Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Giugno 2015

  • Le molliche di pane per la rondine prigioniera del Tribunale

     

     

    “Era bellissima”. Quando l’hanno vista volare, gli impiegati dell’ufficio ‘Ritiro copie’ sono stati trafitti da un raggio di bellezza. Poi lei si è infilata in una crepa dello stanco Palazzo di Giustizia, dove il muro aveva ceduto, in un punto troppo alto per aiutarla a scendere. Sono rimasti col naso all’insù a scrutare ogni piccola oscillazione nel nido di cemento. Hanno chiamato i vigili del fuoco e quando sono arrivati lei è uscita a tradimento, volava e rimbalzava contro le vetrate del terzo piano. Carcere a vita. I vigili se ne sono andati come i medici che dicono che non c’è più nulla da fare. Era venerdì e loro  hanno deciso di lasciarle una fila di molliche di pane sul davanzale con a fianco un cartello destinato a chi vuole mettere sempre tutto in ordine. “Si prega di non buttare  niente. C’è una rondine che non riesce a uscire dal Palazzo”. Da allora non l’hanno più vista. Oggi qualcuno diceva: “C’è una cosa nera nel buco. E’ lei, è morta”. (manuela d’alessandro)

  • Presunto basista assolto per via Palestro, per la prima volta Spatuzza smentito

    E’ la prima volta che una sentenza di merito da’ torto al collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, l’ex mafioso di Brancaccio le cui rivelazioni hanno riscritto la storia dell’attentato al giudice Paolo Borsellino e di molti altri capitoli firmati da Cosa Nostra.  La Corte d’Assise di Milano, presieduta da Guido Piffer, ha assolto per non aver commesso il fatto Filippo Marcello Tutino dall’accusa di strage per essere stato quasi 22 anni fa il basista della strage di via Palestro. L’indagine che aveva portato a un mandato di arresto a suo carico nel 2014 firmato dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Paolo Storari era scaturita dalle rivelazioni del pentito, autoproclamatosi “autore di oltre 40 omicidi”, il quale aveva identificato Tutino come l’uomo che prelevò Spatuzza assieme a Francesco Giuliano alla stazione di Milano, partecipò al furto della Fiat Uno e poi la imbottì di esplosivo.

    “Nel merito è la prima volta che Spatuzza viene smentito”,  spiega l’avvocato Flavio Sinatra che ha difeso Tutino, in passato legato al clan dei Graviano. “In un’altra occasione, la Cassazione aveva annullato senza rinvio la condanna all’ergastolo per la strage di via dei Georgofili inflitta al boss Francesco Tagliavia, accusato da Spatuzza”.

    In attesa delle motivazioni, è evidente che i giudici non hanno ritenuto riscontrate, diversamente da quanto sostenuto dal pm Storari, che si è battuto con toni molto accesi con l’avvocato Sinatra, le affermazioni ribadite da Spatuzza anche in aula. Il difensore aveva sottolineato la stranezza per Cosa Nostra di affidarsi per un incarico così delicato a un uomo considerato “instabile” e “inaffidabile” dai Graviano che lo avevano cacciato da Palermo e trasferito a Milano per la sua indisciplina. “Finalmente qualcuno mi ha creduto”, ha detto Tutino, per il quale era stato chiesto l’ergastolo, al suo avvocato. L’imputato ha voluto assistere alla sentenza in videocollegamento dal carcere di Opera dove è detenuto per altre vicende, fiducioso in un verdetto a lui favorevole. (manuela d’alessandro)

    Via Palestro, le scuse di Spatuzza a Milano

     

     

     

  • Poliziotto eroe salva ristoratore dalle fiamme
    Si ritrova sotto accusa per averlo insultato

    Ha salvato una vita mettendo seriamente in pericolo la propria. Per spegnere le fiamme innescate per protesta da un ristoratore in crisi, ha preso fuoco. Un atto di coraggio avvenuto un anno fa a Monza. Il gesto non gli evitato un’indagine penale innescata proprio da quell’episodio. Di più, assurdo nell’assurdo: l’inchiesta è nata dalla denuncia presentata dall’uomo salvato dalle fiamme grazie al suo intervento.

