialità dello strumento”. Inoltre, spiega Rolfi, “tutti i venerdì dalle 17 il sistema si blocca, addirittura qualche venerdì fa, tra le proteste generali, si è fermato alle 14 e 30 per problemi romani che, a catena, hanno interessato anche Milano. E ogni 15 giorni il sistema viene chiuso per gli aggiornamenti”.

    C’è anche il tema della sicurezza che desta inquietudini. “Quando facciamo assistenza on line – è sempre Rolfi che parla – un operatore entra nella nostra consolle da remoto. Chi entra nel server, in teoria, pesca tutti dati che vuole. Ci è stato detto che in teoria l’operatore che entra viene filmato…”. Ad agosto di un anno fa un fulmine, a dimostrazione della vulnerabilità del meccanismo, fece collassare il Sistema Server Interdistrettuale e solo grazie alla bravura dei responsabili tecnici si limitarono i danni.

    Insomma, il Pct non dovrebbe costituire il semplice passaggio dalla scrittura manoscritta a quella telematica, rappresentando solo una ‘mano’ di vernice tecnologica su una struttura rimasta uguale. “Il vero Pct – e qui Rolfi esprime il suo ‘sogno di una notte telematica’ – dovrebbe avvenire in videoconferenza e gli avvocati non dovrebbero avere più bisogno di venire in Tribunale”. Per adesso, il vantaggo più immediato sembra essere quello di una limitazione dei costi, col risparmio di carta e notifiche. Qualcuno ha esaltato l’efficienza ambrosiana di raccogliere la sfida di un processo telematico che neppure paesi come la Germania hanno affrontato. Altri fanno notare che in Germania l’opzione è stata presa in considerazione, ma poi scartata per le enormi difficoltà operative che avrebbe comportato.  (manuela d’alessandro)

     

     

  • Caso Moro, pm e partiti uniti in spreco di soldi pubblici

    In tempi di spending review (a parole perchè il premier Renzi dopo aver preannunciato la fine dei fondi all’editoria ha regalato 52 milioni ai grandi giornali in cambio di buona stampa) magistrati e politici sono uniti nello spreco di denaro pubblico nei dintorni del caso Moro. A 36 anni dai fatti c’è l’ennessima commissione parlamentare di inchiesta e anche una nuova indagine penale a Roma. Tutti a caccia di misteri inesistenti oppure, dicono lor signori, per diradare ombre. Le ombre vengono prima create artificiosamente in modo che poi possano essere “risolte”.

    Un pm della capitale è volato negli Usa a sentire per rogatoria lo psichiatra mandato dal dipartimento di Stato nel 1978 a fiancheggiare il fronte della fermezza. Un soggiorno a spese dei contribuenti italiani e utile solo per ragioni di mera propaganda. Lo psichiatra se ne tornò da dove era venuto nel giro di pochi giorni e dopo aver suggerito di far finta di trattare con le Br e nel contempo di cercare di trovare il “covo”. Un genio, insomma.

    Di queste nuove indagini, parlamentari e penali, nessuno dice nulla, nessuno obietta. L’anima nera della vicenda resta comunque “a sinistra”, dentro e intorno agli eredi politici del Pci, ai quali al pari dei loro antenati non va giù che a rapire Moro, durante uno scontro sociale e politico durissimo, fu un gruppo di comunisti rivoluzionari, operai, impiegati, disoccupati, baby-sitter. Dietro non c’era nessuna potenza straniera, nè la Cia nè il Kgb. La dietrologia e il complottismo, rinvigoriti poi dalle panzane sull’11 settembre, non hanno mai fine.  La propaganda continua, residuo della controguerriglia psicologica del 1978. Ovvio, paga Pantalone. Restano le profetiche parole dell’illustre ostaggio: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. Sta andando proprio così. (frank cimini)

  • NoTav, altri 3 arresti ma Spataro rinuncia a teorema Caselli

    Altri 3 militanti Notav finiscono in carcere per l’azione contro il cantiere del maggio 2013 ma l’accusa, a differenza di quanto accade per i 4 sotto processo dal 22 maggio, non fa riferimento all’aver agito con finalità di terrorismo con grave danno all’immagine dell’Italia e della Ue. La richiesta della procura accolta poi dal gip porta la data dell’8 luglio, quando si era già insediato come capo dell’ufficio Armando Spataro in sostituzione di Giancarlo Caselli andato in pensione.

