Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Autore: Frank

  • Assolto Ananda, per la Procura il temibile pedone-killer

    Ananda, il pedone killer, va assolto. Forse mancava la volontà di commettere il reato, stando al dispositivo letto questa mattina dal giudice Costa della IX sezione penale. La storia era questa: un pedone mezzo ubriaco, Ananda G.U.L., attraversa la strada lontano dalle strisce pedonali. Viene investito da un motociclista di nazionalità indiana. Ananda, mezzo acciaccato, se la dà a gambe, mentre chi l’ha investito con il motorino resta a terra, ferito. Non muore, sia chiaro, il nostro titolo è una forzatura giornalistica.

    Insomma però il povero pedone-ubriaco-investito finisce a processo per aver omesso di soccorrere il centauro che l’ha travolto.

    Il pm ne aveva chiesto la condanna a otto mesi di reclusione. Il giudice lo ha assolto con la formula dubitativa dell’art 530 secondo comma affermando che “il fatto non costituisce reato”. Ovvero il fatto – l’omissione di soccorso – c’è stato, ma non è pienamente provato che l’imputato avesse la consapevolezza di commettere il reato: bisognerà attendere le epocali motivazioni per capire se il giudice attribuisca la mancanza dell’elemento soggettivo al fatto che il soggetto era, come dicevamo, lievemente alterato dai diabolici effetti dell’alcol.

    Festeggia il legale di Ananda, l’avvocato Enrico Belloli: “Diciamolo come direbbe D’Alema: è andata bene ma è giusto così”.

     

  • Il sindaco – commissario che fa le gare di fretta e gli appalti spartiti: l’altra Milano negli atti sulla ‘Piastra’

     

    Milano, quante parole dolci per te in questi mesi. Città prima in tutto, prima anche ad alzare la mano per dire che sei la più brava. Città lodata ogni giorno dai media col cappello abbassato. Eccoti negli atti di una delle tante indagini su Expo soffocate dalla moratoria, quella sull’appalto della Piastra, il luogo dove sono stati deposti i padiglioni, sì, i padiglioni dei paesi di tutto il mondo, quelli che la Procura di Reggio Calabria (non di Milano) sostiene essere stati costruiti con l’aiuto della ‘ndrangheta. Ti riconosci?

    “COME SI SPARTISCONO GLI APPALTI A MILANO”

    “Cinque (imprenditore indagato, ndr) mi disse che Milano non era una piazza semplice, ma assai chiusa per la presenza di un sistema spartitorio degli appalti”. A metterlo a verbale il 25 maggio 2015 è l’imprenditore Piergiorgio Baita, indagato perché, questa è l’ipotesi dei pm,avrebbe contribuito a truccare la gara più importante di Expo, quella per la ‘Piastra,’ vinta dalla Mantovani Costruzioni, di cui era ad, con un ribasso del 42 per cento. “Nel senso – precisa – che vi era una spartizione di massima con riguardo al settore della Sanità e del settore delle Infrastrutture e costruzione di grandi Opere; il primo settore, controllato dal sistema della Compagnia delle Opere, il secondo dal gruppo delle grandi Imprese nazionali di costruttori, con prevalenza di quelle milanesi. Mi disse anche – aggiunge – che in questo sistema lui aveva la possibilità di essere tutelato grazie ai rapporti che negli anni precedenti aveva instaurato con due società chiave nela gestione degli investimenti infrastrutturali in Lombardia, ossia Ilspa e Serravalle. In particolare – conclude – egli poteva godere di ottimi rapporti con l’amministratore di Ilspa Antonio Rognoni (pure tra gli indagati) per il quale presso il Ministero delle Infrastrutture del tempo si stava adoperando per la sua nomina a direttore generale dell’Anas”.

    I MANAGER (E IL FUTURO SINDACO) CHE VANNO TROPPO DI FRETTA

    “Ottenuto l’appalto ed evitata la verifica di congruità dell’offerta per ragioni di urgenza – si legge nella richiesta di archiviazione della Procura  presentata al gip che l’ha respinta fissando un’udienza al 9 novembre  –  l’unico interesse dei manager di Expo, constatato il ritardo sul crono programma, appare quello di concludere i lavori entro aprile 205, termine assolutamente indifferibile”. “Dichiarato tale obbiettivo – proseguono i pm – si è arretrata la soglia della legittimità dell’agire amministrativo, accedendo a una deregulation dettata dall’emergenza. L’offerta con un ribasso del 42% rispetto al prezzo di gara, in forza della quale la Mantovani si è aggiudicata l’appalto, è stata ampiamente modificata nei costi e nelle originarie obbligazioni contrattuali, consentendo all’appaltatore di entrare in una anomala trattativa al rialzo con il committente, ponendo come contropartita la cessazione dei lavori in corso, la cancellazione dell’Evento e la credibilità del Paese”. E tra chi va veloce, c’è anche il futuro sindaco  Giuseppe Sala, non indagato in questa vicenda. Sentite Antonio Rognoni, l’ex grande capo di Infrastrutture Lombarde, poi arrestato: “”Sono andato da Sala  e ho spiegato i motivi per cui mi sembrava irragionevole l’offerta della Mantovani. Sala mi ha risposto che loro avrebbero proseguito con questo orientamento perché non avevano tempo per poter congruire i prezzi che erano stati stabiliti da Mantovani e per verificare se l’offerta era anomala o meno”.  A suo riscontro, le affermazioni del responsabile unico del procedimento Carlo Chiesa: “”Proposi alla stazione appaltante di non fare la verifica di congruità nelle persone di Paris (Angelo Paris, allora ‘braccio destro’ di Sala, poi arrestato) e Sala le quali hanno accolto la proposta alla luce delle mie motivazioni”. Sempre Chiesa e Rognoni spiegano che si era deciso in Expo di non fare verifiche di congruità  qualora vi fossero offerte molto al ‘ribasso’, come quella presentata dalla Mantovani, per motivi di tempo. La legge stabilisce che le stazioni appaltanti “possono”, ma non devono, valutare la congruità di offerte che appaiono “anormalmente” basse.  Dove è la Milano puntigliosa contro la Roma crapulona? E dove sarebbe se su questa indagine che ora un gip cerca di rianimare (ma sembra tardi) non fosse intervenuta la “sensibilità istituzionale” di cui Matteo Renzi ha ringraziato i vertici della Procura?

    (Manuela D’Alessandro)


  • “Il senso del tumore per la vita”, l’incontro del cronista Paolo Colonnello con l’eternità

     

    La differenza tra il libro del giornalista sassofonista Paolo Colonnello e altri scritti da malati di tumore è che questo libro suona. Suona da quando l’amico chirurgo Tullio gli annuncia che “purtroppo è proprio un sarcoma, tra l’altro rarissimo” all’ultima scena sul “tetto che salva” dell’Istituto dei Tumori dove Paolo, finalmente “senza pigiama”, si commuove aspettando di esibirsi davanti agli oncologi che l’hanno curato, ai pazienti e agli amici.

    C’è un brano di jazz che fa da contrappunto a ogni capitolo della sua immersione nel cancro, dove sul fondale incontra un nuovo, luminoso sé stesso e personaggi fantastici come l’infermiera battezzata Madre Regina per il  piglio con cui conduce il reparto “Rari e stravaganti” (“Forza, qual è la vena più bella?”) e angeli come German, il ragazzo biondo e bellissimo che ha depositato qui per sempre il suo sorriso e l’album fotografico postumo ‘I live’.

    Paolo soffia note nel suo sax dopo la chemio, prima dell’operazione, in ogni angolo del libro, quelli pesti e quelli lucidi di speranza.

