Categoria: Nera
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Destra sotto sbornia contro i diritti di Cesare Battisti
Il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria accoglie la richiesta di Cesare Battisti di essere declassificato. Da detenuto ad alta sorveglianza a detenuto comune. Suscitando la reazione di Fratelli d’Italia che attacca: “Decisione inaccettabile, soccorso al terrorismo rosso”.“Per giudicare questi provvedimenti bisogna conoscere le norme e le leggi. Dire che non è accettabile vuol dire ammettere di non conoscere” ha replicato il garante regionale delle persone sottoposte a misure interdettive o limitative della libertà in Emilia Romagna, Roberto Cavalieri che aggiunge: “Questa persona ha seguito l’iter normativo in modo corretto, l’amministrazione penitenziaria ha riconosciuto quello che non poteva non riconoscergli. Declassificazione non significa che l’amministrazione penitenziaria cancella i reati terroristici, ma è una questione gestionale e logistica. Non incide sul tipo di condanna che ha avuto. Vuol dire che diventa un detenuto comune”.“Ultimo soccorso al terrorismo rosso, una aberrazione dopo anni di latitanza, appena assaggiato il regime carcerario italiano il criminale terrorista ottiene la declassificazione a detenuto comune, una vergogna” sono le parole di Andrea Del Mastro Dellevedove responsabile giustizia di Fratelli d’Italia secondo il quale “ancora più una vergogna che il Dap stia prendendo questa decisione gravissima e scellerata a pochi giorni dal cambio del governo. L’impunita’ del terrorismo rosso non è certamente la politica che il governo di centrodestra intende mettere in campo”.Il problema era stato sollevato dalla parlamentare del Pm Enza Bruno Bossio che in una interrogazione aveva ricordato che era stato escluso il regime di cosiddetto ergastolo ostativo e che i reati commessi da Battisti risalgono a oltre quarant’anni addietro.“Sono allibito dalle polemiche – dice l’avvocato difensore Davide Steccanella – Battisti continua a scontare l’ergastolo. Non c’è alcun problema di pena o di vittime, è stata emendata una declassificazione di regime carcerario che non aveva ragione di essere”.Steccanella ricorda che l’ultimo reato il suo assistito lo aveva commesso nel 1979. “O vogliamo dire che ha bisogno della sorveglianza speciale perché dalla cella non riprenda la lotta armata?” polemizza il legale.La stessa procura di Milano nei mesi scorsi aveva depositato il parere favorevole alla declassificazione della condizione di detenuto per Cesare Battisti.Fratelli d’Italia si trova evidentemente sotto sbornia elettorale fino al punto di scambiare una declassificazione per una sorta di scarcerazione. In realtà essendo i fatti reato di Battisti così lontani nel tempo l’ex esponente dei Pac avrebbe potuto beneficiare della condizione di detenuto comune praticamente dal giorno del rientro in Italia. I difensori avevano subito posto il problema spiegando che bisognava amministrare la giustizia applicando la legge senza la necessità di procedere a vendette. Battisti ebbe difficoltà anche a veder riconosciuto il diritto a farsi da mangiare in cella il riso bianco per ragioni di salute. Insomma ilclima politico non lo permetteva. Basta ricordare che ben due ministri ripresero Battisti in manette con i loro smartphone diffondendo poi le immagini. Garbo istituzionale diciamo.(frank cimini) -
SiCobas, ai pm e al gup lezione di diritto dal Riesame
Non distinguono tra un’associazione sindacale e un’associazione per delinquere come non era mai accaduto nemmeno in momenti di enormi tensioni sociali tipo un cinquantennio fa. È “l’addebito” dei giudici del Riesame di Bologna ai pm di Piacenza e al gup che aveva accolto la richiesta di arrestare i sindacalisti di SiCobas e Usb per associazione per delinquere. Sono state depositate le motivazioni del verdetto con cui lo scorso 3 agosto erano tornati in liberta’ gli indagati.
Il rischio secondo il Riesane è quello della criminalizzazione in se dell’associazione sindacale per giunta in un settore delicato come quello della logistica dove le condizioni di lavoro sono molato difficili. Il picchettaggio le occupazioni degli stabilimenti industriali il blocco delle merci non c’entrano nulla con la contestazione del reato previsto dall’articolo 416 del codice.
Il Riesame ha smantellato l’impianto accusatorio della procura convalidato dal gip che aveva fatto copia e incolla rispetto alla richiesta di arresto sia pure optando per i domiciliari al posto del carcere.
La magistratura era intervenuta pesantemente nel conflitto sociale scegliendo di tutelare datori di lavoro senza scrupoli che aumentano lo sfruttamento dei lavoratori con il sistema dei subappalti.
Una operazione politica travestita da indagine giudiziaria per bloccare le iniziative di lavoratori in lotta per la difesa dei loro diritti.
I giudici ridicolizzano l’accusa ai sincadacalidti di essersi addirittura arricchiti perché i numerosi accertamenti patrimoniali hanno portato a un nulla di fatto. Nessun pagamento in nero Messina fattura falsa come del resto ammesso poi dagli stessi pm. Insomma l’associazione per delinquere ipotizzata e esibita a fine luglio in una conferenza stampa è caduta e si è fatta pure molto male.
(frank cimini)
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Associazione per delinquere cade… e si fa pure male
“L’associazione per delinquere è caduta e si è fatta pure male” dice l’avvocato Marina Prosperi. Il tribunale del Riesame di Bologna ha annullato l’ordinanza che aveva portato agli arresti domiciliari sei sindacalisti di SICobas e Usb. Restano gli obblighi di firma per un paio di indagati, ma per la procura di Piacenza e per il gip che aveva fatto un copia e incolla si tratta di una sconfitta su tutta la linea.“Abbiamo sostenuto fin dalla notifica del provvedimento la totale insussistenza a carico di tutti gli indagati del reato associativo – commenta l’avvocato Eugenio Losco – Come può sussistere una associazione criminale che abbia finalità tipiche di qualsiasi associazione sindacale, cioè la tutela dei diritti dei lavoratori, dei propri iscritti, l’aumentare il consenso e il numero dei tesserati?”.“L’ipotesi associativa non aveva nessun tipo di fondatezza sotto il profilo dei gravi indizi di colpevolezza – aggiunge Marina Prosperi – i giudici che sono stati due giorni in camera di consiglio leggendo migliaia di pagine non potevano arrivare a nessun altra conclusione. Ovvio che con una indagine così complessa e durata cinque anni probabilmente per alcuni capi di imputazione abbiano ritenuto necessaria la misura delle firme, perché evidentemente ci sono degli equilibri giudiziari da mantenere”.Per l’avvocato Claudio Novaro “gli indagati hanno fatto il loro mestiere di sindacalisti”.Le motivazioni del provvedimento saranno depositate tra un mese e mezzo. È scontato il ricorso in Cassazione da parte della procura che equiparando i picchetti dei lavoratori a una attività criminale sta giocando una partita il cui significato va al di là della vicenda specifica. Una partita dal sapore politico perché con le conseguenze della crisi economica previste per l’autunno di cui ha parlato Draghi ieri si vogliono mettere dei paletti al conflitto sociale restringendo ulteriormente i diritti ricorrendo all’utilizzo del codice penale.Il Riesame sembra aver sbarrato la strada all’ipotesi della procura che era stata fatta propria dal gip sia pure disponendo gli arresti domiciliari e non il carcere come avevano chiesto i pm. Le difese in sede di udienza del riesame avevano parlato di “una storia del conflitto sociale vista dal buco della serratura con cui si cerca di veicolare l’idea che dietro ogni rivendicazione non c’è l’agire collettivo dei lavoratori nel caso della logistica ma solo un programma delinquenziale”.La procura non aveva portato elementi indiziari a supporto della sua tesi. Aveva convinto il gip evidentemente “poco terzo”. Non è bastato per il Riesame. Se ne riparlerà in Cassazione. Nel frattempo continuerà la mobilitazione dei lavoratori della logistica uno dei pochi settori che da anni sfugge alla pace sociale a causa di condizioni di lavori inaccettabili.(frank cimini) -
Steccanella: 2 agosto, perché le sentenze non convincono
L’Italia è uno strano Paese dove può accadere che nei confronti delle sentenze passate in giudicato sui due fatti più significativi del decennio dei ’70 (Moro e strage di Bologna) vi sia diffuso scetticismo su quella/e che ci hanno azzeccato (il primo fatto) e non su quella/e (il secondo fatto) che invece non convince/ono per nulla.
La sentenza “base” definitiva su Bologna (cui verranno aggiunti man mano nuovi concorrenti: Ciavardini, Cavallini e Bellini, con decisioni successive), è quella della Cassazione a Sezioni Unite del 23 novembre 1995 (relatore Marvulli) che ha condannato Mambro e Fioravanti.
Sentenza resa al termine di un percorso processuale a dir poco tortuoso visto che il processo di primo grado si era concluso con la condanna 11 luglio 1988, riformata dalla Corte di Appello con assoluzione 18 luglio 1990, ma il 12 febbraio 1992 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione annullarono e la nuova Corte di Appello, con Sentenza 16 maggio 1994, condannò gli imputati e sarà quest’ultima a diventare definitiva con Sentenza della Cassazione 23 novembre 1995. Successivamente il terzo complice, Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti, venne assolto in primo grado con Sentenza 30 gennaio 2000, ma la Cassazione annullò anche quell’assoluzione con Sentenza 17 dicembre 2003 rinviando all’Appello bis che con Sentenza 13 dicembre 2004 condannò Ciavardini e sarà quest’ultima a diventare definitiva con la Sentenza della Cassazione 11 aprile 2007.
Già questo iter altalenante di decisioni opposte da parte di diverse Corti di Assise, sulla cui “ragionevolezza” non è dato di dubitare, pare incrinare quel principio cardine di assenza di dubbio alcuno per pervenire a condanna che sorregge l’art. 533 del codice di rito.
In ogni caso, leggendola in modo “tecnico” da avvocato, la motivazione della condanna 1995 dei due NAR fa acqua da tutte le parti.
Cominciamo col dire che: 1) manca totalmente l’individuazione di un movente attribuibile ai due, 2) la bomba si pone in totale contrasto con l’intera storia militare (accertata) precedente dei NAR e con quella successiva, dalla fondazione risalente al finale del 1979, fino all’arresto degli ultimi militanti nel finale del 1983 (con Fioravanti e Mambro detenuti da tempo), e 3) si tratterebbe dell’unica azione dei NAR non nota neppure al principale pentito (tra i tanti) di quell’organizzazione (Cristiano Fioravanti), il quale, pur avendo raccontato ogni frammento della sua militanza nel gruppo armato del fratello, su questa vicenda ha sempre smentito vi sia stato alcun coinvolgimento.
Tre elementi di partenza, se ne converrà, non di poco momento a fronte della più tragica strage della storia italica, cui si è aggiunto, quarto elemento, l’assenza di qualsivoglia contatto accertato tra i NAR e l’ultimo condannato in ordine di tempo, il neofascista Bellini.
Venendo più nel dettaglio alla sentenza Marvulli, si legge testuale che la condanna poggia su 4 prove: 1) le dichiarazioni di Massimo Sparti; 2) il movente dell’omicidio di Francesco Mangiameli; 3) l’annullamento di un appuntamento a Venezia il giorno prima da parte di Luigi Ciavardini; 4) la scarsa attendibilità dell’alibi offerto dagli imputati.
1) (Sparti). Trattasi di discutibile “pentito” e accertato menzognero (ebbe a denunciare con falsa documentazione medica di dottori compiacenti un cancro inesistente per uscire di galera) che l’11 aprile 1981 ha dichiarato agli inquirenti di avere incontrato F. e M. il 4 agosto a Roma per procurare loro due documenti falsi e di avere udito in quell’occasione F. commentare la strage di due giorni prima con la frase “hai visto che botto!”. Tutti i familiari dello Sparti, persino il figlio, lo hanno successivamente smentito al processo, affermando che quel giorno Sparti si trovava con loro in villeggiatura in altra località di campagna, fatto confermato dalla circostanza che Cristiano F. appena uscito di galera in quei giorni si recherà in quel luogo da lui, e i due imputati, pur confermando la richiesta di documenti falsi (ma non già per loro, bensì per altri militanti NAR), hanno dichiarato che l’episodio si sarebbe verificato in diversa data e con diverso nominativo, così costringendo lo Sparti a successivamente rettificare, in data 5 maggio 1982, sia la data che il nominativo originariamente indicato, non più Mario Ginesi, bensì tale Fausto De Vecchi.
2) (Mangiameli). Il militante NAR fu ucciso il 9 settembre 1980 per evitare, hanno detto F. e M, che costui potesse rivelare il progetto NAR di uccidere Piersanti Mattarella di cui aveva saputo in occasione di un loro incontro in Sicilia nel luglio del 1980. Secondo l’accusa invece in quanto a conoscenza del loro coinvolgimento nella strage di Bologna perché l’omicidio Mattarella risaliva al 6 gennaio e quindi a prima dell’incontro del luglio. Ragionamento viziato perché F. ha parlato di un “progetto” che ben poteva essere stato riferito dopo, senza contare che nessuna sentenza ne ha attribuito la paternità a F.
3) (Ciavardini). Il minorenne NAR si limitò a disdire il giorno prima del 2 agosto un appuntamento che aveva a Venezia con la propria fidanzata, ma poiché Ciavardini ne ha attribuito la ragione alla necessità di procurarsi un documento falso e siccome il 3 agosto ebbe ad esibirne uno in occasione di un incidente stradale (ben lontano da Bologna), l’accusa deduce che avendo già un falso documento il giorno 3, la ragione del rinvio del giorno 2 dovesse per forza essere quella di trovarsi a Bologna il giorno della strage. Sul punto si osserva che è ben poco credibile che il progetto di compiere una strage di quella portata fosse stato reso noto a uno dei tre complici incaricati di compierlo dagli altri due solo il giorno prima, al punto che costui fino alla telefonata del 1° agosto era ancora convinto che il 2 sarebbe stato a Venezia con la ragazza.
4) (alibi) quanto all’alibi per il giorno 2 gli imputati hanno dichiarato sin dall’inizio di trovarsi quel giorno entrambi nel veneto ospiti di Cavallini il quale ha confermato l’alibi, a sua volta confermato anche dalla di lui fidanzata, Flavia Sbrojavacca, e dalla madre di quest’ultima (Maria Teresa Brunelli), entrambe certe di avere incontrato il 2 agosto gli imputati in veneto. Ma siccome Fioravanti (in isolamento in galera da mesi) aveva ricordato Treviso, mentre la Mambro (idem come sopra) Padova, per l’accusa i due erano a Bologna.
A sostegno della condanna si è speso l’ex magistrato Giuliano Turone nel libro Italia Occulta (chiarelettere)
Prima di affrontare la disamina degli indizi, ritenuti da Turonecomprovanti la penale responsabilità degli imputati, occorre sottolineare come l’autore glissi su alcuni fatti certi:
1) anche in questa vicenda, come in tutte le stragi impunite di quegli anni, intervenne un ennesimo caso di depistaggio, accertato con sentenza definitiva del 1995 di condanna per calunnia di Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte a seguito del ritrovamento sul treno del 13 gennaio 1981 di false prenotazioni aeree di Fioravanti e di armi di provenienza della “galassia nera”.
2) Il fatto che ai tempi sia miseramente franata miseramente, con l’assoluzione di tutti gli altri, l’iniziale ipotesi di un grande piano eversivo delle destre estreme riunite sotto l’egida di servizi deviati e piduisti vari, e che tutti i nominativi dei coimputati originariamente accusati di concorso con i tre condannati non risultano avere mai avuto a che fare con la storia dei NAR, i quali anzi, proprio in esplicitato dissenso con costoro, ebbero a dare inizio alla loro ben diversa storia per unanime racconto di chi c’era all’inizio e di chi si è aggregato dopo. E questo vale tanto per i soliti noti dei tanti italici misteri (vd. Gelli e servizi deviati), quanto per vari i dirigenti di Ordine Nuovo prima e Terza Posizione poi, nemici giurati sia prima che dopo la strage del 2 agosto, dei NAR.
