E’ arrivato il momento di dirlo: di quello che succede nelle carceri non sappiamo più quasi niente.
Aggiungiamo: non sappiamo scandalosamente più niente. L’ennesima prova si è avuta questa mattina quando solo da un comunicato di don Paolo Selmi, il presidente della Casa della Carità, si è venuti a conoscenza della morte di Lamin Sonko, che il 29 maggio ha tentato di uccidersi in una ‘cella liscia’ a San Vittore e l’8 giugno è morto all’ospedale Niguarda dove era arrivato in condizioni gravissime.
“Non potevamo stare in silenzio come Casa della Carità” ci ha detto don Paolo al quale abbiamo chiesto il perché di quella nota nella quale spiegava anche che questo giovane uomo originario del Gambia continuava a ripetere ai volontari della Casa della Carità di voler telefonare alla madre .
Ricostruire chi fosse, visto il giusto riserbo di don Paolo sull’identità, è stato complicatissimo. Abbiamo provato a interpellare diverse fonti tra le quali la direzione del carcere e il garante milanese. Nulla. In passato erano i sindacati della polizia penitenziaria a comunicare spesso i nomi di chi si toglie la vita in un luogo in cui lo Stato dovrebbe custodirla, ora non più. Sembra che sia diventato un problema anche per chi rappresenta altre ‘vittime’ del carcere, cioé gli agenti, dare informazioni ai media. Nemmeno la Camera Penale di Milano viene avvisata.
Faticosamente si è risaliti all’identità di quest’uomo fermato dalla polizia ferroviaria a maggio perché si aggirava in stazione Centrale con una machete in pugno. “Era entrato con una diagnosi di psicosi – spiega don Selmi -. Era una persona così fragile che era stato subito collocato in una ‘cella liscia’. Perché non era stato assegnato a un servizio di cura?”. Tutto questo accade in un contesto in cui per scelte politiche è sempre più difficile entrare dentro per il mondo ‘fuori’, anche per associazioni e cooperative impegnate nella rieducazione.
Così abbiamo saputo di pranzi di Natale, presentazioni di libri per ‘Bookcity’, progetti per studenti annullati e così la voragine di silenzio si allarga e si muore in silenzio come Lamin Sonko.
Il suo reato risale al 1989, l’anno in cui si sgretolò il muro di Berlino.
Vincenzo Zuccaretti, 74 anni, ha un tumore al polmone in stadio avanzato, è tracheotomizzato e aveva chiesto un permesso premio per andare a visitare i due figli. Aveva anche posto l’alternativa: o dal figlio che vive in provincia di Parma o da quello che sta vicino a Salerno. Decidete voi, difficile scegliere tra un abbraccio a un figlio o a un altro. Il giudice ha scelto: nessuno dei due.
Dal 2009 non ha mai respirato nemmeno per un secondo l’aria fuori, cioé da quando, dopo la sentenza definitiva, si trova a Opera per un duplice omicidio con fine pena previsto per il 2031. Ora è un uomo molto malato, stanco e che negli ultimi anni ha dovuto condividere la cella assieme a dei detenuti fumatori.
Lui, che ha un buco in gola per respirare.
L’avvocata Alessia Pontenani ha incassato l’anno scorso l’ultimo parere negativo della direzione del carcere perché considerato ancora “pericoloso” e perché, così pare di capire, non ha ancora ammesso di essere colpevole. Il magistrato di Sorveglianza ha convenuto: “Non ci sono le condizioni di legge per la concessione del permesso richiesto, in quanto mancano, allo stato, sufficienti elementi per addivenire ad un giudizio di non pericolosità in capo al detenuto alla luce della gravità dei delitti oggetto del titolo in esecuzione, sulla cui attribuzione di responsabilità non è possibile in questa sede ritornare. Se è vero, infatti, che il condannato ha diritto di ritenersi innocente rispetto ai fatti contestati, tuttavia, come è noto, la sentenza di condanna che attribuisce allo Zuccaretti la responsabilità del duplice omicidio è un fatto da cui occorre ripartire, al fine di costruire un percorso di reinserimento sociale”.
Dice Pontenani: “Non metto in dubbio che possa essere stato pericoloso ma ora non lo è più. Fargli vedere i familiari sarebbe un atto di umanità”.
