Il carcere per Gabriele, perché? Non abbiamo letto il provvedimento del pubblico ministero che ha mandato a San Vittore il ragazzo di 18 anni alla guida dell’auto finita nel canale Villoresi dove sedevano otto suoi amici stipati di cui tre sono morti. Ma è difficile capire quali possano essere le esigenze cautelari tali da renderlo una scelta preferibile ai domiciliari dopo l’arresto per omicidio stradale plurimo aggravato dall’abuso di alcol.
La reiterazione del reato? No, perché la patente gli è stata tolta e non uscendo di casa non potrebbe comunque guidare.
L’inquinamento probatorio? Anche qui, quali prove potrebbe falsificare o nascondere? L’alcol test è incontrovertibile: nel suo sangue ce n’era troppo anche perché da neopatentato non avrebbe potuto berne nemmeno un millilitro dovendo stare al volante. La dinamica della vicenda purtroppo è molto chiara nella sua essenza. Infine il pericolo di fuga facciamo proprio fatica a immaginarlo. Dove potrebbe andare? Gabriele è un’altra vittima dell’incidente, un ragazzo che per tutta la vita si porterà il macigno di avere contribuito alla morte di tre suoi amici, quegli amici coi quali nell’afflato magico della giovinezza sembra di avere stretto un patto per l’eternità.
“Una notte di carcere non gli farà male” dice qualcuno. Il fatto è di dimensioni così atroci da rendere molto comprensibile una considerazione del genere, come se la cella in qualche modo ne potesse mondare in parte la crudeltà e i sensi di colpa degli adulti. Davvero, può?


L’illusione è pensare di poter creare un rapporto di amicizia, di stima o addirittura di affetto con questi pm.