    A fine febbraio 2014, Carlo De Gaetano, ristoratore, si dà fuoco per protestare contro la costruzione di barriere anti r  umore davanti al suo ristorante in viale Lombardia, a Monza. Cosparge di benzina una coperta, accende e ci sale sopra. Intervengono il comandante della polizia stradale di Seregno, Gabriele Fersini, e un agente, Lorenzo Lucarini, che nel tentativo di fermarlo rimangono a loro volta avvolti dalle fiamme. La scena è terrificante, come mostrano queste immagini: www.youtube.com/watch?v=GEJT0bmjDww

    Fersini e Lucarini se la cavano, ma con lesioni serie. Nella concitazione del momento, con il corpo ustionato, il comandante della Stradale pronuncia una frase rabbiosa nei confronti di De Gaetano: “Mettete le manette a quel c.”. Bene, qualche giorno dopo De Gaetano denuncia Fersini e Lucarini per ingiuria, minacce e violenza. Il pm di Monza Giulia Rizzi apre un fascicolo come “atto dovuto” e per non tralasciare nulla al caso, a settembre scorso interroga i due agenti, come prevede la norma, con un avvocato. Nei mesi scorsi, chiede poi l’archiviazione dell’inchiesta. Per l’agente Fersini si è trattato comunque di uno choc ulteriore. “Siamo abituati a stare dall’altra parte del tavolo, abbiamo messo a repentaglio la nostra vita per salvarne un’altra, ritrovarci formalmente sotto accusa è stato durissimo”, ci racconta. Il tutto mentre veniva proposta la promozione dei due agenti per meriti speciali.

    Nel frattempo, un’altra inchiesta andava avanti, quella a carico dell’autore del gesto incendiario. Il 20 febbraio 2016 De Gaetano sarà giudicato a Monza per tentato omicidio nei confronti di Lucarini e di lesioni gravissime ai danni di Fersini. “Se dovessi ricevere anche un solo euro lo darò in beneficienza ma porterò anche a cena i miei figli. A loro avevo detto che uscivo di casa e che sarei tornato nel giro di mezz’ora. Invece a casa mi hanno rivisto solo dopo 9 giorni di ospedale”.

  • Perché Adriano Sofri non è considerato una ‘persona normale’

    Colpevole o innocente che fosse, a Adriano Sofri non basta aver scontato la pena e pagato il suo conto con la giustizia per essere trattato come una persona normale. Ad altri protagonisti di quel tentativo di rivoluzione fallita è andata anche peggio, molto peggio, ma ciò non deve impedire la critica più radicale possibile contro la gazzarra reazionaria e forcaiola scatenata contro l’ex leader di Lotta Continua da uno schieramento che va da ‘Il Giornale’ al ‘Fatto Quotidiano’.

    A Sofri si chiedeva semplicemente di interloquire in tema di riforma penitenziaria, lo stesso dove negli anni lui aveva dato un contributo rilevante anche a livello scientifico con varie pubblicazioni e interventi. S’è scatenato una sorta di diluvio universale e Sofri ha deciso di rinunciare a partecipare a una riunione in cui avrebbe espresso il suo pensiero.

    E’ la conferma, questa storia, di un paese pieno di garantisti ma a senso unico, ognuno solo per i suoi amici. E’ la conferma, questa storia, di un problema irrisolto. Se la Germania fatica ancora a fare i conti con il nazismo e gli Usa con il Vietnam, l’Italia ha sempre un nodo irrisolto che la politica non ha voluto sciogliere avviando una riflessione seria e profonda sulle ragioni per cui tanti anni fa in migliaia presero le armi per dare l’assalto al cielo. La politica allora delegò tutto ai pm e ai giudici e poi non ha voluto più interessarsene. Per cui ogni due per tre quella storia ritorna. E puntualmente si ritirano fuori le offese alle vittime, ai loro parenti, come se fossimo in una repubblica islamica.

