Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Autore: Ndr

  • Ordinary People – Un racconto 25 anni dopo Linate

    Con un certo involontario cinismo gli studi sociologici usano l’espressione ordinary people per le persone non qualificabili nei momenti in cui sono rappresentate nelle abitudini di massa, come usare i mezzi pubblici. Questa cancellazione delle singolarità li aiuta a entrare negli incasellamenti statististici di diagrammi e curve.
    Oggi sono un ordinary people, mentre mi aggiro per la città, sul tram. Ascolto la signora che sta parlando al telefono con la sorella, la rimprovera di essere troppo seria da non permettersi una gita domenica prossima. Indossa un piumino trapuntato, leggero, cento grammi, azzurro. Vicina a lei c’è un signore con un bastone, salito vicino al parco, andrà in Duomo o chissà, massimo fino al Cimitero Maggiore, capolinea.
    Mentre aspetto di scendere alla mia fermata, prendo le voci e le metto su un’unica linea fonica, le monto con altre frasi estrapolate, costruisco una giornata coerente recitata da più persone casuali. Inserisco anche ricordi e mi sposto in un flashback, sarà perché non mi ci trovo tanto distante e ho nostalgia del mio scooter. Il filo mi porta su una trama spessa, ci sono figure in cerchio, a formare una stella nel centro, no, è piuttosto il disegno del boom dei fumetti.
    Correvo con il mio hondino Sky 50 blu su viale Forlanini verso l’aeroporto, insieme ad ambulanze, auto, vigili del fuoco, carabinieri, polizia. Si vedeva un fumo alto in fondo e faceva un po’ freddo, di quello pungente del mese di ottobre, che non è ancora quello compatto dell’inverno. Più o meno come la stagione in cui sto scrivendo.
    La strada era bloccata da moto ammassate a caso. Ricordo che le ambulanze arrivate a gran velocità non tornavano indietro e che mi ero seduta in mezzo ai primi parenti dei passeggeri, cercando di capire cosa fosse successo: nessuno ci parlava, né a noi della stampa, di cui facevo parte, né a loro. Intanto arrivavano gli altri, chi solo in tuta, chi invece già perfettamente vestito da ufficio, alcune donne indossavano quelle belle scarpe a mezzo tacco molto in uso nelle aziende. La loro sicurezza formattata da anni di riunioni e cordiali saluti non arrivava a capire. Parlavano di un viaggio di lavoro, che avrebbero aspettato, che pretendevano delle informazioni visto che il cellulare non prendeva. Qualcuno sosteneva che allora avrebbe parlato con chi, chissà.
    Il motore della linea continua della giornata già da quanto tempo programmata di un lunedì mattina di lavoro e obiettivi non si fermava, non si era accorta che si era azionata la ventola del raffreddamento, c’era stato uno stop, brusco, violento, un incidente. Il diagramma era saltato.
    Le informazioni si propagavano come una paranoia. Ci fu un fuggi fuggi generale, senza che si spiegasse niente ai parenti che ancora pensavano di rivedere il fratello il padre, il marito, la figlia, il figlio, il nipote, la madre. Di colpo si cominciò a chiedere loro lo spazzolino, prima ancora di riuscire a predisporre un’accoglienza riservata e informativa. Fino a che si aprì la Sala Amica della business class e arrivarono psicologi a distribuire bicchierini di acqua con il Lexotan.
    Giravano giornalisti, telecamere, fotografi, tutti vagavano a cercare un dipendente infedele che raccontasse finalmente con chiarezza, poi arrivò il direttore dell’aeroporto che, preso d’assalto, senza fornire un quadro della cosa si lasciò sfuggire una frase che già in quel momento sapevo che l’avrei per sempre ricordata: “Stiamo cercando di recuperare il recuperabile”. Un insieme di parole che restituiva, senza che nessuno lo avesse esplicitato con un minimo di coraggio e responsabilità del ruolo che ricopriva, l’accaduto nei suoi toni più grotteschi.
    C’è chi capì e chi no, si voleva che esplicitasse la frase, che finalmente dicesse a chiare lettere, anzi un virgolettato, cosa era successo veramente su quella pista di un lunedì mattina a Linate, l’8 ottobre 2001, che ne era stato di quel volo pieno di persone che andavano a lavorare, per lo più ingegneri e “commerciali” nei mercati e nelle aziende danesi e svedesi, con tra di loro, come sempre nell’inesorabile canovaccio delle tragedie di massa, una giovane coppia in viaggio di nozze. A quel punto il direttore dell’aeroporto non disse più nulla, lasciandoci con l’immagine di lacerti di corpi da recuperare per autopsie e riconoscimenti.
    Non ricordo chi diede l’ufficialità definitiva, la catena dei parlanti autorizzati si era dileguata, il centralino del 118 lasciava qualche speranza dietro la parola “dispersi”.
    Nella Sala Amica i giornalisti non potevano entrare, ci avevano predisposto una sala tutta per noi, addirittura c’era la colazione continentale, ma pochi erano lì dentro, in quel momento. Qualcuno scoprì o ritrovò l’antico ruolo della stampa con la presenza civile del giornalista, quello per cui molti decisero romanticamente di scegliere questo mestiere, cioè innanzitutto diventare testimoni. Qualche parente ci chiese di aiutarli ad avere informazioni, di fare da apripista con le autorità e con i centralini che non rispondevano, cercavano nella disperazione ogni appiglio, alleanze, anche se ormai dopo poco più di un’ora divenne chiaro che avevano cambiato status, erano entrati in un nuovo quadro, quello delle vittime. La loro vita di ordinary people era cambiata.
    Non c’erano sopravvissuti, l’avevamo già capito da soli, ma ci voleva il conteggio ufficiale che arrivò solo diverse ore dopo, in un comunicato stampa. Ci sorprese scoprire che uno sì, si era salvato. Gravemente ustionato. Si trovava insieme ad altri tre, loro morti, al toboga, dove si depositano i bagagli in transito. Sopravvisse anche se con pesanti menomazioni.
    I parenti delle vittime già nei primi giorni decisero di mettersi insieme in un’associazione, lo statuto venne copiato da quella delle vittime dell’incidente di Ustica, e insieme si prepararono a percorrere tutta la strada processuale e anche di elaborazione del lutto. Si aiutarono, divennero amici, stabilirono dei legami pensando che quel fratello era stata l’ultima persona con cui aveva parlato il figlio, quel marito aveva forse sorriso alla coppia di sposini, il giovane ingegnere si era accomodato sbirciando l’hostess, si consolarono andando a vedere su una mappa dove erano seduti i loro congiunti e cercando di conoscere la storia di quel vicino di posto con cui il suo amatissimo parente aveva concluso la sua vita. Ricostruirono la scena. Al posto di un anonimo viaggio di lavoro, con la testa già presa dalle faccende professionali, ricrearono un luogo familiare per i loro cari, postumo. E riuscirono a riprendere la loro vita il prima possibile, con un certo pragmatismo si rimisero subito a lavorare e a tirare su gli orfani, nelle ricorrenze si diedero solo a quello che sembrava alla loro portata, come piantare alberi commemorativi nel vicino parco Forlanini. Riuscirono dopo diversi anni anche a compiere insieme quel viaggio fino a Copenaghen per portare un fiore in un analogo giardino impiantato dalle vittime danesi. Sempre composti, si affidarono per le cose di stampa al presidente dell’associazione, un signore gentilissimo della Valsesia, che aveva perso il primogenito quasi trentenne, manager in ascesa di un lanificio di alta moda. In pratica si creò un mutuo soccorso attivo a cui avevo partecipato fatalmente anche io nei primi giorni a seguire. Fu proprio a casa sua che ascoltai della passione dell’altro figlio, un ragazzo biondo con i riccioli: voleva fare il mago. Studiava infatti Magic Arts e si esibiva in occasioni di provincia. Ne scrissi per dare il quadro di una famiglia normale, che cercava di rimettersi insieme.
    L’articolo finì tra le mani degli autori di “Domenica In” sempre alla ricerca di storie e personaggi. Quell’anno proponevano una specie di talent, c’erano tanti ragazzi e ragazze che si esibivano, il giovane mago della Valsesia rientrava a pennello nello script. Era di talento e con una storia strappalacrime. Il tutto buono per gli offici di Mara Venier.
    L’Italia orecchiò in questi piccoli spazi predisposti al patetico quello che era successo quella mattina a Linate, nel format più confacente al nostro Paese. Era questo lo spazio di cui dovevano accontentarsi? Come la vita che si accetta per come viene, che si apre e si chiude, a volte con il portellone di un aereo?
    Troppo facile rispondere no.
    Mi tormentai nei primi anni a seguire, di solito attorno all’8 ottobre quando vedevo il comunicato scritto dall’associazione per la ricorrenza, a pensare come tenere in vita quanto accaduto. Non volevo che scivolasse nella casualità di una responsabilità accertata ma talmente frammentata da sembrare solo un gioco del destino. Mi sembrava, e tutt’ora, il simbolo di un luogo senza governo, tutto perfettamente protocollato, e inanimato.
    L’atteggiamento dei familiari troppo civile, quasi arrendevole, non mi aveva aiutato, sembrava sentissero l’obbligo di mantenere la stima per le figure pubbliche e di potere, forse l’unico modo per accettare quella tragedia. Non era nemmeno ancora il tempo dei social populisti, gridati e aizzati.
    Pensai, con una collega, per la ricorrenza dei cinque anni di scrivere la loro storia di parenti, limitandomi agli italiani. Abitavano tutti al Nord, molti in una brughiera fino a quel tempo a me ignota. La casa editrice, l’unica che si mostrò interessata, mise come condizione però la ricerca di uno scoop. Non lo trovammo e il libro non uscì. Il materiale raccolto giace in una scatola nella mia soffitta, dentro non ci sono scandali o rivelazioni, visto che le indagini furono scrupolose e non restarono cose in sospeso. Il problema era un altro. Quell’incidente era perfettamente conforme a un Paese che nel 2001, a Milano, aveva dimostrato nei fatti una totale assenza di cultura della sicurezza, visto che era stato possibile lasciare sbiadire i segnali di terra delle piste, come se fosse un incrocio qualunque, e dimenticare il radar di terra in un magazzino. Sembrò un caso quasi atteso, a quel punto ci si chiese come mai non fossero successi altri incidenti prima.
    Mi sono troppo allontanata, adesso rientro dal flashback. Provo a reidentificarmi, donna, cinquantenne, utente occasionale dei tram, a volte ben vestita. Perché chiamarmi fuori dal posto che mi ha assegnato l’ordinary people di oggi? Devo appartenere per forza al sottogenere dei trascrittori di eventi lontani? Un amanuense con la chierica mi guarda da lontano, ha un saio come quello dei domenicani. Bianco con il cappuccio nero.
    Recupero la signora di prima, non la trovo, è scesa. Al suo posto un ragazzo peruviano con la felpa di un’assistenza elettrodomestici e i pantaloni catarifringenti. Scendo dal tram.