    L’accusa per le persone arrestate oggi parla di porto e detenzione di armi da guerra, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. La procura dunque ha scelto di adeguarsi alla decisione della Cassazione che aveva rimandato a una nuova udienza davanti al Riesame di Torino la discussione sulla finalità di terrorismo.  Se ne deduce che l’impostazione di Spataro è più pragmatica, meno “ideologica”. Del resto nel motivare la scelta la Suprema Corte era stata molto chiara: il grave danno va dimostrato nel concreto come pure il rischio che l’opera dell’alta velocità non possa essere portata a termine.

    L’accusa ha scelto di fare un passo indietro, ma intanto ci sono 4 giovani militanti in carcere dal dicembre scorso che per aver danneggiato un compressore rischiano fornalmente fino a 30 anni di prigione, mentre la parte più grave dell’imputazione è stata in pratica cancellata dalla Cassazione.

    Che l’imputazione facesse acqua lo aveva confermato anche la Ue rifiutando di eleggere domicilio in Italia e di costituirsi parte civile. “Alla Ue il processo sembra non interessare granché” aveva sintetizzato il presidente della corte d’Assise. Adesso bisognerà aspettare il nuovo Riesame per vedere se la corte su richiesta delle difese modificherà il capo di imputazione. I 3 arrestati di oggi invece rischiano un processo in Tribunale ma non in corte d’assise. (frank cimini)

  • NoTav, l’Europa: caro cancelliere, non eleggiamo domicilio in Italia

    Poche parole secche, messaggio chiaro. “Egregio signor cancelliere la Commissione Europea non intende avvalersi della facoltà di eleggere domicilio in relazione alla vostra richiesta”, scrive Thomas Van Rijn, consigliere giuridico principale, alla corte d’assise di Torino che dal 22 maggio processa 4 militanti Notav i quali rischiano fino a 30 di prigione per aver danneggiato un compressore. I 4 Notav, secondo il teorema Caselli (l’ex capo della procura nel frattempo andato in pensione) avrebbero agito con finalità di terrorismo con grave danno all’immagine dell’Italia e dell’Unione Europea. Ecco, l’Europa spiega che non ci costituirà parte civile al processo. Ne avevamo già parlato, torniamo sull’argomento adesso che sono note le poche righe formali arrivate dall’Ue perché tutti i giornali e i tg hanno finora ignorato l’unica vera notizia del processo e continuano a farlo, fiancheggiando la procura di Torino che agita fantasmi del passato nel tentativo di supportare un’accusa lacunosa e che a livello di qualificazione giuridica sembra non reggere.

    Lo ha detto anche la Cassazione rimandando al Riesame di Torino che dovrà fissare una nuova udienza per discutere il ricorso dei difensori. Per la Cassazione il grave danno va dimostrato insieme al concreto rischio che l’opera dlel’alta velocità non si faccia più a causa dell’azione in un cantiere.

    La corte d’assise di Torino aveva tradotto le poche righe della Ue spiegando che “alla Commissione non sembra interessare granchè il processo”e nelle scorse udienze ha rigettato la richiesta della procura di allargare il discorso ad altre azioni dei militanti Notav come “contesto”.

    Insomma, fino ad oggi il teorema Caselli pare fare acqua da tutte le parti. I 4 imputati però dal dicembre scorso continuano a stare in carcere e in regime di 41bis di fatto, carcere durissimo. Nel silenzio degli organi di informazione, molti dei quali controllati direttamente o indirettamente dalle banche molto interessate alla realizzazione del treno ad alta velocità della Torino-Lione (frank cimini)

  • Il sequestro delle telecamere non messo a verbale.
    Un’indagine illegale della Polizia?

    Perché i poliziotti hanno fatto installare da un elettricista di fiducia due telecamere in un condominio della Brianza? E perché, mentre arrestavano tre persone accusate di traffico di droga e armi, le hanno tolte di gran fretta e poi non hanno scritto nel verbale di sequestro che se le erano portata via?

    Interrogativi che, a partire da lunedì 7 luglio, l’avvocato Beatrice Saldarini, porrà al Tribunale di Monza nel processo a carico del suo assistito, Francesco Desiderato. Non è  proprio una mammola il signor Desiderato, già condannato a 20 anni di carcere come capo di un’associazione a delinquere che faceva girare la cocaina in tutto il mondo. Ma il suo nuovo arresto merita di essere raccontato perché adombra comportamenti gravi da parte degli agenti. (altro…)

  • “Ho visto i miei figli e non riuscivo a parlare”.
    Le lettere di un carcerato dal 41 bis.