3) Il fatto che il fratello Cristiano, che ha condiviso sin dall’inizio la storia di Valerio, seppur distaccandosene a un certo punto prima di riprenderla fino alla sua cattura (successiva a quella di Valerio e precedente a quella della Mambro), si è subito pentito rivelando ogni misfatto del fratello e dei NAR, anche quelli saputi de relato, ma non ha mai detto di avere neppure lontanamente immaginato che il fratello c’entrasse in alcun modo con il delitto più grave ed eclatante oltre che del tutto anomalo per l’organizzazione armata di cui egli a pieno titolo faceva parte. Né prima né dopo (il suo arresto è a metà del 1981), e questo “dettaglio” sempre il Cristiano, non l’avrebbe appreso neppure da quello che era una sorta di suo padre adottivo (Massimo Sparti) che sarebbe stato invece l’unico, secondo la sentenza di condanna, ad averlo saputo, trattandosi anche dell’unico teste di accusa.
4) Nessun militante o anche solo contiguo ai NAR ha mai riferito, neppure a distanza di anni, di avere saputo alcunché su Bologna, e neppure uno dei tanti pentiti che grazie a tale rivelazione avrebbe potuto conquistare sensibili benefici in termine di pena, eccettuato appunto lo Sparti.
A tali premesse va aggiunto l’ulteriore dato secondo il quale, a fronte di ripetuti ergastoli comminati per una serie di omicidi confessati dai due imputati, l’aggiunta della condanna in oggetto non ha comportato (e ben si sapeva che non lo avrebbe comportato!) nessun concreto effetto dal punto di vista giudiziario a carico di costoro, per cui trattasi di condanna “a costo zero”, perfettamente adatta a venire incontro alla comprensibile esigenza collettiva di non mandare impunita l’ennesima strage italiana, la più sanguinaria e successiva di soli due mesi alla tragedia di Ustica.
E ora veniamo ai singoli elementi valorizzati nel libro, seguendo l’ordine di esposizione e indicando la pagina.
• Presilio/Rinani (pag. 285)
La prima dichiarazione di Presilio al Magistrato di sorveglianza di Padova risale, si legge, al 10 luglio 1980 ed è un de relato di un detenuto (di cui non rivela il nome) che gli avrebbe parlato di un progetto omicidiario di un giudice di Treviso, tale Sriz, che sarebbe stato preceduto da un altro grave delitto compiuto “dalla medesima organizzazione” che avrebbe “riempito le pagine dei giornali”. Qualche giorno dopo la strage dirà che trattavasi di un tale Rinani, legato al noto gruppo veneto di Freda, Ventura e Fachini e solo il 13 novembre aggiungerà che le frasi del Rinani risalivano al giugno-luglio e che costui era furioso perché non otteneva la libertà pur essendosi costituito e infine, in altra e ultima dichiarazione, specificherà meglio che il Rinani solo in un secondo incontro in carcere gli avrebbe parlato anche del fatto grosso “di cui rideranno insieme”.
Ora, aldilà di queste dichiarazioni generiche (qualsiasi omicidio finisce sui giornali, non necessariamente una strage in stazione, anche quello di un giudice di Treviso, per dire) e mai confermate dal Rinani, resta il fatto che la medesima organizzazione significherebbe che a giugno del 1980 Fioravanti avesse programmato anche (e soprattutto) l’omicidio del giudice Sriz di Treviso, che era l’argomento centrale del Rinani, e che al contempo tutti gli altri membri di quella medesima organizzazione indicata dal Rinani, che operava proprio nel veneto (Fachini) e quindi più interessata alle sorti del Giudice Sriz rispetto ai NAR che con quel giudice non c’entravano nulla, non avessero invece in mente niente, visto che dopo essere stati a diverso titolo e in diverso momento incriminati, tutti gli altri coimputati di Fioravanti e Mambro sono stati tutti assolti, come riporta la nota 3. Il primo indizio pertanto mostra talmente poco pregio che neppure la sentenza di condanna lo valorizza.
• Massimo Sparti (287)
Sparti invece è il caposaldo dell’accusa, perché come anticipato è l’unico di tutta la galassia nera che circondava gli imputati (pentiti e non pentiti) che avrebbe saputo a Roma da Fioravanti in persona due giorni dopo l’attentato che la bomba l’avrebbero messa lui e la sua donna, persona della quale fino a quel momento Sparti ignorava l’esistenza, e che, proprio in quella occasione, aveva deciso di presentargli.
Su questo indizio (cardine), per prima cosa va detto che così come non vi è alcuna prova che i due imputati fossero a Bologna il 2 agosto, non vi è neppure la prova che Sparti fosse a Roma il 4 agosto.
Tutti i suoi familiari, infatti, quel giorno lo hanno posizionato in campagna dove erano tutti riuniti per le abituali vacanze di agosto, dando anche una ben precisa ragione, ossia che il negozio che gestiva in città era chiuso per ferie, e non si vede che motivo avessero di mentire tutti costoro, accusando il congiunto, per salvare i due imputati, con cui non risulta fossero in particolari rapporti.
Ed è proprio nella casa di campagna (e non a Roma) che lo raggiungerà, appena uscito di galera, il figlioccio Cristiano il quale, successivamente pentitosi quasi insieme a Sparti, nulla dirà di avere saputo in merito al fatto che l’amico si fosse appena incontrato a Roma con suo fratello e la Mambro.
Turone riprende la sentenza laddove ricostruisce gli spostamenti degli imputati che vengono localizzati con certezza l’1° agosto ancora in Veneto (vd. più avanti l’indizio relativo alla telefonata alla fidanzata di Ciavardini) e il 3 sera a Roma per ammissione di entrambi presso Soderini e così pure la notte del 4 mentre la notte del 5 si sarebbero trasferiti dopo la rapina in piazza Agrippa (vd. più avanti) all’Hotel Cicerone dove peraltro Fioravanti risulta registrato con il documento falso che aveva in uso (vd. più avanti).
Ma dove avrebbero passato la notte del 2 agosto, dopo avere posizionato al mattino la bomba alla Stazione di Bologna, Fioravanti, Mambro e Ciavardini? La Sentenza non lo dice, né dice con quale mezzo i tre imputati si sarebbero allontanati dalla Stazione. Hanno proseguito subito per Roma o sono ritornati in Veneto, visto che il minorenne Ciavardini risulta fermato senza i due per un controllo il giorno 3 ben lontano da Bologna? E sarebbero tornati in Veneto dopo la bomba per poi ripartire il successivo giorno 3? Ma che senso avrebbe, se avevano, come dice Sparti, un’urgenza impellente di trovare un documento falso per la Mambro, tanto il fare un inutile avanti e indietro Bologna/Veneto/Roma per la sola notte del 2 quanto il proseguire per Roma lo stesso giorno 2 ed attendere fino al giorno 4 per andare a chiedere il documento falso allo Sparti? Né la Sentenza, nè il libro di Turone lo spiegano e si passa direttamente al 4.
La frase (attribuita a Fioravanti de relato) “hai visto che botto?” di per sè non avrebbe alcuna valenza accusatoria giacché appare più plausibile come cinico commento ad un fatto accaduto in un tipo come Valerio Fioravanti rispetto ad una “eccentrica” modalità di confessione di avere commesso una strage di tale portata.
La frase infatti trova senso accusatorio solo se si aggiungono quelle ulteriori frasi (sempre attribuite de relato dallo Sparti) sul suo travestimento da tirolese (turista tedesco non vuol dire niente) e sulla Mambro che dopo la strage si sarebbe fatta tingere i capelli per timore di essere stata riconosciuta, non comprendendosi peraltro perché non lo avesse fatto prima di recarsi a Bologna o non si fosse travisata anche lei come il Fioravanti, ma tant’è.
Sta di fatto che nessuno dei tanti testimoni presenti a Bologna il 2 agosto ha visto un tizio vestito da tirolese, nessuno riconoscerà mai né Mambro né Fioravanti ai tanti processi o nelle tante apparizioni televisive, e che le prove fatte sul capello della Mambro hanno escluso che la stessa fosse mai ricorsa a tinteggiatura.
Che Sparti fosse in particolare confidenza con Valerio tanto da riferirgli (e solo a lui e neppure al fratello!) un fatto di tale eclatanza non è certo comprovato dal fatto che tempo addietro avesse fatto una rapina con lui, visto che in quegli anni è stato accertato che Valerio le faceva con tutti, mentre risulta invece che Sparti in particolare confidenza lo fosse molto con il fratello Cristiano che però non ha mai saputo nulla di Bologna né da lui né dal fratello con il quale pure, il Cristiano, era in massima confidenza.
Per cui la cosa che colpisce in siffatto terzetto, è che l’unico soggetto che era in vera confidenza con entrambi (Cristiano) viene lasciato fuori dagli altri due che invece non lo erano troppo tra di loro, e proprio sul delitto di gran lunga più rilevante della pur sanguinosa e folle storia dei NAR.
Nella nota 5 si riporta la sentenza dove cita il discorso che Sparti avrebbe fatto in precedenza con Fioravanti sull’omicidio Amato per irrobustire il grado di confidenza tra i due, ma si legge che Sparti avrebbe parlato con Fioravanti di Alibrandi, ed è stato accertato che il giudice Amato fu ucciso da Cavallini mentre Ciavardini attendeva in moto, e non già da Alibrandi che non era c’era, il che, unito al fatto che Sparti sapeva che Alibrandi faceva parte dei primi NAR con Cristiano, mentre non conosceva né Cavallini né Ciavardini(subentrati in un secondo momento), fa ritenere che Fioravanti in realtà non gliene avesse affatto parlato.
Quanto al fatto che l’emersione dell’omicidio Amato sia intervenuta solo a seguito della confessione di Cristiano, risulta che Cristiano e Sparti abbiano confessato praticamente in semi contemporanea, e peraltro il fatto che il giudice Amato fosse stato ucciso dai NAR non era circostanza difficile da capire sin dallo stesso giorno del fatto per chiunque, visto che come noto era l’unico magistrato che in quel momento stava indagando su di loro.
Vanno infine ricordate le plurime menzogne di Sparti, ivi compreso un certificato medico falso attestante un inesistente tumore per uscire di prigione e morire nel proprio letto più di 20 anni dopo.
Ma se la chiamata di reità di Sparti appare già poco verosimile intrinsecamente parlando, la stessa diviene ancor più fragile nel momento in cui se ne sono ricercati i necessari riscontri.
• Il falso documento per la Mambro (290)
La storia del documento falso è più complessa di quanto riportato nel libro perché passa attraverso una serie di aggiustamenti di dichiarazioni volta a volta smentite che vengono elencate nel libro Storia Nera scritto per Cairo dal giornalista del Manifesto Andrea Colombo che in quanto ex dirigente di Potere Operaio non può essere tacciato di particolare bonomia “politica” verso gli imputati.
Dapprima (o dopo) Sparti dice che i falsi erano per due persone diverse, poi (o prima) che non aveva fatto caso per chi fossero, poi (o prima) dice che era un falso per la sola Mambro perché era strasicuro che fosse per una donna, ma quando il primo falsario da lui indicato nell’aprile del 1981, Mario Ginesi, lo smentisce in toto e poiché i due imputati, pur confermando la richiesta di documenti falsi, ma non già per loro bensì per altri militanti NAR, hanno attestato che il fatto si sarebbe verificato in diversa data e con diverso nominativo, allora lo Sparti deve rettificare, in successiva data 5 maggio 1982, sia la data che il nominativo originariamente indicato, non più Mario Ginesi, bensì quel Fausto De Vecchi che si cita nel libro, il quale però, prima smentisce in modo categorico che fosse per una donna e solo alla fine (e quindi molto tempo dopo il fatto, quando solitamente si dice nelle sentenze che i ricordi sarebbero meno “freschi”) nel confronto citato resta sul più generico “non escludo”, fino ad arrivare al nome di Carlostella.
E’evidente che se cade la tesi del documento falso da procurare con urgenza quello stesso giorno 4 alla Mambro cade tutto, perché allora non si capirebbe perché Valerio avesse portato all’incontro anche la Mambro che Sparti non aveva mai visto con il rischio che questi la denunciasse, e che proprio in quel momento con la Mambro presente abbia deciso di confessare a uno come Sparti un fatto del genere attribuendolo anche alla propria compagna.
Ma è sulla base di quanto accertato essere successo dopo quel fantomatico incontro del 4 a Roma che la storia raccontata di Sparti finisce nell’assurdo.
Se come dice lui è riuscito a procurare il documento solo al mattino del 5 consegnandolo a Fioravanti alle 10 del mattino, ciò significa che “a cavallo” di quella consegna urgente di falso per la Mambro i due si sarebbero imbarcati quello stesso giorno 5 nell’impresa di compiere una rapina in piena Roma (questa si che è accertata) con tutti i rischi che questo avrebbe comportato anche per una Mambro che se colta in flagranza di una rapina di quel falso documento non avrebbe saputo che farsene.
Ma poi, in quella urgenza descritta da Sparti cosa fa Fioravanti? Fa un salto alle 10 del mattino da Sparti tra una rapina e l’altra? E alla sera dopo la rapina cosa fanno i due? Vanno a dormire all’Hotel Cicerone e qui va riportato un dato importante che il libro di Turone non riporta e che si legge invece in quello di Colombo.
La sera del 5 dopo la rapina è vero che la Mambro si “infratta” al Cicerone nella stanza prenotata da Fioravanti, ma si “infratta” appunto, perché mentre Fioravanti si registra regolarmente con il suo documento, la Mambro decide inspiegabilmente invece di non usare quello asseritamenteappena consegnatole da Sparti e fatto fare di tutta urgenza.
Infatti, quello di Fioravanti risulta mentre quello della Mambro no.
La sentenza dice che non si sono trovati i registri dell’hotel di quella sera del 5 agosto, ma non è vero perché poi qualcuno invece li trova, come si legge appunto nel libro di Colombo, e tutti i nominativi femminili registrati quella notte sono riferibili a donne rintracciate e quindi nessuna di loro era la Mambro.
Quindi secondo l’accusa i due avrebbero farebbero un “casino d’inferno” con Sparti per avere il documento la sera stessa del 4 e poi, invece di starsene nascosti nell’attesa, il giorno dopo prima vanno a fare una rapina con tutti i rischi del caso e quando finalmente la Mambro ottiene l’agognato falso da Sparti che fa: Lo usa? No, si infratta in albergo senza documenti, mentre Fioravanti usa il suo falso che aveva già senza ricorrere a nessuno Sparti.
Ora, fermo restando che di documenti falsi certamente una clandestina pluriomicida come la Mambro certamente ne abbisognasse tanto il giorno 4 quanto qualsiasi altro giorno dell’anno e non necessariamente per sfuggire al riconoscimento di Bologna, sostenere sulla base di quanto sopra che le dichiarazioni di Sparti avrebbero trovato un riscontro tale da eliminare qualsiasi ragionevole dubbio, pare affermazione ardita.
• La telefonata di Ciavardini (291)
Questa è la prova che ha determinato la condanna in concorso dell’allora minorenne Ciavardini, ma anche l’ulteriore elemento che, a detta della sentenza e di Turone, avrebbe confermato la verità della dichiarazione di Sparti.
Anche se in realtà quella telefonata dell’1° agosto non è mai stata accertata documentalmente, facciamo finta che valgano le dichiarazioni concordi di Ciavardini e del padre della di lui fidanzata e che ci sia effettivamente stata nei termini riferiti.