    “”Ho un tumore e non posso che improvvisare sperando di rientrare sulla battuta giusta senza perdere il tema. Allora sarà la mia musica”. E la sua musica arriva, con la scoperta del senso del tumore per la vita.  Il cronista giudiziario un po’ cinico, l’uomo sano che non guardava la sua ombra correndo davanti all’Istituto e anzi, toccandosi per scaramanzia, diventa (o torna?) l’uomo bambino che, varcando la soglia dell’ospedale per un controllo, “nella città dei grattacieli e dei passi svelti trova il tempo per raccogliere foglie colorate e nasconderle tra le pagine di un libretto”.  Come un eroe buffo delle favole, Paolo incontra vagando con la flebo per i corridoi o steso sul letto chi lo accompagna in questo viaggio di iniziazione caduto nella sua età di mezzo: Dario, Michela Salvatore, i medici trentenni “stupendi, atletici, sicuri di sé”; l’allegro vicino di letto Giuseppe che con le sue mani preziose ha costruito la linea 2 della metro e che ora la vita castiga deformandogli i polsi; la dottoressa Maura del reparto infantile dei ‘Gufetti’ che gli racconta delle “gocce di splendore” lasciate dai suoi pazienti. E quella musica, che va gonfiandosi di un senso, un giorno lo fa piombare in pigiama nell’ufficio del direttore generale per proporgli una una rassegna di jazzisti da festival mondiale sul tetto dell’Istituto. E lui, tra di loro. “Ed eccolo entrare, salutare dei signori in camice bianco e in camice verde, ha persino invitato sua moglie e i suoi figli per ascoltare tutto quanto quest’uomo ha da dire con la musica… L’uomo è contento perché ha capito che non c’è nessuna colpa nella malattia…Si muove ormai con scioltezza in questo posto, ha dei nuovi amici e ringrazia il destino per avere avuto tutto ciò che gli è stato riservato perché lo ha accettato e riconosciuto come suo”. (manuela d’alessandro)

    ‘Il senso del tumore per la vita’ di Paolo Colonnello. Ed. Quatttro D, euro 16,90.

  • L”Agenda rivoluzionaria 2017″ di Steccanella, un inno quotidiano a chi ha cambiato il mondo

    E’ in libreria l”Agenda Rivoluzionaria 2017′ (edizioni Mimesis, 16 euro) firmata dall’avvocato Davide Steccanella che fa rivivere per ogni giorno dell’anno la fiamma di piccole e grandi ribellioni passate e recenti avvenute in tutto il mondo.

    – Davide, all’inizio dell’agenda citi questa frase diMichail Bakunin: “La rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà”. E’ proprio così?

    – Bakunin e questa frase mi piacciono molto ma l’agenda lo smentisce! Basti pensare proprio alla rivoluzione russa di cui quest’anno ricorre il centenario. Da qualche parte c’è sempre un fermento rivoluzionario, la storia non si ferma e non si smette mai di lottare. Ho scoperto che sono successe nel mondo tante di quelle cose  che è stato complicato sceglierne una al giorno…

    – Quali fonti hai utilizzato per trovare ogni giorno una data significativa?

    – E’ stato un lavoro faticoso, durato più di un anno. La storia per me è una passione che ho ereditato dal papà. Ho consultato tonnellate di libri, giornali e documenti dell’epoca, l’archivo ‘Cipriani’ e altri e un interessante sito web che si chiama ‘Anarcopedia’, una specie di wikipedia anarchico.

    – Perché in Italia, nonostante ci sia una progressiva compressione dei diritti, soprattutto sul lavoro, non si fa una rivoluzione?

    – In Italia e nell’occidente manca l’idea di conquistare qualcosa collettivamente, nella storia le conquiste si sono fatte sempre lottando insieme. C’entra il fatto che la nostra società è fondata sull’individualismo ma anche che si è fatta un’opera di rimozione della ribellione. E’ importante che i giovani conoscano il passato. C’è un atteggiamento molto conformista, gli unici a protestare sono i grillini ma non hanno ideologie. Ho paura che non è che non ci sono più solo le ideologie ma nemmeno le idee.

    – C’è ancora qualcuno che defineresti rivoluzionario nel nostro paese?

    – I ragazzi del movimento No Tav per esempio. Il loro è un dissenso giudicato fastidioso perché oggi viene tollerato solo quello ‘interno’ al potere, il resto è criminalizzato.

    – E’ vero che si nasce rivoluzionari e si muore pompieri?

    – No! Tanti non hanno fatto questo percorso, ma di loro non si parla, si parla degli altri.

    – Chiudiamo con una domanda personale. Cè una data che ha rivoluzionato la tua vita?

    – Si, il 9 aprile 1986 quando mi sono fidanzato con un uomo e ho capito che la mia vita poteva essere bella lo stesso.

    (manuela d’alessandro)

  • L’imbarazzo della Gdf, indaga sul Sole 24 ore con cui ha un accordo di formazione

    C’è un aspetto che potrebbe mettere in imbarazzo la Guardia di Finanza chiamata a indagare sui conti del gruppo ‘Sole 24 Ore’, senza che ciò significhi un’automatica diminuzione della forza investigativa.  Un’inchiesta appena aperta dal procuratore Francesco Greco con l’iscrizione di un fascicolo a ‘modello 45’, per adesso senza indagati né ipotesi di reato, ma che è potenzialmente la più calda tra quelle in rampa di decollo.

    Il 25 gennaio scorso l’allora comandante delle Fiamme Gialle Saverio Capolupo e Donatella Treu, all’epoca ad del gruppo editoriale, hanno siglato una convenzione di durata triennale che prevede, a titolo gratuito, l’accesso per i finanzieri a ‘Plus Plus 24′, l’immensa banca dati del gruppo editoriale, e la possibilità per i militari della Gdf di partecipare ai corsi e ai master targati Sole 24 Ore e di essere relatori a convegni organizzati dell’azienda di Confindustria. “Un’opportunità di straordinaria valenza”, aveva commentato Capolupo, poi sostituito dal generale Giorgio Toschi  alla guida del Corpo.

    Al momento dell’intesa, c’erano almeno tre dipendenti del Gruppo che potrebbero essere chiamati in Procura a testimoniare su quanto accaduto negli ultimi anni alle finanze del Sole: oltre a Treu anche il direttore del quotidiano Roberto Napoletano e l’ex presidente del Gruppo Benito Benedini. (manuela d’alessandro)

    i dettagli dell’accordo Gdf – Sole 24 Ore

    gli esposti alla Consob che raccontano il crac del Sole 24 Ore

     

  • Nei 27′ di video Berlusconi – Polanco i licenziamenti in Mondadori, ‘Striscia’, la Georgia e molto altro

    Striscia la notizia? Da chiudere, “costa troppo”. Balotelli? “Negro”. “Ho evitato la guerra tra Russia e Georgia”. “La gente è cattiva”. Signorini per quelle foto sul settimanale, “l’ho già chiamato, te lo giuro”. “Non ho mai preso in giro nessuno in vita mia”. Chi pronuncia queste frasi? Indovina.