Il magistrato di sorveglianza però una cosa l’ha fatta: l’ha tolto dalla cella dove c’erano altri detenuti che fumavano dopo essersi accorto che in effetti tenerlo lì, con una nuvola di catrame condensata in pochi metri, non era proprio il massimo per un uomo con una cannula e l’ha spostato nel reparto di SAI, dove viene prestata un’adeguata assistenza sanitaria con l’avvertimento che, se dovesse peggiorare, il medico del carcere dovrà segnalarlo per un eventuale ricovero.
Dove stia in tutto ciò una pericolosità sociale tale da non fargli vedere i figli per qualche ora dopo 37 anni è la domanda di questa storia.
C’è un’inchiesta a Milano che per oltre un anno ha viaggiato sotto traccia e nella quale, dopo qualche mese di intercettazioni, si è deciso di non andare a prendere i telefoni e i dispositivi di indagati e non. E così facendo non si è guardato nelle chat, come ormai si fa sempre in qualsiasi indagine che si rispetti.
C’è un’inchiesta a Milano in cui un paio di inviti a comparire importanti, poi, sono saltati fuori di colpo il 25 aprile, grazie al lavoro di una cronista, ma nessuna informazione utile è stata fornita per almeno tre giorni ai giornalisti, che volevano avere un quadro minimo e indispensabile da presentare doverosamente. C’è un’inchiesta a Milano di cui, dopo quei tre lunghi giorni di silenzio, si è potuto sapere qualcosa ufficialmente: cosa non c’era dentro o meglio cosa non si sarebbe andato a cercare, chi non era coinvolto, chi non era indagato. C’è un’inchiesta a Milano che, dopo aver fatto il botto mediatico malgrado le non notizie lanciate come acqua sul fuoco, ha riempito per qualche giorno un corridoio e i taccuini per una manciata di testimonianze. Fase, comunque, prontamente sedata dopo un vertice con tanto di annuncio più o meno ufficiale di quello che non si sarebbe fatto o più fatto. Non c’è un’altra inchiesta a Milano come questa, un’inchiesta per la quale è così complicato tifare.
C’era un indagato che non era lui. Gli mandano un invito a comparire. Prima gli viene un colpo, poi s’incazza e alza la cornetta. Prontooooo, procura di Sion? Mi chiamo Jérémie Rey, sono del 1949, mi avete convocato come indagato per la strage di Crans Montana. Guardate che quello lì è un altro, si chiama quasi uguale! Scatta la verifica. “Dopo un controllo sul programma BDR-online si è trovata la persona giusta – si legge nelle carte appena depositate – e cioè Monsieur Jean Daniel Jérémie Rey, nato il 23 febbraio 1958″. A quel punto è Sion ad alzare la cornetta per rassicurare il malcapitato omonimo-ma-non-troppo. Per telefono, “viene indicato al signor Jérémie Reym che la citazione è annullata“. E pure l’iscrizione nel registro degli indagati: “Une nouvelle ordonnance d’extension de l’instruction est faite à l’encontre de M. Jean Daniel Jérémie Rey, né le 23 février 1958 ainsi que l’inscription au casier judiciaire. Une nouvelle citation lui est adressée pour le 3 juin 2026″. Voilà.
Dai può capitare a tutti però. A quanti di noi giornalisti è successo di cercare le foto di una persona sui social e fare casini con i profili? (Ne ricordiamo una su una ragazza che non c’entrava nulla con la storia di Ruby, ma che per omonimia finì su tutti i giornali, chiese i danni, fu risarcita). Sennonché alla procura di Sion sembrano un po’ distrattini, quasi peggio dei giornalisti. Avevano infilato nel fascicolo le chiamate al 144 (centrale unica) della sera della strage. C’era finito di tutto. Gente che chiamava per il gatto sull’albero o giù di lì. Soprattutto l’audio di un ragazzo italiano che raccontava in diretta la storia di una ragazza in fuga la quale minacciava di denunciarlo per un presunto non-stupro a casa di una famiglia di una qualche notorietà che inizia con la B. Certo non sarà perché se n’era accorto Giustiziami, sta di fatto che qualche tempo dopo la questione è stata sollevata e il fascicolo è stato depurato dalla roba che non c’entrava nulla. Sparita la chiamata inconferente. Al nostro eccellente pubblico poliglotta dotato anche di Google translate offriamo qui sotto la conferma nell’originale poliziottese, da una lettera alle procuratrici: “Conformément à Vos demandes – scrive l’agente di Pg – nous avons écouté les enregistrements contenus dans le support informatique susmentionné et avons supprimé les fichiers audios qui n’étaient pas liés avec la présente procédure. Afin de garantir la suppression complète des données tierces, une copie des enregistrements retenus a été effectuée sur une clé USB vierge. Son contenu a été protégé par un mot de passe, identique à celui utilisé pour accéder au contenu original”. Cancellati. Bien fait!
