Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Giugno 2014

  • Dell’Utri, Ordine Giornalisti contro Corsera per “apologia di reato”
    ma è solo solidarietà a un amico

    L’Ordine dei giornalisti della Lombardia evidentemente non ha di meglio da fare. Il suo presidente Gabriele Dossena dopo l’intervento censorio del Cdr del quotidiano ha aperto un fascicolo al fine di valutare se la pagina di informazione pubblicitaria pubblicata con la solidarietà di alcuni amici espressa a Marcello Dell’Utri in carcere per mafia condannato a 7 anni possa configurare l’apologia di reato.

    Dossena si è rivolto al direttore Ferruccio De Bortoli invitandolo a fornire spiegazioni. Non bastano i magistrati a perseguire reati di opinione come è accaduto per lo scrittore Erri De Luca adesso ci si mettono anche i signori dell’Ordine dei giornalisti, un organismo che esiste in due soli paesi, in Italia e in Egitto, e che sarebbe da abolire al più presto. L’iniziativa di Dossena conferma che quando l’Ordine dei giornalisti non ci sarà più sarà stato sempre troppo tardi.

    Chi ha firmato i messaggi contenuti nell’inserzione non ha scritto certo “viva la mafia”, ma ha solo espresso solidarietà a una persona che conosce da una vita. Dell’Utri sta scontando la pena. I suoi amici ex collaboratori e varia umanità dicono che gli sono vicini. Che male c’è? Devono far fronte per questo a una miscela micidiale di maccartismo e stalinismo confezionata in primis da un comitato di redazione storicamente egemonizzato dalla “sinistra” che comunque nel passato si trovò a cogestire l’azienda con la tanto vituperata a parole P2? (frank cimini)

  • NoTav, teorema Caselli bocciato da Cassazione
    Non è terrorismo

    Non c’è terrorismo se manca il grave danno allo Stato e se non c’è da parte dello Stato un’apprezzabile rinuncia a a proseguire l’opera pubblica dell’alta velocità. Con questa motivazione la Cassazione ha bocciato il teorema Caselli, utilizzato dalla procura di Torino per contestare l’accusa di aver agito con finalità di terrorismo con gravi danni all’immagine dell’Italia e della Unione Europea a 4 militanti NoTav in carcere da dicembre per il danneggiamento di un compressore durante un’azione in un cantiere.

    Ora toccherà di nuovo al Riesame di Torino valutare il ricorso dei difensori, ma quelle della Suprema corte sono parole chiare. Il messaggio è che non si possono agitare fantasmi del passato come ha fatto Caselli da pochi mesi in pensione dopo una carriera costruita su tutte le emergenze con la complicità della politica che in passato come adesso delega alla magistratura di risolvere i conflitti sociali.

    E’ il secondo smacco che l’accusa subisce dopo che la Ue invitata a costituirsi parte civile aveva rifiutato spiegando di non essere interessata granché al processo in corso dal 22 maggio a carico dei 4 militanti Notav.

    Insomma Caselli ci ha provato ma gli sta andando male. Del danneggiamento del compressore si sarebbe dovuto discutere in Tribunale e non in Corte d’Assise in un contesto blindato per rinnovare fasti emergenziali che non hanno ragione di esistere a favore di un’inchiesta sponsorizzata da tutti i partiti e da tutti i mezzi di informazione. Perché ballano miliardi e nessuno a cominciare dalle banche che controllano un po’ di giornali ci vuole rinunciare.

    Il teorema Caselli ha fatto la fine del teorema Calogero che aveva ipotizzato nel 1979 una sola cosa tra Autonomia e Br, ma venne bocciato a distanza di anni, passati in carcere da molti imputati. Autonomia non era contraria alla lotta armata come affermato da alcune anime belle ma era cosa diversa dalle Br e non ebbe alcun ruolo nel caso Moro come ipotizzato da Calogero.

    L’azione contro il cantiere a maggio 2013 ci fu ma il problema è la qualificazione giuridica del fatto. Quella creata da Caselli, che vuole far tornare indietro l’orologio della storia, per la Cassazione non regge. (frank cimini)

     

  • Escluso dagli interrogatori, esposto bis di Robledo al Csm contro Bruti

    Pensavate che fossimo ai titoli di coda? E invece no. Arrivano le puntate estive del sequel Bruti vs Robledo. Il procuratore aggiunto ha presentato un nuovo esposto al Csm in cui contesta al suo capo Edmondo Bruti Liberati di non averlo fatto partecipare agli interrogatori nelle indagini su Expo. Abusando del  ruolo di coordinatore dell”Area Omogenea Expo’, questa la tesi di Robledo, il leader della Procura di Milano gli ha proibito di essere presente ai confronti con Angelo Paris e Antonio Rognoni.

    I due, rispettivamente ex manager di Expo2015 spa ed ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde, entrambi arrestati con l’accusa di avere pilotato delle gare, sono stati sentiti la settimana passata  nell’ambito degli approfondimenti sull’appalto della ‘piastra’, il più prelibato tra quelli appetiti dalle imprese in vista dell’evento. Presenti i pm Paolo Filippini, Giovanni Polizzi e Roberto Pellicano, ma non Robledo, che presiede il dipartimento di cui i tre fanno parte, quello dei reati contro la pubblica amministrazione.

    Lo scopo delle disposizioni contenute in una mail inviata da Bruti a Robledo il 18 giugno in relazione al procedimento sulla ‘Piastra’ di cui Robledo è coassegnatario è, scrive il pm nell’esposto, “chiaro ed evidente”: non quello di delegare gli atti ai tre sostituti, ma quello di escludere me”. “Non c’è invero – affonda Robledo – nessuna ragione per cui io non possa partecipare a quegli atti, rispetto ai quali sono, anzi, in grado di garantire l’essenziale patrimonio conoscitivo che consente la migliore comprensione della vicenda processuale, essendo stato titolare fin dalla sua origine”. “Tanto premesso – argomenta il pm rivolgendosi a Bruti “con la consuete franchezza” – aggiungo che la tua indicazione con riferimento ad interrogatori da compiere, per la quale ‘l’atto di indagine sarà effettuato solo dai tre sostituti assegnatari” è viziata da una palese illegittimità”. Questa volta la decisione del Csm, stando a fonti ben informate, dovrebbe arrivare abbastanza velocemente perché sul tavolo c’è solo un’accusa e ben precisa. (manuela d’alessandro)

  • La fattura elettronica? Era meglio la coda in Posta. Parola di avvocato.