Quel che è non convince è il valore accusatorio dato alla stessa, visto che si trattava di una disdetta di un incontro programmato per il giorno dopo a Venezia con la fidanzata e alcuni amici.
Ora, se l’appuntamento (organizzato ovviamente giorni prima) viene disdetto all’improvviso da Ciavardini solo l’1 sera, ciò significherebbe, se avesse ragione l’accusa ad imputarla alla partecipazione diretta dell’imputato alla collocazione della bomba del mattino dopo a Bologna, che Ciavardini avrebbe saputo di dover partecipare alla più sanguinosa strage del Novecento italiano solo qualche ora prima di doverla fare.
Ma fino alla sera dell’1° agosto Ciavardini dove stava? Nel Veneto, e questo è certo, con Fioravanti e la Mambro e perché mai costoro non gli avrebbero detto nulla fino a poche ore prima? A meno di non ritenere che Fioravanti, Mambro e Ciavardini abbiano deciso e organizzato la più sanguinosa strage italiana nelle poche ore della sera prima.
Eppure, le ragioni di sicurezza per cui Fioravanti impose a Ciavardini di rimandare quell’incontro a Venezia sono state ben spiegate dal primo e confermate anche dal successivo comportamento del secondo, visto che solo qualche giorno dopo Ciavardini trasgredisce “gli ordini” di Fioravanti (che non è più in Veneto con lui) recandosi il 6 agosto a Roma dalla fidanzata.
Ritenere, come si legge nel libro, che Fioravanti volesse uccidere Ciavardini perché coinvolto direttamente nella strage fa a pugni con altri due elementi valorizzati dall’accusa: l’averlo detto senza ragione a uno come Sparti e l’avere invece ucciso Mangiameli (vd. oltre) perché lo sapeva, perché delle due è l’una: se Valerio intendeva uccidere tutti i testimoni pericolosi di Bologna avrebbe ucciso subito Ciavardini (teste diretto) senza pensarci due volte e si sarebbe ben guardato di dirlo a Sparti, altrimenti la minaccia a Ciavardini, peraltro riferita de relato solo dal fratello Cristiano, aveva ragioni diverse e infatti poi non se ne fece nulla tanto che Ciavardinirimarrà a militare nei NAR con la Mambro anche dopo l’arresto di Fioravanti.
Neppure la telefonata di Ciavardini pare dunque fornire adeguata conferma alla responsabilità degli imputati.
• La discrasia sugli alibi Padova/Treviso (293)
Entrambi hanno detto in due momenti diversi (essendo arrestati a distanza di un anno e mezzo l’uno dall’altra) di essere stati in Veneto il giorno 2 agosto, anche se non coincide la città, Fioravanti arrestato nel febbraio 81 ha detto Treviso e la Mambro arrestata un anno e mezzo dopo, Padova, ed è storicamente provato (e la sentenza non lo mette in dubbio) che in quel periodo i due o erano quasi sempre in Veneto a casa di Cavallini a Treviso, quando non erano a Roma (ma solo di passaggio) o a Taranto nella casa trovata da Mauro Addis (ex componente della banda Vallanzasca) per il perenne progetto dell’evasione di Concutelli che era la ragione per la quale nel luglio i due erano stati anche a Palermo da Mangiameli.
Ora, che due fuggiaschi clandestini in perenne rischio cattura non si facessero vedere da pletore di persone la mattina del 2 agosto e che quindi non sia facile per loro provare ex post dove fossero sarebbe anche comprensibile, senonché la moglie di Cavallini (Flavia Sbrojavacca), e la madre di quest’ultima (Maria Teresa Brunelli), hanno entrambe dichiarate di essere certe di avere incontrato il 2 agosto a Treviso entrambi gli imputati, ma le due testimoni non sono state credute a fronte di una prova che fossero invece a Bologna che non c’è e che neppure il de relato Sparti riesce a dare.
Sul fatto che i due fossero a Treviso il giorno 2 agosto interverrà, come si legge nel libro di Colombo, un ulteriore testimone, Carlo Digillo, che dichiarerà al giudice Salvini, nel corso di un’ennesima inchiesta su Piazza Fontana, di avere effettivamente dato per il 2 agosto 1980 al Cavallini quell’appuntamento che il Cavallini aveva indicato come “zio Otto” a Fioravanti, Mambro e Ciavardini che si erano ivi recati con lui, ma Digillo, colpito nel 1995 da Ictus e quindi da successiva demenza senile, morirà qualche tempo dopo e la sua testimonianza svanirà.
Ma soprattutto, se i due/tre fossero stati davvero colpevoli di Bologna avrebbero almeno dovuto concordare la medesima versione sulla città dove erano quel mattino ben prima di essere arrestati e non certo, come si legge a pag. 294 del libro solo anni dopo “nel corso di un colloquio nella fase conclusiva del processo” (SIC!).
Cosa costava ai due, che in quei mesi vivevano in simbiosi fino all’arresto di Valerio del febbraio 1981, mettersi d’accordo su una sola parola da dire in caso di incolpazione: Padova o Treviso? Eppure, si legge a pag. 295 che “se fossero innocenti e avendo temuto subito di poter finire tra gli indiziati, avrebbero conservato una memoria granitica di ciò che avevano fatto a ridosso dell’attentato”.
Si consideri che da quel 2 agosto 1980 ne accadranno di cose a quei due fino ai rispettivi arresti e che la Mambro due anni dopo in detenzione isolata e ferita abbia potuto confondere Padova con Treviso non pare così peregrina come ipotesi da potere essere esclusa con radicale certezza e trasformarsi in prova, quale alibi smentito, di accertata colpevolezza.
• La rapina del 5 agosto a Roma (295)
La tesi difensiva degli imputati sarebbe smentita secondo la Corte dal fatto che la telefonata di rivendicazione al quotidiano Vita non parla di NAR, ma entrambi hanno ben spiegato che la registrazione inizia con il nomignolo successivo Nucleo Zeppelin riferito a un amico, Elio Di Scala, un giovane simpatizzante del Nar in quel momento detenuto nel carcere minorile di Casal di Marmo, cui volevano rendere onore citandolo nella rivendicazione, e che quindi la parola iniziale “Qui NAR” prima di Nucleo Zeppelin non è rimasta impresa nel supporto sonoro agli atti. Sta di fatto che la rapina in piazza Menenio Agrippa c’è stata e che l’hanno certamente compiuta nel pomeriggio del 5 gli imputati, insieme a Vale, Soderini, Mariani e Belsito, e la sentenza non offre una motivazione diversa e più plausibile ma si limita a ritenere non provata la motivazione degli imputati che quindi avrebbero inscenato una rischiosa rapina con la Mambro secondo la Corte già ossessionata per il fatto Bologna per usare la sigla Zeppelin. In ogni caso quella rapina non prova che tre giorni prima i due fossero alla stazione di Bologna a collocare una bomba.
• L’omicidio Mangiameli (296)
Le ragioni dell’omicidio di Mangiameli le hanno puntualmente elencate Fioravanti e Mambro e direi lo stesso Cristiano che del coinvolgimento del fratello su Bologna come detto non ha mai saputo niente, eppure è stato proprio lui a caricare a Roma Mangiameli sull’auto della trappola ed è stato sempre lui quello che ha iniziato a sparare a Mangiameli.
Fioravanti era arrivato a Mangiameli (come risulta pacificamente da tutti gli atti) un anno prima e solo per un motivo specifico ossia l’aggancio con Concutelli che si era messo in testa di voler fare evadere, ma non ne condivideva affatto la “posizione” da intellettuale che mandava allo sbaraglio i ragazzi e proprio a causa di Mangiameli erano falliti tutti i vari tentativi di fare evadere Concutelli nel corso dell’anno (una volta non si presenta a un appuntamento, un’altra non si fa trovare quando i due scendono a Palermo e gli fa consegnare un biglietto dal portiere con tanto di scritta Giusva che lo rende subito identificabile, un’altra fa saltare con scuse varie l’evasione del 30 aprile 1980 da San Vittore che invece verrà realizzata da altri 13), inoltre parla in modo razzista di Giorgio Vale ormai entrato nelle grazie di Fioravanti e infine viene fuori l’episodio che si è rubato i soldi per la casa di Taranto affittata proprio per l’evasione di Concutelli perché Mauro Addis che la gestiva gli dice di pagare perché Mangiameli non gli ha versato nulla.
Infine, l’articolo intervista di Amos Spiazzi pubblicata da L’Espresso il 18 agosto, non è così specifica sul fatto che Mangiameli sarebbe un delatore, ma puntava più sul fatto che quel tale “Ciccio” di Palermo secondo lo Spiazzi coordinerebbe un gruppo eversivo a largo raggio, né è così’ vero che dopo quell’articolo Mangiameli temesse di essere ucciso da Fioravanti, si sposta con la famiglia in Umbria (cacciando Ciavardini che in quel momento stava ospitando) perché è stato identificato nell’intervista di Spiazzi e teme di essere arrestato visto che in quel mese di agosto erano all’ordine del giorno le retate contro tutti i “neri” noti agli inquirenti, tanto è vero che invece sale tranquillo in macchina a Roma con Roberto Vale, che sa essere in contatto con Fioravanti e soprattutto con Cristiano che tutti i “neri” di Roma (ma non solo) sapevano essere il fratello minore di Valerio.
Lo stesso Fioravanti ha detto che non era intenzionato per forza ad ucciderlo e che fu la sua sprezzante riposta “se vuoi i soldi te li ridò” da lui ritenuta oltremodo offensiva a farlo arrabbiare più di ogni cosa.
E’ vero che poi il cadavere fu nascosto perché a quel punto Fioravanti intendeva regolare i conti anche con gli altri due leader di Terza Posizione, Fiore e Adinolfi, ma proprio questo conferma che il motivo non era il fatto che anche costoro fossero al corrente della sua responsabilità per la strage di Bologna.
Secondo Turone (pag. 297) rileverebbe anche il fatto che quelli di Terza posizione associno, nel volantino del 12 settembre in ricordo del camerata Mangiameli, la morte di quest’ultimo con la strage di Bologna, ma nel volantino si citano anche piazza Fontana, Brescia e Peteano. In ogni caso quel volantino potrebbe anche significare che quelli di TP sapevano qualcosa che i Nar che con loro nulla hanno mai avuto a che vedere non sapevano e tuttora non sanno, e che quindi certe assoluzioni di certi comprovati bombaroli eversori (cosa che i NAR non erano) abbiano potuto essere un po’ frettolose, ma transeat.
L’omicidio Mangiameli peraltro è trattato nel dettaglio da altra sentenza passata in giudicato in cui il movente strage di Bologna non compare in nessuna riga, quindi una delle due sentenze “in nome del popolo italiano” evidentemente non fa testo. Quale?
• Il depistaggio del 13 gennaio 1981
Qui sinceramente il ragionamento dell’accusa si fa ancora più involuto. Posto che è stato accertato che quel depistaggio è stato commesso e che tra gli elementi artatamente inseriti alcuni facevano risalire la responsabilità di Bologna proprio al Fioravanti, cosa che di fatto avvenne, si sostiene che invece fu fatto da chi voleva proteggerli per indurre gli inquirenti a ricercare i responsabili in altre strutture eversive di destra. Aldilà del ragionamento, evidentemente affrontabile anche in modo diametralmente opposto, non si comprende quale sarebbe stato il ruolo attivo dei due imputati, una volta assolti tutti gli altri asseriti complici. Senza contare che l’unico che avrebbe potuto ben chiarire una parte di quanto fatto trovare con quel depistaggio era Roberto Vale rimasto sempre in contatto con quelli di Terza Posizione, il quale tuttavia troverà la morte in occasione dell’irruzione da parte delle forze dell’ordine nell’appartamento in cui si era rifugiato da solo.
Conclusioni
Finita la disamina degli elencati indizi, va infine ricordato ad abundantiam che nessun elemento collega i due condannati all’ordigno, non si sa dove lo avrebbero preso e da chi e in nessuno dei tanti ritrovamenti di basi e armamentario NAR si sono trovate tracce analoghe a quell’arma micidiale che sarebbe quindi stata usata per la prima e unica volta e solo quel giorno, facendo sempre tutto da soli Mambro, Fioravanti e un minorenne da poco ingaggiato senza dirlo a nessuno e infine coinvolgendo pure il Bellini con cui mai avevano avuto rapporti.
E perché mai resta un mistero, temo come i nomi di quelli che quella bomba ce la misero davvero e questo, credo che sia soprattutto per le vittime, la cosa più grave.
(avvocato davide steccanella) -
Per i SiCobas pm inventa il “proselitismo autoalimentato”
“Una volta ottenuto e consolidato il potere di ricattare la parte datoriale minacciando continui dannosissimi blocchi al fine di consolidare la propria presenza all’interno del magazzino con le stesse modalita’ iniziavano a favorire i propri lavoratori affinché ottenessero di svolgere le mansioni più gradite a scapito degli altri in una logica di proselitismo autoalimentato”. È anche questa la “prosa” usata dai pm di Piacenza nella richiesta inoltrata al gip per ottenere l’arresto dei sindacalisti del SICobas eseguiti poi nei giorni scorsi.
Intanto va registrato che la richiesta risale al primo dicembre dell’anno scorso. Il gip ha impiegato quindi sette mesi e mezzo per firmare i provvedimenti con tanti saluti al principio dell’attualità delle esigenze cautelari.
La colpa dei sindacalisti indagati per associazione per delinquere è quella, scrive sempre la procura, di aver raggiunto una forza evidente e monopolizzante all’interno dello stabilimento. “Cominciavano a imporsi la proprietà anche per le scelte a questa riservata come appunto l’organizzazione del lavoro ovvero le assunzioni di singoli lavoratori” scrive ancora la procura trasformando una vertenza sindacale, un conflitto sociale con le sue dinamiche e le sue asprezze in un problema penale, chiedendo la reclusione in carcere per poi ottenere dal giudice l’ok agli arresti domiciliari.
”Alimentavano situazioni di conflitto prendendo a pretesto ogni normale e banale problematica di lavoro risolvibile tramite fisiologici rapporti datore/lavoratori, avviando attivita’ di picchettaggio illegale all’interno degli stabilimenti impedendo ai mezzi di entrare e uscire, istigando a forme di lotta illecite, compreso il rallentamento pretestuoso e strumentale dell’attività lavorativa o l’uso dell’astensione per malattia anche in assenza di problematiche sanitarie” sono le parole degli inquirenti. Che cosa possa entrarci una situazione così descritta con il reato di associazione per delinquere è spiegabile solo con la volontà politica di reprimere il conflitto sociale.
(frank cimini)
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SiCobas a gip: contro di noi accuse paradossali
Aldo Milani ha parlato del paradosso di essere accusato di associazione per delinquere, mentre Sicobas da anni contrasta le infiltrazioni della criminalità organizzata nella logistica e d è per questo esposto alle minacce, Le parole del segretario nazionale del sindacato SiCobas fanno parte delle dichiarazioni spontanee con cui i sindacalisti arrestati nei giorni scorsi hanno replicato alla procura di Piacenza nei interrogatori di garanzia davanti al gip
Aldi Milani, Carlo Pallavicini e Mohaned Arafat si sono avvalsi della facolta’ di non rispondere ma hanno spiegato la loro posizione respingendo gli addebiti e aggiungendo che il capo di imputazione in realtà descrive solo l’attività sindacale.
Arafat ha fatto presente che la persona che lo accusa di averla minacciate era stata da lui denunciata per calunnia, con video e testimonianze a supporto, denuncia oggetto di richiesta di archiviazione dopo una sola settimana.
L’attività contestata dicono gli arrestati non è altro che condotta sindacale, che il si Cobas ha sempre svolto nell’interesse dei lavoratori, in un settore, quello della logistica, dove le condizioni di lavoro erano, prima dell’arrivo del sindaco, inaccettabili.