    Giusi Di Lauro

  • Il mistero delle carte sugli arbitri mai giunte alla Commissione Antimafia

    Ci eravamo lasciati che la Procura di Milano aveva inviato alla Commissione Antimafia le carte dell’indagine sulle designazioni e le ‘bussate’ alla sala Var di cui è stata chiesta, nel frattempo, l’archiviazione. E invece, stando a quanto apprende Giustiziami, non si sarebbe realizzato nessun passaggio di atti. Anzi. Ci sarebbe stata addirittura una retromarcia rispetto a una disponibilità iniziale.

    I fatti, così come sono stati riferiti dalle nostre fonti. A giugno sarebbe arrivata in Procura la richiesta dei documenti dell’inchiesta da parte di un comitato interno alla Commissione interessato a visionare il fascicolo alla luce delle recenti inchiesti milanesi sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle curve dell’Inter, indagata per la legge 231 e poi archiviata nell’indagine sul mondo arbitrale, e del Milan.  Dalla magistratura milanese non sarebbe arrivata nessuna risposta ufficiale. 

    A luglio – questo è l’aspetto più singolare del retroscena – dai vertici della Commissione Antimafia sarebbe invece giunta la comunicazione che non c’era più interesse a leggere il dossier investigativo.

    Mistero assoluto sulle ragioni per cui la curiosità sarebbe svanita nel giro di qualche settimana. Intanto anche la Procura della Figc ha chiuso la vicenda, non rilevando illeciti sportivi né sul tema delle presunte designazioni favorevoli all’Inter, né sui ‘suggerimenti’ da parte dell’ex designatore Gianluca Rocchi e di altri alla Sala Var in occasioni dei casi dubbi.

    Di certo c’è che davanti al grande schermo di Lissone ormai gli arbitri vanno molto di rado a cercare lumi mentre prima era un continuo andirivieni per consultare l”oracolo’.

    Manuela D’Alessandro

  • L’indagine sulla fuga di notizie di Crans e l’idea che potrebbe valere uno sconto di pena per i Moretti

    Un autorevole giornale svizzero, Le Temps, il 9 ottobre fa sapere ai colleghi che in tutto il mondo si occupano della strage di Crans Montana che sono dei cattivoni. 
    Perché, cosa mai vista nella storia svizzera, i giornalisti pubblicano atti del fascicolo ogni qual volta vengono depositati agli ormai circa 200 avvocati delle varie parti: francesi, italiani, e tanti svizzeri. Nella Confederazione, questa storia di riferire sulle indagini senza fidarsi delle indiscrezioni, delle mezze frasi, delle insinuazioni di una parte, non usa. Curiosamente, per spiegare che tutto ciò rischia di inquinare le indagini, il quotidiano cita ampiamente gli atti, che evidentemente ha a disposizione, riprendendo quanto diversi legali hanno sostenuto sulla genuinità del fascicolo.
    Avvisa, il quotidiano, che diverse indagini penali sono state aperte nei confronti di giornalisti e avvocati. “Le fughe di notizie sottopongono la difesa a una pressione permanente”, dichiara a Le Temps Patrick Michod, legale di Jacques Moretti.
    Poi il giornale aggiunge che il Tribunale federale ha ricordato recentemente “l’incidenza dell’anticipo di condanna di sospettati a causa della copertura mediatica”. In particolare “le fughe e il linciaggio mediatico di cui sono stati oggetto alcuni indagati”, potrebbero “ben valere loro una riduzione di pena in caso di condanna”, in quanto il giudice ne dovrà tenere conto. Virgolettati del tribunale federale? No, di “una fonte estranea alle indagini”. Fonte che prosegue: “Starà ai media e chi ha trasmesso loro la documentazione risponderne”.
    Tradotto: colleghi birbantelli, avvocati infedeli (sia mai che le fughe arrivino dal lato inquirente-investigativo) fate silenzio: perché se poi i Moretti dovessero prendere una pena risibile non sarà certo colpa della macchina perfetta rappresentata dalla giustizia svizzera, ma tutta vostra.
    Alcune cose sbagliate o discutibili scritte in questa vicenda sono basate non su atti ma su resoconti con fonti anonime, senza riscontri documentali.

    Due esempi riguardano la stampa italiana. Il primo: un autorevole scrittore ha parlato di legami tra Jacques e la mafia corsa. Solo che al momento non ci sono riscontri. Diversi legali di parte civile hanno insistito in udienza e nelle loro istanze su questo aspetto, citando appunto quell’articolo. Il secondo invece ha creato un chiasso incredibile e fatto purtroppo perdere tempo agli investigatori e alle parti: la storia di Jessica che scappava con la cassa. Non è mai successo, è smentito persino dai video, ma gli investigatori si sono trovati costretti a fare accertamenti. In questo Giustiziami si associa ai legali dei Moretti: basta.