    E dentro quella storia, che di recente Rai Uno ha usato per santificare il commissario Calabresi, ce n’è un’altra dove è inutile aspettare una risposta a una domanda, a meno di non voler credere che sia stato il freddo, era il 15 di dicembre dopotutto, a uccidere Pino Pinelli in questura. La “giustizia” ci ha detto chi uccise il commissario, ma non ci dirà mai come morì l’anarchico fermato e trattenuto illegalmente. Due pesi e due misure con cui siamo costretti a fare i conti ancora oggi. E a Sofri è impedito di dire la sua su cos’è il carcere nel 2015. Perché puntuali si scatenano gli anatemi, “terrorismo”, “anni di piombo”. Viene in mente la vignetta di Altan: “Sono finiti gli anni di piombo… tornano i vecchi familiari anni di m….” (frank cimini)

  • Aula bunker di Opera incompiuta da 19 anni, indaga la Corte dei Conti

     

    E infine è arrivata la Corte dei Conti a indagare sull’aula bunker del carcere di Opera in costruzione da 19 anni e non ancora ultimata. In questa storia di giganteschi ritardi anche la magistratura contabile, nel suo piccolo, ha tentennato prima di aprire un fascicolo per appurare se la collettività abbia subito danni.

    Mesi fa la Procura Generale aveva presentato un esposto alla Corte dei Conti che ora ipotizza il reato di ‘danno erariale da opera incompiuta’.  Forse non è ancora troppo tardi per spiegare come diversi milioni di euro siano stati investiti in un cantiere senza fine per realizzare un mostro di cemento  attaccato a una delle carceri più grandi in Italia. Soldi e risorse inghiottiti in un progetto più volte cambiato in corso destinato a ospitare maxi processi molto meno frequenti rispetto al remoto 1996, anno in cui la struttura  venne concepita.  La Procura Generale aveva inviato un dossier anche alla Procura che, almeno stando a quanto a noi noto, sembra non avere ancora avviato accertamenti. Del resto, se reati vi fossero, sarebbero con ogni probabilità già prscritti.

    Un nostro sopralluogo a marzo aveva svelato un cantiere fatiscente, il cui aspetto più desolante erano le gabbie in cui i detenuti dovrebbero attendere le udienze, in violazione se non della Convenzione di Ginevra almeno della dignità: sotto il livello del suolo, in una bolgia oscura senza finestre. Erano ancora indietro anche i lavori per le stanze che dovrebbero ospitare di notte i magistrati durante le camere di consiglio, loculi, alcuni dei quali senza finestre e bagno, dove difficilmente le toghe vorranno riposare per meditare sulle sentenze.

    Il Provveditore regionale alle opere pubbliche, Pietro Baratono, ci aveva assicurato che  a luglio l’opera sarebbe stata consegnata alla giustizia milanese. Vigileremo. (manuela d’alessandro)

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  • Perché l’omicidio stradale è un finto reato colposo d’ispirazione forcaiola

    C’è da augurarsi, ma se ne dubita, visto il “clima” pesantemente forcaiolo che da tempo incombe presso una opinione pubblica che sembra avere eletto il carcere a nuova icona della democrazia e del diritto, che il testo appena licenziato dalla Commissione per la introduzione di quel “nuovo” reato di omicidio stradale, da molti invocato, venga se non in tutto, almeno in parte adeguato a più miti consigli. Se venisse, infatti, approvato così come si legge oggi, le conseguenze sarebbero a dir poco opinabili.