    Dentro il disumano c’è anche l’umano. Dentro il carcere c’è un detenuto col 41 bis che scrive al suo avvocato e con la penna in mano è anche un papà: “Dopo un anno e nove mesi siamo riusciti a fare il colloquio coi miei figli, alla presenza dell’assistente sociale, come ordinato dal Tribunale dei Minori di Milano. E’ stato un giorno felice e molto emozionante, mi è venuto un groppo alla gola nel vedere i miei amati figli dopo così tanto tempo, non riuscivo a parlare, mi sono trovato davanti due belle signorine e un bel giovanotto, sono cresciuti tanto e la cosa che mi ha fatto più male è vedere i miei adorati figli piangere per me, non riuscivano neanche a parlare dalla gioia, dalla felicità, dall’emozione”.

    Lui è un boss della ‘ndrangheta,  condannato a 30 anni per un omicidio e reati di droga (“Nella mia vita ho sbagliato tutto, ho fatto del male a tutte le persone a me care”) e dovrebbe uscire il 31 marzo 2033. Sta in un regime carcerario feroce: ore d’aria limitate, cibo razionato, colloqui coi familiari solo attraverso un vetro blindato e video registrati per controllare che non vi siano contenuti messaggi in codice. Abbiamo letto le missive che ha mandato negli ultimi mesi al suo legale, Beatrice Saldarini.

    “Illustrissimo avvocato – scrive in una di queste, datata pochi giorni fa – come sempre lei è molto gentile a rispondere alle mie lettere e per questo voglio ringraziarvi, anche perché in questo posto tetro e scuro fa sempre piacere ricevere una lettera, per me significa molto e mi fa sentire vivo (…) peggio di questo posto schifoso c’è solo il cimitero”. “Di me non m’interessa, il mio destino è segnato”, ma “è assurdo che i miei figli devono venire a trovarmi e ci deve essere presente l’assistente ai servizi sociali”. I figli sono il tormento ricorrente. “Avvocato, aiutatemi a vederli!”, implora. “Mi avete scritto che vi informerete sulla possibilità di agevolare i colloqui con loro, vi ringrazio con tutto il mio cuore. Voglio che vengano a trovarmi quando lo desiderano”. Si preoccupa anche per la ex compagna, difesa dallo stesso legale: “Prego per lei e confido in voi”. Una delle risposte che gli invia il suo difensore non gli viene consegnata perché sarebbe di contenuto “ambiguo”. Chi conosce la solarità dell’avvocato Saldarini sorriderà.

    Dentro il disumano, l’umano può diventare perfino “ambiguo”. (manuela d’alessandro)

     

    lettera giugno 2014-1

  • Dell’Utri, Ordine Giornalisti contro Corsera per “apologia di reato”
    ma è solo solidarietà a un amico

    L’Ordine dei giornalisti della Lombardia evidentemente non ha di meglio da fare. Il suo presidente Gabriele Dossena dopo l’intervento censorio del Cdr del quotidiano ha aperto un fascicolo al fine di valutare se la pagina di informazione pubblicitaria pubblicata con la solidarietà di alcuni amici espressa a Marcello Dell’Utri in carcere per mafia condannato a 7 anni possa configurare l’apologia di reato.

    Dossena si è rivolto al direttore Ferruccio De Bortoli invitandolo a fornire spiegazioni. Non bastano i magistrati a perseguire reati di opinione come è accaduto per lo scrittore Erri De Luca adesso ci si mettono anche i signori dell’Ordine dei giornalisti, un organismo che esiste in due soli paesi, in Italia e in Egitto, e che sarebbe da abolire al più presto. L’iniziativa di Dossena conferma che quando l’Ordine dei giornalisti non ci sarà più sarà stato sempre troppo tardi.