    Dal 6 giugno scorso se un soggetto vuole emettere una fattura nei confronti di una Pubblica Amministrazione deve farlo necessariamente per via elettronica. I problemi iniziano subito, perché bisogna preliminarmente accreditarsi presso l’Agenzia delle Entrate. Come? Effettuando una pre-iscrizione nel sito e, dopo aver ricevuto dei codici, compilando un modulo di richiesta in cui devono essere indicati diversi dati (tipo di attività svolta, albo di iscrizione, PEC, ecc…) e fino a qui è abbastanza semplice il tutto. Il problema sorge nell’invio della suddetta richiesta con relativo allegato, perché la stessa deve essere firmata digitalmente tramite chiavetta.
    Perché è un problema questo? Perché la fatturazione elettronica interesserà prevalentemente gli Avvocati penalisti che nella maggior parte dei casi non dispongono della chiavetta utilizzata dai Colleghi civilisti per il processo telematico. In questo caso si apre un’altra epopea che, per mia fortuna, ho già superato.
    Una volta apposta la firma digitale sulla richiesta, la stessa va inviata all’indirizzo PEC. Si attende fiduciosi circa una settimana sino a quando l’Agenzia delle Entrate invierà una e-mail alla casella di posta elettronica certificata comunicando altri codici che devono essere inseriti nel sito per autenticarsi.
    Alle parole “l’autenticazione è avvenuta con successo” comparse sul pc sono stata pervasa da una serenità che non mi coglieva da anni.
    Invito però i Colleghi a non pensare a questo punto (come ho fatto io) “è andata”, perché a quel punto con tutti gli User, password e PIN si può solo accedere al sito www.fatturapa.gov.it e tramite il servizio “simulazione” si può compilare finalmente l’agognata fattura elettronica.
    Peccato che per compilare una fattura elettronica si debbano riempire una serie infinta di campi (giusto per capire di che cosa si sta parlando guardate qua: http://www.fatturapa.gov.it/export/fatturazione/sdi/fatturapa/v1.0/Formato_FatturaPA_tabellare_1.0.pdf).
    Io a questo punto mi sono fermata, perché prima di inviare la mia prima fattura elettronica devo studiarmi i due manuali di 120 pagine complessive per capire cosa si intenda ad esempio per “progressivo invio” o “formato trasmissione”. In questi momenti rimpiango solo le lunghe code alla Posta del Tribunale per ritirare in contanti gli onorari della difesa di un soggetto irreperibile. Bei momenti….(avvocato Paola Bellani)

  • E adesso la Lega chieda scusa a Rosi Mauro,
    espulsa dal partito e oggi archiviata dai pm

    E adesso la Lega chieda scusa a Rosi Mauro, l’unica espulsa dal partito insieme all’ex tesoriere Francesco Belsito con voto unanime del consiglio federale nel 2012 e per la quale oggi la Procura chiede l’archiviazione dall’accusa di appropriazione indebita nell’ambito dell’inchiesta ‘The Family’.

    Schiacciata dal sospetto di avere pagato coi soldi dei rimborsi elettorali anche una laurea per il suo bodyguard Pierangelo Moscagiuro, l’allora vicepresidente del Senato aveva scelto di non dimettersi dalla sua carica con vivo disappunto del Carroccio. “Il rancore prevale sulla verità”, sentenziò l’energica rappresentante dei lumbard a proposito dell’epurazione invece risparmiata a Umberto Bossi e suoi figlioli, Renzo e Riccardo, anche se al ‘Trota’ va dato atto di essersi dimesso dal Consiglio Regionale. Il procuratore aggiunto Alfredo Robledo e i pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini hanno chiesto il processo per tutti i Bossi’s e per altre sei persone, tra cui Belsito, l’uomo che maneggiava con leggerezza i denari del partito. Rosi Mauro si è salvata ‘da sola’ presentando ai pm, subito dopo l’avviso di chiusura delle indagini nel novembre scorso, documenti e spiegazioni relativi a quei 99mila e 731 euro che, secondo l’accusa originaria, avrebbe ‘rubato’ dalle casse di via Bellerio. Ha portato le carte che dimostrano che 16mila euro li incassò dalla Lega alla quale aveva venduto una vecchia auto che non le serviva più; che l’assegno da 6600 euro sulla cui matrice Belsito aveva scritto ‘Rosi’sarebbe stato un escamotage del tesoriere per “ritirare denaro contante attribuendolo ad altri”; e, infine, che non investì (?) 77mila euro per comprare una laurea albanese a Moscagiuro, il quale, peraltro, non era neppure diplomato e neanche era il suo fidanzato, come si vociferava (o, almeno, entrambi smentiscono). Tesi, scrivono i magistrati, “accoglibili e comunque tali da rendere assai dubbia la solidità della prospettazione accusatoria”. E adesso Rosi, nel frattempo scomparsa dai radar della politica, meriterebbe una spiegazione dal partito sul perché per lei non valeva il garantismo concesso ad altri. (manuela d’alessandro)

  • “Presidente sono il suo incubo” il bigliettino dell’avvocato al giudice sfuggente

    L’avvocatessa L.M. deve avere qualcosa di molto importante e urgente da chiedere al giudice Piero Gamacchio. Possiamo apprezzare il suo originale pressing in un biglietto da visita appiccicato alla porta del magistrato. L’esordio è quasi da stalker auto – proclamata: “Sono il suo incubo”, ma poi i toni rientrano in una corretta dialettica processuale per concludersi, dopo avere invitato il giudice a contattarla, con l’”ossequio” finale.  (m.d’a.)

     

     

  • Ecco le motivazioni della condanna a Dolce e Gabbana

    Ecco le motivazioni della sentenza con la quale la Corte d’Appello ha condannato il 20 aprile gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana a un anno e sei mesi di carcere per evasione fiscale. Ora, per via dell’imminente prescrizione del reato, il processo dovrebbe essere trattato dalla sezione feriale della Cassazione come accadde per Silvio Berlusconi l’anno scorso per l’ultimo grado di Mediaset. Intanto, vediamo perché i giudici hanno condannato i creatori della maison disattendendo la richiesta del pg Gaetano Santamaria Amato (la-clamorosa-requisitoria-che-assolve-dolce-e-gabbana) che ne aveva invocato l’assoluzione.

    Dolce e Gabbana

     

  • Un anno e 4 mesi al magistrato tedesco in fuga
    oggi l’Interpol lo consegna alla Germania ma resta il mistero

    In Germania se ne parla da mesi sulle prime pagine, da noi la storia è passata come un fulmine, un capitolo ‘strappato’ da un intrigo di George Simenon ambientato a Milano. Il 31 marzo il magistrato Jorg Lieberum, 48 anni, ricercato su mandato internazionale perché accusato nel suo paese di corruzione,  viene arrestato nella notte in un albergo di Porta Romana in possesso di una pistola calibro 7.65 e una manciata di proiettili, qualche agenda, 30mila euro in contanti. E’ accompagnato da  una ragazza romena di 26 anni.  Ce n’è abbastanza per una ghiotta spy – story.

    In Germania sospettano che Lieberum abbia intascato una mazzetta per truccare gli esami di accesso alla magistratura. Lui però la butta sul romantico: “Non stavo scappando, ero a Milano di passaggio dopo essere stato a Venezia in gita”.  Chiede di essere rispedito al suo Paese per potersi difendere dall’accusa di corruzione, ma i giudici della Corte d’Appello gli negano l’estradizione.  Oggi, ed eccoci alle novità, Lieberum è uscito dal carcere di San Vittore ed è stato riconsegnato dall’Interpol alla Germania perché ha risolto le sue pendenze con la giustizia italiana patteggiando 1 e 4 mesi (pena sospesa) per detenzione  e possesso illegale di arma e proiettili. Libero.