    LE FRASI RAZZISTE
    “Una che va con un negro mi fa schifo, tu sei solo abbronzata, quello è proprio nero”, diceva Silvio Berlusconi. Ma quando? Il video, di cui vi abbiamo riferito in esclusiva ieri, è databile tra giugno e settembre 2011, ovvero 5 anni fa. L’inchiesta Ruby è già scoppiata, Raffaella Fico è fidanzata con Mario Balotelli, Berlusconi è presidente del Consiglio in carica, la stagione televisiva autunnale non è ancora iniziata. Lo si ricava dalla lettura dagli atti dell’indagine Ruby ter relativi alla conversazione avvenuta ad Arcore, e ripresa di nascosto da Marystelle Polanco. Ne sono protagonisti lo stesso Berlusconi, la soubrette Polanco e le sue colleghe Barbara Guerra, Concetta De Vivo, Aris Espinosa, e la giovanissima Iris Berardi. Il bomber Mario Balotelli non è ancora in rossonero, lo diventerà solo nel 2013, due stagioni dopo. Non sa ancora che in casa Berlusconi i giocatori di colore vengono definiti “negri” o ancora “negretti” (cit. Paolo Berlusconi 2013).

    FICO E BALOTELLI
    Tutte contro Raffaella Fico, ‘colpevole’ di lavorare troppo. La aiuti tu, accusano le giovani rivolte all’allora cavaliere, il quale si difende, “non la vedo da quattro mesi, lei ha trovato la sua strada”. “La dà a qualcuno”, maligna l’affilatissima Barbara Guerra. “Ma no, poi lei sta con Balotelli perché le è morto il padre da poco”. “Va in giro tutta vestita di nero”, chiosa Marystelle. “Appunto, e va in giro con Balotelli…” Risponde Berlusconi. Che Elogia la Fico: è brava, “lavora da tanto, è conosciuta, è bellissima”. Replica piccata Marystelle: “Se parliamo di bellezza quella c’ha due piedi grossi così, è nana, ha le vene varicose”. Sempre carine…

    STRISCIA LA NOTIZIA
    Le ragazze ce l’hanno con Antonio Ricci, che non le vede di buon occhio in Mediaset. Lo hanno incrociato da Bulgari, non le ha degnate di uno sguardo. Berlusconi: “Ma cos’è Bulgari?”. Con pazienza, la sedicente squattrinata Marystelle gli spiega che è un albergo in centro a Milano dove si va a fare aperitivi. È allora che Silvio annuncia: “Ti dico che quest’anno Striscia la Notizia potrebbe chiudere. Costa troppo”. Ma Silvio, Striscia è un bel programma, lo avverte l’esperta di tv Marystelle, “la Rai non la guarda nessuno, Mediaset va bene”. Sì ma costa, “forse si passerà dai telegiornali ai programmi della sera saltando Striscia”. “Mondadori deve licenziare il 30 per cento dei suoi dipendenti”, argomenta il Cav per spiegare il momento di difficoltà delle sue aziende, “sono preoccupatissimo”. Forse era davvero intenzione di Berlusconi chiudere un programma che è stato un simbolo delle sue televisioni. Non è poi andata così. Del resto spiega, “io in Mediaset non sono più presidente di niente”.

    SIGNORINI E CHI
    “Ma non hai chiamato Alfonso per quelle foto!”, lo attacca Concetta De Vivo riferendosi a un servizio fotografico posato che ritraeva lei e la gemella Eleonora col pancione. Si aspettavano di vederlo pubblicato immediatamente sul settimanale Chi. Non è ancora uscito. “Ma se ti dico che ho chiamato, ho detto che ci tenevo molto”, assicura Berlusconi. “Nella mia vita non ho mai oreso in giro nessuno”.

    LO STATISTA
    Nel video di 27 minuti c’è anche spazio per qualche sfogo. Berlusconi rivendica i suoi meriti, lamenta la cattiva pubblicità che gli ha provocato il caso Ruby. “Tutto quello che ho fatto da statista, ho evitato la guerra tra Russia e Georgia…tutto cancellato per questa storia del bunga bunga…”

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  • Ecco gli esposti che raccontano il crac del Sole 24 Ore su cui indaga la Procura

    Al ‘Sole 24 Ore’ ci sono giornalisti che sanno fare molto bene il loro lavoro anche quando alzano i tappeti di casa propria. Uno è Nicola Borzi che ha presentato a ottobre due esposti alla Consob di grande interesse anche per la Procura di Milano, impegnata nella ricerca della verità sui conti del gruppo dopo avere aperto un’inchiesta per ora a modello 45, senza indagati né ipotesi di reato. Documenti che, come un’inchiesta giornalistica, raccontano lo strazio contabile del gruppo di Confindustria che il 16 dicembre 2007, giorno della quotazione in Borsa, valeva 750 milioni di euro e ora appena 51. Nonostante un ‘rosso’ che si allargava in modo tragico, il quotidiano diretto da Roberto Napoletano vantava una crescita imperiosa delle copie digitali. A marzo 2016, Ads l’organismo che registra la diffusione delle testate, certificava questa ascesa in 109mila copie digitali multiple, quelle cioè relative ad abbonamenti venduti in blocco ad aziende. Un dato decisivo per la raccolta pubblicitaria che vedeva il Sole staccarsi in modo clamoroso da Repubblica (2363) e Corriere (5761). Copie che però poi sono risultate  fasulle tanto da indurre Ads a non conteggiarle.Nell’esposto viene ipotizzato che molte di esse siano state acquistate da una società anonima londinese, la Di Source.

    Borzi riporta uno scambio di sms in cui il manager della società inglese Filippo Beltramini conferma di occuparsi degli abbonamenti digitali. Scrive il cronista che “fonti interne ed esterne” gli hanno riferito che la Di Source è legata al Sole 24 Ore “da un giro di fatture per prestazioni di servizi e/o consulenze che sono state segretate” e che “siccuperebbero di gestione, raccolta, attivazione di abbonamenti delle testate del Sole 24 Ore altrimenti inattivi e non registrabili nella rendicontazione Ads perché appartenenti anche alla categoria delle copie multiple, in copia di denaro”. Della Di Source sappiamo che è stata costituita dalla fiduciaria Jordan Cosec  utilizzata, stando a una sentenza spagnola, per far sparire i soldi degli sponsor al calciatore Lionel Messi ed evitare così di dichiararli al fisco. Ma quanti abbonamenti gestiva per conto del Sole? Quanto ha contribuito a generare l’abbaglio delle vendite?  La certezza sono i numeri dell’ultima semestrale: un patrimonio netto crollato a a 28,2 milioni rispetto ai quasi 90 della fine dello scorso anno, perdite per quasi 50 milioni solo nei primi sei mesi dell’anno. Mercoledì scorso i giornalisti hanno sfiduciato il direttore Roberto Napoletano in una percentuale superiore al 70 per cento ma il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia gli ha confermato il suo appoggio.

    (manuela d’alessandro)

    Sole 24 Ore esposto 5 ottobre 2016

    Sole 24 Ore esposto 7 ottobre 2016

     

  • Video inedito di Berlusconi
    “Balotelli negro”, tu Polanco “solo abbronzata”

     

     

    Raffaella Fico…Raffaella…”ma quella sta con Balotelli che se la tromberà due tre volte e poi la molla“, dice Marysthelle Polanco a un Silvio Berlusconi stanco, appesantito e spaparanzato su un divano damascato, nella sua villa di Arcore, in maglioncino blu d’ordinanza. L’ex cavaliere interviene sul punto: “Che poi, te lo dico, a me una che va con un negro mi fa schifo”. La Polanco si sente chiamata direttamente in causa: “Papi, ma io sono negra!”. “No tesoro, lascia stare, tu sei abbronzata”. Sorrisino.
    Ritratto inedito di Berlusconi che emerge da un video di 27 minuti depositato agli avvocati dalla Procura di Milano e proveniente dalla rogatoria Svizzera condotta nell’ambito dell’inchietsa Ruby ter. Una scenetta che rievoca il famoso “abbronzato” di Obama, ma che rivela un linguaggio fin qui sconosciuto sulla bocca di Silvio Berlusconi. Il quale parla rilassato, in una situazione di grande famigliarità con le sue ospiti, non sapendo di essere ripreso di nascosto dalla soubrette Marysthelle. Oltre a lei, altre due giovani donne, le quali piombano ad Arcore per supplicare di avere un lavoro di rilievo e visibilità nell’azienda del Cavaliere. Come la Fico, oppure come “quella di Sipario” o addirittura come un certo Emilio Fede. “Devi chiamare e dire, lui non fa più il direttore, lo faccio io il direttore del Tg4“, insiste, scherzosa, la Polanco.

