
Una banda di falsari calabresi guidata da un avvocato. Anziani morti soli, trovati senza vita mesi dopo e finiti in un trafiletto di cronaca locale. Ignari funzionari del distretto del Bronx. E una poliziotta che con la sua perizia calligrafica smonta il trucchetto firma per firma.
Sono gli elementi della storia che ha portato la giudice Maria Teresa Guadagnino a condannare l’avvocato calabrese Giuseppe Marra, e i suoi amici Demetrio Bueti, Filippo Caminiti e Cosmo Panuccio, tutti di Villa San Giovanni, a 3 anni e due mesi di carcere, come chiesto dalla pm Maura Ripamonti.
L’anziano Luciano P. muore solo, nel 2018, a Milano. Non ha parenti. Il suo corpo viene scoperto a novembre, mummificato, solo perché i vicini si accorgono della casella postale strapiena. Compare un giorno il suo presunto testamento, che nel 1999 nomina erede universale tale Domenico S., nato a Villa San Giovanni nel 1938 ma residente negli Usa. Lo produce l’avvocato Marra (Reggio Calabria, 1977), con tanto di riferimenti al redattore “notary public” di New York, Carmine J. Guadagno. Era un falso. Serviva a chiedere al “curatore dell’eredità giacente” la consegna di tutti i beni: mezzo milione di euro e due appartamenti. Marra produce anche un documento in italiano del “notaio Carmine J. Guadagno”, con cui Domenico S. attribuiva una procura generale su tutti gli atti a Filippo Caminiti (Reggio Calabria, 1972). L’attestazioine “No. 6402” a firma di Luis Diaz – descritto come funzionario della contea del Bronx e della Suprema Corte – qualifica Carmine J. Guadagno quale “notary public”. C’è anche una “Apostilla” con cui un’altra presunta funzionaria, Sandra J. Tallman, legalizza la firma di Luis Diaz. Infine, davanti a un notaio milanese, alcuni degli imputati “dichiaravano che Luciano P. era residente a New York”, nel Bronx, e che “aveva disposto del suo patrimonio con il testamento di cui sopra”. Cosa c’era di vero? Nulla. E il giochino era praticamente identico a quello fatto con altri testamenti, di altri morti anziani ricchi e soli. Sempre i funzionari del Bronx. Sempre l’avvocato Marra e la sua compagnia.

I sospetto del curatore scoperchiano il vaso. Luciano P. non era mai stato negli Usa. Non aveva mai avuto neppure un passaporto. Poi una poliziotta della Scientifica di Milano, Sebastiana Cardinale, scientificamente smaschera la truffa, con una spettacolare perizia calligrafica. Confronta la calligrafia di Luciano P. con quella del suo testamento falso. E conclude: “Le differenze sono sia sostanziali sia formali e riguardano in generale l’estrinsecazione pressoria, la curvilinearità, la gestione delle ampiezze orizzontali e la direzione assiale. Nel dettaglio le particolarità grafo-strutturali interne dei movimenti erano sostanzialmente diverse, contraddistinguendo due mani scriventi diverse. La firma autografa del P., specialmente nella parte finale, laddove il moto scrivente è favorito dall’impulso acquisito, la costruzione della A è sostanzialmente diversa. Nella firma in verifica la A è costruita con un movimento sinistro giro con prese iniziali in alto a sinistra“. E poi ci sono i confronti tra le calligrafie di alcuni imputati e quelle di altri documenti e altri testamenti sospetti, altrove oggetto di vari procedimenti giudiziari. Ecco un passaggio.
“Un unico autore aveva redatto il corpo del testamento di Panara, le firme del notaio Guadagno, di P. Luciano, di Bueti Roberto e Bueti Natale; nononché il corpo del testamento olografo di C. e le firme di C. Giampaolo e del testimone Panuccio Cosmo. Lo stesso autore aveva redatto anche il corpo del testamento B., le firme del notaio L. e del testimone M. C. e anche le firme del testatore R. C. e del notaio L. nel testamento R. e le firme del notaio L. nel testamento W. Guy. Inoltre, sempre lo stesso autore aveva compilato la prima pagina della procura conferita da S. Francesca a Bueti Mario e la firma del notaio Guadagno nella medesima procura, la firma di S. Francesca e di P. Ivan e di S. Gaetano. Sempre lo stesso autore aveva altresì compilato la prima pagina della procura conferita da S. Domenico a Caminiti Filippo, aveva firmato come notaio Guadagno Carmine J. e S. Domenico”. E così via per interi paragrafi.
Ma come sceglievano le vittime di cui falsificare i testamenti? Consultando attentamente la stampa locale. E recuperando dati personali grazie a una dipendente infedele dell’Agenzia delle entrate. La banda dei testamenti americani, smascherata da una A curvilinea.