Ho fatto un sogno. Forse un incubo. C’era un condannato in via definitiva per un vecchio omicidio. La sentenza diceva che aveva agito da solo. Poi anni dopo arrivava un procuratore che pensava che l’assassino fosse un altro. Chiudeva le indagini, chiedeva il rinvio a giudizio.
Ma il gup fermava tutto. “Come faccio a mandare a giudizio un imputato che avrebbe agito da solo se c’è una sentenza della corte suprema che dice il contrario? Io aspetto: che facessero prima una revisione per il condannato!”. E il giudice allora aspettava e aspettava. Una procuratrice generale guardava le carte e ragionava, studiava – e lo studio non era né breve né facile.
Attendi e attendi, l’ingiustamente condannato – così diceva lui – si stancava di aspettare. “Allor la faccio io la richiesta di revisione!”. E intanto la procuratrice studiava studiava e non chiedeva la revisione. Questa storia finiva a un’altra corte, quella dell’est. E la procuratrice aveva studiato e pensato che quella revisione non fosse poi così solida, forse meglio lasciar stare, ché ci ho azzeccato due volte clamorosamente nella mia vita, forse la terza non mi arrischio, poi chi ha fatto le nuove indagini è già in pensione e non se la prenderà e comunque queste nuove prove determinanti mi paiono un po’ così così. Allora la corte respingeva la richiesta di revisione e il giudice per l’udienza preliminare rimaneva col cerino in mano.
E mo’ che faccio? Va beh, non se ne fa niente. Quello resta in carcere, e l’altro resta libero. Tanto il pubblico pagante ha già capito o forse non ha capito niente, sa anche se non ha le prove, e forse sbaglia o forse no, ma comunque hanno sbagliato tutti.
Alfredo Cospito aveva ottenuto dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari l’autorizzazione per acquistare una serie di libri e un Cd. La direzione del carcere non aveva dato corso alla decisione. Il procuratore generale ha presentato ricorso in Cassazione affinché l’ok dei giudici venga annullato. I libri sono: “Dio gioca a dadi con il mondo” di Giuseppe Mussardo edizioni Castelvecchi; “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson edizioni Adelphi; “Gli altri figli di Dio” di Catherine Nixey ed. Bollati Botinghieri. “Ghost Story” di Peter Straub ed. Fanucci. Il cd è “Who Let the Dogs Out” di Lambrini Girls. Il Pg solleva dubbi sulla base delle recensioni prese dalla rivista online Rock Nation che direbbe che i testi sono espliciti e provocatori, un manifesto contro il sistema, il patriarcato e le ingiustizie sociali, intrecciano anarchia e attivismo femminista… Secondo la Procura generale non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri i CD veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale”. Questo è il clima in cui nei primi giorni di maggio il ministro della Giustizia Carlo Nordio deciderà se propri fare o meno la tortura del 41 bis che affligge Cospito dal 2022 per decisione del ministro Marta Cartabia. La decisione appare scontata. Il detenuto anarchico continua a pagare il coraggio con cui aveva fatto un lunghissimo sciopero della fame contro il carcere duro che riguarda in Italia oltre 700 reclusi. Tutto ciò nonostante la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo si fosse detta favorevole a sostituire il 41 bis con il regime dell’alta sicurezza, meno afflittivo. È un storia che appare senza fine. Quello sciopero della fame è stato considerato in pratica “a scopo di terrorismo”. È una vicenda in cui magistratura e politica non litigano. Anzi vanno d’amore e d’accordo. E di garantisti in giro non se ne vedono. (frank cimini)