  • La parte civile Canalis cala la carta: “Ecco la prova che Selvaggia e Neri guadagnavano coi gossip”

     

    “Non è vero che quei  gossip non avevano rilevanza economica e ve lo dimostro con questo documento”. Nel giorno in cui il giudice Stefano Corbetta prova per l’ennesima volta a convincere i litiganti a trovare un accordo prima della sentenza, il legale della parte civile Elisabetta Canalis deposita una carta che dimostrerebbe il valore economico delle notizie sui vip al centro del processo, sempre negato da Selvaggia Lucarelli e Gianluca Neri.

    E’ la copia di una pagina del blog ‘very inutil people’ dove si riporta che la prima a dare la notizia della separazione tra Scarlett Johansson e Ryan Reynolds fu proprio Selvaggia nel dicembre del 2010. Della rottura  tra gli attori, ricorda Giordano, ne parlano Neri e la giornalista del ‘Fatto’ in alcuni sms sequestrati a ‘Macchianera’ dove i due si compiacciono della pubblicazione e parlano della possibilità di creare un blog tutto loro.

    Nell’interrogatorio della scorsa udienza, Neri aveva negato di essersi intrufolato illecitamente nelle mail delle celebrity sostenendo di avere ricavato i pettegolezzi e le foto del compleanno di Elisabetta Canalis nella villa comasca di George Clooney attraverso la navigazione del sito 4chan, un grande contenitore di gossip. News golose che però, questa la tesi dei due imputati, si scambiavano solo per ridere tra loro senza nessuna ambizione di guadagnarci. Per l’accusa invece, Lucarelli avrebbe cercato di piazzare le 191 foto del party lacustre al settimanale ‘Chi’. Sembra lontano al momento l’accordo auspicato con toni quasi accorati dal giudice. “Valutate se ci sono margini per raggiungerlo – ha affermato Corbetta – il fatto che la trattativa all’inizio del processo (che vede imputata anche Guia Soncini, ndr)  non sia andata a buon fine non preclude che si possa ritentare, anche alla luce di com’è andato il dibattimento”. (manuela d’alessandro)

    La difesa di Neri, io e Selvaggia volevamo solo spettegolare

  • “De Sousa in India”, un altro 007 Usa potrebbe non scontare la pena in Italia per Abu Omar

     

    Ad aprile la corte costituzionale portoghese aveva stabilito che Sabrina De Sousa, una degli agenti della Cia condannati per il sequestro di Abu Omar, doveva venire in Italia a scontare la pena. E’ arrivata l’estate, è iniziato l’autunno e il mandato di arresto europeo è rimasto a prendere polvere per i fascinosi vicoli di Lisbona, senza che nessuno, nel paese dove a 3 di quegli agenti è stata concessa la grazia da Giorgio Napolitano, invitasse ad accellerare la pratica. Ora si viene a sapere che De Sousa, condannata a 7 anni ridotti a 4 per l’indulto e poi fermata l’8 ottobre dell’anno scorso a Lisbona,  si troverebbe in Oriente. Stando a quanto filtrato dall’udienza a porte chiuse  fissata per discutere sulle richieste di De Sousa di affidamento in prova ai servizi sociali e di sospensione dell’ordine di carcerazione in attesa della decisione sulla domanda di grazia, il suo avvocato Dario Bolognesi avrebbe spiegato che  la donna è in India.

    Non c’è una comunicazione ufficiale al Tribunale di Sorveglianza ma se davvero De Sousa se ne fosse andata, scommettiamo che non dispiacerebbe a nessuno. Né all’Italia che per l’ennesima volta si toglierebbe dall’imbarazzo di incarcerare un agente degli amici americani, né ovviamente agli Usa e neppure al Portogallo di cui la donna è per metà cittadina (l’altra metà è americana). Dispiace invece alla giustizia e alla dignità del nostro paese che soffrono in questa storia l’ennesima mortificazione dalla politica.

    (manuela d’alessandro)

    ps nei giorni seguenti a questo articolo, l’avvocato Bolognesi ha precisato in una nota che la sua assistita è andata in India “in visita alla madre gravemente inferma” con l’autorizzazione delle autorità portoghesi e ha poi fatto ritorno nel Paese dove attende che sia eseguito il mandato di arresto.

  • Il pg: condannate in appello gli agenti, Uva morì per lo stress provocato dalle loro ingiustizie

     

    Vanno condannati gli agenti che trattenero due ore in caserma Giuseppe Uva “in modo illegittimo” perché gli provocarono un tale stress da farlo morire per  arresto cardiaco. Lo scrive la Procura Generale nelle motivazioni del ricorso in appello che potete leggere integralmente qui contro l’assoluzione dei due carabinieri e dei tre poliziotti accusati dell’omicidio preterintenzionale di Giuseppe Uva, il manovale morto la mattina del 15 giugno 2008 dopo aver trascorso parte della notte nella caserma dei carabinieri di Varese ed essere poi stato trasferito nel reparto di psichiatria.

    “Se è vero  – argomenta il pg Massimo Gaballo – che le modeste lesioni personali riscontrate sulla persona offesa non possono avere determinato direttamente il decesso, deve però ritenersi che abbiano contribuito ad aumentare lo stato di stress in ragione della percezione del relativo dolore fisico e della loro ingiustizia”. I giudici varesini avevano assolto nell’aprile 2015  i componenti delle forze dell’ordine dopo aver riscontrato l’”insussistenza di atti diretti a percuotere o a ledere” ma ora la Procura Generale chiede di ribaltare la sentenza definita nelle sue motivazioni “molto sommaria” alla Corte d’Assise d’Appello di Milano.

    “Lo stato di stress – si legge nel ricorso – integra pacificamente una malattia quale evento del reato di lesioni personali, consistendo in un’alterazione funzionale dell’organismo, anche in assenza di alterazioni anatomiche”. Per questo, viene considerata “erronea” la sentenza “laddove esclude la configurabilità del reato di omicidio preterintenzionale per insussistenza di atti diretti a percuotere o a ledere”.

    Tutti gli imputati per l’accusa “devono essere dichiarati responsabili del delitto di omicidio preterintenzionale” perché “hanno posto dolosamente in essere condotte di costrizione fisica, dirette a commettere il delitto di lesioni personali e illegittima privazione della libertà personale che, per la loro durata e connotazione violenta e ingiusta, devono ritenersi causa del grave stato di stress che, innestandosi sulla precedente patologia cardiaca, ha determinato il decesso di Uva”.  (manuela d’alessandro)

    le tappe della vicenda

    ricorso in appello pg

     

     

     

     

     

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  • L’avvocato Diodà ‘zittisce’ Scola e Canzio: “Non c’è misericordia in questa giustizia”

     

    “Parlate della misericordia ma io vedo solo la cultura della sanzione”. L’avvocato Nerio Diodà irrompe dal “fronte”, come lui stesso lo definisce, a spezzare  l’aura di pace che gli interventi del presidente della Cassazione Giovanni Canzio, del capo della Sorveglianza Giovanna Di Rosa e dell’arcivescovo Angelo Scola hanno creato al convegno organizzato in aula magna  dall’associazione Laf (Libera associazione forense)  sul tema ‘Diritto, giustizia e misericordia’.