    Noi lo ricordiamo così, elegante, occhialini sul naso, seduto nella gabbia dell’aula dove si il 4 aprile si è discussa la sua estradizione. In fondo alla stanza una bella signora bionda gli lanciava larghi sorrisi. Era la moglie. “Ha deciso di stargli vicino, nonostante tutto”, ci aveva spiegato il suo avvocato, Stefano Ferrari. Chissà. Ci piacerebbe leggere gli altri capitoli (in tedesco) di questa strana storia dove una moglie dispensa amore al suo uomo in fuga trovato con una pistola e una fanciulla. (manuela d’alessandro)

     

     

  • Sabbia sulla Sea, come per Fiat, Pds e Mediobanca 20 anni fa

    Il Csm sostiene che a Milano non ci sarebbe stato “nocumento” alle indagini. Ma a dire il contrario è la storia del fascicolo Sea “dimenticato” per sei mesi un cassetto dal procuratore Bruti e affidato a Robledo solo quando la gara d’asta si era già svolta, gli indagati sapevano di essere sotto inchiesta e  quindi sarebbe stato inutile intercettarli. Su Sea c’è stato un tentativo di insabbiamento praticamente riuscito e causato dalla volontà di non mettere in difficoltà e in imbarazzo la giunta di centrosinistra allora da poco insediata.

    Bruti, nominato nel 2010 quasi all’unanimità dal Csm, molto sensibile agli umori e alle esigenze della politica, ha teso a garantire un po’ tutti. Tanto che aveva cercato di evitare l’indagine su Guido Podestà presidente della Provincia per le firme false del listino Formigoni. Mentre sul cosidetto Rubyter non è stato fatto un solo atto di indagine (almeno non noto alla stampa).

    Milano nuovo “porto delle nebbie” la definizione storica un tempo della procura di Roma? Insomma nuovo e vecchio. Del resto, nonostante le serenate al pool da parte di giornali con editori sotto schiaffio come imprenditori, anche Mani pulite fu caratterizzata da spezzoni di inchiesta che improvvisamente si fermavano o non partivano proprio. Fiat. Mediobanca, Pci-Pds tanto per stare ai casi più eclatanti.

    Romiti allora deus ex machina di Fiat finse di collaborare presentando un elenco di tangenti pagate pieno di lacune. Era tecnicamente inquinamento delle prove. Non solo non fu arrestato quando altri per molto meno finivano in carcere, ma l’inchiesta sul colosso dell’auto si fermò dopo una riunione con gli avvocati nell’ufficio dell’allora capo della procura Borrelli.

    Mediobanca si pappò la Montedison in modo illecito ma non accadde nulla nemmeno quando nel corso del teleprocesso a Sergio Cusani l’avvocato Spazzali disse al pm Di Pietro: “Se lei decide di andare a fare quattro passi dalle parti di via Filodrammatici io la accompagnerei volentieri”.

    Il gip Ghitti rigettò per due volte la richiesta del pool di archiviare le accuse a Marcello Stefanini allora cassiere del Pds ordinando nuove indagini indicando 12 punti. I pm non fecero nulla tranne una ridicola e folkloristica rogatoria aBerlino. Poi… un gip che archivia si trova sempre.

    Ma non si tratta di toghe rosse. Era un problema di opportunità politica. Nel caso i pm avessero approfondito arrivando ai vertici del Pds, il Parlamento avrebbe in tre giorni varato un’amnistia e la “mitica” Mani Pulite sarebbe finita.

    Per non parlare poi dell’Eni. Sempre al processo Cusani il pm Di Pietro chiese all’ad Bernabè: “L’abbiamo finita con i falsi in bilancio?”. “La stiamo finendo”, fu la risposta. Cioè, c’era un reato in corso. Ma non ci fu indagine. Bernabè era considerato “l’Eni buono”, quello dei manager che collaboravano con la procura. Collaboravano si fa per dire. Tra questi c’era il banchiere Pacini Battaglia, colui che intercettato diceva: “Si pagò per uscire da Mani pulite… Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato”. Ma Di Pietro allora era intoccabile. A Brescia prevalse la ragion di Stato.

    Insomma niente di nuovo sotto il sole. I magistrati agiscono spesso e volentieri per ragioni politiche. Lo dice Berlusconi? Il vecchio di Treviri, che non militava in Forza Italia, sosteneva che a volte i reazionari benpensanti affermano verità che neanche i progressisti… (frank cimini)

     

     

     

  • Bruti – Robledo caso chiuso
    con l’incredibile auto – censura del Csm di fronte al Colle

    Con l’epilogo della vicenda Bruti – Robledo la magistratura ha perso una grande occasione di essere e mostrarsi libera. Dopo il nitido manifestarsi della volontà del capo dello Stato Giorgio Napolitano (che è anche Presidente del Csm) attraverso una “lettera non ostensibile” consegnata al fedele luogotenente Michele Vietti, i cittadini devono chiedersi di cosa parliamo quando parliamo di “autogoverno” della magistratura. Perché quello che abbiamo visto nella ultime ore, su qualunque fronte si voglia stare in questa sfida, è apparso un rassegnato inchinarsi alla volontà di un sovrano da parte della (presunta) assemblea libera delle toghe.  Due commissioni del Csm hanno modificato le loro risoluzioni da presentare al plenum piegandosi al diktat del Presidente. Sono state cambiate all’ultimo secondo le parole dei documenti faticosamente ‘costruiti’ in settimane di istruttorie e analisi, smussando le critiche al procuratore capo Bruti Liberati ed esaltando quelle al denunciante Robledo. Il plenum ha ratificato il volere di Napolitano e archiviato l’esposto presentato dal procuratore aggiunto. Parte degli atti sono stati mandati alla Procura Generale della Cassazione, ma non quelli  sul caso Ruby, mentre i titolari dell’azione disciplinare dovranno pronunciarsi su Sea ed Expo. E Vietti non ha avuto nemmeno il pudore di tacere. “Sono state rispettate le indicazioni di Napolitano”, ha esultato.

    A cosa serve dunque il Csm se non è che la grancassa di un uomo solo? A cosa è servito convocare mezza Procura di Milano a Roma se poi all’ultimo secondo sono state stravolte le conclusioni dei magistrati? Nella sua lettera “segreta” Napolitano si sarebbe limitato a ricordare che “i poteri di organizzazione dell’ufficio sono divenuti prerogative del capo della Procura”. Ma questo il Csm l’ha sempre saputo e non significa che siano poteri lunatici o senza regole. Per questo il Csm godeva di un illimitato spazio di libertà e anche dopo il diktat di Napolitano non c’era nessuna necessità di cambiare le risoluzioni. Invece i rappresentanti dei magistrati si sono macchiati del peccato più  imperdonabile contro la libertà: l’auto – censura. (manuela d’alessandro)

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  • Il pm di Tortora diventa assessore alla legalità.
    Un imperdonabile abuso della parola.