    Una pena fino a 12 anni di carcere per quello che resta pur sempre un delitto colposo, e quindi non voluto, sia per chi provoca un incidente mortale in stato di “media” ebrezza (che significa da 0,8 a 1,5 per riferirci ai tre valori indicati secondo tabella all’art. 186 del noto Decreto 30.04.92 n. 285), sia per chi, benchè sobrio, abbia superato i 70 km in un centro urbano, e sia infine per chi, benchè sobrio e veloce il giusto abbia effettuato una “inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi” ovvero un “sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua”  (perché poi quel richiamo iniziale al “la stessa pena” non è chiaro se si riferisca alla ipotesi attenuata che sarebbe pur sempre da 7 a 10 anni oppure a quella ‘standard’). Pena ulteriormente aumentabile in caso di fuga e in caso di ulteriore persona coinvolta nel sinistro, leggendosi, quale unico finale calmiere sanzionatorio, il fatto che “in ogni caso la pena non può superare gli anni 18”. Non bastasse è espressamente previsto il divieto per il giudice di contemperare la pena con le circostanze attenuanti e anche in caso di patteggiamento la revoca della patente non più riottenibile se non 15 anni dopo nei casi meno gravi. A ciò si aggiunge ovviamente l’arresto obbligatorio in flagranza e l’allungamento dei termini prescrizionali. A questo punto sarebbe stato meno ipocrita introdurre tout court l’omicidio stradale tra le ipotesi “speciali” di omicidio volontario, sul presupposto, già applicato da taluna giurisprudenza minoritaria, del cosiddetto dolo eventuale che vorrebbe che chi guida senza prudenza un mezzo pericoloso finisca con l’accettare il rischio di provocare la altrui morte. Peccato che se così fosse, ed è qui la fallacia del ragionamento giuridico, dovrebbe ritenersi che il conducente imprudente abbia messo in conto anche la propria di morte, giacchè le conseguenze di un sinistro non sono certo programmabili o evitabili, ed ecco forse la ragione per cui si è ritenuto di mantenere l’ipotesi colposa. Il risultato è stato quello di creare un nuovo reato colposo con trattamento sia sanzionatorio che procedurale da reato doloso, se è questo quello che si voleva, come diceva qualcuno “non capisco, ma mi adeguo”. (avvocato Davide Steccanella)

  • Sì a nozze trans con ragazzo italiano, anche se ‘lei’ non ha fatto l’operazione

    Per la Corte d’Appello di Milano sono valide e vanno  trascritte nei registri dal Comune le nozze celebrate in Argentina tra una giovane transessuale e un ragazzo italiano. Valide, e qui sta la portata innovativa della decisione, prima in Italia, anche se in questo caso  il cambio di genere dal maschile al femminile non è stato accompagnato dalla modifica dei caratteri sessuali, ma ‘solo’ da una rettifica del documento di identità. La legge italiana ‘pretende’ che una persona finisca in sala operatoria se desidera mutare genere all’anagrafe, ma i giudici, presieduti da Ilio Poppa, hanno ‘riconosciuto’ il matrimonio festeggiato a Cordoba nel 2012  perché ‘”l’esistenza e il contenuto dei diritti della personalita’ sono regolati dalla legge nazionale del soggetto”.

    La ragazza trans era venuta in Italia dopo le nozze per raggiungere il suo compagno che lavora a Milano. I ragazzi avevano chiesto la trascrizione del legame ma il Comune, dopo essersi consultato col Ministero dell’Interno, si era rifiutato. “Mi è sembrata una cosa assurda – racconta l’avvocato Giulia Perin – e abbiamo presentato un ricorso, convinti di vincerlo. Invece il Tribunale civile ci ha dato torto. Anche se non ha fatto l’operazione, la mia assistita è una donna, una bella donna, si sente una donna e chi la vede per strada o ci parla la reputa tale. Oggi la Corte d’Appello ha stabilito che  un principio di buon senso: se tu sei donna nel tuo paese, non puoi tornare indietro spostandoti in un altro”.