Un altro degli arrestati Bruno Scagnelli ha scelto la linea del silenzio totale.
Secondo la provura i quattro avrebbero dato vita a un’associazione a delinquere finalizzata a piu’ delitti, tra i quali violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio e sabotaggio. I magistrati contestano al Si Cobas di avere “coagulato un notevole bacino di maestranze, per lo piu’ di origine straniera, nel settore della logistica a Piacenza, da conquistare atraverso le affiliazioni alla sigla sindacale di base e poi strumentalizzare allo scopo di ‘conquistare’ i magazzini e lucrare gli introiti derivanti dalle tessere e dalle conciliazioni, nonche’ consolidare il potere clientelare attorno alle figure degli indagati in grado di garantire assunzioni su base clientelare, stabilizzazioni, ma anche ricche buonuscite in caso di appalto”.
Nei prossimi giorni i difensori degli arrestati Eugenio Losco Mauro Straini depositeranno il ricorso al Tribunale del Riesame per chiedere la revoca delle misure cautelari di arresti domicilisri emesse dal gip Sonia Caravelli su richiesta della procura di Piacenza.Il giudice delle indagini preliminari ha fatto una sorta di copia e incolla rispetto all’istanza della procura a livello di motivazioni del provvedimento. Il gip si è differenziato sulla misura cautelare perché i pm avevano chiesto la reclusione in carcere.
(frank cimini)
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Cobas agli arresti. Se la lotta di classe è un reato
Scioperano per ottenere per i lavoratori condizioni migliori rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale di lavoro e finiscono agli arresti domiciliari per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio. È la “sorte” che tocca al coordinatore nazionale del SI Cobas Aldo Milani e tre dirigenti del sindacato a Piacenza, Mohamed Arafat, Carlo Pallavicini e Bruno Scagnelli. Siamo nel settore della logistica dove si penalizza in ogni senso un ciclo di lotte tra il 2014 e il 2021 che ha visto protagonisti decine di migliaia di lavoratori che si sono ribellati al caporalato e a condizioni di brutale sfruttamento.
Il problema è prettamente politico, se si pensa che pochi giorni fa il governo ha modificato l’articolo 1677 del codice civile eliminando la responsabilità in solido delle committenze per i furti di salario operati dalle cooperative delle ditte fornitrici. Il problema è quello annoso delle aziende che vincono gli appalti e poi subappaltano. In questo modo diminuiscono ulteriormente i diritti e le garanzie di chi lavora.I lavoratori di Piacenza già usciti dai magazzini sono in agitazione. È partito uno sciopero generale e sabato ci sarà una manifestazione nazionale.Le lotte contro lo sfruttamento vengono considerate estorsioni ai datori di lavoro. Il settore della logistica è quello che si è dimostrato più in fermento negli ultimi anni. Esiste una finalità politica all’escalation repressiva per impedire che i settori più combattivi della classe operaia possano conquistare consenso attorno a una più ampia maggioranza della popolazione. Il tutto mentre con la guerra in corso aumentano il costo della vita, inflazione e povertà.Gli operai della logistica sono tra i pochi se non gli unici a rompere una pace sociale che dura da anni. In un paese in cui quasi 700 morti per incidenti sul lavoro dall’inizio dell’anno non bastano a mobilitare i lavoratori a sensibilizzarli mentre i sindacati ufficiali se la cavano con comunicati di poche righe o con qualche ora di sciopero.SI Cobas e Usb reagiscono agli arresti parlando di “teorema antisindacale” che sarà smontato. Ma quello che deve preoccupare è il tentativo continuo di trasformare lo scontro sociale in problema di ordine pubblico e in processi penali. Quello che succede anche in relazione alle lotte contro il treno dell’alta velocità in val di Susa.Picchetti, scioperi, occupazioni di magazzini, assemblee vengono equiparati a fatti criminosi. Come se non vi fossero lo sfruttamento della manodopera per lo più straniera e ricattabile, l’utilizzo senza freno di appalti e subappalti, cooperative infiltrate dalla criminalità organizzata, diritti sindacali inesistenti e sistematicamente violati. La logistica è uno degli snodi centrali dell’economia di nuova generazione, la circolazione delle merci è un momento determinante della categoria del valore. Li la contraddizione si esprime a livello più alto.(frank cimini) -
G8, da Europa si a estradizione di Vincenzo Vecchi
Ventanni dopo. E pure oltre. Come nel rimanzo di Dumas dedicato ai tre moschettieri. La corte di giustizia europea di città del Lussemburgo chiamata in causa dalla Cassazione francese ha deciso che deve essere consegnato all’Italia Vincenzo Vecchi condannato per devastazione e saccheggio per i fatti del G8 di Genova del 2001. Vecchi residente in Francia da tempo avrebbe da scontare circa nove anni di reclusione.
La corte ha fatto prevalere la necessità della cooperazione europea sul rispetto delle formalità giuridiche. Per i giudici del Lussemburgo il mancato rispetto della condizione relativa alla doppia incriminabilita’ non è sufficiente per evitare la consegna del militante no-global al paese richiedente. I fatti sono qualificati giuridicamente in modo diverso nei due paesi, non c’è corrispondenza dei reati ma tutto ciò non conta.
“La corte fa una scelta assolutamente funzionalista garantendo l’effettività del mandato di arresto europeo anche al prezzo di possibili violazioni dei diritti fondamentali delle tradizioni costituzionali nazionali e del principio di proporzionalità“ è il commento di uno dei legali di Vecchi, Amedeo Barletta..
Insomma vince l’eurorepressione. Adesso gli atti del fascicolo processuale torneranno in Cassazuone a Parigi e poi alla corte di appello di Angers che prenderà contatti con l’Italia. Vecchi potrebbe chiedere di scontare la pena in Francia dove ci sarebbero condizioni più favorevoli. Era stato arrestato tre anni fa. Da allora è stato un susseguirsi di udienze per dirimere la questione. (frank cimini)
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Steccanella contro l’abuso di carcere preventivo
Che in Italia vi sia – e da anni – un numero inaccettabile di persone sbattute in galera prima di essere dichiarate colpevoli è un dato di fatto, e così pure che a questa deriva abbiano in larga parte contribuito i GIP nostrani con il continuo e indiscriminato ricorso a formule standard tipo “spregiudicato”, “protervia e pervicacia”, “incurante ai più elementari doveri”, “esigenze di eccezionale rilevanza”, utilizzate, senza distinzione alcuna, tanto per chi è accusato di strage quanto per chi avrebbe esibito una bolla d’accompagnamento tarocca.
Che sul punto pertanto occorresse intervenire in modo drastico e con urgenza era una priorità da cui non potevano sottrarsi tutti quelli che hanno ancora a cuore il diritto e in specie gli addetti ai lavori (anche se non solo).
Molto grave quindi, a mio modesto parere, che in occasione del recente referendum flop si sia così palesemente sbagliato tanto il metodo quanto, cosa ancor più grave, il merito.
In un momento storico particolarmente segnato da una diffusa orda manettara-etico-populista, dovuta a un disagio sociale che non trova altro sollievo se non quello di vedere il potente in gattabuia, se proprio si voleva ricorrere alla volontà popolare bisognava essere chiari e mirati al punto.
Il “problema” non era all’evidenza l’applicazione di misure cautelari tout court, ma appunto la galera indiscriminata a chiunque prima del processo, perché se si confondono le due cose facendole coincidere si precipita esattamente in quell’identica stortura culturale di chi ritiene che solo il rinchiudere un essere umano tra due sbarre d’acciaio possa tutelare la collettività da qualsivoglia rischio di recidiva.
E così si è strutturato un quesito assurdo mirato a colpire l’art. 274 anziché il successivo 275 che era proprio quello fino ad oggi palesemente applicato in modo distorto.
Con l’effetto che se mai fosse passato, cosa peraltro impensabile anche per un bambino di due anni, si sarebbe continuati a finire in gabbia per un ceffone in mezzo alla strada, mentre per l’accusato di avere rubato milioni di euro neppure l’obbligo di firmare una volta al mese presso la più vicina Questura.
Una follia di inaccettabile matrice classista, perché una giustizia che esclude per principio da ogni sanzione i reati dei ricchi tale deve essere definita, che oltretutto ha dato la facile stura ai manettari di professione per snocciolare in TV i tipici slogan di immediato effetto che tanto piacciono alla gente che piace, tipo “se passa il referendum da domani il ladro che ti svaligia la casa e il molestatore di donne indifese la faranno franca!”.
Puntando sulla guerra al lassismo invece che al cl-assismo, si è così determinata una altrettanto incoerente difesa del quesito da parte di alcune frange della sinistra antigiustizialista, insomma un vero disastro su tutta la linea.
Ma poiché non mi piace criticare a basta e visto che ho sostenuto che la modifica avrebbe dovuto riguardare l’art. 275 (e non già l’art. 274), ecco la mia proposta per novellare il numero 3 per chi avrà voglia di leggerla.
“Fuori dai casi di arresto in flagranza (ancorchè non convalidato per intervenuta decadenza dei termini indicati all’art. 390), la custodia cautelare in carcere (285) può essere disposta soltanto se il PM richiedente ha indicato specifici elementi intervenuti successivamente alla commissione del/i fatto/i per cui si procede attribuibili all’indagato (o a chi nello stesso procedimento è accusato di avere concorso con lui nella commissione dello/gli stesso/i), tali da rendere non eludibile con l’applicazione di diversa misura il concreto rischio di reiterazione (274, lett. c. Cpp).
In ogni caso non può essere disposta la custodia cautelare in carcere quando risultano trascorsi 3 mesi tra la richiesta del PM e il provvedimento del giudice senza che siano statisuccessivamente acquisiti nuovi elementi dai quali dedurre la perdurante attualità dell’esigenza cautelare a suo tempo indicata dal PM richiedente”.
Per il resto può rimanere così com’è, anche se per mio conto eliminerei anche l’obbligatorietà presuntiva per taluni reati, ma il meglio, come diceva qualcuno, è nemico del…bene.
(avvocato Davide Steccanella)
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Caso Moro, siamo passati dai misteri ai miracoli
Nel caso Moro siamo passati dai misteri inesistenti ai miracoli che si verificano. È comparsa improvvisamente una strana figura di cui mai si era avuto sentore in passato, quella di un tecnico del suono che come secondo lavoro per arrotondare fa il vice procuratore onorario al tribunale di Roma. Si chiama Mario Pescilavora per la Pantheon Sel che fornisce servizi tecnici a Radio Radicale. In sostanza si tratta di fare le registrazioni che l’emittente commissiona.
Pesce era stato incaricato di registrare il 12 maggio scorso il dibattito relativo alla presentazione del libro di Paolo Persichetti “La polizia della storia” sulle fake news del caso Moro e sulla vicenda del sequestro dell’archivio più pericolo del mondo.
Pesce era stato riconosciuto e mostrava di non gradire la circostanza e nemmeno la sua presenza sul posto. Avrebbe potuto chiedere di farsi sostituire. Mario Pesci invece andava a farsi un giro per poi tornare restandosene appartato. Alla fine affermava di aver registrato ma che il microfono non aveva funzionato. Bisogna considerare che i tecnici portano sempre del materiale di scorta come un secondo microfono.
Insomma non c’è la registrazione del dibattito con l’autore del libro, la filosofa Donatella Di Cesare, l’avvocato Francesco Romeo. Esiste invece la possibilità di una singolare coincidenza, che si sia trattato di un sabotaggio al fine di evitare la divulgazione della registrazione. Non si può non considerare il secondo lavoro del signor Pesci. Lavora in quell’ufficio giudiziario che ha messo in piedi una indagine che non sta in piedi a carico di Paolo Persichetti. Il perito del giudice infatti ha accertato che non c’erano atti riservati della commissione Moro nell’archivio del ricercatore quindi non può esserci la violazione del segreto d’ufficio.
Raccontiamo questa ulteriore storia di democratura relativa a un caso che dopo 44 anni non sembra voler smettere di sorprendere. Ma le sorprese continuano ad andare in una sola direzione.
Perché ci sono uffici giudiziari e commissioni parlamentari che tentano in tutti i modi di andare oltre l’esito di cinque processi secondo i quali dietro le Br c’erano solo le Br. Perché lor signori insistono “a ricercare la verità” tanto per usare le patetiche parole di Mattarella. E per raggiungere l’obiettivo fanno carte false arrivando a impedire la registrazione di un dibattito su un libro di ricerca storica indipendente (frank cimini) -
Le bufale su Moro un affare per l’archivio Flamigni
L’archivio Flamigni che da decenni diffonde bufale dietrologiche sul caso Moro riceve una consistente mole di finanziamenti pubblici soprattutto dal ministero della Cultura. 40 mila euro il 9 gennaio del 2019, 38 mila euro il 15 aprile, 2000 euro il 15 ottobre. Vanno aggiunti 40 mila euro il 20 maggio dall’istituto centrale per gli archivi convenzione per portale della rete degli archivi, 3491 euro il 7 agosto dall’Agenzia delle entrate.
Altri soldi nel 2020. Dal ministero 49.157 euro il 22 giugno, 8300 euro il 29 dicembre. Dall’Agenzia delle entrate 4512 euro il 30 luglio, 4474 euro il 6 ottobre.
Insomma si tratta di un vero e proprio affare. Per carità tutto regolare, tutto secondo la legge.
Il primo febbraio del 2021 l’archivio della fondazione Flamigni era stato trasferito presso lo spazio Memo per gentile concessione della Regione Lazio con visita e complimenti del governatore Zingaretti. Insomma la dietrologia e il complottismo hanno molto successo in questo paese. Vengono più che incoraggiati. Del resto siamo dove siamo. Dove ogni 16 marzo ogni 9 maggio a dire che “bisogna cercare la verità” è il presidente della Repubblica e del Csm a discapito di 5 processi dove sono state escluse responsabilità diverse da quelle delle Brigate Rosse.
Si tratta di esiti processuali ignorati dalle commissioni parlamentari di inchiesta e dalla procura di Roma che continuano la caccia alle streghe e a improbabili complici che non sarebbero stati individuati. L’ultima bufala in ordine di tempo è quella partita l’8 giugno dello scorso anno con il sequestro dell’archivio più pericoloso del mondo, le carte di Paolo Persichetti, ricercatore storico indipendente. Un’operazione di propaganda mediatica targata Magistratura Democratica alla quale appartengono sia il pm Albamonte sia il gip Savio con la sponda dell’ex presidente della commissione Fioroni dove il capo di incolpazione è cambiato cinque volte.
Il 30 di aprile sarà depositata la perizia che verrà discussa nell’udienza del 22 maggio con estrazione della copia forense. A quasi un anno dal sequestro dell’archivio Persichetti che non riceve finanziamenti pubblici a differenza della fondazione Flamigni ma solo avvisi di garanzia. Cioè con la garanzia che la caccia ai fantasmi e il depistaggio sul caso Moro non finiranno mai. Probabilmente perché tutto serve per governare adesso (frank cimini) -
Il Papa straniero si insedia in procura dopo Pasqua
Si insedierà in procura a Milano dopo Pasqua il procuratore generale di Firenze Marcello Viola scelto ieri dal Consiglio Superiore della Magistratura per succedere a Francesco Greco andato in pensione a metà novembre.
Il ministro della Giustizia Marta Cartabia aveva espletato la formalità pressoché burocratica del concerto già prima della decisione finale del plenum del Csm. Nel senso che per il ministero non ci sarebbero stati problemi per nessuno dei tre candidati usciti dalla commissione incarichi direttivi.
