Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Giugno 2026

  • Il carcere per Gabriele, perché?


    Il carcere per Gabriele, perché? Non abbiamo letto il provvedimento del pubblico ministero che ha mandato a San Vittore il ragazzo di 18 anni alla guida dell’auto finita nel canale Villoresi dove sedevano otto suoi amici stipati di cui tre sono morti. Ma è difficile capire quali possano essere le esigenze cautelari tali da renderlo una scelta preferibile ai domiciliari dopo l’arresto per omicidio stradale plurimo aggravato dall’abuso di alcol.

    La reiterazione del reato? No, perché la patente gli è stata tolta e non uscendo di casa non potrebbe comunque guidare.

    L’inquinamento probatorio? Anche qui, quali prove potrebbe falsificare o nascondere? L’alcol test è incontrovertibile: nel suo sangue ce n’era troppo anche perché da neopatentato non avrebbe potuto berne nemmeno un millilitro dovendo stare al volante. La dinamica della vicenda purtroppo è molto chiara nella sua essenza. Infine il pericolo di fuga facciamo proprio fatica a immaginarlo. Dove potrebbe andare? Gabriele è un’altra vittima dell’incidente, un ragazzo che per tutta la vita si porterà il macigno di avere contribuito alla morte di tre suoi amici, quegli amici coi quali nell’afflato magico della giovinezza sembra di avere stretto un patto per l’eternità.

    “Una notte di carcere non gli farà male” dice qualcuno. Il fatto è di dimensioni così atroci da rendere molto comprensibile una considerazione del genere, come se la cella in qualche modo ne potesse mondare in parte la crudeltà e i sensi di colpa degli adulti. Davvero, può? 

  • Del carcere non sappiamo più niente, nemmeno di chi ci muore dentro

    E’ arrivato il momento di dirlo: di quello che succede nelle carceri non sappiamo più quasi niente.

    Aggiungiamo: non sappiamo scandalosamente più niente. L’ennesima prova si è avuta questa mattina quando solo da un comunicato di don Paolo Selmi, il presidente della Casa della Carità, si è venuti a conoscenza della morte di Lamin Sonko, che il 29 maggio ha tentato di uccidersi in una ‘cella liscia’ a San Vittore e l’8 giugno è morto all’ospedale Niguarda dove era  arrivato in condizioni gravissime.

    “Non potevamo stare in silenzio come Casa della Carità” ci ha detto don Paolo al quale abbiamo chiesto il perché di quella nota nella quale spiegava anche che questo giovane uomo originario del Gambia continuava a ripetere ai volontari della Casa della Carità di voler telefonare alla madre .

    Ricostruire chi fosse, visto il giusto riserbo di don Paolo sull’identità, è stato complicatissimo. Abbiamo provato a interpellare diverse fonti tra le quali la direzione del carcere e il garante milanese. Nulla. In passato erano i sindacati della polizia penitenziaria a comunicare spesso i nomi di chi si toglie la vita in un luogo in cui lo Stato dovrebbe custodirla, ora non più. Sembra che sia diventato un problema anche per chi rappresenta altre ‘vittime’ del carcere, cioé gli agenti, dare informazioni ai media. Nemmeno la Camera Penale di Milano viene avvisata.

    Faticosamente si è risaliti all’identità di quest’uomo fermato dalla polizia ferroviaria a maggio perché si aggirava in stazione Centrale con una machete in pugno. “Era entrato con una diagnosi di psicosi – spiega don Selmi  -. Era una persona così fragile che era stato subito collocato in una ‘cella liscia’. Perché non era stato assegnato a un servizio di cura?”. Tutto questo accade in un contesto in cui per scelte politiche è sempre più difficile entrare dentro per il mondo ‘fuori’, anche per associazioni e cooperative impegnate nella rieducazione.

    Così abbiamo saputo di pranzi di Natale, presentazioni di libri per ‘Bookcity’, progetti per studenti annullati e così la voragine di silenzio si allarga e si muore in silenzio come Lamin Sonko.

    Come quel telefono che non è mai suonato.