  • Vita tragica e contesa, funerali segreti. Ciao Denise simbolo di ribellione

    In vita, contesa, in bilico, tra una madre che si era ribellata al clan e che amava all’infinito, e un padre, Carlo Cosco, che le aveva ucciso quella madre, Lea Garofalo. Contesa per giorni, settimane, anche dopo la morte, a sua volta tragica. Un funerale fissato e poi annullato, infine celebrato in segreto.
    Denise Cosco è morta venerdì 11 settembre dopo 5 giorni di agonia. La domenica prima l’avevano trovata a piedi del suo palazzo ad Ariccia, dove viveva in programma di protezione testimoni. Perché come la madre Lea aveva avuto il coraggio di raccontare tutto, a processo. La forza del clan famigliare, i suoi mesi vissuti celando l’intima convinzione che Lea fosse stata uccisa dalle stesse persone con cui condivideva colazione e cena.
    Venerdì 25 settembre si sono svolti i funerali di Denise. A Roma, o forse ad Ariccia. Il nulla osta della procura di Velletri, dopo l’autopsia, era di 14 giorni prima. “C’è stata una benedizione, poi l’hanno sepolta”, racconta una fonte vicina alla famiglia. Il rito era stato fissato per il pomeriggio del giorno prima, a Roma, nella parrocchia di Santa Chiara. La mattina stessa era stato annullato. A decidere sulle esequie era stata la famiglia del compagno di Denise, tutori del suo bambino di 4 anni. Motivo dell’annullamento, difficile ricostruirlo.
    Di certo la zia Marisa, sorella di Lea, voleva parteciparvi. E lo stesso vale anche per la famiglia Cosco. A partire dal padre di Denise, condannato per l’omicidio di Lea, che sconta l’ergastolo in carcere ad Asti. Aveva fatto istanza al tribunale di sorveglianza di Torino, ricevendo un “non luogo a procedere”: nell’istanza non erano neppure indicati il luogo e la data dei funerali, non essendo noti. Nei giorni scorsi ha presentato una seconda istanza, chiedendo di poter visitare la tomba di Denise. Stessa questione, stessa risposta. Altri parenti di Denise, il 25 settembre, sono stati visti girare per Ariccia, alla vana ricerca del luogo dell’ultimo saluto. Marisa e il padre di Carlo Cosco avrebbero voluto riportarla in Calabria, a Petilia Policastro, dove la doppia storia tragica di Lea e Denise era iniziata.
    Dal giorno della morte di Denise, don Luigi Ciotti, anima di Libera, che tanti anni fa di Lea aveva raccolto la prima richiesta di aiuto e che sempre aveva seguito il destino di Denise, chiede che le due donne, morte praticamente alla stessa età, 35 anni, siano riunite almeno ora. Quel che rimaneva del corpo di Lea fu sepolto al cimitero monumentale di Milano, nel 2013, dopo un funerale pubblico durante il quale Denise, nascosta nel palazzo accanto, aveva salutato la madre dicendo “la forza me l’hai data tu, non smetterò mai di ringraziarti”.
    Nel corso degli anni, Denise si era però riavvicinata molto al padre. Lo aveva visitato più volte in carcere, prima a Opera poi ad Asti. Gli aveva mostrato il bambino in foto, poi anche in videochiamata. Aveva anche fatto istanza per uscire dal programma di protezione testimoni, operazione stoppata dal ministero, con il parere della pm di Milano Paola Biondolillo. Denise lavorava in un archivio ministeriale, ma da giorni non si presentava. Da mesi era seguita dal Sert. Vivere quella doppia vita, sotto nome falso, doveva essere un peso gigantesco che si sommava a un’esistenza segnata da una violenza unica. “Era tanto fragile”, dice chi la conosceva.
    Ora è difficile dire come andrà a finire. “E’ una situazione davvero triste e desolante – commenta una persona che per tanti anni si è occupata di lei – deve farci riflettere tutti sugli interventi con i testimoni e figli di testimoni, altrimenti è un fallimento totale”.
    Senza averla mai conosciuta se non come una voce dietro il paravento in un’aula di giustizia, scriviamo queste righe perché vogliamo ricordarla, perché sia dimenticata un po’ meno. Per restituirle quel poco che possiamo. Per celebrarla come donna, come vittima e sì, anche come simbolo di ribellione. Ciao Denise.

  • Tutta loro la città e l’oro della città

    “Buonasera, dovrei passare da qui per andare a lavorare in via Mengoni”. “Non è possibile passare”. “In che senso?” “Questo è il dispositivo”.

    Per una buona mezzora un cittadino determinato ad andare a lavorare nel suo ufficio (sì, ci sono persone che lo fanno anche di notte e del resto non era questa la città elegante Cavaliera del Lavoro?) viene bloccato dalle transenne presidiate dagli agenti della Polizia di Stato e da quelli della Locale. Siamo in piazza Duomo. “Provi a passare da via Larga” viene esortato il cittadino. Ma anche lì ‘no way’, fa scudo un cortese vigile urbano che ha appena finito di discutere con un automobilista stizzito per il traffico bloccato. Il cittadino in attesa di capire le tempistiche attacca la sua bicicletta a un palo sul marciapiede. Di nuovo gentile ma perentorio il ghisa: “Non potrebbe metterla un po’ più lontano? Potrebbe dare fastidio”. 

    A chi, non si capisce. Transenne, camionette della polizia, carabinieri sono qui per blindare la Vogue World ospitata dalla Galleria Vittorio Emanuele. Le misure di sicurezza sono degne di un G8. A partire dalle 18, si legge sul sito del Comune di Milano, i pedoni e le persone coi monopattini non possono entrare in piazza Duomo e in piazza alla Scala, dalle 17 e 30 alle 20 e 30 sono chiuse al traffico via Manzoni, Case Rotte, via Verdi, Santa Margherita alla Scala, piazza Duomo con esclusione dei residenti e delle auto dirette agli hotel.  Tutto per 45 minuti a cui dovrebbero avere partecipato, perché i nomi sono stati tenuti segreti fino all’ultimo, Anna Wintour, Beyoncé, Di Caprio. Tutta loro la città e tutto loro l’oro della città.

    Manuela D’Alessandro

  • L’uomo solo con l’ombrello nella Milano che scoppia di caldo

    L’uomo solo con l’ombrello nella Milano che scoppia di caldo

    L’uomo in foto che zoppica nella striscia d’ombra accanto al muro impugna con la mano destra un bell’ombrello bordeaux di quelli affusolati e lunghi, col manico di legno, nel mezzogiorno milanese a 36 gradi. Non sono previste piogge nelle prossime ore.

    Lo incontriamo in via Porpora, una delle strade più trafficate e nevrotiche di Milano, appisolata nel silenzio del quasi Ferragosto col sole che buca l’asfalto.

    E’ fermo a metà delle strisce pedonali, porta uno zaino nero sulla spalla dal quale estrae una cartellina di plastica trasparente.

    “Devo andare qui” con la mano invita ad avvicinarci, sempre senza fare un passo né avanti né indietro, naufrago nell’isola delle strisce.

    “Via Jommelli 1” indica sul foglio.  Ha gli occhi socchiusi per la fatica, le rughe dure di un uomo di cento anni, la caducità di una foglia che si sta staccando da un ramo.

    “Che cosa cerca in via Jommelli?”. “L’ospedale di Città Studi, la dottoressa mi ha detto di andarci perché ho i piedi infettati dal diabete, devo farmi vedere con urgenza”. “Da dove viene?” “Dall’altra parte della città, coi mezzi. Mi fa vedere dov’è la via?”.

    Chissà perché è stato mandato proprio qui, a mille chilometri di distanza per le forze che non ha. “Non c’è qualcuno che possa accompagnarla e poi passare a prenderla? Un familiare, un vicino…i servizi sociali…”. “No”. “Un taxi magari…?”. “Non ce la faccio, non ho la pensione, stanno studiando le carte. Aspetto…”.