    Chi ha firmato i messaggi contenuti nell’inserzione non ha scritto certo “viva la mafia”, ma ha solo espresso solidarietà a una persona che conosce da una vita. Dell’Utri sta scontando la pena. I suoi amici ex collaboratori e varia umanità dicono che gli sono vicini. Che male c’è? Devono far fronte per questo a una miscela micidiale di maccartismo e stalinismo confezionata in primis da un comitato di redazione storicamente egemonizzato dalla “sinistra” che comunque nel passato si trovò a cogestire l’azienda con la tanto vituperata a parole P2? (frank cimini)

  • NoTav, teorema Caselli bocciato da Cassazione
    Non è terrorismo

    Non c’è terrorismo se manca il grave danno allo Stato e se non c’è da parte dello Stato un’apprezzabile rinuncia a a proseguire l’opera pubblica dell’alta velocità. Con questa motivazione la Cassazione ha bocciato il teorema Caselli, utilizzato dalla procura di Torino per contestare l’accusa di aver agito con finalità di terrorismo con gravi danni all’immagine dell’Italia e della Unione Europea a 4 militanti NoTav in carcere da dicembre per il danneggiamento di un compressore durante un’azione in un cantiere.

    Ora toccherà di nuovo al Riesame di Torino valutare il ricorso dei difensori, ma quelle della Suprema corte sono parole chiare. Il messaggio è che non si possono agitare fantasmi del passato come ha fatto Caselli da pochi mesi in pensione dopo una carriera costruita su tutte le emergenze con la complicità della politica che in passato come adesso delega alla magistratura di risolvere i conflitti sociali.

    E’ il secondo smacco che l’accusa subisce dopo che la Ue invitata a costituirsi parte civile aveva rifiutato spiegando di non essere interessata granché al processo in corso dal 22 maggio a carico dei 4 militanti Notav.

    Insomma Caselli ci ha provato ma gli sta andando male. Del danneggiamento del compressore si sarebbe dovuto discutere in Tribunale e non in Corte d’Assise in un contesto blindato per rinnovare fasti emergenziali che non hanno ragione di esistere a favore di un’inchiesta sponsorizzata da tutti i partiti e da tutti i mezzi di informazione. Perché ballano miliardi e nessuno a cominciare dalle banche che controllano un po’ di giornali ci vuole rinunciare.

    Il teorema Caselli ha fatto la fine del teorema Calogero che aveva ipotizzato nel 1979 una sola cosa tra Autonomia e Br, ma venne bocciato a distanza di anni, passati in carcere da molti imputati. Autonomia non era contraria alla lotta armata come affermato da alcune anime belle ma era cosa diversa dalle Br e non ebbe alcun ruolo nel caso Moro come ipotizzato da Calogero.

    L’azione contro il cantiere a maggio 2013 ci fu ma il problema è la qualificazione giuridica del fatto. Quella creata da Caselli, che vuole far tornare indietro l’orologio della storia, per la Cassazione non regge. (frank cimini)

     

  • Un anno e 4 mesi al magistrato tedesco in fuga
    oggi l’Interpol lo consegna alla Germania ma resta il mistero

    In Germania se ne parla da mesi sulle prime pagine, da noi la storia è passata come un fulmine, un capitolo ‘strappato’ da un intrigo di George Simenon ambientato a Milano. Il 31 marzo il magistrato Jorg Lieberum, 48 anni, ricercato su mandato internazionale perché accusato nel suo paese di corruzione,  viene arrestato nella notte in un albergo di Porta Romana in possesso di una pistola calibro 7.65 e una manciata di proiettili, qualche agenda, 30mila euro in contanti. E’ accompagnato da  una ragazza romena di 26 anni.  Ce n’è abbastanza per una ghiotta spy – story.

    In Germania sospettano che Lieberum abbia intascato una mazzetta per truccare gli esami di accesso alla magistratura. Lui però la butta sul romantico: “Non stavo scappando, ero a Milano di passaggio dopo essere stato a Venezia in gita”.  Chiede di essere rispedito al suo Paese per potersi difendere dall’accusa di corruzione, ma i giudici della Corte d’Appello gli negano l’estradizione.  Oggi, ed eccoci alle novità, Lieberum è uscito dal carcere di San Vittore ed è stato riconsegnato dall’Interpol alla Germania perché ha risolto le sue pendenze con la giustizia italiana patteggiando 1 e 4 mesi (pena sospesa) per detenzione  e possesso illegale di arma e proiettili. Libero.

    Noi lo ricordiamo così, elegante, occhialini sul naso, seduto nella gabbia dell’aula dove si il 4 aprile si è discussa la sua estradizione. In fondo alla stanza una bella signora bionda gli lanciava larghi sorrisi. Era la moglie. “Ha deciso di stargli vicino, nonostante tutto”, ci aveva spiegato il suo avvocato, Stefano Ferrari. Chissà. Ci piacerebbe leggere gli altri capitoli (in tedesco) di questa strana storia dove una moglie dispensa amore al suo uomo in fuga trovato con una pistola e una fanciulla. (manuela d’alessandro)

     

     

  • Il pm di Tortora diventa assessore alla legalità.
    Un imperdonabile abuso della parola.