Quando Umberto Bossi si presentò in procura per essere interrogato da Di Pietro dopo che al tele-processo Cusani erano “emersi” 200 milioni di lire da Montedison alla Lega Nord, chi scrive queste poche povere righe chiese a Bossi appena uscito in corridoio: scusi ma tra lei e il dottor Di Pietro chi è che ce l’ha più duro? “Ce l’abbiamo duro uguale, me l’ha detto proprio lui”, fu la risposta del Senatur, che intanto mostrava gli indici delle mani per rappresentare visivamente il paragone. Dunque l’Eroe di Mani pulite e Bossi si erano confrontati nell’intimità oltre che sui soldi della Montedison al Carroccio. In prima battuta Bossi e la Lega avevano cercato di spiegare quei soldi come il compenso per una ricerca relazione della Lega sull’Africa consegnata all’ufficio studi della Montedison. Cioè una bufala, tipo Ruby nipote dì Mubarak. Siccome l’argomento era importante per domande serie a Bossi accadde qualcosa anche nel 2001 quando la Lega non raggiunse il quorum. In via Bellerio, solenne conferenza stampa, e partiva il quesito cruciale: ma la Lega ce l’ha duro anche sotto il 4 per cento? “La Lega ce l’ha sempre duro come sanno tutti”, fu la replica. I leghisti presenti fecero osservare a chi scrive: “Lei che rappresenta la stampa estera (Il Mattino di Napoli n.d.r) deve sapere che oggi non c’è un funerale ma un battesimo. Si riparte”. (frank cimini)
Una banda di falsari calabresi guidata da un avvocato. Anziani morti soli, trovati senza vita mesi dopo e finiti in un trafiletto di cronaca locale. Ignari funzionari del distretto del Bronx. E una poliziotta che con la sua perizia calligrafica smonta il trucchetto firma per firma. Sono gli elementi della storia che ha portato la giudice Maria Teresa Guadagnino a condannare l’avvocato calabrese Giuseppe Marra, e i suoi amici Demetrio Bueti, Filippo Caminiti e Cosmo Panuccio, tutti di Villa San Giovanni, a 3 anni e due mesi di carcere, come chiesto dalla pm Maura Ripamonti.
L’anziano Luciano P. muore solo, nel 2018, a Milano. Non ha parenti. Il suo corpo viene scoperto a novembre, mummificato, solo perché i vicini si accorgono della casella postale strapiena. Compare un giorno il suo presunto testamento, che nel 1999 nomina erede universale tale Domenico S., nato a Villa San Giovanni nel 1938 ma residente negli Usa. Lo produce l’avvocato Marra (Reggio Calabria, 1977), con tanto di riferimenti al redattore “notary public” di New York, Carmine J. Guadagno. Era un falso. Serviva a chiedere al “curatore dell’eredità giacente” la consegna di tutti i beni: mezzo milione di euro e due appartamenti. Marra produce anche un documento in italiano del “notaio Carmine J. Guadagno”, con cui Domenico S. attribuiva una procura generale su tutti gli atti a Filippo Caminiti (Reggio Calabria, 1972). L’attestazioine “No. 6402” a firma di Luis Diaz – descritto come funzionario della contea del Bronx e della Suprema Corte – qualifica Carmine J. Guadagno quale “notary public”. C’è anche una “Apostilla” con cui un’altra presunta funzionaria, Sandra J. Tallman, legalizza la firma di Luis Diaz. Infine, davanti a un notaio milanese, alcuni degli imputati “dichiaravano che Luciano P. era residente a New York”, nel Bronx, e che “aveva disposto del suo patrimonio con il testamento di cui sopra”. Cosa c’era di vero? Nulla. E il giochino era praticamente identico a quello fatto con altri testamenti, di altri morti anziani ricchi e soli. Sempre i funzionari del Bronx. Sempre l’avvocato Marra e la sua compagnia.