    Si chiama Francesco e lavorava, dice, “col legno, coi parquet di legno”.

    Sono solo sei-settecento metri da percorrere per l’ospedale.

    “Francesco, ma perché va in giro con l’ombrello con ‘sto sole?”. “Me l’ha dato la diabetologa, mi ha detto di appoggiarmi per camminare altrimenti rischio di cadere”.

    Ogni pochi metri si blocca, ansima, spinge la punta dell’ombrello sull’asfalto che sembra cedere assieme a lui.

    Il piede gli duole, lo trascina ma non si lamenta. Ormai vicini alla Clinica di Città Studi, fruga nello zaino e si accorge che mancano dei documenti. “La cureranno lo stesso, non si preoccupi…”. Insiste. Torniamo indietro, alcuni fogli effettivamente erano caduti sul marciapiede durante il tragitto.

    Francesco, leggiamo, è nato a Gioia del Colle, in provincia di Bari, nel 1960. Non è giovane, non è anziano. E’ solo solo a Milano d’estate e probabilmente lo è anche d’inverno ma con questa luce si vede di più anche se oggi cerchiamo tutti gli occhiali speciali per l’eclissi.

    Manuela D’Alessandro

  • Bene i domiciliari ma le dipendenze non sono quelle di una volta

    Bene i domiciliari ma le dipendenze non sono quelle di una volta

    Il governo ha introdotto una nuova misura alternativa alla detenzione per il tossicodipendente che abbia commesso reati legati a tale condizione e che voglia disintossicarsi (art. 94 ter del testo unico sugli stupefacenti).

    Una detenzione domiciliare in comunità o in altro “luogo idoneo”, cioè in casa, di cui possono usufruire i tossicodipendenti o gli alcolisti che devono scontare una pena detentiva fino a 8 anni (quattro anni se per i delitti più gravi di cui all’articolo 4-bis o.p.) e che hanno in corso o intendono sottoporsi a un programma di recupero. E’ previsto esplicitamente che possano usufruire di tale misura anche i condannati per rapina ed estorsione.

    La misura può essere chiesta sia da chi sia già detenuto sia da chi, ancora in libertà, ne faccia richiesta entro 30 giorni dalla notifica dell’ordine di esecuzione. Per accedere alla nuova misura è statai ntrodotta una nuova forma di patteggiamento “allargatissimo”, fino a 8 anni. 

    In caso di esito positivo del programma terapeutico, la parte di pena ancora da scontare, potrà essere eseguita in regime di affidamento in prova al servizio sociale.

    Queste in estrema sintesi le novità.

    Desta perplessità la lettura criminologica sottostante l’intervento, frutto di una concezione del fenomeno della tossicodipendenza un po’ datata e moraleggiante. Il riferimento sembra essere quello dell’eroinomane in crisi di astinenza che commette reati per procurarsi la dose (un esemplare estinto o in via di estinzione), e non considera la dimensione ormai massiva dell’uso e le cause psicologiche e sociali dell’abuso di sostanze e del fenomeno delle dipendenze in generale. 

    Si sarebbe potuto semplicemente intervenire sulla misura dell’affidamento in prova ordinario così introducendo una misura a cui tutti avrebbero potuto accedere con conseguente maggior impatto sul sovraffollamento carcerario.

    E invece succederà che per usufruire degli indiscutibili vantaggi della nuova misura, finiranno tutti per “buttarsi tossici”.

    Accogliamo comunque il provvedimento come una positiva novità, così come deve essere accolta ogni misura che limiti l’uso del carcere a favore di soluzioni alternative alla detenzione. Perché questa deve essere la linea da seguire. 

    Non lo dimentichino le opposizioni che invece si sono astenute o hanno votato contro.

    Avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini

  • La chiamata al Var dell’inchiesta sull’Inter

    La chiamata al Var dell’inchiesta sull’Inter

    Quando si dovevano cercare eventuali contatti diretti tra l’allora designatore arbitrale Gianluca Rocchi e esponenti dell’Inter non sono stati sequestrati i telefoni, una tutela praticamente mai concessa in altre indagini rilevanti o meno. Quando si è trattato di proporre di archiviare perché mancava la prova, che probabilmente non si è cercata come si doveva (vedi sopra), il pm – mai affiancato e aiutato da un altro come, invece, spesso accade e comunque senza un aggiunto di riferimento in un anno e mezzo di indagini – è stato convinto dal coassegnatario delle ultime due-tre settimane a firmare prima di andarsene verso altri lidi, per smorzare eventuali polemiche. Quando l’Inter è stata iscritta era lo stesso giorno in cui si archiviava e per questo l’iscrizione è stata retrodatata a una ventina di giorni prima. Quando avvocati e cronisti aspettavano di poter leggere finalmente gli atti la linea è stata “niente carte”, ma quattro pm, intanto, che nulla c’entravano col fascicolo, hanno avuto (per ragioni di studio pare) il testo della richiesta di archiviazione, con presumibile effetto di leggera fuoriuscita di notizie, ma senza quel boom mediatico totale di altri casi in cui c’è diffusione di carte per la stampa. Nulla c’entra il fatto che in un caso del tutto diverso, quello delle curve ultrà, per l’Inter che aveva la Nord infiltrata dalla ‘ndrangheta, così come per il Milan, è stato avviato un procedimento di prevenzione senza alcuna richiesta di misura. Quando certi passaggi non sono chiare purtroppo ci si spinge a fare delle elucubrazioni che nulla c’entrano. Affiorano pensieri che certamente è meglio archiviare perché mancano le prove.
  • Parole e immagini senza ritorno, il decreto del giudice che ha sequestrato un pezzo di carcere

    Parole e immagini senza ritorno, il decreto del giudice che ha sequestrato un pezzo di carcere

    Tre foto, in bianco e nero, tutte scattate nella sezione 12. Nella cella 4 si scorge la mano di un detenuto coi segni dei morsi delle cimici, nella 11 un water piccolo e lurido e nella terza immagine, catturata nella 17, spuntano due mani protese che mostrano le zecche trovate dietro un quadretto appeso da un recluso forse per cercare di ingentilire la sua prigione.

    Firenze, carcere di Sollicciano ma carcere di (quasi) tutta Italia.

    Non bastavano forse le sole parole, le descrizioni minute, impietose, fredde e per questo ancora più feroci al giudice Alessandro Moneti per motivare il sequestro di sette sezioni della casa circondariale.  Una decisione che nessuno aveva mai avuto il coraggio di prendere, quella di svuotare un pezzo di carcere per manifesta indegnità, finché è arrivato il momento che ci sarebbe voluto più coraggio a non prenderla.

    Le parole sono queste, per esempio, a proposito della sezione 1.

    “All’atto dell’ispezione del pubblico ministero effettuata il 9 e 10 Luglio 2025 vi erano 33 detenuti, 5 delle 19 celle  risultavano chiuse per inagibilità. Alcuni locali presentavano fili scoperti/a vista (locale barberia celle numero 8, 17, 19), tracce di umidità e/o infiltrazioni (celle 8, 9, 13, 14, 17, 18), tracce di animali infestanti schiacciati alle pareti (celle numero 7, 13, 16). Alle celle 6 e 11 il tubo sotto al lavandino era staccato dalla parete e portato a scaricare nel wc mentre nella numero 16 il lavandino scaricava in un secchio posizionato sotto; nella cella 7 lo sciacquone perdeva, e nella cella 17 perdeva sia il rubinetto che lo scarico del lavandino. Nella cella 18 vi erano perdite dal tubo sottostante il lavandino (…) all’atto del sopralluogo della Polizia penitenziaria, nella sezione le celle erano tutte occupate, tranne la 2; le restanti celle presentavano, sia pure con diversi gradi di gravità, evidenti infiItrazioni meteoriche in corrispondenza delle facciate esterne, come anche i servizi igienici caratterizzate anche da muffe e problemi di scarico e perdite d’acqua dai rubinetti e dai wc”.