    La notizia questa volta è di quelle che fanno davvero “sobbalzare” anche chi è ormai abituato a vivere in un paese dalla scarsa memoria e dalle facili rimozioni. Diego Marmo, sissignori proprio lui, quel pm, ricorderete, che schiumante di bava alla bocca tuonava le peggiori cose contro il “camorrista” Enzio Tortora  a quel famigerato processo di Napoli dove si consumò una delle più vergognose pagine della nostra storia giudiziaria, è stato nominato assessore al Comune di Pompei. Beh, poca notizia direte voi, giacchè, come tristemente noto, il predetto magistrato, ben lungi dal pagare (così come i non meno colpevoli colleghi di istruttoria Lucio Di Pietro e Felice di Persia) alcun pedaggio per quella indecente vicenda, aveva percorso imperterrito tutti i successivi gradini burocratici della amministrazione della giustizia, fino al vertice della Procura di Torre Annunziata. Ora in pensione, quindi, perché non conferirgli un bell’assessorato che come ben si sa in Italia non si nega a nessuno ? Il punto è che il citato assessorato sarebbe, udite udite, niente meno che quello alla (giuro !) “legalità”. (altro…)

  • NoTav, l’Europa ai giudici: “Per noi processo inutile”

    “Abbiamo la presidenza della Commissione Europea, non so se c’è qualcuno in aula per questa Commissione Europea che, peraltro, ha fatto pervenire uno scritto dove sostanzialmente dice che non è interessata granchè alla cosa”, afferma il presidente della Corte d’assise di Torino, come risulta dalle trascrizioni di udienza del 22 maggio. La “cosa” è il processo in cui la procura di Torino accusa 4 militanti NoTav di aver agito con finalità di terrorismo con gravi danni all’immagine dell’Italia e dell’Unione Europea, imputazione che prevede fino a 30 anni di carcere per aver danneggiato un compressore in un cantiere dell’alta velocità a maggio del 2013.
    Si tratta dell’unica vera notizia fin qui del processo iniziato il 22 maggio, ma che i giornali non hanno pubblicato. Anche dal tono e dalle parole usate dal giudice si capisce che all’Europa di questo processo importa nulla, anzi che lo considera inutile. (altro…)

  • E’ un pm il ‘papà’ della pianta che cammina
    e ci racconta la sua storia

    Ricordate la disperata invocazione di un anonimo che chiedeva rispetto per la pianta sofferente al quarto piano della Procura? la-pianta-che-cammina-nel-palazzo Ecco, il ‘papà’ del vegetale ha voluto ringraziarci con una scritta a penna, come vedete nella foto, per avere sposato la causa di questo vegetale in cerca d’amore. Possiamo solo dirvi che è un pubblico ministero molto simpatico, ma di più non è lecito rivelare sulla sua identità. Ci ha però autorizzati a raccontare la tormentata storia di questa pianta.

    Un giorno il nostro pm decide di portarla a Palazzo da casa della mamma, dove giace in condizioni critiche, sperando di darle nuovo vigore. Ma la pianta sparisce all’improvviso e lui la cerca in ogni angolo finché non la ritrova in un ufficio della Procura. La rimette nella sua ‘casa’, quel fazzoletto tra gli ascensori e i finestroni che danno sull’Umanitaria, al quarto piano, e lascia un bigliettino con la scritta “Grazie di averla accudita con cura”.  Ma la pianta ‘cammina’ e sparisce di nuovo. Lui non demorde e la rimette al suo posto col biglietto quasi in rima che potete leggere nell’immagine. Dopo il nostro interevnto, aggiunge la scritta di ringraziamento per Giustiziami. Come tutti i benefattori non vuole che si faccia il suo nome ma ci tiene a sottolineare che la sensibilità è di casa anche in questo luogo di sofferenza.

  • Alfano emette sentenza col rito del comunicato stampa.
    E se Bossetti non fosse il killer di Yara?

    E se non fosse Massimo Giuseppe Bossetti l’assassino di Yara? E, se anche lo fosse, è giusto quello che sta accadendo in queste ore con la gogna ‘istituzionale’ del muratore di 44 anni, padre di tre figli, incensurato, accusato di avere ucciso la piccola stella della ginnastica artistica?

    Il Ministro Angelino Alfano ha introdotto nel nostro codice penale il processo col ‘rito del comunicato stampa’. “Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio”.  Questa la sentenza arrivata alle sei della sera firmata dal giudice monocratico Angelino, che forse si aspettava una fulminea confessione da parte di Bossetti. Magari avrebbe potuto aspettare a diffondere la nota per la stampa per evitare la folla coi forconi attorno alla caserma dove l’accusato ha opposto il silenzio alle contestazioni dei pm di Bergamo. In questa storia c’è già stato un presunto colpevole, il marocchino Mohamed Fikri, fermato in presunta fuga a bordo di un traghetto, sulla base di un’intercettazione tradotta male, e per oltre due anni rimasto sulla ‘graticola’ in attesa di un’archiviazione.  E qui vogliamo ricordare pure il fermo di Alberto Stasi per il delitto di Garlasco, seguito dalla pomposa conferenza stampa del Procuratore di Vigevano il quale dichiarò di avere individuato la “pistola fumante” della sua colpevolezza nel dna della vittima, Chiara Poggi, trovato sui pedali di una bicicletta. ‘Prova’ bocciata dal gip che scarcerò il presunto colpevole con tante scuse dopo pochi giorni.

    Massimo Giuseppe Bossetti sarebbe l”Ignoto 1′ a cui si dava la caccia da anni, il figlio illegittimo dell’autista di autobus Giuseppe Guerinoni, scomparso nel 1999 a cui era riconducibile il profilo genetico trovato sugli slip di Yara.  L’esame del dna, che gli è stato estratto con l’espediente del test dell’ etilometro in un normale controllo stradale, è risultato “perfettamente coincidente” con quello trovato sulle mutandine.  Sicuramente è una prova a suo carico, e che prova, come lo è la cella del suo telefono agganciata a Brembate di Sopra il 26 novembre 2010 quando la 13enne era uscita dalla palestra per non tornare mai più a casa. Bene. Questa è l’accusa, poi ci sarà una difesa, giusto? Bossetti potrebbe difendersi, è la prima ipotesi che ci viene in mente, dicendo di non avere ucciso Yara ma di averne ‘soltanto’ vilipeso il cadavere. Oppure potrebbe anche semplicemente essere colpevole, ma la certezza potremmo averla dopo una confessione o dopo un processo con tutte le garanzie per l’imputato. Perché questo richiede la nostra legge, a dispetto del Ministro Alfano, oggi, e non solo (vedi link qui sotto) dimentico del garantismo profuso per il suo ex amico Berlusconi. (manuela d’alessandro)

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  • Il refuso del Governo: errore o profezia sul futuro di Vegas in Consob?

    A volte i lapsus nascondono semplici errori, in altri casi potrebbero celare profezie. E se a farli ci si mette il Governo ai giornalisti non resta che farne la cronaca. Venerdì sera Anna Genovese si è trovata ‘a sua insaputa’ presidente della Consob, dopo alcune ore però l’errore (fotografato da Giustiziami e ora irreperibile sul sito di Palazzo Chigi) è stato corretto: la dicitura in neretto da “Avvio procedura incarico a presidente di Consob” è diventata “Avvio procedura incarico nella commissione Consob”. Auguri dunque al neo commissario Genovese, ma in bocca al lupo anche al presidente Giuseppe Vegas in caso di ulteriori errori. (oriana lupini)

  • Minenna, “Consob mi ha impedito di scoprire i guai di Unipol”.