    I ragazzi, che hanno tra i 20 e i 30 anni, vivono insieme a Milano. “Mi sono presa a cuore il loro caso – spiega il loro legale – non ci si rende conto delle difficoltà che può vivere una coppia di fronte a una decisione come quella del Tribunale. L’Italia è ancora molto indietro su questi temi”. (manuela d’alessandro)

    Il documento: sentenza matrimonio

  • Sequestrata per ‘spaccio’ la discoteca a Rimini
    Penalisti italiani senza locale per festeggiare

    Una due giorni impegnativa, “dedicata a osservatori e commissioni, alle prospettive dei giovani penalisti, alla specializzazione e alla formazione“, richiede un momento di distensione collettiva finale. Per i legali d’ogni parte d’Italia, più che auspicabile è necessario. Tanto più se sei a Rimini in un fine settimana di metà giugno, con il sole che spacca le pietre e rischia di attenuare le capacità dei più fini intelletti giuridici dello Stivale.

    Per questo, in occasione del primo “Open day dell’Unione delle Camere Penali Italiane“, era prevista una “cena estiva alla discoteca Coconuts“, con “musica dal vivo” a cura del celebre “Vando Scheggia e il suo gruppo”, come recita il programma del 12 e 13 giugno.

    E invece, al Coconuts, la festicciola non si terrà. Il locale è stato chiuso questa mattina, per 30 giorni. “Trentadue risse in due anni, l’ultima meno di un mese fa, 19enne accoltellato da coetanei”, scrive l’agenzia Ansa da Rimini. Nell’ambito dell’operazione ‘Titano’, è stato mandato agli arresti domiciliari uno dei fratelli titolari del locale, in cui, stando agli inquirenti, lo spaccio era abituale e in sostanza tollerato. La discoteca è stata anche passata al setaccio da due cani antidroga della polizia, un pastore tedesco femmina, Delta, “vicina alla pensione, e Wally, un labrador di 35 chilogrammi e fiuto veloce”, come riporta fedelmente l’Ansa.

    Insomma sembra destinato a saltare il momento di svago dell’Open Day. E ora i penalisti in trasferta da Milano e non solo si chiedono: “Dov’è la festa?”. (ndr)

  • I verbali di Lucarelli e del fotografo Carriere, le due verità sulle foto di Villa Oleandra

    Selvaggia Lucarelli voleva vendere le 191 immagini strappate alla regale intimità di Villa Oleandra, durante la festa di compleanno di Elisabetta Canalis? Ed era consapevole della loro provenienza illecita?

    Sono alcuni dei temi scoppiettanti del processo che vedrà imputati dal 19 giugno a Milano oltre a Lucarelli gli altri due blogger Gianluca Neri alias ‘Macchianera’ e Guia Soncini. (blog star)

    Quello che finora appare certo – dalla lettura dei verbali d’interrogatorio che Giustiziami ha potuto consultare – è che le versioni di due dei protagonisti di questa vicenda non collimano. E c’è una data che, così come sottolineata dagli inquirenti, appannerebbe la credibilità della versione di Lucarelli.

    Il 12 ottobre 2010 è una  giornata importante per l’inchiesta. Negli uffici del commissariato di Porta Venezia vengono sentiti non come indagati ma come testimoni, e quindi con l’obbligo di dire la verità, Selvaggia Lucarelli e il fotografo Giuseppe Carriere.

    Ascoltiamoli.