    Nella sezione 12, popolata da 41 detenuti, il pubblico ministero constatava che, tra le altre cose, “in fondo al corridoio vi erano due freezer con il cibo dei reclusi conservato in modo ammassato e dentro sacchetti della nettezza. Nella sezione 9 “sul terrazzino delle celle numero 17 e 19 erano presenti piccioni con nidi ed escrementi, analogamente nella cella numero 18 c’erano tracce d i volatili”. Topi e parassiti vengono segnalati ovunque.

    Le persone recluse erano a rischio di morire fulminate. Come nel reparto Assistiti, sezione Accoglienza composto da 11 celle. “Al momento dell’ispezione effettuata dal pubblico ministero il 9 e 10 luglio 2025 vi erano 16 detenuti; in alcune celle vi erano tracce di umidità (celle numero 1, 2, 8, 9), distacchi dell’intonaco nelle celle e/o nei bagni (cella numero 1), alcuni fili elettrici scoperti, tracce di incendio. Alcune celle presentavano le finestre rotte o mancanti; nella cella numero 2 i vetri della finestra erano rotti; nella numero 4 il lavandino perdeva e la perdita terminava in una tanica che al momento del sopralluogo sversava sul pavimento; la cella numero 6 era in pessime condizioni igienico-sanitarie con tracce evidenti di incendio pregresso e il wc che perdeva acqua; nella cella numero 8 mancava un vetro alla finestra e non vi erano materassi; la cella numero 5 presentava il bagno con tracce di incendio e la doccia era stata divelta”.

    Il personale dell’ATS annotava il 5 settembre 2025 la presenza di una scatola di derivazione elettrica priva di coperchio, con pericolo di contatto diretto (…). Al di fuori delle celle detentive, lungo i corridoi delle sezioni stati rilevati quadri di rilevazione elettrica privi di coperchio di chiusura o con lo stesso esponendo al contatti i cavi elettrici interni.

    Sono 35 pagine nelle quali a un certo punto appare una tabella con dei numeri sui tentati (quasi 200) e riusciti suicidi (7) dal 2023 all’inizio del 2026. Riflette il giudice che di certo non tutte le persone sono arrivate a uccidersi o a tentare di farlo per le condizioni del carcere ma “è un segnale del quale è inevitabile tenere conto”.

    “Queste le risultanze investigative – traccia una linea il magistrato richiamandosi anche a 446 reclami di detenuti al Tribunale della Sorveglianza -. Siamo dinanzi ad una situazione che pregiudica i diritti alla salute d i tutti i lavoratori, personale della polizia penitenziaria e detenuti, sotto il profilo della salubrità degli ambienti e della sicurezza da scariche elettriche. Le stesse celle possono essere equiparate ai dormitori dei lavoratori, ma, prima ancora, sono luoghi di custodia dove i diritti fondamentali dell’individuo, tra i quali è inevitabilmente compreso quello alla salute ed all’integrità fisica, devono essere preservati, la limitazione della libertà per la sicurezza pubblica non potendo significare qualità di vita non solo umiliante, ma precaria ed a rischio sotto il profilo della salute”.

    (Manuela D’Alessandro)

  • Il carcere per Gabriele, perché?


    Il carcere per Gabriele, perché? Non abbiamo letto il provvedimento del pubblico ministero che ha mandato a San Vittore il ragazzo di 18 anni alla guida dell’auto finita nel canale Villoresi dove sedevano otto suoi amici stipati di cui tre sono morti. Ma è difficile capire quali possano essere le esigenze cautelari tali da renderlo una scelta preferibile ai domiciliari dopo l’arresto per omicidio stradale plurimo aggravato dall’abuso di alcol.

    La reiterazione del reato? No, perché la patente gli è stata tolta e non uscendo di casa non potrebbe comunque guidare.

    L’inquinamento probatorio? Anche qui, quali prove potrebbe falsificare o nascondere? L’alcol test è incontrovertibile: nel suo sangue ce n’era troppo anche perché da neopatentato non avrebbe potuto berne nemmeno un millilitro dovendo stare al volante. La dinamica della vicenda purtroppo è molto chiara nella sua essenza. Infine il pericolo di fuga facciamo proprio fatica a immaginarlo. Dove potrebbe andare? Gabriele è un’altra vittima dell’incidente, un ragazzo che per tutta la vita si porterà il macigno di avere contribuito alla morte di tre suoi amici, quegli amici coi quali nell’afflato magico della giovinezza sembra di avere stretto un patto per l’eternità.

    “Una notte di carcere non gli farà male” dice qualcuno. Il fatto è di dimensioni così atroci da rendere molto comprensibile una considerazione del genere, come se la cella in qualche modo ne potesse mondare in parte la crudeltà e i sensi di colpa degli adulti. Davvero, può?

    Manuela D’Alessandro 

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  • Del carcere non sappiamo più niente, nemmeno di chi ci muore dentro

    E’ arrivato il momento di dirlo: di quello che succede nelle carceri non sappiamo più quasi niente.

    Aggiungiamo: non sappiamo scandalosamente più niente. L’ennesima prova si è avuta questa mattina quando solo da un comunicato di don Paolo Selmi, il presidente della Casa della Carità, si è venuti a conoscenza della morte di Lamin Sonko, che il 29 maggio ha tentato di uccidersi in una ‘cella liscia’ a San Vittore e l’8 giugno è morto all’ospedale Niguarda dove era  arrivato in condizioni gravissime.

    “Non potevamo stare in silenzio come Casa della Carità” ci ha detto don Paolo al quale abbiamo chiesto il perché di quella nota nella quale spiegava anche che questo giovane uomo originario del Gambia continuava a ripetere ai volontari della Casa della Carità di voler telefonare alla madre .

    Ricostruire chi fosse, visto il giusto riserbo di don Paolo sull’identità, è stato complicatissimo. Abbiamo provato a interpellare diverse fonti tra le quali la direzione del carcere e il garante milanese. Nulla. In passato erano i sindacati della polizia penitenziaria a comunicare spesso i nomi di chi si toglie la vita in un luogo in cui lo Stato dovrebbe custodirla, ora non più. Sembra che sia diventato un problema anche per chi rappresenta altre ‘vittime’ del carcere, cioé gli agenti, dare informazioni ai media. Nemmeno la Camera Penale di Milano viene avvisata.

    Faticosamente si è risaliti all’identità di quest’uomo fermato dalla polizia ferroviaria a maggio perché si aggirava in stazione Centrale con una machete in pugno. “Era entrato con una diagnosi di psicosi – spiega don Selmi  -. Era una persona così fragile che era stato subito collocato in una ‘cella liscia’. Perché non era stato assegnato a un servizio di cura?”. Tutto questo accade in un contesto in cui per scelte politiche è sempre più difficile entrare dentro per il mondo ‘fuori’, anche per associazioni e cooperative impegnate nella rieducazione.

    Così abbiamo saputo di pranzi di Natale, presentazioni di libri per ‘Bookcity’, progetti per studenti annullati e così la voragine di silenzio si allarga e si muore in silenzio come Lamin Sonko.

    Come quel telefono che non è mai suonato.

    Manuela D’Alessandro

  • Il detenuto con un buco in gola che dal 2009 non ha mai avuto un permesso

    Il suo reato risale al 1989, l’anno in cui si sgretolò il muro di Berlino.

    Vincenzo Zuccaretti, 74 anni, ha un tumore al polmone in stadio avanzato, è tracheotomizzato e aveva chiesto un permesso premio per andare a visitare i due figli. Aveva anche posto l’alternativa: o dal figlio che vive in provincia di Parma o da quello che sta vicino a Salerno. Decidete voi, difficile scegliere tra un abbraccio a un figlio o a un altro. Il giudice ha scelto: nessuno dei due.