    I capi della Consob non hanno permesso di fare un’analisi veritiera del portafoglio bilanci di Unipol. Parola di Marcello Minenna, il responsabile dell’ Ufficio Analisi Quantitative della Commissione, che per sei volte si è seduto di fronte al pm di Milano Luigi Orsi per raccontare come la fusione tra Unipol e l’ex galassia Ligresti (Fonsai, Milano Assicurazioni e Premafin) mostri troppe criticità, con Unipol che sopravvaluta i suoi titoli strutturati messi a bilancio,  e detti le regole invece che rispettarle.

    A fine novembre del 2012 viene affidato all’Ufficio Analisi Quantitative l’incarico di analizzare il portafoglio di titoli strutturati di Unipol. Il  12 dicembre l’autorità di vigilanza “non era ancora in possesso – svela il dirigente dell’ufficio – delle basilari informazioni sui derivati in pancia a Unipol nonostante nel prospetto del 13 luglio Unipol scriva che Consob sta svolgendo accertamenti su questi titoli”. Secondo Minenna, i dirigenti della Consob gli hanno rivolto tre richieste ‘sospette’: l’analisi “dovrà essere condotta prescindendo dagli effetti che potrà avere sugli stessi bilanci”, deve essere esaurita “in meno di venti giorni, entro il 10 dicembre” e deve far riferimento “alle date del 31 dicembre 2011 e 30 giugno 2012”, nonostante l’unica data davvero utile sia quella a cui si riferisce il bilancio.

    Ma c’è di più: “non è una mera illazione – spiega – ritenere che Unipol abbia comunicato la sopravalutazione proprio di quei titoli che sapeva noi stavamo analizzando”. E di un’ipotetica interferenza da parte dell’ad di Unipol Carlo Cimbri, di recente indagato per aggiotaggio dalle procure di Milano e Torino, parla più esplicitamente quando racconta di una missiva del direttore generale “che a sua volta fa riferimento ad una lettera del 31 luglio 2013 spedita da Cimbri al presidente Vegas. Incredibilmente Cimbri lamenta che l’Ufficio Analisi Quantitative non avrebbe ancora svolto confronti nel merito con Unipol nonostante le dieci richieste ex art. 115 Tuf e le numerose mail e telefonate. (…) Rimanevo stupito che non si censurassero i contenuti della lettera di Cimbri ma mi si chiedesse conto della infondata sua doglianza”.

    Accuse che Minenna restituisce al mittente. Così come quando spiega che l’analisi del portafoglio titoli strutturati al 31 dicembre 2011 “sarebbe potuta terminare ben prima di giugno 2013 se le proposte dell’Ufficio fossero state in qualche modo tenute in considerazione e se si fosse potuto operare in un’atmosfera lavorativa più serena”. Dichiarazioni da prendere con le dovute precauzioni – i contrasti tra Minenna e Consob sono noti – ma che accendono un faro su chi di solito vigila. (oriana lupini)

  • Torna libero Alfredo Davanzo
    per i pm era “ideologo” nuove Br

    Con la scarcerazione di Alfredo Davanzo, ritenuto l’ideologo del gruppo, si chiude la vicenda giudiziaria di quelle che la Procura di Milano individuò nel 2007 come le ‘nuove Brigate Rosse’.  Trevigiano,  57 anni, Davanzo ha finito di scontare il 23 maggio la pena ai 9 anni di carcere ai quali l’aveva condannato la Cassazione nel settembre 2012.  La notizia della sua liberazione, passata inosservata tranne che  sul sito ‘Informa – Azione’ e confermata da fonti legali,  va salutata naturalmente con favore, come quella di qualsiasi detenuto che abbia terminato un periodo di prigionia.

    Ci dà tuttavia il pretesto di ricordare  l’indagine ‘Tramonto’,  coordinata da Ilda Boccassini, che ipotizava la presenza di un’organizzazione eversiva ispirata alla ‘Seconda Posizione’  dell’ala movimentista delle Brigate Rosse, nata attorno  al foglio semi – clandestino ‘L’Aurora’. Un gruppo le cui finalità sono state però catalogate come non terroristiche dalla Cassazione che aveva rimandato il processo alla Corte d’Appello di Milano facendo cadere l’aggravante che gli dava la patente di ‘nipotini’ delle Br. Secondo la Suprema Corte, la violenza evocata da Davanzo e dagli altri imputati che si riconoscevano nel Partito Comunista Politico Militare e poi si sono dichiarati “prigionieri politici” era “generica” ma senza finalità di terrorismo. Prima di Davanzo sono usciti dal carcere, tra gli altri, anche Massimiliano Toschi e Amarilli Caprio, mentre devono ancora terminare la pena solo Claudio Latino (11 anni e mezzo di carcere) e Davide Bortolato (11 anni), considerati rispettivamente capo della cellula milanese e di quella padovana. (manuela d’alessandro)

  • Un indagato, nove a interrogarlo
    E’ l’area omogenea Expo, bellezza

    Per fare un’area omogenea, bisogna omogeneizzare. E in effetti l’ultimo interrogatorio di Pierpaolo Perez, ex braccio destro di Antonio Rognoni, arrestato il 20 marzo scorso nell’inchiesta su Infrastrutture Lombarde, è parso ad alcuni il frullato, concentrato, di una serie di situazioni paradossali nate dallo scontro in procura tra il capo Bruti Liberati e l’aggiunto Robledo. Frizioni arrivate fino al Csm e a cui il numero uno della Procura ha di recente tentato di mettere un freno – per qualcuno un tappo – costituendo una “area omogenea” per le inchieste in qualche modo attinenti all’esposizione universale. (altro…)

  • Scontro in Procura, il documento del Csm con la proposta di archivizione

    Così parlò il Csm. Nel documeno che potete leggere qui Csm su Bruti – Robledo sono contenute le conclusioni della Prima Commissione sulla cruenta battaglia in Procura cominciata con l’esposto di Alfredo Robledo di cui viene chiesta l’archiviazione. Secondo l’organo di autogoverno, “non si ravvisano ipotesi in alcun modo significative rispetto alle competenze della Prima Commissione in quanto non risulta essere stato turbato l’esercizio dell’attività giurisdizionale, sebbene siano state rilevate asprezze interpersonali e discutibili decisioni organizzative interne”.  Tuttavia, viene disposta la trasmissione della delibera, votata a maggioranza,  al pg della Cassazione sia per Bruti che per il suo vice e alla quinta commissione del Consiglio, competente per gli incarichi direttivi.  (m.d’a.)

  • Camera Penale, la sentenza ‘Infinito’ è copiata
    e gli osanna di Boccassini inopportuni

    Sulla storica sentenza della Cassazione frutto dell’indagine ‘Infinito’, la Camera Penale di Milano non partecipa all’esultanza mediatica e della Procura che ha accolto la conferma di 92 condanne. E neppure mostra di gradire gli “osanna” di Ilda Boccassini  successivi al verdetto che ha sancito la presenza radicata della ‘ndrangheta in Lombardia.