Dal momento che il procuratore facente funzione Riccardo Targetti va in pensione il 15 aprile la procura di Nilano sarà retta per pochi giorni dall’aggiunto Tiziana Siciliano indicata per l’incarico dallo stesso Targetti in attesa che il nuovo procuratore prenda possesso dell’ufficio. (frank cimini) -
I consigli dell’avvocato Gabriele Fuga dalla cella accanto
Quando in Italia accadeva quello che accade oggi per esempio in Turchia. Arrestavano gli avvocati o licostringevano a rifugiarsi all’estero. Con l’alibi della “lotta al terrorismo” lo stato democratico nato dalla Resistenza antifascista massacrava il diritto di difesa identificando i legali con la “banda armata” di cui eranoaccusati di far parte i loro assistiti. Gabriele Fuga racconta la sua vicenda giudiziaria politica e umana nel libro che ha per titolo “La cella dell’avvocato”, circa 300 pagine, 17 euro, edito da Colubri’ cioè Renato Varani uno dei pochi editori rivoluzionari rimasti a combattere nel modo in cui è possibile farlo adesso.
Fuga, già autore insieme al compianto Enrico Maltini di “La finestra e’ ancora aperta” (la più completa ricostruzione dell’omicidio Pinelli) ricostruisce un periodo storico, parte integrante del più serio tentativo di rivoluzione nel cuore dell’Occidente.
Sulla base esclusiva delle dichiarazioni a verbale del “pentito” Enrico Paghera l’avvocato Fuga fu incarcerato con l’accusa di far parte di Azione Rivoluzionaria gruppo anarchico. Verrà assolto dopo
unanon breve carcerazione preventiva e dovette fronteggiare un altro mandato di arresto spiccato a Milano in relazione all’attività di Prima Linea. Il giudice che aveva firmato il provvedimento poi revocato dopo l’assoluzione nel processo di Livorno sarà eletto parlamentare europeo nelle liste del Pci.
Fuga racconta la vita in carcere, l’assistenza legale fornita agli altri detenuti, istanze, consigli, suggerimenti. A Livorno dopo aver litigato con i suoi legali amici tentò anche la strada dell’autodifesa, spiegando che il consiglio dell’ordine di Milano non lo aveva sospeso e che quindi lui era nel pieno delle sue funzioni. Il pm diede parere contrario dicendo rivolto ai giudici: “io non posso stare sullo stesso piano di un imputato che condannerete come terrorista”. Questo era il clima in cui si svolgevano i processi. I giudici negarono l’autodifesa, ovviamente.
Nel libro sono evocate le storie di altri legali accusati di terrorismo. Da Sergio Spazzali a Edoardo Arnaldi il quale si uccise a Genova nel suo studio durante una perquisizione per non finire in carcere. Da Luigi Zezza che si rifugiò a Parigi lavorando nel quotidiano Liberation a Giovanni Cappelli andato pure lui all’estero.
“Qualunque sia la vostra sentenza qualunque sia l’esito dell’ istruttoria in corso a Milano io continuerò a fare l’avvocato- aveva detto Fuga in sede di dichiarazioni spontanee a Livorno- perché come anarchico e come legale rivendico il diritto e il dovere di difendere tutti i compagni che si rivolgono a me anche quelli che vengono ritenuti ‘compagni che sbagliano’ distinzione che non mi interessa e che non mi permetterei mai fare”. (frank cimini) -
Dopo 7 anni Mantovani assolto. Pm ormai sempre ko
La mitica procura di Milano ormai non vince più un processo che sia uno. In appello è stato assolto tra gli altri Mario Mantovani ex parlamentare di Forza Italia ex vicepresidente della Regione Lombardia il quale era stato anche arrestato con la misura cautelare firmata dal gup a un anno di distanza dalla richiesta dei pm. Sono passati ormai sette anni, una vita.
La seconda sezione penale d’appello oltre a confermare l’assoluzione di Garavsglis e di un altro imputato (gia’ decise dal Tribunale), ha ribaltato in toto il verdetto di primo grado per tutti gli altri (una decina gli imputati in totale) assolvendoli nel merito. Assolto, dunque, dopo essere stato arrestato quasi 7 anni fa e condannato in primo grado a 5 anni e mezzo di reclusione, l’ex numero due del Pirellone ed ex assessore alla Sanita’ Mario Mantovani, difeso dal legale Roberto Lassini. Assolto, tra gli altri, anche il contabile Antonio Pisano, difeso dall’avvocato Davide Steccanella. Per Garavaglia anche ex viceministro all’Economia, il pg Massimo Gaballo aveva chiesto una condanna a un anno e 6 mesi. Rispondeva solo di uno dei 13 capi di imputazione al centro del processo. In primo grado la Procura aveva chiesto 2 anni per Garavaglia, ma per il Tribunale mancavano “elementi adeguatamente dimostrativi per affermare” che l’ex assessore avesse dato un contributo “anche solo nella forma della agevolazione alla turbativa” e non c’erano “elementi per affermare una sua consapevolezza”. Secondo l’accusa, l’allora assessore lombardo all’Economia nel giugno 2014 avrebbe dato, assieme a Mantovani, “disposizioni” e “l’input iniziale” per “vanificare gli esiti del bando” di una gara da 11 milioni di euro.
I difensori degli imputati osservano che la corte d’appello ha evitato un errore giudiziario. Da un po’ di tempo nei processi per reati contro la pubblica amministrazione la procura esce sempre sconfitta e questa volta divide il ko con la procura generale che aveva deciso di sostenere la tesi colpevolista.
Insomma restiamo nel clima del presunto credo Eni-Nigeria che aveva prodotto la sentenza di assoluzione oltre alla guerra interna alla procura tra il sostituto Paolo Storari e i capi dell’ufficio inquirente con l’intera vicenda finita sul tavolo del procuratore di Brescia. Nel momento in cui si celebra (si fa per dire) il trentennale Mani pulite appare sempre più lontana e la procura completamente allo sbando. Toccherà al nuovo procuratore capo che il Csm dovrà nominare a breve riorganizzare l’ufficio e istruire i processi in modo più convincente al fine di interrompere il momento nero dell’accusa (frank cimini) -
NoTav, da eredi Caselli 67 faldoni di atti per 4 fumogeni
Per quattro fumogeni accesi durante i presidi contro il Tav la procura di Torino ha costruito un’inchiesta che ammonta a 67 faldoni di atti, fin qui utili a ottenere 13 misure cautelari ma anche la bocciatura da parte del gip dell’accusa relativa all’associazione sovversiva.
Trattandosi degli eredi di Caselli e Maddalena che cercarono d trasformare un compressore bruciacchiato in una sorta di rapimento Moro del terzo millennio non esistono dubbi. La procura chiederà il processo anche per il reato associativo pur avendo subito per il momento uno stop significativo.
Questa mattina c’è stata la conferenza stampa per replicare agli arresti.
Le misure cautelari sono 13, due dei quali, Giorgio Rossetto e Umberto Raviola sono stati tradotti nel carcere delle Vallette, a Torino, e riguardano una serie di iniziative e manifestazioni che, dall’estate 2020, si sono svolte in Val Clarea, dove si trova il cantiere Tav di Chiomonte e a San Didero, dov’è situata la recinzione per quello che dovrebbe diventare il nuovo autoporto valsusino. I reati contestati sono quelli di violenza privata e resistenza aggravata a pubblico ufficiale.
“Procura, Magistratura e Mass media hanno tentato da sempre di sporcare questa lotta con una narrazione falsa che tenta di dividere tra buoni e cattivi – afferma Nicoletta Dosio, storica No Tav – di riproporre la solita retorica legata alla distinzione tra “buoni e cattivi – all’interno del Movimento No Tav, cercando di ricostruire fantomatiche regie dietro ad ogni iniziativa o manifestazione. “Quando il potere è ingiusto la resistenza è diritto e dovere di tutti – continua Nicoletta Dosio – Non basteranno i tribunali, il carcere e le fandonie sul nostro conto per farci tornare a casa. Solidarietà dal movimento No Tav ai nostri compagni che stanno subendo queste misure cautelari”.
Inoltre, ieri le forze dell’ordine, senza grandi risultati, hanno perquisito anche i Presidi No Tav dei Mulini e di San Didero, da tempo vissuti dal movimento, all’interno dei quali sono state realizzate numerose iniziative popolari e varie azioni di monitoraggio e disturbo dei cantieri.
“L’operazione di ieri è stata di uno squallore universale – tuona Alberto Perino, No Tav di vecchia data – ed è la dimostrazione che il movimento No Tav è estremamente forte e fa paura a tutti. Se essere sovversivi significa opporsi a questo sistema e a questo governo inutile, che punta solo a garantirsi la pensione e che può decidere qualsiasi cosa, allora noi continueremo ad essere “sovversivi” e a resistere come facciamo da 30 anni e continueremo a farlo per altrettanti se necessario”. Facendo poi eco alla Dosio “questo perché, al di là della narrazioni tossiche dei mass media rispetto al Tav, ormai si è svelata quale è la vera utilità di questi corridoi ferroviari che ormai sono diventati corridoi di guerra e morte” ha concluso Alberto Perino.
“La finalità è lampante – afferma Andrea Bonadonna – continuano ad essere utilizzati strumenti atti a silenziare e reprimere qualsiasi dimensione di dissenso sociale, e questo è molto grave. Ogni capo di imputazione è inserito in una cornice posta lì per tentare di delegittimare e silenziare quello che è il movimento più longevo della storia del nostro Paese, che da 30 anni si batte contro la costruzione della linea ad Alta Velocità Torino – Lione, con il solo e unico obiettivo di salvaguardare la salute del territorio, di chi lo vive e del futuro delle nuove generazioni. (frank cimini) -
Arresti tra i NoTav per i fumogeni nei sit-in ai cantieri
La magistratura appare sempre più in prima linea a tutela dell’affare alta velocità. 2 militanti NoTav sono finiti in carcere altri 2 ai domiciliari e in 9 sono destinatari di obbligo di firma con divieto di risiedere nei comuni della Val di Susa accusati di Resistenza aggravata a pubblico ufficiale è violenza privata in relazione a sit-in e manifestazioni sia davanti ai cantieri sia a Torino città. “Utilizzo di artifici pirotecnici” si legge nella misura cautelare. Cioè nell’Italia del governo di migliori si finisce in galera per quattro fumogeno mentre si protesta legittimamente contro un’opera che da 30 anni sta devastando un territorio un tempo tra i più incontaminati del paese.
Il movimento NoTav in un comunicato fa osservare: “In Val di Susa abbiamo vissuto anni di pandemia in cui mentre chiedevamo risorse per affrontare la crisi sul territorio, mentre cercavamo di prenderci cura della nostra comunità e dei nostri affetti il sistema del Tav occupava intere porzioni del nostro territorio con migliaia di uomini, idranti e lacrimogeni per installare cantieri che servono solo a drenare denaro pubblico. Il nostro è un movimento con decenni di storia alle spalle, abbiamo visto passare governi, questori e prefetti. Abbiamo sempre deciso collettivamente come portare avanti la nostra resistenza, come affrontare la violenza istituzionale che nonostante la contrarietà popolare all’opera ha militarizzato senza remore un’intera valle. Non ci faremo certo intimorire da questa operazione, consapevoli che in questi tempi di guerra, crisi climatica e sociale la nostra lotta, nel nostro piccolo, è uno spiraglio per costruire una speranza per il futuro”.
Il movimento denuncia il tentativo con questa operazione di arrivare a una divisione tra buoni e cattivi. È stato perquisito il centro sociale Askatasuna del quale politici particolarmente zelanti insistono a chiedere la chiusura.
Il problema è politico ma come al solito viene presentato come questione primaria di ordine pubblico. Nel caso specifico magistratura e politica appaiono sempre più unite nella lotta a tutelare tra l’altro appalti e lavori sulla cui trasparenza si è sempre fatto a meno di indagare in profondità. Ogni energia investigativa è concentrata su chi si oppone all’opera forzando fino a contestare nel recente passato la finalità di terrorismo poi caduta in Cassazione dove alcuni giudici facevano notare che il troppo è troppo. La procura di Torino però non demorde: per chi accende fumogeni c’è persino la galera (frank cimini) -
Il carcere istituzione reietta, saggio dI Valeria Verdolini
Ci sono addirittura ex magistrati che in servizio lo usarono per acquisire fonti di prova estorcere confessioni a proclamare l’inutilità del carcere a proporre la necessità di superarlo come unica sanzione possibile.
Quindi bisogna chiedersi come definire il carcere nel terzo millennio. Un contributo rilevante e controcorrente arriva da Valeria Verdolini, sociologa, docente all’Universita’ Bicocca. 247 pagine, 18 euro, Carrocci Editore. Il titolo è “L’istituzione reietta”.
Per spiegare come arriva a tale definizione, Verdolini afferma che il carcere si presenta come istituzione residuale che svolge una serie di compiti non richiesti dal mandato formale ma ascrivibili a un welfare a basso costo, housing sociale per i senza fissa dimora, centro di accoglienza per i migranti, comunità terapeutica per i tossicodipenfenti, comunità psichiatrica per le fragilità, centro impiego per i disoccupati, residenza sanitaria e di lungodegenza per anziani.
Si tratta di vulnerabilità che raramente trovano una risposta integrata fuori dalle mura del penitenziario. “Proprio perché contiene, incapacita, raccoglie e gestisce ho scelto l’aggettivo ‘reietta’ – scrive l’autrice – Reietto deriva dal latino reiectus, participio passato di reicere. Il primo significato è respingere rigettare, un’eccezione che comprende le riflessioni sul carcere come discarica sociale, come pattumiera senza speranza”.
L’istituzione è reietta proprio perché si demanda a essa una serie di funzioni che si sono ritirate o che comunque non presentano risorse sufficienti per gestire la popolazione che ne richiede il sostegno. La funzione di discarica sociale viene assolta solo in parte perché non è risolutiva, non ingloba tutta la sofferenza sociale ne’ tantomeno la marginalità.
Si potrebbe parlare di funzione vicaria del carcere, ennesima puntata dell’infinita emergenza italiana, iniziata almeno mezzo secolo fa con la magistratura chiamata dalla politica a risolvere la questione della sovversione interna per delega totale. E che dura fino si giorni nostri. Verdolini ricorda il doppio binario pentitismo/carcere durissimo. Un meccanismo che non disinnesca i processi di devianza ma tende ad amplificarli o ad affievolirli solo sulla base di un criterio di opportunità.
E infatti stiamo a parlare oggi di ergastolo ostativo e delle difficoltà per arginarlo perché grandissima parte della politica e della magistratura in questo unite nella lotta fanno prevalere il bisogno di sicurezza sulla necessità di rispettare i diritti delle persone. Che restano persone portatrici di diritti anche dopo aver preso l’ergastolo e non possono essere inchiodate per sempre a reati commessi moltissimo tempo fa (frank cimini) -
La difesa penale trap di Neima Ezza
con un videoclip dai domiciliari“Sono finito sopra il tg per un video assembramento / incolpato di rapina eppure sono innocente…Questi sai cosa dicono ‘un artista ruba l’oro’ / il mio contratto di lavoro vale dieci volte il loro”.
Forse il suo avvocato avrebbe declinato diversamente la difesa ma, si sa, quello del penalista è un lavoro difficile anche perché talvolta gli assistiti sfuggono ai suggerimenti del proprio legale. Arduo il compito di chi magari preferirebbe tenere la linea del silenzio se ha a che fare con un cliente che di parole vive e con le parole guadagna popolarità, views e denaro. Tant’è, Neima Ezza (247mila follower solo su Instagram, nome ormai affermato nella scena trap italiana) la sua difesa non solo l’ha delineata, ma l’ha anche messa in rima, o meglio in assonanze trap. E lo ha fatto dagli arresti domiciliari, producendo questa questa clip dal titolo ‘Risposta‘, annunciata con post sui social nel pomeriggio del 26 gennaio 2022. Voce off, Neima non compare mai in video, ma la voce è la sua. Tra vittimismo e accuse non proprio velate alla polizia e giornalisti, Amine Ez Zaaraoui, questo il suo vero nome, la butta in musica. Chissà se i magistrati ne apprezzeranno almeno lo sforzo artistico. Era stato arrestato per rapina in un’indagine della polizia, su richiesta del pm Leonardo Lesti e provvedimento del gip Manuela Scudieri. Ai domiciliari “con divieto di comunicare con qualsiasi mezzo, direttamente o indirettamente, con persone diverse dai famigliari conviventi e dal difensore”.