    Dal 2009 non ha mai respirato nemmeno per un secondo l’aria fuori, cioé da quando, dopo la sentenza definitiva, si trova a Opera per un duplice omicidio con fine pena previsto per il 2031. Ora è un uomo molto malato, stanco e che negli ultimi anni ha dovuto condividere la cella assieme a dei detenuti fumatori.

    Lui, che ha un buco in gola per respirare.

    L’avvocata Alessia Pontenani ha incassato l’anno scorso l’ultimo parere negativo della direzione del carcere perché considerato ancora “pericoloso” e perché, così pare di capire, non ha ancora ammesso di essere colpevole. Il magistrato di Sorveglianza ha convenuto: “Non ci sono le condizioni di legge per la concessione del permesso richiesto, in quanto mancano, allo stato, sufficienti elementi per addivenire ad un giudizio di non pericolosità in capo al detenuto alla luce della gravità dei delitti oggetto del titolo in esecuzione, sulla cui attribuzione di responsabilità non è possibile in questa sede ritornare. Se è vero, infatti, che il condannato ha diritto di ritenersi innocente rispetto ai fatti contestati, tuttavia, come è noto, la sentenza di condanna che attribuisce allo Zuccaretti la responsabilità del duplice omicidio è un fatto da cui occorre ripartire, al fine di costruire un percorso di reinserimento sociale”.

    Dice Pontenani: “Non metto in dubbio che possa essere stato pericoloso ma ora non lo è più. Fargli vedere i familiari sarebbe un atto di umanità”.

    Il magistrato di sorveglianza però una cosa l’ha fatta: l’ha tolto dalla cella dove c’erano altri detenuti che fumavano dopo essersi accorto che in effetti tenerlo lì, con una nuvola di catrame condensata in pochi metri, non era proprio il massimo per un uomo con una cannula e l’ha spostato nel reparto di SAI, dove viene prestata un’adeguata assistenza sanitaria con l’avvertimento che, se dovesse peggiorare, il medico del carcere dovrà segnalarlo per un eventuale ricovero.

    Dove stia in tutto ciò una pericolosità sociale tale da non fargli vedere i figli per qualche ora dopo 37 anni è la domanda di questa storia.

    Manuela D’Alessandro

  • C’è o non c’è questa inchiesta sul calcio a Milano?

    C’è un’inchiesta a Milano che per oltre un anno ha viaggiato sotto traccia e nella quale, dopo qualche mese di intercettazioni, si è deciso di non andare a prendere i telefoni e i dispositivi di indagati e non. E così facendo non si è guardato nelle chat, come ormai si fa sempre in qualsiasi indagine che si rispetti.

    C’è un’inchiesta a Milano in cui un paio di inviti a comparire importanti, poi, sono saltati fuori di colpo il 25 aprile, grazie al lavoro di una cronista, ma nessuna informazione utile è stata fornita per almeno tre giorni ai giornalisti, che volevano avere un quadro minimo e indispensabile da presentare doverosamente.
    C’è un’inchiesta a Milano di cui, dopo quei tre lunghi giorni di silenzio, si è potuto sapere qualcosa ufficialmente: cosa non c’era dentro o meglio cosa non si sarebbe andato a cercare, chi non era coinvolto, chi non era indagato.
    C’è un’inchiesta a Milano che, dopo aver fatto il botto mediatico malgrado le non notizie lanciate come acqua sul fuoco, ha riempito per qualche giorno un corridoio e i taccuini per una manciata di testimonianze. Fase, comunque, prontamente sedata dopo un vertice con tanto di annuncio più o meno ufficiale di quello che non si sarebbe fatto o più fatto.
    Non c’è un’altra inchiesta a Milano come questa, un’inchiesta per la quale è così complicato tifare.

  • Crans, l’incazzatura dell’indagato che non era lui

    Crans, l’incazzatura dell’indagato che non era lui

    C’era un indagato che non era lui. Gli mandano un invito a comparire. Prima gli viene un colpo, poi s’incazza e alza la cornetta. Prontooooo, procura di Sion? Mi chiamo Jérémie Rey, sono del 1949, mi avete convocato come indagato per la strage di Crans Montana. Guardate che quello lì è un altro, si chiama quasi uguale! Scatta la verifica. “Dopo un controllo sul programma BDR-online si è trovata la persona giusta – si legge nelle carte appena depositate – e cioè Monsieur Jean Daniel Jérémie Rey, nato il 23 febbraio 1958″. A quel punto è Sion ad alzare la cornetta per rassicurare il malcapitato omonimo-ma-non-troppo. Per telefono, “viene indicato al signor Jérémie Reym che la citazione è annullata“. E pure l’iscrizione nel registro degli indagati: “Une nouvelle ordonnance d’extension de l’instruction est faite à l’encontre de M. Jean Daniel Jérémie Rey, né le 23 février 1958 ainsi que l’inscription au casier
    judiciaire. Une nouvelle citation lui est adressée pour le 3 juin 2026″. Voilà.


    Dai può capitare a tutti però. A quanti di noi giornalisti è successo di cercare le foto di una persona sui social e fare casini con i profili? (Ne ricordiamo una su una ragazza che non c’entrava nulla con la storia di Ruby, ma che per omonimia finì su tutti i giornali, chiese i danni, fu risarcita).
    Sennonché alla procura di Sion sembrano un po’ distrattini, quasi peggio dei giornalisti. Avevano infilato nel fascicolo le chiamate al 144 (centrale unica) della sera della strage. C’era finito di tutto. Gente che chiamava per il gatto sull’albero o giù di lì. Soprattutto l’audio di un ragazzo italiano che raccontava in diretta la storia di una ragazza in fuga la quale minacciava di denunciarlo per un presunto non-stupro a casa di una famiglia di una qualche notorietà che inizia con la B. Certo non sarà perché se n’era accorto Giustiziami, sta di fatto che qualche tempo dopo la questione è stata sollevata e il fascicolo è stato depurato dalla roba che non c’entrava nulla. Sparita la chiamata inconferente. Al nostro eccellente pubblico poliglotta dotato anche di Google translate offriamo qui sotto la conferma nell’originale poliziottese, da una lettera alle procuratrici: “Conformément à Vos demandes – scrive l’agente di Pg – nous avons écouté les enregistrements contenus dans le support informatique susmentionné et avons supprimé les fichiers audios qui n’étaient pas liés avec la présente procédure. Afin de garantir la suppression complète des données tierces, une copie des enregistrements retenus a été effectuée sur une clé USB vierge. Son contenu a été protégé par un mot de passe, identique à celui utilisé pour accéder au contenu original”. Cancellati. Bien fait!

  • Sogno di una notte di mezza primavera

    Ho fatto un sogno. Forse un incubo. C’era un condannato in via definitiva per un vecchio omicidio. La sentenza diceva che aveva agito da solo. Poi anni dopo arrivava un procuratore che pensava che l’assassino fosse un altro. Chiudeva le indagini, chiedeva il rinvio a giudizio.

    Ma il gup fermava tutto. “Come faccio a mandare a giudizio un imputato che avrebbe agito da solo se c’è una sentenza della corte suprema che dice il contrario? Io aspetto: che facessero prima una revisione per il condannato!”. E il giudice allora aspettava e aspettava. Una procuratrice generale guardava le carte e ragionava, studiava – e lo studio non era né breve né facile.

    Attendi e attendi, l’ingiustamente condannato – così diceva lui – si stancava di aspettare. “Allor la faccio io la richiesta di revisione!”. E intanto la procuratrice studiava studiava e non chiedeva la revisione. Questa storia finiva a un’altra corte, quella dell’est. E la procuratrice aveva studiato e pensato che quella revisione non fosse poi così solida, forse meglio lasciar stare, ché ci ho azzeccato due volte clamorosamente nella mia vita, forse la terza non mi arrischio, poi chi ha fatto le nuove indagini è già in pensione e non se la prenderà e comunque queste nuove prove determinanti mi paiono un po’ così così. Allora la corte respingeva la richiesta di revisione e il giudice per l’udienza preliminare rimaneva col cerino in mano.