    Non è naturalmente il merito delle accuse al centro della riflessione contenuta in una nota firmata dal Consiglio Direttivo. Quello che preoccupa gli avvocati, “nonostante lo scrutinio di legittimità della Cassazione”,  è che si sia arrivati a questo epilogo a partire da una sentenza di primo grado considerata una “riproposizione pedissequa del contenuto dell’ordinanza di custodia cautelare che, a sua volta, aveva recepito integralmente contenuto e parole della richiesta di applicazione di quelle misure cautelari”. “Un pericoloso gioco di scatole cinesi – così viene definito il cammino di questa indagine verso la condanna definitiva pronunciata il 6 giugno dalla Cassazione – in cui le motivazioni di una parte del processo, ovvero quella cui si riconduce la responsabilità delle indagini e, quindi quella più vicina, anzi necessariamente alleata agli inquirenti, diventa il tessuto motivazionale di un giudizio di condanna, senza che sia stato possibile in modo esauriente e convincente individuare in quella motivazione parti della stessa a cui poter affidare la testimonianza di una autonomia del giudizio del decidente e, quindi, di un valido esercizio della delicata funzione giurisdizionale”. (altro…)

  • Guerra in Procura al Csm
    ‘Indignato Jo’ in via Freguglia
    con tarallucci e vino

    Noi del suo parere teniamo sempre conto. Perché la sua è una visione ‘laterale’, frutto della forma mentis di chi conosce la Procura come le sue tasche ma non risponde esattamente alle logiche della quotidianità tribunalizia. Ebbene, Giorgio Dini Ciacci, sabato scorso, si è presentato all’ingresso di via Freguglia così.

    Ha provato a entrare ma lo hanno fermato al metal detector di via Freguglia. Meglio di un editoriale. Il modo più diretto per esprimere la previsione sul finale della lunga guerra in Procura tra Bruti Liberati e il suo aggiunto Robledo. Come andrà a finire al Csm? Prima ancora che si conoscesse il contenuto delle proposte della prima e della settima commissione, l’Indignato Jo aveva già detto la sua. Con tarallucci e vino.

  • Se il Csm si da’ del colabrodo da solo

    Secondo il Csm, Alfredo Robledo avrebbe messo “a rischio la segretezza delle indagini” inviandogli atti relativi a Expo nel batti e ribatti di colpi con Edmondo Bruti Liberati. Ora, evocando quel vecchio animatore di salotti notturni televisivi, il Csm si faccia una domanda e si dia una risposta: chi avrebbe potuto violare la segretezza delle indagini, se non il Csm stesso? Nessuno, visto che in teoria quegli atti  erano nella sola disponibilità dei magistrati dell’organo di autogoverno. Quindi, il Csm si da’ da solo del (potenziale) colabrodo?  (m. d’a.)

     

  • Esclusiva. Il documento di Bruti sulle assegnazioni delle indagini.

    Ecco il documento inviato dal procuratore Edmondo Bruti Liberati ai pm in cui, tra l’altro, sono contenuti i nuovi criteri di assegnazione delle indagini. E’ la risposta, tardiva, alle contestazioni di Alfredo Robledo che hanno dato il via allo scontro davanti al Csm. Oggi l’organo di autogoverno ha contestato a Bruti la mancanza di una chiara disciplina delle assegnazioni dei fascicoli.

     

    2014 criteri bozza 9 giugno-1

  • Bruti doveva motivare atti a Boccassini
    E il procuratore detta i ‘nuovi’ criteri organizzativi

    Se c’è un vincitore ‘ai punti’, almeno per il momento, è Alfredo Robledo.  E lo è il giorno dopo che, a quanto apprende Giustiziami, il suo ‘rivale’, Edmondo Bruti Liberati, ha inviato ai pm una circolare di una sessantina di pagine contenente i nuovi ‘criteri organizzativi’ di assegnazione delle indagini, tema al centro dello scontro che infiamma la Procura. Nel documento si legge, tra l’altro, che i procuratori aggiunti (come Robledo, per intenderci) non possono più essere co – assegnatari di indagini.

    Qualche grave errore nel distribuire le inchieste ai suoi pm – adesso è la settima Commissione del Csm a metterlo nero su bianco a maggioranza, in un documento che verrà valutato dal plenum – il ‘capo’ l’ha commesso nei mesi scorsi, a cominciare dal fascicolo più insidioso, quello nato dalle rivelazione di Ruby. Colpa di Bruti anche non avere dettato una “precisa disciplina relativa all’assegnazione” dei fascicoli ai vari dipartimenti, cosa che, a quanto pare, il procuratore avrebbe fatto soltanto ieri.

    Bruti Liberati, scrivono i rappresentanti dei magistrati, doveva motivare le ragioni per cui assegnò il coordinamento di questa inchiesta a Ilda Boccassini anche “per scongiurare qualunque possibilità di rischio di esporre l’ufficio al pur semplice sospetto di una gestione personalistica delle indagini delicate” su Silvio Berlusconi. E anche quando nell’ambito dell’inchiesta sul San Raffaele “si è proceduto all’iscrizione di fatti corruttivi (col coinvolgimento di Formigoni, ndr) non è stata attivata la necessaria interlocuzione” con Robledo. Un passaggio, è il rilievo mosso dal Csm a Bruti, che doveva essere compiuto per “verificare la possibilità di una coassegnazione dell’inchiesta” avviata dal dipartimento guidato da Francesco Greco.

    Quanto all’ormai noto fascicolo Sea dimenticato da Bruti nell’armadio, il Csm sembra non approvare il comportamento di nessuno dei due contendenti, censurando sia il “ritardo” di Bruti nel consegnarlo al collega, che era competente, sia “l’inerzia” di Robledo “nel sollecitare l’adempimento”. “Nessun rilievo organizzativo” può essere mosso invece al procuratore per la gestione dell’inchiesta su Expo.  Anzi, qui sembra essere Robledo quello messo peggio perché al pg della Cassazione Ciani e al Ministro della Giustizia Andrea Orlando  spetterà valutare l’”insistenza di Robledo nella richiesta di trasmisione degli atti”, nonostante ci fosse già un coordinamento, e la “possibile messa a rischio della segretezza delle indagini” con l’invio di atti al Csm. Infine, viene sollecitato il parere del pg anche sul presunto doppio pedinamento di un undagato nell’inchiesta Expo, ‘rivelato’ da Ilda Boccassini ma negato dalla Guardia di Finanza che ne sarebbe stata protagonista. (manuela d’alessandro)

  • La pianta che cammina nel Palazzo

    “Non toccare / non è abbandonata / è un dono per l’ufficio / c’è chi ne cura / l’idratazione / il nutrimento e / l’esposizione / grazie / Non fatecela cercare di nuovo per tutto l’ufficio, chi porta una pianta poi la vuole almeno vedere”.