    Alle raffinate enunciazioni di principio degli alti oratori, Diodà oppone parole stridule. “Io sto nell”ospedale da campo’, condiviamo i grandi principi ma dal fronte i segnali che arrivano sono faticosi e difficilmente rimovibili. Cosa c’entra la misericordia col mestiere di avvocato? Apparentemente c’entra poco  anche se nella storia della nostra professione ci sono molte cose più nobili di quelle che la comunicazione diffonde. Dal fronte vedo che molte volte la vera pena sono il processo, la custodia cautelare e la comunicazione mediatica. Lo dico con molta fatica, ma sono fatti veri che non riguardano solo i poveri ma anche i ‘colletti bianchi’, che io spesso difendo, nella stessa misura”.

    “La custodia cautelare – argomenta il legale protagonista di tanti, importanti  processi – è spesso o quasi sempre un meccanismo perverso per cui la vita di una persona che subisce il carcere spesso è devastata e poi si apre un periodo indefinito che forse porta alla Cassazione dopo anni in cui la pena ha logorato pressoché totalmente la persona”. Sulla misericordia, concetto evocato dagli altri oratori come elemento integrante di una buona giustizia,  Diodà spegne ogni illusione. “Non c’è neppure il presupposto per parlarne. La giustizia non funziona non perché gli avvocati presentano eccezioni sui timbri ma per le ragioni che ho spiegato. Ho un grandisssimo rispetto per i giudici dell’esecuzione ma finché si farà il discorso della sanzione pari al bene leso e non ci sarà un nuovo umanesimo seguendo la via della giustizia riparativa non si cambierà. Il nostro compito è diventare ‘facilitatori’ nell’interpretare la legge come strumento di modifica profonda della persona”. (manuela d’alessandro)

     

  • Ecco le motivazioni alla condanna di Bossetti, “uccise perché Yara lo respinse”

    Ecco perché la corte d’assise di Bergamo ha condannato Massimo Bossetti all’ergastolo ritenendolo colpevole dell’omicidio della piccola ginnasta Yara Ganbirasio, uccisa il 26 novembre 2010 con più colpi sferrati con un’arma sconosciuta, e abbandonata in un campo di Chignolo d’Isola. In sostanza, a provare la sua colpevolezza è “il rinvenimento del profilo genetico di Bossetti” sul corpo della vittima, “un dato privo di qualsiasi ambiguità e insuscettibile di lettura alternativa”. Tutto il resto ruota attorno a questo nucleo di certezza: dall’assenza dell’alibi (“quella sera rientrò a casa più tardi del solito e neppure nell’immediato, non solo a 4 anni di distanza, disse alla moglie cosa aveva fatto”) al movente (“”un contesto di avances sessuali verosimilmente respinte  dalla ragazza”). Per il legale Michele Salvagni, che presenterà ricorso, queste motivazioni sono frutto di “un appiattimento acritico dei giudici sulle tesi dell’accusa” e la corte “con un proprio film assolutamente disancorato da ogni risultanza processuale ha descritto un movente di tipo sessuale”. (m.d’a.)

    Le motivazioni alla condanna di Bossetti

  • Il crollo finale dell’inchiesta sul Sistema Sesto, assolti gli ultimi 2 imputati

    E adesso è proprio finita. L”utopia’ investigativa sul Sistema Sesto, il guazzabuglio di malaffare ipotizzato dalla Procura di Monza 6 anni fa, si stempera in un pomeriggio d’autunno dove al giudice basta una camera di consiglio di 5 minuti per dire che è finita.

    L’architetto Renato Sarno e l’imprenditore Roberto De Santis escono con un’assoluzione ‘perché il fatto non sussiste‘ dall’ultimo processo figlio dell’indagine che travolse Filippo Penati. Erano accusati di finanziamento illecito ai partiti per 368mila euro perché attraverso l’associazione ‘Fare Metropoli’ avrebbero occultato somme destinate all’ex presidente della Provincia per le campagne elettorali del 2009 e del 2010.

    Un’assoluzione scontata, chiesta anche dal viceprocuratore onorario che ha avuto la sventura di rappresentare l’accusa in questo processo mandato a Milano per competenza territoriale. “Non è emerso nessun elemento idoneo a sostenere l’accusa”, ha detto sconsolato durante la requisitoria. Considerazioni che rimandano alla sentenza con la quale il Tribunale di Monza aveva assolto (in parte prescritto) Penati e altri 10 a dicembre. “Il finaziamento ricevuto dall’associazione fu certamente legittimo”, era scritto nelle motivazioni a quel verdetto, anche alla luce  dei documenti “evidententemente sfuggiti sia alla Guardia di Finanza che ai pm”.

    Titoli di coda sull’avvocato Giuseppe Fornari, legale di De Santis. “Crolla così l’intero impianto accusatorio sul Sistema Sesto. Questo processo non doveva nemmeno inziare: gli stessi elementi che aveva oggi il Tribunale li aveva già il giudice per l’udienza preliminare tanti anni fa”.

    (manuela d’alessandro)

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  • “Un film per aiutare i giovani a non finire come noi”, gli ergastolani senza scampo alla prima a Opera di ‘Spes contra Spem’

    “Noi abbiamo deciso. Con questo film, vogliamo aiutare i giovani ad avere la possibilità di scegliere che non abbiamo avuto.  Direttore, se qualcuno è uscito dalla sala non ce ne frega niente. Noi andiamo avanti!”.

    Orazio, Gaetano: dal palco del carcere di Opera scolpiscono la loro scelta libera di ergastolani ostativi. E a quella scelta mettono le ali, la fanno volare alta, lontana da quei (pochi) colleghi detenuti che hanno lasciato la platea prima che finisse la proiezione di ‘Spes contra Spem’.

    Esiste testimonianza più tersa della riuscita di un percorso rieducativo? Ma alla legge non basta perché per sgretolare le sbarre dell’ergastolo eterno viene richiesta la ‘collaborazione’ dei detenuti. Salvatore, Gaetano e tutti gli altri protagonisti del docufilm ‘Spes contra Spem – Liberi dentro’ firmato da Ambrogio Crespi in prima visione a Opera dopo la presentazione al festival di Venezia, devono sfiorire in cella per sempre.

    Eppure,  qualcosa brilla, un vento nuovo attraversa questa sala tenebrosa dove scorrono i racconti di uomini ancora giovani, rinchiusi da 20,30 anni per omicidi di criminalità organizzata. Il tempo sembra essere maturo per raccogliere la speranza. Nel film e poi sul palco i detenuti si svelano con la capacità introspettiva di chi ha ricamato pensieri sottili in decenni di solitudine. “Sono in carcere da 22 anni, mi manca quel giovane estasiato nei profumi della notte siciliana”. “Ho fatto 21 anni di 41 bis, le celle lisce. Ai processi si possono dire bugie, ma il mio tribunale interiore non perdona. Alle famiglie di chi è stato ammazzato dico: non aggiungete altro dolore con altri morti”. “Ieri, 21 settembre (anniversario della morte del ‘giudice ragazzino, ndr), ho scritto una lettera pensando a Rosario Livatino. Non mi rendevo conto che stava lavorando per me. Riposi in pace”. “Mia figlia l’ho chiamata Speranza, per 24 anni siamo stati staccati, ora è la cosa più importante che ho”.