    E mo’ che faccio? Va beh, non se ne fa niente. Quello resta in carcere, e l’altro resta libero. Tanto il pubblico pagante ha già capito o forse non ha capito niente, sa anche se non ha le prove, e forse sbaglia o forse no, ma comunque hanno sbagliato tutti.

    Poi mi sono svegliato. Ed era il 25 aprile.

  • Il Pg: Cospito vuol leggere libri pericolosi

    Alfredo Cospito aveva ottenuto dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari l’autorizzazione per acquistare una serie di libri e un Cd. La direzione del carcere non aveva dato corso alla decisione. Il procuratore generale ha presentato ricorso in Cassazione affinché l’ok dei giudici venga annullato. I libri sono: “Dio gioca a dadi con il mondo” di Giuseppe Mussardo edizioni Castelvecchi; “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson edizioni Adelphi; “Gli altri figli di Dio” di Catherine Nixey ed. Bollati Botinghieri. “Ghost Story” di Peter Straub ed. Fanucci. Il cd è “Who Let the Dogs Out” di Lambrini Girls.
    Il Pg solleva dubbi sulla base delle recensioni prese dalla rivista online Rock Nation che direbbe che i testi sono espliciti e provocatori, un manifesto contro il sistema, il patriarcato e le ingiustizie sociali, intrecciano anarchia e attivismo femminista…
    Secondo la Procura generale non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri i CD veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale”.
    Questo è il clima in cui nei primi giorni di maggio il ministro della Giustizia Carlo Nordio deciderà se propri fare o meno la tortura del 41 bis che affligge Cospito dal 2022 per decisione del ministro Marta Cartabia. La decisione appare scontata. Il detenuto anarchico continua a pagare il coraggio con cui aveva fatto un lunghissimo sciopero della fame contro il carcere duro che riguarda in Italia oltre 700 reclusi. Tutto ciò nonostante la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo si fosse detta favorevole a sostituire il 41 bis con il regime dell’alta sicurezza, meno afflittivo. È un storia che appare senza fine. Quello sciopero della fame è stato considerato in pratica “a scopo di terrorismo”. È una vicenda in cui magistratura e politica non litigano. Anzi vanno d’amore e d’accordo. E di garantisti in giro non se ne vedono.

    Frank Cimini

  • Bossi e Di Pietro ce l’avevano duro uguale?

    Quando Umberto Bossi si presentò in procura per essere interrogato da Di Pietro dopo che al tele-processo Cusani erano “emersi” 200 milioni di lire da Montedison alla Lega Nord, chi scrive queste poche povere righe chiese a Bossi appena uscito in corridoio: scusi ma tra lei e il dottor Di Pietro chi è che ce l’ha più duro? “Ce l’abbiamo duro uguale, me l’ha detto proprio lui”, fu la risposta del Senatur, che intanto mostrava gli indici delle mani per rappresentare visivamente il paragone.
    Dunque l’Eroe di Mani pulite e Bossi si erano confrontati nell’intimità oltre che sui soldi della Montedison al Carroccio. In prima battuta Bossi e la Lega avevano cercato di spiegare quei soldi come il compenso per una ricerca relazione della Lega sull’Africa consegnata all’ufficio studi della Montedison. Cioè una bufala, tipo Ruby nipote dì Mubarak.
    Siccome l’argomento era importante per domande serie a Bossi accadde qualcosa anche nel 2001 quando la Lega non raggiunse il quorum. In via Bellerio, solenne conferenza stampa, e partiva il quesito cruciale: ma la Lega ce l’ha duro anche sotto il 4 per cento? “La Lega ce l’ha sempre duro come sanno tutti”, fu la replica. I leghisti presenti fecero osservare a chi scrive: “Lei che rappresenta la stampa estera (Il Mattino di Napoli n.d.r) deve sapere che oggi non c’è un funerale ma un battesimo. Si riparte”.
    Frank Cimini

  • Se la curvilinearità di una A smonta la banda dei testamenti made in Us


    Una banda di falsari calabresi guidata da un avvocato. Anziani morti soli, trovati senza vita mesi dopo e finiti in un trafiletto di cronaca locale. Ignari funzionari del distretto del Bronx. E una poliziotta che con la sua perizia calligrafica smonta il trucchetto firma per firma.
    Sono gli elementi della storia che ha portato la giudice Maria Teresa Guadagnino a condannare l’avvocato calabrese Giuseppe Marra, e i suoi amici Demetrio Bueti, Filippo Caminiti e Cosmo Panuccio, tutti di Villa San Giovanni, a 3 anni e due mesi di carcere, come chiesto dalla pm Maura Ripamonti.


    L’anziano Luciano P. muore solo, nel 2018, a Milano. Non ha parenti. Il suo corpo viene scoperto a novembre, mummificato, solo perché i vicini si accorgono della casella postale strapiena. Compare un giorno il suo presunto testamento, che nel 1999 nomina erede universale tale Domenico S., nato a Villa San Giovanni nel 1938 ma residente negli Usa. Lo produce l’avvocato Marra (Reggio Calabria, 1977), con tanto di riferimenti al redattore “notary public” di New York, Carmine J. Guadagno. Era un falso. Serviva a chiedere al “curatore dell’eredità giacente” la consegna di tutti i beni: mezzo milione di euro e due appartamenti. Marra produce anche un documento in italiano del “notaio Carmine J. Guadagno”, con cui Domenico S. attribuiva una procura generale su tutti gli atti a Filippo Caminiti (Reggio Calabria, 1972). L’attestazioine “No. 6402” a firma di Luis Diaz – descritto come funzionario della contea del Bronx e della Suprema Corte – qualifica Carmine J. Guadagno quale “notary public”. C’è anche una “Apostilla” con cui un’altra presunta funzionaria, Sandra J. Tallman, legalizza la firma di Luis Diaz. Infine, davanti a un notaio milanese, alcuni degli imputati “dichiaravano che Luciano P. era residente a New York”, nel Bronx, e che “aveva disposto del suo patrimonio con il testamento di cui sopra”. Cosa c’era di vero? Nulla. E il giochino era praticamente identico a quello fatto con altri testamenti, di altri morti anziani ricchi e soli. Sempre i funzionari del Bronx. Sempre l’avvocato Marra e la sua compagnia.


    I sospetto del curatore scoperchiano il vaso. Luciano P. non era mai stato negli Usa. Non aveva mai avuto neppure un passaporto. Poi una poliziotta della Scientifica di Milano, Sebastiana Cardinale, scientificamente smaschera la truffa, con una spettacolare perizia calligrafica. Confronta la calligrafia di Luciano P. con quella del suo testamento falso. E conclude: “Le differenze sono sia sostanziali sia formali e riguardano in generale l’estrinsecazione pressoria, la curvilinearità, la gestione delle ampiezze orizzontali e la direzione assiale. Nel dettaglio le particolarità grafo-strutturali interne dei movimenti erano sostanzialmente diverse, contraddistinguendo due mani scriventi diverse. La firma autografa del P., specialmente nella parte finale, laddove il moto scrivente è favorito dall’impulso acquisito, la costruzione della A è sostanzialmente diversa. Nella firma in verifica la A è costruita con un movimento sinistro giro con prese iniziali in alto a sinistra“. E poi ci sono i confronti tra le calligrafie di alcuni imputati e quelle di altri documenti e altri testamenti sospetti, altrove oggetto di vari procedimenti giudiziari. Ecco un passaggio.