Due vittime di rapina lo descrivono come colui che “materialmente strappa la catenina”, indicandolo su un album di fotoriconoscimento della Questura dal titolo “Baby trap“. Quattordici facce, e quella di Neima Ezza viene riconosciuta “con assoluta certezza”.

Ricordi che ora dovranno affrontare la prova delle ulteriori indagini, e certamente delle contestazioni del suo legale, che conta invece di avere frecce al proprio arco. L’avvocata Gaia Scovazzi ha prodotto foto e video tratte da Instagram che proverebbero che il trapper ventenne “non era sul luogo delle due rapine” che gli vengono contestate. Agli atti, fa notare la difesa, ci sono solo riconoscimenti delle vittime “non validi” perché effettuati “praticamente solo con le foto degli indagati”. Pure i dati delle celle telefoniche dimostrerebbero, per il difensore, l’innocenza del 20enne. Sottolineando la necessità di un provvedimento cautelare nei suoi confronti, la Squadra mobile della polizia argomentava anche sulla sua presunta “condizione di devianza (modo di vivere e pensare che trova riscontro anche nei testi cantati)”.
Il giovane trapper ha provato di nuovo a cantarle a tutti. Vedremo se l’impeto artistico lo aiuterà. -
Greco e Davigo s’erano tanto amati e pure armati
Era assolutamente inimmaginabile fino a non molto tempo fa. Francesco Greco il procuratore di Milano andato in pensione a metà novembre rischia il processo per diffamazione ai danni di Piercamillo Davigo.
La storia è quella dei verbali dell’avvocato Piero Amara consegnati dal pm Paolo Storari a Davigo all’epoca consigliere del Csm. C’è un passaggio della dichiarazione a verbale di Greco davanti ai pm di Brescia che Davigo non ha proprio digerito.
“L’uscita dei verbali era nell’interesse di Davigo che non si è preoccupato assolutamente della sorte del procedimento è quando ha lasciato il Csm quei verbali li ha abbandonati. Fatto imbarazzante”.
Secondo Greco Davigo era interessato a far uscire soprattutto le parole con cui Amara chiamava in causa il magistrato Sebastiano Ardita un tempo suo alleato con il quale aveva successivamente rotto ogni rapporto.
La procura di Brescia ha chiuso le indagini su Greco e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio. Recentemente Greco aveva visto archiviare l’accusa a suo carico per omissione in atti d’ufficio per la ritardata iscrizione al registro degli indagati di Amara che era stata sollecitata da Storari.
È la storia della famosa loggia Ungheria tirata fuori da Amara sulla quale formalmente indagano diverse procure ma di cui non si è saputo più niente.
Questo accade nel trentennale di Mani pulite. Si erano tanto amati ì componenti del mitico pool del quarto piano di corso di Porta Vittoria e pure armati per rivoltare l’Italia come un calzino, combattere come “fenomeno” quella corruzione che in realtà c’era anche prima del magico 1992. Quando la magistratura inquirente in testa giusto la procura di Milano aveva fatto finta di non vedere e non sentire perché evidentemente non era ancora ora di attaccare la politica.
A trent’anni esatti dalla grande farsa, utilizzata dalle toghe per aumentare il loro potere, in procura a Milano si sta vivendo un tutto contro tutti, ufficializzato dal 57 pm su 64 i quali più che votare un documento contro il trasferimento di Storari si schierarono contro l’allora procuratore Francesco Greco. La maggior parte di loro si sentiva penalizzata dal modo in cui il capo aveva organizzato l’ufficio.
Greco dovrà fronteggiare la diffamazione a carico di Davigo. Davigo e Storari il 3 febbraio si troveranno in udienza preliminare per quei verbali di Amara un tempo ritenuto il testimone della corona per vincere il processo contro i vertici dell’Eni che invece finiva in una sconfitta totale.
Nei prossimi giorni il Csm sarà a Milano per sentire Storari che rischia il trasferimento per incompatibilità ambientale. Al pari di Fabio De Pasquale il procuratore aggiunto indagato a Brescia insieme al collega Sergio Spadaro nel frattempo approdato alla procura europea. Il prossimo 17 febbraio, anniversario dell’arresto di Mario Chiesa, ci sarà niente da celebrare anche se la procura di Milano continua a godere di ottima stampa. Il Corriere della Sera non smette di scrivere che è stata un baluardo dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura. 30 anni fa i grandi editori italiani sotto schiaffo del pool per altre loro attività appoggiarono Mani pulite il che permise loro di “farla franca” per dirla con Davigo. Insomma la riconoscenza esiste ancora in questo mondo.
(frank cimini) -
Steccanella racconta il tribunale compresi “gli indifendibili”
“Alcuni imputati spesso per ragioni mediatiche sono di fatto considerati indifendibili. Ciò significa che essere il loro avvocato vuol dire non contare quasi nulla perché tutti quelli che incontri magistrati compresi ti ripetono che si è giusto assumere la loro difesa e denunciare l’eventuale lesiine dei loro diritti ma non si può fare molto pena la violenta reazione dell’opinione pubblica”. Gli indifendibili clienti dell’avvocato Steccanella sono Cesare Battisti e Renato Vallanzasca.
A loro l’avvocato dedica un capitolo del suo ultimo lavoro “La giustizia degli uomini” edito da Mimesis 234 pagine, 18 euro.
“Tutto ciò che riferirò è realmente accaduto perché la giustizia è amministrata da uomini per definizioni fallibili. Chi preferisce pensare che nei processi venga sempre accertata la verità farà meglio a lasciar perdere questo libro” avverte Steccanella.
Ma torniamo agli indifendibili il capitolo più interessante a parere di chi scrive queste povere righe. “Il caso Vallanzasca è stato per ne ancora peggiore del caso Battisti perché dopo lo schiaffo subito da un magistrato di sorveglianza ho dovuto rinunciare seppure con amarezza alla sua difesa. Questo giudice scrisse che per concedere la semilibertà a un ultra settantenne dopo 47 anni di galera e responsabile negli ultimi anni soltanto di un tentato furto di mutande in un supermercato occorreva ‘un percorso graduale’ senza considerare le relazioni favorevoli degli esperti del carcere e la disponibilità ad accoglierlo di due comunità di recupero”.
“Battisti è l’emblema del terrorista mentre Vallanzasca è semplicemente l’embkema del criminale” scrive l’avvocato Steccanella ricordando che Battisti prese parte a quella violentissima fase di lotta sociale armata che per circa 15 anni contrassegnò la storia del nostro paese.
Dopo la consegna di Battisti da parte della Bolivia in violazione degli accordi stipulati tra Italia e Brasile Steccanella ricorda che è stato impossibile ottenere un documento capace di spiegare la pericolosità del soggetto “in modo da poter impugnarla davanti alle sedi competenti”.
Una pericolosità che a distanza di oltre 40 anni dai fatti Steccanella definisce assurda. “Anche la semplice richiesta di ottenere cibo compatibile con il proprio stato di salute è sempre risultata difficile” ricorda il legale a proposito del riso in bianco negato a Battisti, “il solo protagonista di quel particolare periodo storico a scontare la pena in condizioni carcerarie speciali come fossimo ancora negli anni ‘70 in piena ‘emergenza terrorismo’, anni di cui peraltro sanno poco o nulla tutti quelli che si stanno occupando di lui ora”.
(frank cimini) -
G8, battaglia su estradizione Vecchi davanti a corte Ue
La corte di giustizia europea del Lussemburgo deciderà entro l’estate in merito alla consegna all’Italia da parte della Francia di Vincenzo Vecchi condannato per devastazione e saccheggio in relazione ai fatti del G8 di Genova del 2001. La corte deve rispondere ai chiarimenti chiesti dalla Cassazione francese in merito alle differenze tra i codici dei due paesi.
Oggi davanti alla terza sezione della Corte di giustizia presieduta dalla estone Küllike Jürimäe hanno partecipato alla discussione
gli avvocati di Vincenzo Vecchi, Paul Mathonnet e Amedeo Barletta, i rappresentanti della Commissione UE e i rappresentanti del Governo francese.
La Corte é apparsa molto attenta ponendo una serie di questioni agli avvocati intervenuti nel corso di una discussione durata oltre due ore.
Il tema centrale riguarda l’applicazione del principio della doppia punubilitá in relazione al mandato di arresto europeo.
La difesa di Vecchi ha sostenuto una interpretazione tesa a valorizzare la differenza sostanziale esistente tra il reato di devastazione e saccheggio previsto dalla disciplina italiana e le condotte previste dal codice penale francese, che non tutelano a dispetto della disciplina italiana l’ordine pubblico.
Il Governo francese ha di contro difeso una interpretazione sostanzialista della decisione quadro a tutela della effettivitá dello strumento di cooperazione giudiziaria mentre la Commissione europea ha fatto emergere maggiori aperture verso una interpretazione del principio che possa valorizzare le differenze tra i sistemi giudiziari nazionali, consentendo anche la non esecuzione dei mandati di arresto o la esecuzione parziale in presenza di divergenze sostanziali tra le ipotesi penali dei diversi Stati membri.
E’ intervenuto anche l’Avvocato generale della Corte di giustizia Rantos che ha preannunciato le proprie conclusioni scritte per il prossimo 31 marzo.
La decisione della corte del Lussemburgo è attesa nel giro di tre o quattro mesi. Poi gli atti torneranno alla Cassazione francese dove aveva presentato ricorso la procura di Angers contro la decisione della corte locale.
Vincenzo Vecchi vive e lavora in Francia da diversi anni. Era stato arrestato nel 2019 poi rimesso in libertà in attesa delle decisioni della giustizia francese. Sia Roma sia Parigi sollecitano la consegna del militante no-global all’Italia dove dovrebbe scontare un residuo di pena di un anno e 2 mesi. La condanna per gli scontri relativi alla manifestazione antifascista di Milano infatti era stata considerata già scontata. (frank cimini) -
G8, Roma e Parigi pressano Corte Ue: Vecchi in Italia
Il governo italiano e quello francese insieme alla procura di Angers pressano la corte di giustizia europea del Lussemburgo al fine di ottenere la consegna alle autorità del nostro paese di Vincenzo Vecchi condannato per devastazione e saccheggio in relazione ai fatti del G8 di Genova del 2001. Vanno in questa direzione le memorie depositate presso la corte Ue che è impegnata nell’udienza dì giovedì 20 gennaio al fine di rispondere alla Cassazione francese.
La Cassazione d’Oltralpe si è rivolta alla Ue per avere spiegazioni in relazione all’esecuzione del mandato di arresto europeo perché il reato di devastazione e saccheggio non è riconosciuto dal codice francese. Secondo la procura di Angers e i governi dei due paesi invece la condizione della doppia incriminazione è ugualmente soddisfatta e il mandato di arresto va eseguito dal momento che sarebbe pacifico secondo la condanna che Vincenzo Vecchi alcuni dei fatti contestati li ha commessi.
L’iter giudiziario è ancora lungo. Alla prima udienza interverranno le parti in causa. Vecchi ha come difensori Paul Mathonnet e Amedeo Barletta. Poi i giudici rivolgeranno domande ai legali. Tra alcune settimane ci sarà l’intervento dell’Avvocato generalepresso la Corte di giustizia europea che emetterà la sentenza non prima di tre o quattro mesi. Poi tutto tornerà nelle mani della Cassaziond francese.
Per il governo italiano il rifiuto opposto dalla corte di Angers alla consegna di Vecchi “equivale a garantire all’interessato l’impunita’ per la totalità dei fatti anche se la la maggior parte di essi non è contestato che per la maggior parte di essi la consegna sarebbe stata possibile”.
I due governi e il pm di Angers vogliono evitare la verifica delle imputazioni temendo che in questo modo salti il sistema della cooperazione giudiziaria. Si muovono in una logica repressiva con una visione di giustizia sostanziale.
(frank cimini) -
Nel palazzo di giustizia a Torino
“Via con la forza i magistrati senza green pass”
“Ribadisco l’assoluta necessità di essere severissimi nei confronti di coloro che debbono obbligatoriamente esibire il green pass, magistrati compresi. Non è sufficiente affermare di averlo (…) Chi non ottempera deve essere impedito (anche fisicamente ed anche con il ricorso alla forza pubblica) di accedere al palazzo di giustizia, magistrati compresi“.O green pass, o non pass. O la certificazione verde l’hai davvero, oppure nel palazzo di giustizia di Torino non ci entri. E se qualcuno ci prova lo stesso, scrive il procuratore generale Enrico Saluzzo con piglio inflessibile, intervenga la forza pubblica. Anche contro i magistrati. Certo la scena di una toga accompagnata con la forza all’uscita per ordine del Pg sarebbe da pop corn. E chissà che Saluzzo non abbia voluto mandare un messaggio a qualche ribelle toga no green pass, o no vax. Certo il tono della circolare, con tanto di sottolineature e maiuscole bloccate, dà già da sorridere ad alcuni suoi colleghi, e ne farà innervosire qualcun altro.
A Milano, il documento firmato il 10 gennaio dalla procuratrice generale Francesca Nanni e dal presidente di Corte d’appello Giuseppe Ondei, usa un linguaggio assai più pacato. Ricordando la necessità di green pass per “i difensori, i consulenti, i periti e gli altri ausiliari estranei all’amministrazione della giustizia”, la circolare precisa – suscitando già le proteste di diversi avvocati, chi per questioni di diritto, chi per posizioni no vax – che “l’assenza del difensore conseguente al mancato possesso o alla mancata esibizione della certificazione verde non costituisce impossibilità di comparire per legittimo impedimento”. I controlli all’ingresso saranno a campione solamente nelle sedi ove non sia ancora in funzione la vigilanza (uffici minori quali il Giudice di pace di Rho). Negli al tri casi, pare di capire, la verifica sarà persona per persona. E dal 15 febbraio la vigilanza dovrà chiedere a tutti gli over 50 non più il green pass semplice, ma quello rafforzato.
A Perugia, il Pg Sergio Sottani, parla della situazione in cui “su richiesta (i soggetti indicati) non esibiscono la certificazione verde base”, nel qual caso ovviamente non potranno accedere al palazzo. Ma ringrazia “per la consolidata collaborazione istituzionale”. -
La mitica procura allo sbando ma Csm non ha fretta
Il Consiglio superiore della magistratura non sembra proprio avere fretta di nominare il nuovo procuratore capo di Milano dopo l’uscita per pensionamento di Francesco Greco avvenuta a metà del novembre scorso. Ci vorranno settimane se non addirittura mesi. Intanto la mitica procura che fu di Mani pulite continua a funzionare con l’organizzazione che le aveva dato Greco generando con il passare del tempo insoddisfazioni e incertezze. Una situazione simboleggiata poi dai 57 pubblici ministeri su 64 che votarono contro il trasferimento di Paolo Storari chiesto dal pm della Cassazione in seguito alla vicenda dei verbali di Amara consegnati a Davigo. Fu un voto che andava al di là dell’episodio specifico e che suonava come la generale sfiducia dei sostituti per il capo della procura, avversario di Storari nell’intervista vicenda Eni.
Attualmente c’è un procuratore della Repubnlica facente funzione Riccardo Targetti che andrà in pensione nel prossimo mese di aprile a dimostrazione ulteriore del quadro estremamente fluido dell’ufficio. Il Csm si sarebbe “tranquillizzato” dopo aver risolto il caso della procura di Rona con la nomina di Lo Voi al posto di Prestipino. Era considerato il caso più spinoso dopo che TAR e Consiglio di Stato avevano deciso per l’irregolarità della nomina di Prestipino accogliendo il ricorso del Pg di Firenze Marcello Viola.
