Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Febbraio 2026

  • Crans e il mistero della chiamata scabrosa. Legali: ciliegina sulla torta di indagine assurda

    Avete presente le eterne discussioni sulle intercettazioni irrilevanti nei fascicoli italiani? Bene, ora tornate indietro di due decenni (o forse secoli) ed eccovi in Svizzera. Dove nel dossier sull’incendio di Crans Montana entra un documento che fa trasalire gli avvocati e che con il Constellation non c’entra assolutamente niente.

    Si tratta di un file audio. Una chiamata al 144, il numero delle ambulanze, nella notte del disastro. Inizia così: “Sono italiano. Sto seguendo una ragazza, a Verbier, perché sta scappando dalla casa in cui dormivo, quella di una delle famiglie più ricche d’Europa. Si comporta – prosegue il giovane – come se avessi fatto sesso con lei senza chiederglielo”. Sullo sfondo, si sente una ragazza: “Don’t follow me!”. 

    Lui crede di parlare con la polizia, in realtà ha chiamato l’equivalente del nostro 118. Fa il nome della famiglia arcinota nella cui casa – dice – si trovava insieme alla ragazza. “Eravamo nella sala cinema”, afferma, preoccupato ma apparentemente lucido, aggiungendo dettagli intimi. L’operatore lo stoppa: “Ha bisogno di un’ambulanza?”. “No, ma ho un grosso problema perché la ragazza dice che posso finire in galera”.

    Ora, spieghi il candidato perché la Procura di Sion non ha espunto questa telefonata dal gruppo delle 170 chiamate al numero svizzero 144.

    Spieghi poi perché a fronte della presenza di quell’audio manca invece nel fascicolo l’unico forse davvero rilevante. E cioè quello di Jessica Moretti che afferma di aver telefonato appena uscita dal locale. Era una telefonata ai pompieri, non alle ambulanze. E non risulta che le chiamate ai vigili del fuoco siano state messe a disposizione delle parti.

    “E’ davvero assurdo”, commenta un legale svizzero che non vuole essere citato. “Di tutte le follie di questo processo, potrebbe essere davvero la ciliegina sulla torta”, afferma un avvocato italiano.

    Quale sia la vera storia di quella chiamata è difficile dirlo. Il ragazzo avrà poi chiamato la polizia, come consigliato dall’operatore? Sarà vera la storia della violenza/non violenza? La ragazza ha denunciato? La scena si colloca davvero nella casa “di” quella famiglia? (da fonti aperte non risultano ne abbia, a Verbier). E’ in corso un’indagine sull’episodio, oppure no?

    Comunque, in situazioni analoghe, qualcuno avrebbe commentato: “Sono le toghe rosse, è la persecuzione giudiziaria, la solita intrusione nella vita privata altrui”. Ma qui parliamo di Svizzera, non di Milano.

  • L’omicidio di Rogoredo è colpa anche di un baco nella giustizia

    L’omicidio di Rogoredo è colpa anche di un baco nella giustizia

    “É una storia vestita di nero/ è una storia mica male insabbiata/ É una storia sbagliata”.

    Fabrizio De André l’aveva già scritta in pochi versi la storia di Carmelo Cinturrino e Abderrahim Mansouri. Ma c’è stato un momento in cui questa storia avrebbe potuto aggiustarsi e, se non ha svoltato, è stato per colpa di un enorme baco nella macchina della giustizia. Nel 2025 la giudice delle direttissime Gaetana Rispoli inviò alla Procura le motivazioni a una sentenza  nella quale assolse per fatti del 2024 un tunisino accusato di detenzione a fini di spaccio di cocaina per valutare “condotte penalmente rilevanti” proprio nei confronti del poliziotto del Commissariato di Mecenate.

    L’avvocata Debora Piazza, che assiste i familiari di Mansouri, ha scovato questo provvedimento quattro giorni dopo l’omicidio in via Impastato. Ed è sobbalzata quando ha letto che il Tribunale ritenne non si fosse “raggiunta la prova” su chi aveva la droga (2,5 grammi di cocaina) sequestrata dagli agenti e nelle motivazioni rilevò che, nel verbale d’arresto e nella successiva relazione della polizia giudiziaria, erano contenute “numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può invece vedere dalle immagini delle telecamere di sorveglianza posizionate nelle zone d’interesse”. In particolare, “non sarebbe stato possibile per l’assistente capo Cinturrino notare la consegna di una banconota all’imputato da parte di un ipotetico acquirente (non identificato) poiché non solo era il guidatore della vettura della Polizia ma anche perché i movimenti dell’auto erano incompatibili con la predetta visione”. “Non corrisponderebbe al vero nemmeno che gli operanti sarebbero immediatamente scesi dalla vettura di servizio per inseguire i due soggetti”. “La scarsa attendibilità” è legata anche al fatto che nel verbale è riportato che il ventenne aveva una banconota da venti euro nella tasca della giacca ma dalla visione dei filmati del negozio “si nota chiaramente che il denaro rinvenuto era occultato all’intero della cover del telefono”. Anche l’azione di lanciare l’involucro di cocaina per disfarsene risulta “impossibile poiché le vetrine del locale, come inequivocabilmente si nota dalla visione delle immagini, sono oscurate dalla presenza di scaffali pieni di prodotti destinati alla vendita”.

    Insomma, a dire della giudice, uno scenario del tutto inverosimile quello narrato dal poliziotto delle cui presunte bugie si sarebbe dovuta preoccupare la Procura. E qui siamo di fronte alla porta girevole. Appreso della sentenza, i cronisti hanno chiesto alla Procura se sull’episodio fosse stata aperta un’indagine, com’era logico attendersi un anno dopo. Nulla. Vuoto. La denuncia non ci è nemmeno arrivata al quarto piano. Se fosse finita sul tavolo di un pm, ‘Abde’ sarebbe ancora vivo?

    Non c’è la certezza ma di sicuro un pubblico ministero ci avrebbe messo dentro il naso, a quelle carte, e forse avrebbe sentito un cattivissimo odore. E i suoi superiori, saputo che era indagato di falso, avrebbero potuto strappare Cinturrino dal contesto dello spaccio rendendo questa una storia sbagliata a metà.

    (manuela d’alessandro)