    “Un unico autore aveva redatto il corpo del testamento di Panara, le firme del notaio Guadagno, di P. Luciano, di Bueti Roberto e Bueti Natale; nononché il corpo del testamento olografo di C. e le firme di C. Giampaolo e del testimone Panuccio Cosmo. Lo stesso autore aveva redatto anche il corpo del testamento B., le firme del notaio L. e del testimone M. C. e anche le firme del testatore R. C. e del notaio L. nel testamento R. e le firme del notaio L. nel testamento W. Guy. Inoltre, sempre lo stesso autore aveva compilato la prima pagina della procura conferita da S. Francesca a Bueti Mario e la firma del notaio Guadagno nella medesima procura, la firma di S. Francesca e di P. Ivan e di S. Gaetano. Sempre lo stesso autore aveva altresì compilato la prima pagina della procura conferita da S. Domenico a Caminiti Filippo, aveva firmato come notaio Guadagno Carmine J. e S. Domenico”. E così via per interi paragrafi.


    Ma come sceglievano le vittime di cui falsificare i testamenti? Consultando attentamente la stampa locale. E recuperando dati personali grazie a una dipendente infedele dell’Agenzia delle entrate. La banda dei testamenti americani, smascherata da una A curvilinea.

  • Ruby e Barbara G, testimoni assenti

    Ruby in aula non può venire: certificato medico per una notizia coi fiocchi, anzi col fiocco (rosa). Ha partorito a dicembre la sua seconda figlia e dunque è impegnata nell’allattamento. In taluni casi, situazione incompatibile con la presenza in Tribunale. Barbara Guerra invece “non si trova”. Pare che il suo legale, Nicola Giannantoni abbia difficoltà a rintracciarla. Da un paio di mesi almeno, perché la citazione è di gennaio. Erano entrambe convocate come testimoni (assistite? Da stabilire). In ogni caso Karima El Marough ha anticipato tramite la sua legale Paola Boccardi che si avvarrebbe comunque della facoltà di non rispondere. Vi ricorda qualcosa? Vi pare di tornare indietro nel tempo? Con le giovani frequentatrici di Arcore e delle residenze di Berlusconi che tra Milano e Bari parlano, poi non parlano, poi parlano ai giornalisti fuori dall’aula, poi invece non parlano più? Vi sbagliate! Perché questo processo si svolge a Monza. E riguarda la presunta estorsione della ex partecipante al Grande Fratello Giovanna Rigato (difesa da Corrado Viazzo e Stefano Gerunda) a Silvio Berlusconi. E qui la famiglia Berlusconi è costituita come parte civile, attraverso l’avvocato Giorgio Perroni. Finirà che la difesa Rigato chiederà l’accompagnamento coatto di Barbara Guerra, poi si vedrà. Tutto ciò avviene a pochi giorni dalla fissazione (prima udienza il 28 maggio) del processo d’appello sulla presunta corruzione in atti giudiziari delle cosiddette Olgettine, soprannominato Ruby Ter. E quel giorno ripartirà un gigantesco flashback.

  • Delinquere ora, in pausa referendum

    Ma quella chiusura? Eh, diciamo una ventina di giorni. E quella fissazione di udienza famosa? Ehm, è già fissata ma – shhh – meglio non dirlo. E quelle misure? Beh un momento, aspetta tre settimane.
    Se dovete delinquere fatelo ora e godetevela per qualche tempo. Diciamo fino al 23 del mese. Tanto al momento non si può combinare nulla o quasi. E’ scattata la modalità dell’autocensura: “dopo-il-referendum-se-no-poi-ci-accusano”. Del resto quando c’è un intero governo che si affanna ogni singolo giorno a cercare un titolo di giornalone, o anche solo un trafiletto in cronaca, ma diciamo pure un richiamino in prima sulla gazzettina del paesino – insomma qualcosa – pur di attaccare un magistrato a caso, si può pur capire l’atteggiamento autoconservativo. Oggi è la famiglia nel bosco, ieri era una sentenza civile su un barcone di Ong, l’altro ieri qualcos’altro, domani sarà magari un’inchiesta sbagliata per abigeato. Un po’ di comprensione ci vuole per chi deve tenersi in equilibrio tra l’obbligatorietà dell’azione penale tempestiva e la rottura di balle politica.
    Quindi anche voi colleghi non affannatevi tanto dietro al giallo che da 18 anni vi appassiona tanto. Datevi una calmata con ‘ste indiscrezioni. L’indagine è fatta, ma per il deposito bisognerà aspettare almeno il 24 marzo. Anzi aggiungiamo anche qualche giorno in più, così non sembra che. Quando notificano, scatenate l’inferno. Ma non prima di sapere se il referendum che pare appassioni un tantino meno di quel giallo stabilirà che è un sì oppure un no.

  • Socialità in via Freguglia grazie all’allarme bomba

    La cancelliera: “Ma per una volta che arrivo in tempo per timbrare non mi fanno entrare!”.

    L’avvocato: “Mi hanno fatto uscire, ho fatto a un carabiniere la battuta sulla telefonata su Fantozzi e l’accento svedese, stranamente non l’ha capita”.

    La giudice: “Ci hanno fatti uscire alle 9.30 ma alle 8 il palazzo, quando sono entrata, era già in protezione. Mah”.

    La fonte: “Telefonate da numeri virtuali”.

    Il magistrato: “Ah è stato fissato quel processo”.

    Il sindacalista: “Forse c’è un pacco al primo piano”.

    I poliziotti: “Tutti dietro al nastro, siamo qui a fare sicurezza mica a giocare”.

    Il traslocatore al poliziotto: “Oh ma devo passare, alzami sto nastro”.

    La cancelliera: “Ma mi scadono i termini per un tentato omicidio!”.

    Il magistrato: “Una Mot dice che non si entra fino al pomeriggio, secondo me è wishful thinking”.

    Ma il terribile allarme di evacuazione stavolta ha funzionato? “Sì, ma al Riesame non si sente”.

    Un avvocato monello: “Speriamo sia la volta buona”.

    Tutti insieme, mortali e immortali, in attesa. Nel sole freddo di via Freguglia. Passa la protezione civile: “Volete dell’acqua?”. Bisogna aspettare.

    +++ Aggiornamento +++

    Finisce che non c’era nessuna bomba. Ma tre arrestati per reati di poco conto vengono liberati appena prima che scadano i termini: non era possibile celebrare le udienze di convalida. Immaginiamo i tre alzare un calice per l’anonimo telefonista. I cronisti nel pomeriggio chiedono a una esperta pm: “Ma non è che tra quelli liberati c’era uno spacciatore di Rogoredo preso a caso?”. Qualche frazione di secondo poi la magistrata sorride, con un guizzo negli occhi.

    Un avvocato amico di Giustiziami aggiunge il suo personale episodio di socialità. “Mi sono tanto divertito. E ho scroccato anche una caramella a un giudice, ma non dirò il nome”. Tranquillo, il reato di scrocco non è previsto nella prossima riforma della giustizia. In ogni caso verrebbe senz’altro bocciato al referendum.

  • L’arringa su “erba e fascio” al processo sui saluti romani

    L’arringa su “erba e fascio” al processo sui saluti romani

    Processo d’appello sulla chiamata del “presente!” e sui saluti a braccio e dita tese con nostalgico slancio verso il murale di Sergio Ramelli, durante la commemorazione del 29 aprile 2019. In primo grado, 23 assolti dall’accusa di manifestazione fascista. Si discute del reato e di chi ha fatto cosa. La parte civile Anpi, con l’avvocato Federico Sinicato, in un’appassionata discussione, si associa alle richieste di condanna in appello, parlando di fascismo e pericoli attuali. Il legale di un imputato, Enrico Giarda, chiude la sua altrettanto appassionata arringa spiegando che il soggetto in questione era lì, certo, ma nient’altro: “Bisogna valutare gli specifici comportamenti, non facciamo di tutta l’erba un fascio“. Il presidente della corte Enrico Manzi si lascia sfuggire un sorriso. Il 7 aprile la sentenza.