    Giuseppe Carriere, fotografo dell’agenzia Roma Press. “Durante un pranzo da ‘Giannino’ col giornalista di ‘Chi’ Gabriele Parpiglia e la giornalista pubblicista Selvaggia Lucarelli, ho avuto in visione da quest’ultima un servizio fotografico  posato e non carpito relativo a una festa privata,  se non erro  per il  compleanno della compagna Elisabetta Canalis avvenuta nella casa di George Clooney, noto attore cinematografico che non ha mai permesso ad alcuno di fotografare l’interno della sua abitazione in località  Laglio in provincia di Como e  per questo le foto avevano un grande interesse giornalistico e di conseguenza  un grande valore  economico. Poichè per mediare con le testate giornalistiche e cedere eventuali diritti internazionali necessita un’ agenzia fotografica competente mi sono rivolto alla Lucarelli per questo scopo. Parpiglia ha chiamato il suo direttore Signorini e ha manifestato interesse per la cosa.  Pertanto abbiamo abbiamo concordato un appuntamento. Ho avuto una chiavetta da Lucarelli delle citate foto e mi sono recato dal  vice direttore Massimo Borgnis, ignaro della provenienza del servizio che Lucarelli mi aveva riferito di avere ricevuto anonimamente”. Carriere spiega poi che Borgnis gli avrebbe offerto 100mila euro per le foto ma con la richiesta di firmare una liberatoria con la quale assumersi la responsabilità della liceità o meno delle foto. “A questo punto non essendo sicuro della loro provenienza ho chiesto di verificarla, non avendone i mezzi. Successivamente ho saputo da Borgnis della illecita provenienza delle foto e mi sono totalmente estraniato perché non è mia etica trattare materiale fotografico indebitamente carpito”. Infine, Carriere precisa che “la Lucarelli mi riferiva di avere avuto le foto tramite il suo blog con una mail”. (altro…)

  • Il rischio che il sexy gate travolga Roberto Maroni prima della Severino

    Spente le fanfare per Expo e gli squilli elettorali per le regionali, la Procura fa partire all’indirizzo di Roberto Maroni un provvedimento che potrebbe trasformarsi nell’epigrafe della sua presidenza alla Regione Lombardia.

    Il pm Eugenio Fusco gli notifica l’avviso di chiusura delle indagini con le accuse  di induzione indebita e turbata libertà del contraente in cui riassume due episodi di ‘raccomandazione’ illecita: l’incarico a Eupolis, società controllata dalla Regione, assegnato a Mara Carluccio, sua collaboratrice quando era al Viminale; e il viaggio a Tokyo promesso a un’altra ‘fedelissima’, Maria Grazia Paturzo, alla quale aveva nel frattempo garantito un posto a Expo.  Se dovesse essere condannato per induzione indebita, reato nella lista nera della legge Severino, il governatore potrebbe finire gambe all’aria.

    C’è un rischio per lui ancor più prossimo e bruciante. Sebbene il pm abbia espunto le intercettazioni più morbose,  la stampa potrebbe squadernare nei prossimi giorni un sexy gate al Pirellone entrando in possesso delle carte depositate con la fine dell’inchiesta.  Per adesso, nell’avviso di chiusura delle indagini il pm si limite a scrivere che Maroni e Paturzo sono “legati da una relazione affettiva”. E fa capire che il presidente avrebbe esercitato pressioni sui vertici di Expo per offrire a Paturzo un biglietto in business e un soggiorno in un albergo di lusso a Tokyo (costo circa 6mila euro) proprio in omaggio alla liason.

    Slanci sentimentali che, qualora venissero resi pubblici, oscurerebbero due presenze imbarazzanti nell’inchiesta: Domenico Aiello, il difensore di Maroni da lui nominato nel cda di Expo, società a sua volta indagata nell’inchiesta per le accuse al dg Christian Malangone (Aiello entra nel cda); e Andrea Gibelli, il segretario regionale appena nominato a capo delle Ferrovie Nord Milano sempre da Maroni (Gibelli a Fnm), e pure tra i destinatari dell’avviso di chiusura dell’inchiesta. Serafica, in ogni caso, la reazione del presidente: “Era ora, finalmente dopo un anno di indagini si chiude, se per una sciocchezza come questa ci vuole un anno, poveri noi. Sono tranquillissimo, non ha mai fatto pressioni in vita mia per nessuno, per i miei figli, amici o parenti”. (manuela d’alessandro)

    Avviso di conclusione delle indagini Maroni