Una vittoria che a Viola non ha portaro bene perché la sua candidatura a capo della procura di Roma è stata bocciata per la seconda volta e a vantaggio di Lo Voi. A viola insomna continuano a nuocere i ricami di chiacchiere intorno alla famosa riunione dell’hotel Champagne con i politici nonostante la sua conclamata estraneità alle operazioni sottobanco.
Al punto che Viola non sarebbe messo bene nemmeno per diventare capo della procura di Milano e sarebbe costretto a puntare su quella di Palermo. Viola sarebbe considerato eccessivamente discontinuo per una procura ritenuta territorio di Md dopo le gestioni di Bruti Liberati e Greco. La lotta vede in pole position il procuratore di La Spezia Antonio Patrono e quello di Bologna Giuseppe Amato. Sarebbe in vantaggio a livello di titoli Amato perché proveniente da una procura sede di distrettuale antimafia e antiterrorismo. Tra i candidati c’è anche il procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli ma stavolta la scelta sembra matura a favore del cosiddetto “papa straniero”.
Ma ci vorrà ancora almeno un po’ di tempo. A Milano restano i problemi di diversi pm indagati a Brescia. Il 3 febbraio ci sarà l’udienza preliminare per Storari e Davigo. La procura di Brescia deve ancora decidere sulle posizioni di Fabio De Pasquale Sergio Spadaro e Laura Pedio in relazione sempre alla vicenda Eni. L’ufficio gip invece deve valutare la richiesta di archiviazione per Francesco Greco (frank Cimini) -
Innocenti in galera, il libro nero di Stefano Zurlo
“La lettura di questo libro di Stefano Zurlo dovrebbe essere resa obbligatoria per l’accesso agli esami di magistratura perché nulla quanto una sequenza di errori funesti avverte i giudici sui pericoli del potere” scrive l’ex pm Carlo Nordio nella prefazione di “Il libro nero delle ingiuste detenzioni, edizioni Baldini+Castoldi, 191 pagine, 18 euro. Nordio aggiunge che il lavoro di Zurlo, cronista del Giornale, “dovrebbe sempre stare accanto ai codici sullo scranno del giudice naturalmente a maggior ragione sul tavolo dei pubblici ministeri”.
Dal 1991 al 2020 i casi di innocenti in galera sono stati 29659 in media poco più di 998 l’anno. Il tutto per una spesa gigantesca da parte dello Stato per risarcimenti, oltre 869 milioni di euro. E per spiegare “la fragilità del nostro apparato” Zurlo racconta storie di prigioni di pochi giorni o di molti anni, ambientate al Nord come al Sud con protagonisti famosi o illustri, sconosciuti, trasversali alle classi sociali: Jonella Ligresti, Edgardo Mauricio Affe’, Antonio P., Diego Olivieri, Pietro Paolo Melis, Paolo Baraldo, Ciccio Addeo, Angelo Massaro, Giuseppe Gulotta.
Circa trentamila persone sono finite in cella e poi sono state assolte. Sono i numeri di una fisiologia in un sistema malato. Inutile parlare di patologia per mettersi a posto con la coscienza.
Le ingiuste detenzioni macchiano come una brutta malattia la quotidianità della giustizia. Giuseppe Gullotta ha passato in galera 21 anni prima che saltasse fuori la verità: non c’entrava niente con l’assassinio di due carabinieri. La confessione gli era stata estorta con una sequenza agghiacciante di vessazioni, umiliazioni e torture. In Italia si, è vero si tortura e va ricordato che non esiste una legge adeguata per sanzionare la tortura come reato tipico del pubblico ufficiale.
Pietro Paolo Melis è stato in galera 18 anni e mezzo per sequestro di persona sulla base di una intercettazione coperta dal rumore di fondo, la voce che si sentiva non era la sua. Angelo Massaro è stato scambiato per un criminale e confinato in prigione per 21 anni a causa di una frase captata dalle cimici in cui accennava alla moglie che non avrebbe accompagnato il figlioletto all’asilo perché impegnato nel trasporto di qualcosa di pesante. Una pala meccanica. Per gli inquirenti invece il carico sarebbe stato costituito da un morto ammazzato.
Jonella Ligresti: “Sono stati mesi anni di sofferenze terribili. Una condanna in primo grado per falso in bilancio e aggiotaggio informativo. Poi gli atti passarono da Torino a Milano. Assolta dopo otto anni. Sbattuta in carcere per una ragione che non sono mai riuscita a capire. In carcere il mio frigo personale era il bidet l’ambiente più fresco per conservare gli alimenti perché scende l’acqua fredda”.
La figlia di Ligresti chiederà l’indennizzo per ingiusta detenzione, ma saranno briciole spiega rispetto a quello che ha sofferto.
“Nella mia Venezia prima di irrogare una grave condanna – ricorda Nordio – i giudici venivano ammoniti con una frase rimasta celebre, ‘Ricordatevi del povero fornaretto’ – conclude Nordio – Si trattava di un salutare avvertimento a rievocare in scienza e coscienza il caso di un garzone giustiziato e poi trovato innocente”.
(frank cimini) -
Steccanella: decreto per non restare beceri e vendicativi
Il consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue 343/2016 sulla presunzione d’innocenza e che aveva già ricevuto il parere positivo delle commissioni Giustizia di Camera e Senato e del CSM (con la sola opposizione dei consiglieri Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita).
Molto critico Il Fatto Quotidiano che ne dà notizia sotto la voce “Giustizia e impunità”, e parla di “bavaglio a PM e forze dell’ordine”.
Sotto accusa l’articolo 3 che prevede che: “Il procuratore della Repubblica mantiene personalmente i rapporti con gli organi di informazione esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa“, e più in generale, laddove si stabilisce che: “la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico” e che tali informazioni debbano essere fornite: “in modo da chiarire la fase in cui il procedimento pende e da assicurare, in ogni caso, il diritto della persona sottoposta a indagini e dell’imputato a non essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata“.
Viene anche criticata l’aggiunta, rispetto alla bozza di agosto, in base alla quale: “è fatto divieto di assegnare ai procedimenti pendenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza” nonché la previsione di cui all’articolo 2 che fa divieto “alle autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”.
Si stigmatizza il fatto che eventuali violazioni comportino “l’obbligo di rettifica della dichiarazione resa con le medesime modalità” su richiesta dell’interessato, pena, in caso contrario, sanzioni disciplinari e diritto al risarcimento del danno e facoltà di rivolgersi al giudice civile per ottenere la pubblicazione con provvedimento d’urgenza.
Sotto accusa anche il nuovo articolo 115-bis che stabilisce che: “Nei provvedimenti diversi da quelli volti alla decisione in merito alla responsabilità penale dell’imputato la persona sottoposta a indagini o l’imputato non possono essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata”, e che: “nei provvedimenti che presuppongono la valutazione di prove, elementi di prova o indizi di colpevolezza l’autorità giudiziaria limita i riferimenti alla colpevolezza della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato alle sole indicazioni necessarie a soddisfare i presupposti, i requisiti e le altre condizioni richieste dalla legge per l’adozione del provvedimento”.
Parrebbero semplici accortezze per contrastare un diffuso malvezzo imperante da anni in Italia, dove è sufficiente un avviso di garanzia per finire nel tritacarne mediatico come colpevoli acclarati e ci si è abituati a leggere provvedimenti giudiziari cautelari, e quindi per definizione di natura provvisoria, che abusano di aggettivazioni quali “spregiudicato”, “incallito” et similia all’indomani di ogni arresto.
Peraltro, come si ama sempre dire quando si tratta di imporre pesanti sacrifici economici a chi fatica ad arrivare a fine mese, “ce lo chiede l’Europa”, per cui non si capisce quale sarebbe “l’impunità” cui fa riferimento il Fatto, né si ritiene che Forze dell’ordine e ogni singolo PM di qualsiasi procura italiana debbano necessariamente intrattenere continui interscambi con i giornalisti fuori dalla loro porta, mentre sono impegnati in indagini delicate.
Si è molto criticato un noto PM milanese che dopo essere andato in pensione ha recentemente dato alle stampe un’autobiografia, però quel PM, che pure è stato impegnato per anni in indagini di notevole risonanza mediatica, si era sempre ben guardato dall’utilizzare la stampa come cassa di risonanza alle proprie indagini.
In un paese civile, gli inquirenti lavorano nel silenzio e parlano con gli atti giudiziari e per avere conferma della bontà dei risultati raggiunti si rivolgono al giudice e non ai giornalisti.
Leggere ogni volta “sgominata la banda di killer” o “acciuffato il pedofilo seriale” prima ancora che un Tribunale abbia stabilito se l’accusa è fondata o meno, al termine di un processo che prevede regole ben precise per garantire il contraddittorio tra chi accusa e chi si difende, non fa bene alla crescita cultura di un Paese.
Molti anni fa, quando esplose il “caso Tortora” Enzo Biagi scrisse un articolo dal titolo “E se fosse innocente?”, Tortora lo era allora, perché in quel momento era solo accusato, e lo sarà quando verrà giudicato, eppure anche il bravo giornalista si sentì in dovere di usare la formula dubitativa, perché quello era il “clima”.
Oggi, con la diffusione via internet di ogni notizia che diventa immediatamente “virale” la situazione è ancora più grave, e abituare i lettori a ritenere che ogni accusato sia un colpevole e che ogni assolto l’abbia solo fatta franca, ci fa solo diventare tutti più beceri e vendicativi, perché frustrati da tutto quello che non va.
Forse lo siamo già diventati, ma mi meraviglia leggere che c’è chi vorrebbe che lo restassimo per sempre.
Avvocato Davide Steccanella -
Nella condanna del pianista del bunga bunga
il perché dell’assoluzione del Cav.“E’ del tutto evidente che rapporti di tal genere con un personaggio come Berlusconi Silvio costituiscono un movente più che consistente, quasi scontato, per dichiarare il falso su circostanze, quali quelle relative ai rapporti sessuali dallo stesso consumati, con giovanissime donne, perciò stesso retribuite, in occasione dei ricevimenti nella villa di Arcore che, oltre a poter avere rilevanza sul piano delle responsabilità penali, avrebbero comunque arrecato, quanto meno, imbarazzo ad uno degli uomini più potenti d’Italia”.
Non ci sono ancora le motivazioni della sentenza che ieri ha assolto Silvio Berlusconi nel processo senese per corruzione in atti giudiziari – il fatto non sussiste – ma una grossa mano per capire quale sia la strada individuata dal collegio presieduto dal giudice Simone Spina arriva dalle motivazioni, finora inedite, della sentenza con cui il precedente collegio ha invece ritenuto Danilo Mariani, il pianista del bunga bunga, colpevole di falsa testimonianza.
A maggio scorso Mariani è stato condannato a due anni, pena sospesa, per aver mentito nei processi milanesi sulla prostituzione a villa San Martino. I contatti tra Berlusconi e le ragazze al massimo si limitavano a una “stretta di mano”, la “famosa statuina di priapo” altro non era che “una cosa simpatica, non una cosa a sfondo sessuale”, nessun gioco in cui si mimasse giochi sessuali, “lo smentisco in modo stracategorico” aveva spiegato Mariani. Gli spogliarelli, “mai visti”. Bugie, stabiliscono i giudici di Siena, e anche piuttosto grossolane.
Sulla corruzione in atti giudiziari, a maggio scorso, il collegio non si esprime, avendo stralciato la posizione di Mariani e Berlusconi per quel solo reato, rinviandolo all’attenzione di una nuova corte, quella che ieri ha assolto i due imputati. E tuttavia è piuttosto chiaro, nelle motivazioni di condanna per falsa testimonianza, il presupposto che spiega l’assoluzione sulla corruzione.
Berlusconi intratteneva rapporti economici sistematici con Mariani già dal 2006, ben prima delle feste di villa San Martino. Per anni gli fornisce uno stipendio di 3mila euro al mese. Tra il 2010 e il 2011 gli fa avere 250mila euro in due tranche per aiutarlo a comprare casa, con due “prestiti infruttiferi”. Ed è vero che a cavallo tra il 2012 e il 2013, in date prossime a quelle delle udienze in cui Mariani testimonia, da Berlusconi partono due bonifici da 7mila euro. Ma è la stessa Agenzia delle Entrate, con un accertamento fiscale successivo, a considerare quel denaro il corrispettivo del lavoro prestato da Mariani come pianista.E allora difficile considerare quei bonifici il prezzo della corruzione. Mariani, sembrano dire i giudici, mente di sua spontanea volontà. “Il netto contrasto, che è stato rilevato, tra le dichiarazioni testimoniali rese da Mariani Danilo e le circostanze emerse nell’ambito dei procedimenti milanesi – afferma il primo collegio di Siena – definiti con pronunce dotate della forza del giudicato, le quali hanno accertato la riconducibilità alla nozione di prostituzione delle prestazioni di intrattenimento, offerte dalle ospiti femminili delle serate di Arcore, nonché la decisione, quasi paradossale, con cui invece Mariani Danilo ha escluso la natura sessuale di quegli svaghi inducono a ritenere che l’imputato abbia consapevolmente voluto negare circostanze a lui ben note, all’evidente scopo di non pregiudicare il suo rapporto fiduciario con l’ex Presidente del Consiglio, la cui conservazione evidentemente valeva ben più della minaccia costituita dalla sanzione penale”.
Non sarà però facile applicare lo stesso ragionamento nel processo milanese, dove la situazione è in parte diversa. Mariani è l’unico, per esempio, a non ricevere la famosa letterina con cui nel 2013 Berlusconi, quando vengono depositate le motivazioni “relative agli incredibili processi sulle cene in casa mia”, annuncia alle sue amiche di via Olgettina di non poterle più aiutare economicamente. “Seguendo l’impulso della mia coscienza – scriveva il cavaliere – ho continuato a dare a te e alle altre ospiti per lenire gli effetti della devastazione che questi processi hanno causato alla vostra immagine, alla vostra dignità, alla vostra vita”. Tutto ciò, per il pianista di Arcore, non vale. Suonava spesso, veniva pagato dal 2006, non riceve la lettera, continua a riceveva denaro anche in seguito.