    La speranza sta per bucare le mura perché nel docufilm e nel dibattito alcune istituzioni la incitano.  Le guardie penitenziarie e i loro comandanti spiegano che “le persone cambiano in carcere”.  Il neo presidente del tribunale di sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa, si rivolge agli ‘attori’: “Grazie, avete fatto delle riflessioni che ci insegnano a fare bene il nostro mestiere. Lo Stato ci ha tolto la possibilità di decidere nel merito se uno deve stare in carcere, dobbiamo farlo in base a calcoli asettici. Spero che venga ridata ai magistrati la possibilità di usare il libero convincimento”. Gli avvocati applaudono, tanti tra i presenti hanno contribuito a questo film e lottano per cambiare la legge.

    Tutti, a cominciare dai radicali Sergio D’Elia e Rita Bernardini, ricordano Marco Pannella che il motto ‘Spes contra Spem’ l’aveva praticato. “E’ il mio angelo custode, è vivo”, assicura Ambrogio Crespi, 200 giorni in carcere e ancora a processo per una storia di presunta ‘ndrangheta. “Questo film all’inizio non lo volevo fare, non riuscivo a tirare fuori un messaggio che potesse uscire da queste mura”. E poi com’è andata lo spiega il direttore di Opera, Giacinto Siciliano: “Ne abbiamo parlato a un congresso radicale, abbiamo scelto di fare le interviste agli ergastolani a ruota libera, nessun copione, c’era solo l’idea”.

    Il direttore non è turbato dai pochi che hanno lasciato la sala. Gli importa degli altri, li chiama per nome tra il pubblico, anche quell’ergastolano che un giorno gli chiese di poter possedere un pelouche per 24 ore in cella, di più non si può per regolamento penitenziario, “perché non ne aveva mai avuto uno”

    Il film è richiesto da tribunali, carceri e cinema di tutta Italia, anche nelle terre da dove provengono i suoi ‘attori. Lì Orazio, Gaetano e gli altri calano la loro speranza. “Per noi sarebbe una vittoria solo dare ai giovani la possibilità di riflettere. Se poi evitiamo che cadano nella devianza, saranno liberi anche per noi che non abbiamo potuto scegliere”. (manuela d’alessandro)

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  • “Favori in cambio del condizionatore”, così cade il poliziotto di Mani Pulite che bussò a Craxi

     

    Fu lui da capo della Digos a suonare il campanello di casa Craxi nel 1993 per consegnargli il divieto di espatrio su ordine di Antonio Di Pietro. ‘Benedetto’ da Mani Pulite ebbe la sua stella al merito, la carica di assessore alla sicurezza nella giunta Albertini, e poi una carriera scorrevole da buon funzionario dello Stato.

    Ora è notte profonda per l’ex questore di Bergamo Fortunato ‘Dino’ Finolli. Il gip gli ha risparmiato l’arresto ma le carte dell’inchiesta sul crac della società Maxwork spa  che ha portato ieri all’arresto dell’imprenditore Giovanni Cottone lo massacrano.

    Secondo la Procura della ‘città dei mille’, l’ex questore, che già a causa dei primi sviluppi di questa indagine aveva dovuto lasciare l’incarico,  avrebbe ricevuto da Cottone doni e promesse in cambio del suo impegno a risolvergli piccole grane burocratiche e a girargli qualche ‘soffiata’ sulle indagini che lo riguardavano.

    Viaggi e due bracciali d’oro per un totale di oltre 5000 euro di valore,  per lui e per la moglie. L’i-phone 6 per la figlia. Soggiorni sul mare ligure di Arenzano. E perfino un “impianto di condizionamento composto da split e unità esterna per gli uffici della questura”. Aria fresca ‘pagata’ dall’allora questore con l’impegno a far ottenere a Cottone “il porto d’armi per uso a difesa personale”, la cittadinanza alla sua fidanzata brasiliana e “l’aggiornamento di alcune segnalazioni arrivate in baca dati”. Peculato, corruzione e istigazione alla corruzione. Tutti reati per i quali una volta Finolli suonava alle porte altrui. (manuela d’alessandro)

  • Il procuratore Greco, ok a togliere all’imputato il diritto di mentire

    “Non ho nulla in contrario che si tolga all’imputato il diritto di mentire, che è una cosa molto particolare che abbiamo in Italia”. Alla presentazione in aula magna del libro ‘Estetica della giustizia’ firmato dall’avvocato Ennio Amodio, il procuratore capo Francesco Greco prende posizione sulla possibilità di eliminare una delle garanzie difensive previste nel nostro ordinamento.

    Greco guarda agli Stati Uniti, patria dell’obbligo di essere onesti,  ma solo a metà. “Nei film americani emerge come figura fondamentale quella dell’avvocato perché i diritti non vengono tutelati dalla magistratura. In Italia è diverso: abbiamo un pubblico ministero indipendente che non viene eletto né controllato e si pone nell’immaginario come tutore vero, poi che lo sia o meno è un altro discorso Il pm svolge la funzione che negli Usa ha un avvocato”. Che non vada proprio così lo dimostrano la politicizzazione del Csm, ormai lampante anche a molte toghe, e l’ormai celebre ringraziamento di Matteo Renzi alla Procura milanese per la “sensibilità istituzionale” dimostrata a proposito delle non indagini su Expo.

    Ma sulla carta per Greco dobbiamo essere orgogliosi del nostro sistema. “Nel confrontarci col resto del mondo e ragionare sui concetti di garantismo e giustizialismo, dobbiamo chiederci: l’obbligatorietà dell’azione penale e l’autonomia della magistratura sono valori positivi o negativi? Io dico che ci fanno essere un paese più civile degli altri e, nella mia esperienza, vedo che i colleghi stranieri  ci invidiamo e ammirano”. Almeno l’estetica, tanto cara al professor Amodio, è rispetatta.  (manuela d’alessandro)

  • Tiziana contro il web, perché vince contro Fb e perde contro Google la battaglia sul video

    Tiziana contro il web, un disperato tentativo di cancellare le orme di quel video pornografico che le aveva rovinato la vita. Dalla sentenza del giudice civile a cui si era rivolta a luglio per far oscurare le immagini traspare la lotta della ragazza contro tutti, grandi e piccoli della rete. Tiziana Cantone, pentita per avere lei stessa contribuito a diffondere la sua intimità, vince su facebook e su due testate online ma perde contro google, yahoo Italia e youtube e altri giornali . E’ il 10 agosto. Poco più di un mese dopo si toglie la vita.

    Tiziana contro Facebook: “come hosting provider”, spiega il giudice di Aversa Monica Marrazzo , “non ha un generale obbligo di controllo preventivo sui sempre più estesi contenuti immessi in rete”, ma qui ce l’avrebbe avuto perché “l’articolo 16 del decreto 70/123 dispone per gli hosting provider che l’irresponsabilità viene meno ove sia al corrente di fatti che rendono manifesta l’illegalità dell’attività o dell’informazione”. In questo caso, “tenuto conto della manifesta illiceità dei contenuti lesivi della reputazione della Cantone propalati in rete, il social avrebbe dovuto rimuovere i contenuti, senza aspettare l’arrivo della magistratura”.

    Tiziana contro Yahoo Italia: il legale sbaglia indirizzo. “La società che fornisce il servizio non è Yahoo Italia ma la diversa società avente sede in Irlanda, la Yahoo Enea Limited”. Yahoo vince.

    Tiziana contro Google: “non c’è l’obbligo per i catching provider (che memorizzano solo temporaneamente contenuti di terzi al fine del loro successivo inoltro ad altri destinatari a loro richiesta) di rimuovere tutte le pagine e i siti web che siano il risultato della ricerca a seguito della digitazione del nome e del cognome della ricorrente”. In questo caso ci sarebbe voluto un provvedimento del garante o della magistratura per obbligare il motore di ricerca a intervenire.