    Chi ha detto che la Procura è un luogo arido? Non lo è nei sentimenti, per lo meno, se si leggono questi versi sciolti vergati da un anonimo lavoratore del palazzo di giustizia. Magistrato? Cancelliere? Chi può dirlo. Ma là dove c’è amore per una pianta che soffre, là c’è cura anche per le altre cose, e soprattutto per le persone che popolano quel luogo. La pianta, visibilmente sofferente, con tanto di nastro da pacchi attorno al tronco, si trova al quarto piano, quello della Procura, lato via San Barnaba, nello spazio tra gli ascensori e i finestroni che danno sull’Umanitaria, per chi conosce la geografia del palazzo. Lì il vegetale trova la luce di cui ha bisogno. C’è chi si cura di dargli l’acqua. Per qualche tempo, evidentemente, qualcuno l’ha nascosta, poi il proprietario l’ha ritrovata, ma ci sono volute affannose ricerche. Appropriazione indebita? Furto con destrezza? Prestito? Starà alla Procura accertarlo. Ora la pianta è tornata al suo posto. Non spostatela più. Altrimenti scatta il poema.

  • Il Procuratore c’est moi, riferite tutto a me su Expo

    Bruti Liberati manda una circolare a tutti i pm, annunciando la nascita dell’Area Omogenea Expo “cui sono attribuite tutte le indagini che, a vario titolo, concernono direttamente o indirettamente l’evento”.  “Appare necessario e urgente istituirla” – spiega – “in modo tale da assicurare efficace e pieno coordinamento dei procedimenti pendenti presso i diversi Dipartimenti di questa Procura”. 

    Cosa significa “Area Omogenea Expo”?

    Dalla lettura del documento si capisce bene cosa non vuole essere. Non è la creazione di un  pool di pubblici ministeri che si occupano del tema perché  “non è opportuno  prevedere un organico proprio per l’Area Omogenea Expo”.  Un’altra cosa che si capisce bene è che Bruti rivendica con piglio deciso i suoi poteri in questo ambito. Eccoli, come li scolpisce nella circolare: “il Procuratore della Repubblica riserva a sè stesso il coordinamento dell’Area Omogenea Expo”; “i Procuratori aggiunti e il coordinatore Sdas riferiranno prontamente al Procuratore della Repubblica in ordine a tutti i procedimenti” su Expo; “le notizie di reato saranno trasmesse direttamente al Procuratore della Repubblica il quale provvederà all’assegnazione dei procedimenti ai sostituti assegnati ai diversi Dipartimenti, in ragione delle rispettive specializzzioni, tenendo conto altresì delle connessioni e /o collegamenti investigativi, nonché, se del caso, provvedendo ad opportune coassegnazioni, ove emergano diversi profili di specializzazione”.   Cosa sarà esattamente l’Area Expo lo capiremo nei prossimi mesi, per adesso sembra un ‘urlo’ di Bruti nella Procura lacerata per ricordare a tutti che il capo è lui, e al momento non pare abbia voglia di abdicare. (m.d’a)

     

  • Tao Scatenato fa tutto da solo
    Falsifica un legittimo impedimento e si smaschera
    Dieci mesi, per lui neanche le generiche

    Un po’ pasticcione, ma l’audacia non gli manca mai. Per questo è il numero uno. Da avvocato o da imputato, poco cambia, Carlo Taormina mena sempre colpi micidiali. Qualche volta per se stesso. E’ Tao Scatenato.

    Vi avevamo raccontato qui della sua recente condanna a dieci mesi. Tutto per un legittimo impedimento non esattamente legittimo, corredato da un piccolo falso. La storia è ancora meglio di quanto credessimo. Perché leggendo le motivazioni della sentenza, si scopre che il Taormina ha combinato tutto da solo: tenta un trucchetto, si accanisce contro un giudice e si smaschera da solo. E così rimedia la condanna.

    L’8 maggio 2009 invia un fax al Gup di Milano Giorgio Barbuto con un’istanza di legittimo impedimento. Chiede il rinvio dell’udienza del 15 maggio, in cui sarà imputato per diffamazione ai danni dell’ex procuratore di Aosta Maria Del Savio (le loro strade si erano incrociate nell’inchiesta sul delitto di Cogne). Avvisa che gli sarà impossibile essere in udienza dovendo quello stesso giorno difendere, come unico difensore, un imputato per droga in Sardegna. E allega la citazione della Corte d’Appello di Cagliari.
    Il 13 maggio Taormina “trasmetteva segnalazione al Presidente del Tribunale di Milano e al Presidente dell’Ufficio Gip nella quale evidenziava che il suo difensore – nel corso di un colloquio del 12 maggio – aveva percepito che il magistrato, che si era riservato di decidere in udienza, avrebbe potuto non ritenere valido l’impedimento addotto”. Il Tao-legale-imputato lamentava, si legge nelle motivazioni, “la particolare attenzione al processo che lo riguardava da parte del Gip e una ‘solerzia’ così accentuata da parte del magistrato che se avesse riguardato tutti i processi di Milano avrebbe consentito ‘l’eliminazione di ogni più pesante arretrato’”. Insomma Taormina calca la mano sul povero Gip Barbuto. Passa all’attacco: “l’atteggiamento del dott. Barbuto si configurerebbe in caso di celebrazione dell’udienza, illegittimo e inopportuno in quanto per un verso pregiudizievole per l’esercizio del diritto di difesa e per un altro non adeguato alla trattazione di una constroversia penale di non eccessivo rilievo, se non fosse che controparte del sottoscritto siano due magistrati”. Altra bordata. (Saggio è chi evita di attaccare un giudice per la sua solerzia nel celebrare un processo con altri magistrati in veste di parte civile). Ai due presidenti, allega di nuovo la citazione. Solo che questa volta compare un nome che invece non compariva in quella spedita al giudice Barbuto. Compare un codifensore di Taormina nel processo sardo. Mannaggia. E che è successo? Per il Tribunale di Milano, è successo che dell’originale era stata fatta una prima fotocopia oscurando il nome del codifensore. Mentre ai due presidenti era arrivato per fax l’originale. Fatto il confronto, svelato l’inganno. (altro…)

  • Kabobo, schizofrenico anche perché emarginato
    Così il gup spiega la condanna a 20 anni

    “Non si può dire che la malattia ‘abbia agito al posto’ dell’imputato” Adam Kabobo. Non c’era una mano immaginaria a guidarlo, costringendolo a uccidere tre persone a colpi di piccone. Quella mano non c’era neppure nella sua testa confusa. E se per “il sentire comune” il comportamento del giovane ghanese potrebbe essere considerato pura “follia”, non si può parlare di “automatismo della malattia”. Almeno così ritiene il gup di Milano Manuela Scudieri, che ha condannato Kabobo a 20 anni di carcere (più misura di sicurezza) in rito abbreviato, riconoscendogli una parziale incapacità di intendere.

    E però, le cose non sono così semplici, il magistrato non può far finta che Kabobo, difeso dagli avvocati Benedetto Ciccarone e Francesca Colasuonno, fosse un cittadino come tutti gli altri, interamente imputabile per il suo comportamento violento, anzi “efferato”. Non può farlo, e infatti è chiamato a decidere sulla base di perizie specialistiche e del complesso degli atti di indagine, non delle dichiarazioni dei politici, non delle interviste rilasciate dagli avvocati, come altrove si vorrebbe.