I sospetto del curatore scoperchiano il vaso. Luciano P. non era mai stato negli Usa. Non aveva mai avuto neppure un passaporto. Poi una poliziotta della Scientifica di Milano, Sebastiana Cardinale, scientificamente smaschera la truffa, con una spettacolare perizia calligrafica. Confronta la calligrafia di Luciano P. con quella del suo testamento falso. E conclude: “Le differenze sono sia sostanziali sia formali e riguardano in generale l’estrinsecazione pressoria, la curvilinearità, la gestione delle ampiezze orizzontali e la direzione assiale. Nel dettaglio le particolarità grafo-strutturali interne dei movimenti erano sostanzialmente diverse, contraddistinguendo due mani scriventi diverse. La firma autografa del P., specialmente nella parte finale, laddove il moto scrivente è favorito dall’impulso acquisito, la costruzione della A è sostanzialmente diversa. Nella firma in verifica la A è costruita con un movimento sinistro giro con prese iniziali in alto a sinistra“. E poi ci sono i confronti tra le calligrafie di alcuni imputati e quelle di altri documenti e altri testamenti sospetti, altrove oggetto di vari procedimenti giudiziari. Ecco un passaggio.
“Un unico autore aveva redatto il corpo del testamento di Panara, le firme del notaio Guadagno, di P. Luciano, di Bueti Roberto e Bueti Natale; nononché il corpo del testamento olografo di C. e le firme di C. Giampaolo e del testimone Panuccio Cosmo. Lo stesso autore aveva redatto anche il corpo del testamento B., le firme del notaio L. e del testimone M. C. e anche le firme del testatore R. C. e del notaio L. nel testamento R. e le firme del notaio L. nel testamento W. Guy. Inoltre, sempre lo stesso autore aveva compilato la prima pagina della procura conferita da S. Francesca a Bueti Mario e la firma del notaio Guadagno nella medesima procura, la firma di S. Francesca e di P. Ivan e di S. Gaetano. Sempre lo stesso autore aveva altresì compilato la prima pagina della procura conferita da S. Domenico a Caminiti Filippo, aveva firmato come notaio Guadagno Carmine J. e S. Domenico”. E così via per interi paragrafi.
Ma come sceglievano le vittime di cui falsificare i testamenti? Consultando attentamente la stampa locale. E recuperando dati personali grazie a una dipendente infedele dell’Agenzia delle entrate. La banda dei testamenti americani, smascherata da una A curvilinea.
Ruby in aula non può venire: certificato medico per una notizia coi fiocchi, anzi col fiocco (rosa). Ha partorito a dicembre la sua seconda figlia e dunque è impegnata nell’allattamento. In taluni casi, situazione incompatibile con la presenza in Tribunale. Barbara Guerra invece “non si trova”. Pare che il suo legale, Nicola Giannantoni abbia difficoltà a rintracciarla. Da un paio di mesi almeno, perché la citazione è di gennaio. Erano entrambe convocate come testimoni (assistite? Da stabilire). In ogni caso Karima El Marough ha anticipato tramite la sua legale Paola Boccardi che si avvarrebbe comunque della facoltà di non rispondere. Vi ricorda qualcosa? Vi pare di tornare indietro nel tempo? Con le giovani frequentatrici di Arcore e delle residenze di Berlusconi che tra Milano e Bari parlano, poi non parlano, poi parlano ai giornalisti fuori dall’aula, poi invece non parlano più? Vi sbagliate! Perché questo processo si svolge a Monza. E riguarda la presunta estorsione della ex partecipante al Grande Fratello Giovanna Rigato (difesa da Corrado Viazzo e Stefano Gerunda) a Silvio Berlusconi. E qui la famiglia Berlusconi è costituita come parte civile, attraverso l’avvocato Giorgio Perroni. Finirà che la difesa Rigato chiederà l’accompagnamento coatto di Barbara Guerra, poi si vedrà. Tutto ciò avviene a pochi giorni dalla fissazione (prima udienza il 28 maggio) del processo d’appello sulla presunta corruzione in atti giudiziari delle cosiddette Olgettine, soprannominato Ruby Ter. E quel giorno ripartirà un gigantesco flashback.