    La notizia questa volta è di quelle che fanno davvero “sobbalzare” anche chi è ormai abituato a vivere in un paese dalla scarsa memoria e dalle facili rimozioni. Diego Marmo, sissignori proprio lui, quel pm, ricorderete, che schiumante di bava alla bocca tuonava le peggiori cose contro il “camorrista” Enzio Tortora  a quel famigerato processo di Napoli dove si consumò una delle più vergognose pagine della nostra storia giudiziaria, è stato nominato assessore al Comune di Pompei. Beh, poca notizia direte voi, giacchè, come tristemente noto, il predetto magistrato, ben lungi dal pagare (così come i non meno colpevoli colleghi di istruttoria Lucio Di Pietro e Felice di Persia) alcun pedaggio per quella indecente vicenda, aveva percorso imperterrito tutti i successivi gradini burocratici della amministrazione della giustizia, fino al vertice della Procura di Torre Annunziata. Ora in pensione, quindi, perché non conferirgli un bell’assessorato che come ben si sa in Italia non si nega a nessuno ? Il punto è che il citato assessorato sarebbe, udite udite, niente meno che quello alla (giuro !) “legalità”. (altro…)

  • NoTav, l’Europa ai giudici: “Per noi processo inutile”

    “Abbiamo la presidenza della Commissione Europea, non so se c’è qualcuno in aula per questa Commissione Europea che, peraltro, ha fatto pervenire uno scritto dove sostanzialmente dice che non è interessata granchè alla cosa”, afferma il presidente della Corte d’assise di Torino, come risulta dalle trascrizioni di udienza del 22 maggio. La “cosa” è il processo in cui la procura di Torino accusa 4 militanti NoTav di aver agito con finalità di terrorismo con gravi danni all’immagine dell’Italia e dell’Unione Europea, imputazione che prevede fino a 30 anni di carcere per aver danneggiato un compressore in un cantiere dell’alta velocità a maggio del 2013.
    Si tratta dell’unica vera notizia fin qui del processo iniziato il 22 maggio, ma che i giornali non hanno pubblicato. Anche dal tono e dalle parole usate dal giudice si capisce che all’Europa di questo processo importa nulla, anzi che lo considera inutile. (altro…)

  • Alfano emette sentenza col rito del comunicato stampa.
    E se Bossetti non fosse il killer di Yara?

    E se non fosse Massimo Giuseppe Bossetti l’assassino di Yara? E, se anche lo fosse, è giusto quello che sta accadendo in queste ore con la gogna ‘istituzionale’ del muratore di 44 anni, padre di tre figli, incensurato, accusato di avere ucciso la piccola stella della ginnastica artistica?

    Il Ministro Angelino Alfano ha introdotto nel nostro codice penale il processo col ‘rito del comunicato stampa’. “Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio”.  Questa la sentenza arrivata alle sei della sera firmata dal giudice monocratico Angelino, che forse si aspettava una fulminea confessione da parte di Bossetti. Magari avrebbe potuto aspettare a diffondere la nota per la stampa per evitare la folla coi forconi attorno alla caserma dove l’accusato ha opposto il silenzio alle contestazioni dei pm di Bergamo. In questa storia c’è già stato un presunto colpevole, il marocchino Mohamed Fikri, fermato in presunta fuga a bordo di un traghetto, sulla base di un’intercettazione tradotta male, e per oltre due anni rimasto sulla ‘graticola’ in attesa di un’archiviazione.  E qui vogliamo ricordare pure il fermo di Alberto Stasi per il delitto di Garlasco, seguito dalla pomposa conferenza stampa del Procuratore di Vigevano il quale dichiarò di avere individuato la “pistola fumante” della sua colpevolezza nel dna della vittima, Chiara Poggi, trovato sui pedali di una bicicletta. ‘Prova’ bocciata dal gip che scarcerò il presunto colpevole con tante scuse dopo pochi giorni.