    E allora, la “condizione di emarginazione sociale e culturale” di Adam Kabobo, scrive il gup, è stata “valutata quale concausa della patologia mentale riscontrata, nel riconoscimento della seminfermità mentale”. La “condizione di stress derivante dalla lotta per la sopravvivenza ha inciso sulla patologia” di Adam Kabobo, “aggravando la sintomatologia delirante e allucinatoria e la comprensione cognitiva”. Il giudice condivide la perizia psichiatrica, la quale chiarisce che il ghanese voleva “uccidere e con l’occasione farsi catturare per soddisfare i propri bisogni primari”. Insomma avrebbe ucciso tre persone anche per farsi arrestare, e finire in un carcere italiano, dove notoriamente vitto e alloggio sono da hotel a cinque stelle.

    Kabobo ha ucciso tre persone innocenti, senza una ragione comprensibile a noi comuni cittadini. Sulla base di indagini accurate, tenendo conto anche di quanto sostenuto dalle difese e dai legali dei famigliari delle vittime, il giudice ha fatto le sue considerazioni. Matto? Sano? Brutto e cattivo? Adesso l’idea potete farvela anche voi:

    motivazioni sentenza kabobo

  • Domani processo a Erri De Luca, assolvetelo in nome della libertà

    Il 5 giugno dunque si terrà davanti al gip di Torino un’ udienza preliminare contro un apprezzato e valente scrittore italiano che ha scatenato, da più parti, nutrite e variegate manifestazioni di solidarietà. Trattasi di Erri De Luca, accusato dalla locale Procura di istigazione a delinquere (art. 414 Cp) per avere pronunciato,mesi orsono, le seguenti parole: “La TAV va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa” . L’art. 414 del Codice penale è reato inserito nel titolo V del Codice Penale “dei delitti contro l’ordine pubblico” e prevede una pena fino a 5 anni di reclusioneper chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più delitti.Rivendicando la libertà sancita dall’art. 21 della Costituzione che stabilisce che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”, lo scrittore ha dichiarato: “Se mi condannano per istigazione alla violenza non farò ricorso in appello. Se dovrò farmi la galera per avere espresso una opinione, allora la farò”. (altro…)

  • ‘Pistole e palloni’, gli anni ’70 nel racconto della Lazio campione.
    Una squadra di “pazzi, selvaggi e sentimentali”.

    Guy Chiappaventi, giornalista di La7 romano e laziale che si proclama insofferente agli spigoli della nostra città, da qualche anno si aggira col suo taccuino per i corridoi del Palazzo di Giustizia con l’aria sorniona di chi viene da un altro pianeta. Ora, leggendo il suo libro ‘Pistole e Palloni’ (Editore Castelvecchi),  intravvediamo finalmente da quale pianeta sia calato e, dobbiamo ammetterlo, una storia così a Milano, almeno in quella sportiva, non potrebbe mai essere stata scritta. Guy offre ritratti luminosi, dal portiere Felice Pulici al mister Tommaso Maestrelli,  dei ragazzi che vinsero il primo scudetto nella storia della Lazio il 12 maggio 1974, mentre lui era in prima elementare e l’Italia diceva sì al divorzio e all’aborto col disappunto di Pasolini, le cui riflessioni incorniciano non per caso i momenti più intensi di questo libro.  Sono le parole dell’intellettuale, comunista e omosessuale, a disegnare i confini del ‘campo’ in cui giocò quella squadra di “irregolari”, machista e missina, che per la prima volta nel dopoguerra strappò il tricolore al nord, e dove “le teste erano calde, andavano di moda le pistole e i paracadute, le partitelle di allenamento finivano a schiaffi, gli spogliatoi erano divisi per clan”.

    “Io giravo con la pistola, una 44 magnum. Poteva servirmi in certi casi. Ma non l’avevo presa per autodifesa, alla Lazio eravamo quasi tutti armati. Con le armi ci passavamo i ritiri all’Hotel Americana”. Questo è Giorgio Chinaglia che per Pasolini era un centravanti “goffo e delirante”, per i tifosi un amatissimo “re Luigi XIV degli anni settanta”, in grado di poter battersi il petto con la foga che lo spingeva in area di rigore, urlando: “La Lazio? C’est moi.”

    Tanti di quei giocatori ammiravano Giorgio Almirante ed esibivano pose neo – fasciste, pur senza essere consapevoli della matrice storica dei loro comportamenti, proprio negli anni del  ‘riflusso’ che spegne il ’68 e porta dritto alla lotta armata.  L’ossessione della polvere da sparo bruciò il volo di Luciano Re Cecconi, l’angelo biondo a cui un gioielliere con una revolverata tolse la vita a 28 anni perché per scherzo inscenò una rapina nella sua bottega. Di quella squadra di “pazzi, selvaggi e sentimentali” spezzata da tali rivalità che i giocatori si cambiavano in due spogliatoi fisicamente distinti (quelli che stavano con Chinaglia e gli ‘altri’)  molti ebbero una sorte nera, dalla mezzala Frustalupi,  morto in un incidente stradale all’allenatore Maestrelli, il più dolce di tutti che sapeva come ammansire le sue belve e finì in una bara a un passo dalla panchina dell’Italia.  Tanti finirono risucchiati in inchieste giudiziarie, calcio scommesse, falsi in bilancio, passaporti truccati.  Long John Chinaglia è stato folgorato da un infarto in America da latitante, il 16 settembre di un anno fa. (manuela d’alessandro)

  • Generiche all’ex capo del Ros Ganzer perché agì per “fuoco sacro”

    Cosa spinse i giudici a ‘decapitare’ la condanna a Gianpaolo Ganzer in appello, concedendogli le attenuanti generiche, nonostante, da capo del Ros, avesse in seno una squadretta che ‘inventava’ traffici di droga per fare carriera?

    Oggi arriva la risposta ed è abbastanza sorprendente. Sì, scrivono i giudici della Corte d’Appello che gli hanno ridotto la pena da 14 anni a 4 anni e 11 mesi,  Ganzer avrebbe dovuto accorgersi di quello che i suoi uomini combinavano, ma, tutti, a cominciare dal capo, agirono per il “fuoco sacro” che li animava, non per altre ragioni, ritenute dai magistrati più deprecabili.

    Ecco il passaggio clou delle oltre 500 pagine di motivazioni  in cui viene spiegata la concessione delle generiche a tutti gli imputati, tranne uno, condannati il 13 dicembre 2013. “E’ certo che i militari del nucleo di Bergamo col concorso dei loro colleghi della sede centrale (…) abbiano ecceduto  ma appare, considerate anche le energie profuse e i pericoli corsi, che abbiano agito, piuttosto che per puro carrierismo o forse anche per un ritorno economico, per una sorta piuttosto di presunzione o superbia di corpo – se così si può dire – di fuoco sacro, che li ha portati ad agire con spregiudicatezza e indifferenza rispetto ai limiti chiaramente fissati dalle norme di legge”.

    Quindi il “fuoco sacro” in qualche modo spegne, almeno in parte, le responsabilità degli imputati.  E infatti i giudici non accordano le generiche a chi questo “fuoco sacro” non poteva avercelo, non indossando la divisa. Spiegano i magistrati che il narcotrafficante Jean Bou Chaaya, accusato di avere gestito l’importazione della droga in Italia,  non le merita “perché non aveva nessuna finalità ulteriore da perseguire se non quella del suo arricchimento personale e quello dei suoi complici trafficanti”. (manuela d’alessandro)

     

    Sentenza C App III parte(3)