Ma quella chiusura? Eh, diciamo una ventina di giorni. E quella fissazione di udienza famosa? Ehm, è già fissata ma – shhh – meglio non dirlo. E quelle misure? Beh un momento, aspetta tre settimane. Se dovete delinquere fatelo ora e godetevela per qualche tempo. Diciamo fino al 23 del mese. Tanto al momento non si può combinare nulla o quasi. E’ scattata la modalità dell’autocensura: “dopo-il-referendum-se-no-poi-ci-accusano”. Del resto quando c’è un intero governo che si affanna ogni singolo giorno a cercare un titolo di giornalone, o anche solo un trafiletto in cronaca, ma diciamo pure un richiamino in prima sulla gazzettina del paesino – insomma qualcosa – pur di attaccare un magistrato a caso, si può pur capire l’atteggiamento autoconservativo. Oggi è la famiglia nel bosco, ieri era una sentenza civile su un barcone di Ong, l’altro ieri qualcos’altro, domani sarà magari un’inchiesta sbagliata per abigeato. Un po’ di comprensione ci vuole per chi deve tenersi in equilibrio tra l’obbligatorietà dell’azione penale tempestiva e la rottura di balle politica. Quindi anche voi colleghi non affannatevi tanto dietro al giallo che da 18 anni vi appassiona tanto. Datevi una calmata con ‘ste indiscrezioni. L’indagine è fatta, ma per il deposito bisognerà aspettare almeno il 24 marzo. Anzi aggiungiamo anche qualche giorno in più, così non sembra che. Quando notificano, scatenate l’inferno. Ma non prima di sapere se il referendum che pare appassioni un tantino meno di quel giallo stabilirà che è un sì oppure un no.
La cancelliera: “Ma per una volta che arrivo in tempo per timbrare non mi fanno entrare!”.
L’avvocato: “Mi hanno fatto uscire, ho fatto a un carabiniere la battuta sulla telefonata su Fantozzi e l’accento svedese, stranamente non l’ha capita”.
La giudice: “Ci hanno fatti uscire alle 9.30 ma alle 8 il palazzo, quando sono entrata, era già in protezione. Mah”.
La fonte: “Telefonate da numeri virtuali”.
Il magistrato: “Ah è stato fissato quel processo”.
Il sindacalista: “Forse c’è un pacco al primo piano”.
I poliziotti: “Tutti dietro al nastro, siamo qui a fare sicurezza mica a giocare”.
Il traslocatore al poliziotto: “Oh ma devo passare, alzami sto nastro”.
La cancelliera: “Ma mi scadono i termini per un tentato omicidio!”.
Il magistrato: “Una Mot dice che non si entra fino al pomeriggio, secondo me è wishful thinking”.
Ma il terribile allarme di evacuazione stavolta ha funzionato? “Sì, ma al Riesame non si sente”.
Un avvocato monello: “Speriamo sia la volta buona”.
Tutti insieme, mortali e immortali, in attesa. Nel sole freddo di via Freguglia. Passa la protezione civile: “Volete dell’acqua?”. Bisogna aspettare.
+++ Aggiornamento +++
Finisce che non c’era nessuna bomba. Ma tre arrestati per reati di poco conto vengono liberati appena prima che scadano i termini: non era possibile celebrare le udienze di convalida. Immaginiamo i tre alzare un calice per l’anonimo telefonista. I cronisti nel pomeriggio chiedono a una esperta pm: “Ma non è che tra quelli liberati c’era uno spacciatore di Rogoredo preso a caso?”. Qualche frazione di secondo poi la magistrata sorride, con un guizzo negli occhi.
Un avvocato amico di Giustiziami aggiunge il suo personale episodio di socialità. “Mi sono tanto divertito. E ho scroccato anche una caramella a un giudice, ma non dirò il nome”. Tranquillo, il reato di scrocco non è previsto nella prossima riforma della giustizia. In ogni caso verrebbe senz’altro bocciato al referendum.
Processo d’appello sulla chiamata del “presente!” e sui saluti a braccio e dita tese con nostalgico slancio verso il murale di Sergio Ramelli, durante la commemorazione del 29 aprile 2019. In primo grado, 23 assolti dall’accusa di manifestazione fascista. Si discute del reato e di chi ha fatto cosa. La parte civile Anpi, con l’avvocato Federico Sinicato, in un’appassionata discussione, si associa alle richieste di condanna in appello, parlando di fascismo e pericoli attuali. Il legale di un imputato, Enrico Giarda, chiude la sua altrettanto appassionata arringa spiegando che il soggetto in questione era lì, certo, ma nient’altro: “Bisogna valutare gli specifici comportamenti, non facciamo di tutta l’erba un fascio“. Il presidente della corte Enrico Manzi si lascia sfuggire un sorriso. Il 7 aprile la sentenza.