    Tiziana contro Youtube: “in linea teorica” ci sarebbero stati i presupposti per l’accoglimento della domanda della ragazza ma nel ricorso il legale non ha precisato “con chiarezza” i video illeciti pubblicati sulla piattaforma.

    Tiziana contro i giornali online: è diritto di cronaca pubblicare delle immagini solo perché sono diventate di interesse pubblico? Il diritto di cronaca, argomenta il magistrato, non può risultare utile a pubblicare qualsiasi notizia riguardante la vita privata di una persona solo perché la stessa sia entrata a far parte della curiosità collettiva ove la notizia non venga riportate con le cautele che si impongono per il rispetto della dignità della persona”.

    Tiziana e il diritto all’oblio:  per il giudice “non si ritiene che rispetto al fatto pubblicato sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività all conoscenza di questa vicenda”.

    Alla fine Tiziana viene condannata a pagare 20mila euro di spese legali. Conseguenza beffarda dell’applicazione della legge.

    (manuela d’alessandro)

     

  • Quasi 4 anni per l’appello Telecom, così la giustizia lenta ha ucciso il processo sui dossier

     

    Chi vuole la prescrizione? La legge cattiva, gli avvocati che affogano i processi per salvare la pelle ai clienti?

    Ecco un caso che ci da’ spunto per cambiare prospettiva.

    Dopo quasi 4 anni è stato fissato il processo d’appello di uno dei capitoli dell’appassionante ‘spy story’ che travolse Telecom e Pirelli all’inizio degli anni duemila quando si scoprì che la security, guidata da Giuliano Tavaroli, confezionava dossier illeciti all’ombra della società.

    Il 3 novembre si aprirà davanti alla prima corte d’assise d’appello il giudizio di secondo grado chiamato a pronunciarsi sulla sentenza che il 13 febbraio 2013 condannò 7 imputati, tra i quali l’ex appartenente del Sisde Marco Bernardini (7 anni e mezzo) e l’ex investigatore privato Emanuele Cipriani (5 anni e mezzo). I due vengono considerati ‘promotori ‘ di un’associazione a delinquere che si sarebbe consumata tra il 2000 e il settembre 2006, quindi per loro la prescrizione arriva proprio a ridosso dell’inizio dell’appello.

    Il primo grado si era chiuso con 7 condanne oltre che per associazione a delinquere, anche per corruzione, accesso abusivo a sistema informatico e  rivelazione di notizie coperte da segreto di Stato. Solo quest’ultima ipotesi di reato è rimasta intatta, tutto il resto è stato sgretolato dal trascorrere del tempo nell’infinito dipanarsi di un’inchiesta partita nel 2005.

    Nel frattempo, Tavaroli e  altri imputati hanno patteggiato una pena che avrebbe potuto essere molto inferiore se avessero atteso che la polvere del tempo cancellasse le accuse. (manuela d’alessandro)

     

     

  • La verità di Neri: io e Selvaggia volevamo solo spettegolare, non sono un pirata della rete

    “Io e Selvaggia volevamo solo spettegolare: su Clooney, se era etero oppure no, sulla Venier e sugli altri vip”. Al processo sul presunto spionaggio nelle mail delle celebrità e sul ‘furto’ delle 150 foto del compleanno di Elisabetta Canalis, il principe dei blogger Gianluca Neri  raffigura lui e la giornalista del ‘Fatto’ come due “scemotti” che, dietro lo schermo dei loro pc,  si raccontavano “cose cretine”.

    “Ci saremmo visti non più di 5 volte in 10 anni, ma siamo amici”, assicura Neri che ha negato al giudice Stefano Corbetta di essersi intrufolato in modo abusivo nei segreti dei famosi. “Le foto le ho trovate nel sito 4chan, una specia di ‘wikileaks’. Un link rimandava alla mail ‘giorgioclone’ e alla sua password, da lì sono arrivato alla cartelletta con le 191 immagini. Non avendo mai avuto la passione per il gossip (ndr ma per il pettegolezzo sì?) non gli ho dato molto valore: erano foto carine, sincere, con loro due che festeggiavano il compleanno”.

    “Allora le ho mandate a Selvaggia in modo scherzoso. Lei aveva un’ossessione per Clooney, e chi non ce l’ha, è così bello. C’era in ballo tra me e Selvaggia il discorso su Clooney etero o no e allora le dissi ‘te le faccio vedere e vedrai che lui non la bacia mai in bocca’”. Dietro il pc, l’amica però fa un balzo: “Mi ha detto ‘ma stai scherzando? Quelle foto sono una cosa bellissima’ e poi mi ha detto di averne parlato con Gabriele Parpiglia (ndr giornalista gossipparo)”. Della trattativa che ne è seguita, con la compravendita sfumata per volontà del direttore di ‘Chi’ Alfonso Signorini, l’imputato giura di non averne saputo nulla e di non avere mai chiesto soldi per le foto. “Io e Selvaggia ci siamo visti a cena e abbiamo concordato che dalla trattativa con ‘Chi’ volevamo stare fuori”. Il pm Grazia Colacicco lo stuzzica sui messaggini che per l’accusa dimostrerebbero la consapevolezza sua e di Selvaggia di ‘spiare’ i vip. “Erano solo ‘sbruffonerie’ tra me e Selvaggia, anche la Venier l’abbiamo trovata tra quelle tenute sotto osservazione in 4chan, di qui il messaggio ‘habemus Mara”.

    “E come mai – insiste il pm – lei sostiene di frequentare assiduamente 4chan, mentre a noi risulta che non ci va mai?”. “Perché – ribatte –  il pc in sequestro è stato acquistato un anno dopo i fatti”.

    Questa la verità di ‘Macchianera’. Un po’ diversa da quella di Selvaggia che ha sempre detto di avere ricevuto attraverso la posta del suo blog una mail dall’indirizzo ‘giorgioclone’, non citando mai Neri. E da quella del fotografo Giuseppe Carriere che descrive Lucarelli come intermediaria nell’operazione per la vendita dei diritti delle preziose foto. (manuela d’alessandro)

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  • Il Ministero della Giustizia manda gli ex barellieri a fare i cancellieri e scoppia la rivolta

    Saltano i nervi ai dipendenti della giustizia per la decisione del Ministro Andrea Orlando di supplire ai buchi nell’organico mandando nei tribunali personale della Croce Rossa in esubero. La surreale prospettiva di ex barellieri e autisti delle ambulanze trasformati in cancellieri ispira  la violenta reazione del ‘comitato lavoratori giustizia‘: “Ci vediamo letteralmente scavalcare da personale completamente sprovvisto delle competenze – si legge in una nota – (…) Evidenziamo che da parte dell’Amministrazione non vi è stata alcuna trasparenza. Non è chiaro chi e con quali criteri abbia operato l’inquadramento degli ex barellieri nel profilo professionale del cancelliere”.

    A Milano sono tre i crocerossimi, un capitano e due sottufficiali della Croce Rossa militare in via di smantellamento, che dal primo settembre si chiedono smarriti nei corridoi del palazzo quale contributo potranno offrire alla dolente giustizia.

    In tutto, informa il Comitato, dal primo settembre, sono “359 le unità provenienti da enti in esubero come le Province e la Croce Rossa, tra cui personale già inquadrato nella Croce Rossa italiana con mansioni di autista/ barelliere, per la maggior parte in possesso del titolo di studio in licenza media e inquadrato nei ruoli dell’amministrazione giudiziaria che prevedono collaborazione qualificata al magistrato, ruoli che vanno dall’assistente giudiziario al cancelliere al funzionario giudiziario”.