    Massimo Giuseppe Bossetti sarebbe l”Ignoto 1′ a cui si dava la caccia da anni, il figlio illegittimo dell’autista di autobus Giuseppe Guerinoni, scomparso nel 1999 a cui era riconducibile il profilo genetico trovato sugli slip di Yara.  L’esame del dna, che gli è stato estratto con l’espediente del test dell’ etilometro in un normale controllo stradale, è risultato “perfettamente coincidente” con quello trovato sulle mutandine.  Sicuramente è una prova a suo carico, e che prova, come lo è la cella del suo telefono agganciata a Brembate di Sopra il 26 novembre 2010 quando la 13enne era uscita dalla palestra per non tornare mai più a casa. Bene. Questa è l’accusa, poi ci sarà una difesa, giusto? Bossetti potrebbe difendersi, è la prima ipotesi che ci viene in mente, dicendo di non avere ucciso Yara ma di averne ‘soltanto’ vilipeso il cadavere. Oppure potrebbe anche semplicemente essere colpevole, ma la certezza potremmo averla dopo una confessione o dopo un processo con tutte le garanzie per l’imputato. Perché questo richiede la nostra legge, a dispetto del Ministro Alfano, oggi, e non solo (vedi link qui sotto) dimentico del garantismo profuso per il suo ex amico Berlusconi. (manuela d’alessandro)

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  • Torna libero Alfredo Davanzo
    per i pm era “ideologo” nuove Br

    Con la scarcerazione di Alfredo Davanzo, ritenuto l’ideologo del gruppo, si chiude la vicenda giudiziaria di quelle che la Procura di Milano individuò nel 2007 come le ‘nuove Brigate Rosse’.  Trevigiano,  57 anni, Davanzo ha finito di scontare il 23 maggio la pena ai 9 anni di carcere ai quali l’aveva condannato la Cassazione nel settembre 2012.  La notizia della sua liberazione, passata inosservata tranne che  sul sito ‘Informa – Azione’ e confermata da fonti legali,  va salutata naturalmente con favore, come quella di qualsiasi detenuto che abbia terminato un periodo di prigionia.

    Ci dà tuttavia il pretesto di ricordare  l’indagine ‘Tramonto’,  coordinata da Ilda Boccassini, che ipotizava la presenza di un’organizzazione eversiva ispirata alla ‘Seconda Posizione’  dell’ala movimentista delle Brigate Rosse, nata attorno  al foglio semi – clandestino ‘L’Aurora’. Un gruppo le cui finalità sono state però catalogate come non terroristiche dalla Cassazione che aveva rimandato il processo alla Corte d’Appello di Milano facendo cadere l’aggravante che gli dava la patente di ‘nipotini’ delle Br. Secondo la Suprema Corte, la violenza evocata da Davanzo e dagli altri imputati che si riconoscevano nel Partito Comunista Politico Militare e poi si sono dichiarati “prigionieri politici” era “generica” ma senza finalità di terrorismo. Prima di Davanzo sono usciti dal carcere, tra gli altri, anche Massimiliano Toschi e Amarilli Caprio, mentre devono ancora terminare la pena solo Claudio Latino (11 anni e mezzo di carcere) e Davide Bortolato (11 anni), considerati rispettivamente capo della cellula milanese e di quella padovana. (manuela d’alessandro)

  • Tao Scatenato fa tutto da solo
    Falsifica un legittimo impedimento e si smaschera
    Dieci mesi, per lui neanche le generiche

    Un po’ pasticcione, ma l’audacia non gli manca mai. Per questo è il numero uno. Da avvocato o da imputato, poco cambia, Carlo Taormina mena sempre colpi micidiali. Qualche volta per se stesso. E’ Tao Scatenato.

    Vi avevamo raccontato qui della sua recente condanna a dieci mesi. Tutto per un legittimo impedimento non esattamente legittimo, corredato da un piccolo falso. La storia è ancora meglio di quanto credessimo. Perché leggendo le motivazioni della sentenza, si scopre che il Taormina ha combinato tutto da solo: tenta un trucchetto, si accanisce contro un giudice e si smaschera da solo. E così rimedia la condanna.