    La rabbia è tale da addebitare futuri smacchi all’inserimento dei poveri crocerossini. “Oltre alla frustrazione per la negazione delle prospettive di carriera evidenziamo che l’intero servizio giustizia, lungi dal beneficiare di questi fallimentari innesti, subirà, a seguito dell’inserimento di personale non competente, ulteriori rallentamenti e disfunzioni dei quali, stando così le cose, non vogliamo essere ritenuti responsabili“.  (manuela d’alessandro)

  • Il pediatra suicida processato dopo la morte dalla Procura di Busto Arsizio

     

    Alberto Flores d’Arcais si era appena buttato dal sesto piano della sua abitazione milanese dov’era ai domiciliari quando procura di Busto Arsizio e carabinieri hanno pensato di convocare i giornalisti per una requisitoria non richiesta.

    All’imputato ‘contumace’ gli investigatori hanno presentato davanti ai cronisti una ‘contestazione suppletiva’ post mortem. Oltre all’accusa, già nota, di atti sessuali sulle sue piccole pazienti, il procuratore di Busto Gianluigi Fontana ha voluto far sapere che “il consulente aveva appena terminato le perizie su due computer in uso al medico dai quali è emerso copioso materiale, circa 3000 file, tutte immagini pedopornografiche”. File scovati nonostante, hanno precisato gli inquirenti, d’Arcais avesse tentato di nasconderli nel cestino del pc.

    “Non sapevamo nulla di questo materiale, non avevamo ancora visto la consulenza del pm”, ha provato una tardiva difesa l’avvocato Massimo Borghi nel surreale processo al suo assistito defunto.

    Il noto professore, già docente di allergologia al San Raffaele e protagonista di missioni umanitarie all’estero, era innocente o colpevole? Doveva essere rimesso in libertà perché a rischio suicidio, come affermavano tre psichiatri di parte?

    Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai.  Certo non è giustizia, anche quando è rappresentata da un bravo magistrato come Fontana, processare un uomo in conferenza stampa a poche ore dalla scelta di farla finita.  (manuela d’alessandro)

  • Il gip lo lascia solo fuori dal carcere, il picchiatore seriale non va in comunità

    Nicolas è sparito da ieri pomeriggio dopo che il giudice gli ha concesso i domiciliari da trascorrere in una comunità psichiatrica vicina al mare di Varazze. Il ragazzo spagnolo arrestato ad agosto perché prendeva a pugni a caso i passanti a Milano ora è smarrito chissà dove perché, denunciano i suoi legali, il gip Livio Antonello Cristofano non ha disposto nessun servizio di scorta dal carcere alla sua destinazione.

    Non è stata una svista. Per il giudice, si legge nell’ordinanza di concessione dei domiciliari, Nicolas Orlando Lecumberri, 23 anni, non ne aveva bisogno. Anzi, sarebbe stato lui a dover avvertire i carabinieri del suo arrivo in comunità. “Non sussistendo specifiche esigenze processuali o di dicurezza – scrive il gip  – l’indagato raggiungerà senza accompagnamento – immediatamente e senza soste intermediae – il luogo di esecuzione della misura, dando tempestivo avviso alla stazione dei carabinieri”.

    “L’assurdità del comportamento del giudice e della polizia – protestano gli avvocati Francesco Brignola e Alessia Generoso – crea un rischio per il ragazzo e per gli altri. Trovatosi solo e senza riferimenti fuori dal carcere, se ne sono perse le tracce con gli immaginabili gravi rischi per lui e per la comunità. Se qualcuno ci avesse avvertiti, saremmo andati noi a prenderlo”. Nicolas, che prima di prendere a pugni le sue vittime casuali dopo avergli chiesto informazioni stradali faveca il dj, è sempre stato in terapia psichiatrica durante la detenzione e in cella di osservazione. (manuela d’alessandro)

     

     

     

     

  • I verbali del comandante dell’Isis, 20 anni di storia di noi e dell’islam radicale

     

    Tutta la storia, narrata in prima persona, di Abou Nassim, il comandante dell’Isis catturato oggi in Libia e considerato dai servizi il referente del terrore per l’Italia oltre che uno degli autori della strage del Bardo secondo le autorità tunisine.  Un concentrato diluito di due decenni nella viva voce del tunisino registrata dai verbali degli interrogatori di tutto quello che sta attorno al tema ‘terrorismo islamico’. Arrivato in Italia con un barcone, da spacciatore di droga a “uomo pio” e vicino agli ambienti estremisti attraverso la frequentazione delle moschee milanesi, detenuto e torturato in una base americana in Pakistan dopo l’11 settembre, combattente in Bosnia, arrestato per terrorismo ed espulso dall’Italia dopo un’assoluzione in primo grado (poi in appello ha preso 6 anni), vicino prima ad Al Qaeda e poi ‘colonnello’ dell’Isis. Ha solo 46 anni, Abou Nassim, ma nella sua vicenda personale raccontata al gip Guido Salvini ritroviamo tutta la storia dei rapporti tra il nostro Paese e l’ Islam radicale negli ultimi 20 anni. (manuela d’alessandro)

    primo interrogatorio Nassim

    secondo interrogatorio Nassim

    terzo interrogatorio Nassim

  • Errore dei giudici d’appello, ‘scontati’ 20mila euro a Stasi per le perizie nella villetta

     

    Il conto servito dalla corte d’assise d’appello di Milano ad Alberto Stasi era alto, troppo alto, per un errore della calcolatrice dei giudici. Ai periti che col loro studio sulla camminata nella villetta di Garlasco hanno contribuito alla sua condanna per l’omicidio di Chiara Poggi l’imputato, ora rinchiuso nel carcere di Bollate, doveva circa 13mila euro euro e non gli oltre 33mila euro indicati dal collegio presieduto da Barbara Bellerio. Lo ha stabilito nei giorni scorsi il magistrato civile Domenico Piombo al quale Stasi si era rivolto sostenendo che i giudici dell’appello bis avessero calcolato male nel 2014 quanto da lui dovuto.

    La corte che l’ha condannato a 16 anni di carcere, poi confermati in via definitiva, aveva sancito che Alberto doveva  5581 euro ciascuno a Roberto Testi, responsabile dell’unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino e a  Gabriele Bitelli e Luca Vittuari, entrambi docenti del dipartimento di Ingegneria dell’università di Bologna  oltre a più di 16800 euro al solo Vittuari per ‘costi di laboratorio’. Col loro studio avevano affermato che non c’erano probabilità per il ragazzo di non sporcarsi le scarpe di sangue quando calpestò il pavimento della villetta.

    Tutto sbagliato.  Intanto, perché, come chiarito dallo stesso professore nella causa civile, su Vittuari non sono mai gravate le spese di laboratorio che avrebbero invece “dovuto essere fatturate dall’università di Bologna direttamente alla corte d’appello”. Invece i giudici nel loro decreto hanno addebitato le spese a Stasi senza fattura.

    Ma c’è di più. I magistrati dell’appello bis hanno sbagliato anche a non considerare la perizia come collegiale (vista anche l’”eccezionale complessità degli accertamenti da compiere”) che prevedeva una liquidazione inferiore, come poi stabilito in sede civile. Insomma, il giovane commercialista deve pagare ‘solo’ 10585 euro ai tre professionisti, da ripartirsi in parti uguali, più un rimborso spese. Sollievo da poco per Stasi che continua a scontare la pena arrivata al termine di un cammino giudiziario zeppo di dubbi spazzati via dalla cassazione con la condanna definitiva nonostante le perplessità anche del pg Oscar Cedrangolo. Ora gli avvocati Angelo e Fabio Giarda stanno pensando al ricorso alla corte europea di giustizia. (manuela d’alessandro)