    L’8 maggio 2009 invia un fax al Gup di Milano Giorgio Barbuto con un’istanza di legittimo impedimento. Chiede il rinvio dell’udienza del 15 maggio, in cui sarà imputato per diffamazione ai danni dell’ex procuratore di Aosta Maria Del Savio (le loro strade si erano incrociate nell’inchiesta sul delitto di Cogne). Avvisa che gli sarà impossibile essere in udienza dovendo quello stesso giorno difendere, come unico difensore, un imputato per droga in Sardegna. E allega la citazione della Corte d’Appello di Cagliari.
    Il 13 maggio Taormina “trasmetteva segnalazione al Presidente del Tribunale di Milano e al Presidente dell’Ufficio Gip nella quale evidenziava che il suo difensore – nel corso di un colloquio del 12 maggio – aveva percepito che il magistrato, che si era riservato di decidere in udienza, avrebbe potuto non ritenere valido l’impedimento addotto”. Il Tao-legale-imputato lamentava, si legge nelle motivazioni, “la particolare attenzione al processo che lo riguardava da parte del Gip e una ‘solerzia’ così accentuata da parte del magistrato che se avesse riguardato tutti i processi di Milano avrebbe consentito ‘l’eliminazione di ogni più pesante arretrato’”. Insomma Taormina calca la mano sul povero Gip Barbuto. Passa all’attacco: “l’atteggiamento del dott. Barbuto si configurerebbe in caso di celebrazione dell’udienza, illegittimo e inopportuno in quanto per un verso pregiudizievole per l’esercizio del diritto di difesa e per un altro non adeguato alla trattazione di una constroversia penale di non eccessivo rilievo, se non fosse che controparte del sottoscritto siano due magistrati”. Altra bordata. (Saggio è chi evita di attaccare un giudice per la sua solerzia nel celebrare un processo con altri magistrati in veste di parte civile). Ai due presidenti, allega di nuovo la citazione. Solo che questa volta compare un nome che invece non compariva in quella spedita al giudice Barbuto. Compare un codifensore di Taormina nel processo sardo. Mannaggia. E che è successo? Per il Tribunale di Milano, è successo che dell’originale era stata fatta una prima fotocopia oscurando il nome del codifensore. Mentre ai due presidenti era arrivato per fax l’originale. Fatto il confronto, svelato l’inganno. (altro…)

  • Kabobo, schizofrenico anche perché emarginato
    Così il gup spiega la condanna a 20 anni

    “Non si può dire che la malattia ‘abbia agito al posto’ dell’imputato” Adam Kabobo. Non c’era una mano immaginaria a guidarlo, costringendolo a uccidere tre persone a colpi di piccone. Quella mano non c’era neppure nella sua testa confusa. E se per “il sentire comune” il comportamento del giovane ghanese potrebbe essere considerato pura “follia”, non si può parlare di “automatismo della malattia”. Almeno così ritiene il gup di Milano Manuela Scudieri, che ha condannato Kabobo a 20 anni di carcere (più misura di sicurezza) in rito abbreviato, riconoscendogli una parziale incapacità di intendere.

    E però, le cose non sono così semplici, il magistrato non può far finta che Kabobo, difeso dagli avvocati Benedetto Ciccarone e Francesca Colasuonno, fosse un cittadino come tutti gli altri, interamente imputabile per il suo comportamento violento, anzi “efferato”. Non può farlo, e infatti è chiamato a decidere sulla base di perizie specialistiche e del complesso degli atti di indagine, non delle dichiarazioni dei politici, non delle interviste rilasciate dagli avvocati, come altrove si vorrebbe.

    E allora, la “condizione di emarginazione sociale e culturale” di Adam Kabobo, scrive il gup, è stata “valutata quale concausa della patologia mentale riscontrata, nel riconoscimento della seminfermità mentale”. La “condizione di stress derivante dalla lotta per la sopravvivenza ha inciso sulla patologia” di Adam Kabobo, “aggravando la sintomatologia delirante e allucinatoria e la comprensione cognitiva”. Il giudice condivide la perizia psichiatrica, la quale chiarisce che il ghanese voleva “uccidere e con l’occasione farsi catturare per soddisfare i propri bisogni primari”. Insomma avrebbe ucciso tre persone anche per farsi arrestare, e finire in un carcere italiano, dove notoriamente vitto e alloggio sono da hotel a cinque stelle.

    Kabobo ha ucciso tre persone innocenti, senza una ragione comprensibile a noi comuni cittadini. Sulla base di indagini accurate, tenendo conto anche di quanto sostenuto dalle difese e dai legali dei famigliari delle vittime, il giudice ha fatto le sue considerazioni. Matto? Sano? Brutto e cattivo? Adesso l’idea potete farvela anche voi:

    motivazioni sentenza kabobo