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Il testo della sentenza della causa Inpgi contro Giustiziami
Ecco il testo della sentenza con cui il Tribunale Civile di Roma ha respinto la richiesta di risarcimento calcolato in 75mila euro avanzata dall’Inpgi nei confronti dei cronisti Manuela D’Alessandro e Frank Cimini per questo articolo
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L’Ipgi ha chiesto 75mila euro a questo povero blog e ha perso

“Beato chi ha fiducia nella giustizia perché sarà giustiziato” è il motto del nostro blog. E invece questa volta abbiamo fatto bene ad avere fiducia nel Tribunale Civile di Roma che ha sancito la nostra vittoria nei confronti dell’Inpgi, l’ente pensionistico dei giornalisti, per l’articolo in cui censuravamo l’operato del suo allora presidente coinvolto in una vicenda giudiziaria da cui poi è uscito assolto. Ma torniamo alla sera del giugno 2018 quando ci vediamo recapitare via posta una richiesta di risarcimento per danni quantificati in 50mila euro più una sanzione pecuniaria da 25mila euro per diffamazione dell’ente in persona. Settantacinquemila euro per avere posto dei dubbi, in nome di quello che oggi il giudice Luciana Sangiovanni definisce “legittimo esercizio del diritto di critica politica in ordine a un evento correttamente riportato”, sulla mancata costituzione di parte civile dell’ente in un procedimento in cui, in teoria, erano stati lesi i diritti dei giornalisti suoi iscritti. Potete immaginare lo sgomento di fronte a quella somma. Coi tempi della giustizia civile arriva una sentenza che dà ragione su tutta la linea alle tesi dei nostri legali e condanna l’ente al pagamento di 4.850 euro di spese legali che, per la cronaca, saranno sempre gli iscritti a pagare. Il giudice ha riconosciuto: “l’interesse pubblico dell’informazione su una vicenda che ebbe un forte impatto mediatico tanto da coinvolgere la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Economia e delle Finanze”; “il legittimo esercizio del diritto di critica politica in relazione a un evento di cronaca giudiziaria correttamente riportato, con l’uso sapiente del condizionale e della forma dubitativa sintomatica dell’assenza di ogni intenzione manipolativa o lesiva”; il fatto che “ai fini della verità a nulla rileva la costituzione di parte civile dell’Inpgi un anno dopo la pubblicazione dell’articolo e l’assoluzione di Camporese per il reato ascrittogli”.C’è stato un momento in cui avremmo potuto chiudere la faccenda con qualche centinaio di euro. I legali dell’Inpgi, ora presieduto da Marina Macelloni, in sede di mediazione ci hanno chiesto una somma simbolica come via d’uscita. Abbiamo detto no dichiarando al mediatore che andavamo avanti perché la vicenda non riguardava solo noi ma il diritto di cronaca. E ora i ringraziamenti: ai nostri avvocati Valerio Vallefuoco e Dafne Alastra che si sono spesi ‘pro bono’; al presidente dell’Ordine dei Giornalisti lombardo Alessando Galimberti che sin da subito si è esposto al nostro fianco; a una parte molto minoritaria del sindacato; ai tanti colleghi che ci hanno espresso solidarietà. A Massimo Bordin, che scrisse un articolo in nostra difesa molto sentito. A lui, maestro di garantismo, la nostra dedica.
(frank cimini e manuela d’alessandro)
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Emergenza Covid usata per ledere i diritti dei detenuti
“La conseguenza è paradossale. Sarà consentito anche a una persona non vaccinata di essere presente in aula come pubblico. Non sarà consentito di essere presente all’imputato se detenuto vaccinato o meno che sia. Ancora più paradossale se si considera che le persone detenute sono sottoposte a controlli sanitari e in gran parte anche vaccinate”. In un comunicato gli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini criticano la decisione del governo di disporre la proroga dello stato di emergenza Fini alla fine dell’anno.
“Ma è davvero sanitaria la ragione della proroga di tali limitazioni o per usare le parole dello stesso governo “molti degli istituti introdotti hanno permesso anche recuperi di efficienza dello stesso sistema e semplificato alcune incombenze avviando percorsi di ammodernamento e semplificazione delle procedure tanto da essere indicati anche come utili esiti da stabilizzare nell’ambito dei più complessivi progetti di riforma? A qualcuno interessano ancora i diritti dei detenuti?” chiedono gli avvocati Losco e Straini.
Nel comunicato si ricorda che si tratta di limitazioni assai incisive tanto che all’inizio di marzo del 2020 fu proprio la sospensione dei colloqui con i familiari a scatenare le proteste nel corso delle quali morirono 13 persone in circostanze non del tutto chiarite, è la tesi dei legali. Insomma l’intensità delle limitazioni è massima solo nei confronti della popolazione detenuta mentre per esempio non è stata prorogata la possibilità di udienze a porte chiuse che garantivano però la presenza fisica dei reclusi.
(frank cimini) -
Loggia Ungheria, procure in mezzo al guado
L’ormai famosa loggia Ungheria è esistita, esiste o si tratta di una bufala messa a verbale dall’avvocato Piero Amara? Non lo sappiano e c’è il rischio di non saperlo mai. Le procure di Milano, Perugia e Vattelapesca dovrebbero accertarlo. Il condizionale è d’obbligo perché a quanto pare nulla è stato fatto sia prima sia dopo l’emergere del caso.
Diciamo che le procure potrebbero (eufemismo) essere imbarazzate. Nel caso dovessero indagare finirebbero inevitabilmente per lanciare il messaggio di sospettare di altre toghe. Dal momento che Piero Amara ha affermato che ne facevano parte anche magistrati e giudici insieme a politici imprenditori avvocati e uomini di affari. Anche per intrallazzare sulle nomine del Csm.
Nel caso invece non dovessero indagare finirebbero per buttare a mare con un gioco di parole Amara che per molti versi ci si è buttato da solo. Ma, dettaglio importantissimo, l’avvocato siciliano viene ancora valorizzato al massino come testimone della corona dalla procura di Milano nel ricorso in appello contro la sentenza che ha assolto i vertici dell’Eni dall’accusa di concorso in corruzione in atti giudiziari nel tentativo in verità non facile di ribaltare il verdetto al processo di secondo grado. Delle due l’una. Non esiste una terza via, a meno che non dovesse trattarsi di non fare niente.
A non fare niente intanto anche sul punto è il Csm che pare non toccato dalla vicenda. A cominciare dal suo presidente Sergio Mattarella che è anche il capo dello Stato e di questi tempi parla di tutto persino dell’istituto di previdenza dei giornalisti ma non della bufera che ha investito la categoria nel suo complesso.
A tacere poi è la politica tutta. Storicamente quando la politica è in difficoltà, basta ricordare il mitico 1992, viene azzannata dalla magistratura che in questo modo aumenta il proprio potere.
Quando la magistratura è in difficoltà la politica sembra avere paura. È riuscita a tacere in sostanza anche sul caso del senatore Caridi assolto dopo 5 anni compresi 18 mesi di carcere dove lo mandò il Parlamento accogliendo la richiesta di arresto dei giudici.
Tornando a botta. Cosa farà per esempio sulla famosa loggia Ungheria la procura di Milano in pratica delegittimata dal Csm che ha deciso di non trasferire il pm Pm Paolo Storari il quale aveva rotto con il capo Francesco Greco proprio su quelle indagini mancate? Cosa può coordinare Greco a pochi mesi dalla pensione e indagato a Brescia giusto per lo scontro con Storari?
E nel caso in cui Greco anticipasse la pensione chi lo dovesse sostituire come facente funzione in attesa della nomina del successore riprenderebbe subito in mano la patata bollente? E a Perugia sono tutti presi solo dal caso Palamara senza avere tempo per altro? Non resta che aspettare magari nella consapevolezza di non doversi aspettare niente se non che il tempo scorra.
(frank cimini) -
Tortura, chiesto il sequestro del Cpr di via Corelli
Dalla visita ispettiva effettuata dai Senatori Gregorio de Falco e Simona Nocerino, accompagnato da assistenti collegate alla rete “Mai più Lager – No ai CPR” presso il Centro per il Rimpatrio di Via Corelli a Milano, gli scorsi 5 e 6 giugno 2021 emerge una dettagliata istantanea, il report “Delle pene senza delitti”.
La pubblicazione del Report segue varie diffide volte alla liberazione di singoli trattenuti in condizioni sanitarie incompatibili con il trattenimento in un CPR e si accompagna al deposito di due esposti penali: il primo fa riferimento alle testimonianze dei trattenuti che hanno raccontato di pestaggi da parte di agenti delle forze dell’ordine il 25 maggio 2021. Con questo esposto si ipotizza il reato di lesioni e tortura aggravata in concorso. Il secondo esposto ipotizza, tra gli altri, il reato di rifiuto di atti d’ufficio e chiede il sequestro preventivo del centro per la situazione ben conosciuta di totale indisponibilità di cure sanitarie specialistiche all’interno del Centro, dovuta al mancato accordo tra Prefettura e Regione
Il dossier parte raccontando l’ingresso “shock” che ha visto il Senatore e le sue assistenti di fronte ad un evento di autolesionismo da parte di un trattenuto, che stava per essere affrontato da agenti in tenuta antisommossa. Si evidenziano, poi, la mancanza di registri e procedure, e le testimonianze dei trattenuti che fanno emergere una dilagante condizione di forte disagio psicofisico, che sfocia in frequenti atti di autolesionismo o in tentativi di suicidio. Nel corso dei colloqui sono state registrate anche notizie di pestaggi da parte delle forze dell’ordine.
Il dossier analizza, inoltre, la gestione approssimativa e le carenze strutturali di un centro nel quale impera l’arbitrio, causato da una legislazione lacunosa che ha prodotto un non luogo dei diritti umani, laddove non esistono nemmeno garanzie minime di tutela per il diritto alla salute, alla difesa, alla comunicazione.
Vengono indicate, inoltre, le responsabilità delle istituzioni che delegano a privati la custodia di esseri umani, con bandi al ribasso che consentono che per il profitto si taglino i servizi. Si evidenzia, altresì che la struttura stessa del CPR è anche inutile e costosa, non potendo ottenere lo scopo per cui sarebbe nata: la limitata permanenza ed il rimpatrio di persone che non hanno titolo per rimanere in Italia. -
Avvocato Steccanella: a Milano la caduta degli dei
Da almeno un mese la Procura di Milano compare sui principali giornali nazionali per ragioni del tutto estranee alle indagini svolte, le quali dovrebbero essere invece l’unico argomento a legittimarne la citazione.
Si legge di pubblici ministeri inquisiti a Brescia (tra cui lo stesso Procuratore Capo), di procedimenti disciplinari incrociati, di coinvolgimenti di illustri magistrati in pensione e di loro segretarie infedeli, di audizioni in commissione di Presidenti di Tribunale giudicanti e di formali richieste di trasferimento per incompatibilità ambientale di uno dei protagonisti della diatriba, con conseguenti lettere di solidarietà al collega da parte di alcuni e non di altri.Ci si potrebbe limitare a un comodo “problemi loro”, anche perché, che la Procura di Milano, vuoi per il ruolo che riveste e vuoi per gli interessi economici che smuove la capitale finanziaria del Paese, andasse immune da quei “giochi di potere” che il recente caso Palamara ha evidenziato, solo le anime belle e i più devoti lettori del Fatto potevano pensarlo.
Però l’immagine esterna per il cittadino che tutti i santi giorni legge che tra i rappresentanti della più “gloriosa” Procura d’Italia “volano gli stracci” non trasmette la necessaria autorevolezza nei confronti di chi è chiamato a decidere i nostri destini, e poco serve tentare di spiegarne i complicati meccanismi di merito, perché il danno alla credibilità dell’istituzione già gravemente compromessa resta e temo sia irreparabile.
Non voglio, né sarei in grado, data la intricata matassa di una vicenda che attiene ad una delle più importanti indagini internazionali da anni portata avanti (e con ben scarsi risultati, va detto) da un rappresentante “anziano” della procura, però da avvocato che bene o male bazzica da quasi 35 anni quel palazzo qualcosa mi sento di dirlo.
Mi pare di capire che si rimproveri ad un Sostituto, che a un certo punto si è trovato di fronte a quelle che riteneva essere gravi irregolarità nelle indagini da parte di alcuni colleghi, di “non avere rispettato le forme” nel darne avviso all’organo di controllo.
Ora, certamente il rispetto delle forme merita rispetto (si perdoni la tautologia), ma mi parrebbe più importante accertare la sostanza delle cose, perché leggo di prove occultate di fronte a un Tribunale e di dichiarazioni accusatorie di personaggi a dir poco “dubbi” tese a gettare calunnioso discredito su giudici di comprovata rettitudine, e questo sarebbe ben più grave, data la rilevanza del processo e dei personaggi coinvolti.
Per mio conto, e senza prendere parti che non mi competono, posso solo dire sulla base della mia esperienza che il Pubblico Ministero di cui il Procuratore Generale ha chiesto il trasferimento è magistrato di indole assai severa ma di assoluta correttezza e che mantiene sempre la parola data, e che sulla rettitudine assoluta del Presidente del Tribunale giudicante, impropriamente citato. ci metto non una ma due mani sul fuoco.
E la spontanea raccolta di firme a sostegno del collega, organizzata al quarto piano del Tribunale all’indomani della decisione del Procuratore Generale, la dice lunga su quanto fino ad oggi percepito all’interno dell’ufficio interessato.
Sarebbe avvilente che il tutto si concludesse con il trasferimento di chi non ha rispettato le forme e a tarallucci e vino per tutto il restante.
Posto che già nel recente “caso Verbania” ho letto che il Consiglio giudiziario torinese avrebbe stigmatizzato maggiormente un GIP per la mancata indicazione formale di un’assegnazione extra-tabellare (pacificamente assunta per insopprimibili esigenze di ufficio e di urgenza nel dover decidere su misure cautelari in atto), piuttosto che l’illegittima successiva sottrazione del fascicolo a quel GIP o le gravi ingerenze presso il Presidente di quel Tribunale da chi non aveva titolo per farle, ci si augura che la “forma” non prevalga sulla “sostanza”.
Perché se questo dovesse rivelarsi essere il modus operandi dell’organismo di controllo della nostra magistratura, ne usciremmo poco rassicurati tutti, e non tanto e non solo come avvocati, ma prima di tutto come semplici cittadini.
Avvocato Davide Steccanella -
Voghera nuovo video e altri dubbi su “strana” indagine
“Hai visto che ha fatto per darmi un calcio in testa? L’importante è quello, che hai visto che stava dandomi un calcio in testa”. Sono le parole dell’assessore alla Sicurezza di Voghera, in provincia di Pavia, Massimo Adriatici, mentre si rivolge ad un testimone interrogato da un militare dell’Arma subito dopo aver sparato al trentanovenne Youns El Boussettaui. Le immagini sono riprese da un video girato martedì 20 luglio scorso che mostra il piazzale antistante il Bar Ligure di piazza Meardi, luogo della sparatoria. Dal filmato si può vedere l’intervento dei sanitari del 118 che stanno soccorrendo il giovane ferito, mentre l’assessore Adriatici passeggia con il cellulare in mano per la scena del crimine parlando con i carabinieri. Ad un certo punto rivolgendosi ad un testimone interrogato da un militare dell’Arma gli dice: “Hai visto che ha fatto per darmi un calcio in testa? L’importante è quello, che hai visto che stava dandomi un calcio in testa”.
Esiste un verbale di indagine datato 2015 su Youns El Boussetaoui e su suo cognato da cui emerge che le autorità conoscevano vita morte e miracoli del marocchino ucciso a Voghera dall’ex assessore Massimo Adriatici. E che di conseguenza non c’erano ragioni per dire che i familiari fossero dei senza dimora per giustificare il mancato avviso in relazione all’autopsia non permettendo la nomina di un perito di parte.
Va registrato che il conferimento dell’incarico per l’autopsia e l’esecuzione dell’esame sono avvenuti nell’arco di una sola mattinata lo scorso 21 luglio. A mezzogiorno era tutto finito. La negazione dei diritti della parte offesa appare evidente tanto che gli avvocati dei familiari Debora Piazza e Marco Romagnoli sono arrivati al punto di diffidare i carabinieri che avevano negato loro la consegna delle relazioni sugli interventi fatti dai militari.
Youns inoltre per un piccolo reato avrebbe avuto l’udienza fissata in tribunale il 26 ottobre prossimo. “Nessuno mi aveva avvisato neanche in qualità di difensore di fiducia” dice l’avvocato Piazza.
Gli avvocati dei parenti di Youns stanno continuando a sentire testimoni nell’ambito dell’attività difensiva e a ricercare filmati sull’accaduto delle varie telecamere di sorveglianza della zona. L’obiettivo è quello di arrivare a una modifica del capo di imputazione che per ora è fissato nell’eccesso colposo di legittima difesa.
E la qualificazione giuridica dei fatti è di gran lunga l’aspetto più importante a questo punto della vicenda. Prevale sicuramente sulla misura cautelare oggetto del ricorso al Tribunale del Riesame da parte degli avvocati di Massimo Adriatici rimasto agli arresti domiciliari per decisione del gip che ha confermato la misura per il pericolo di reiterazione del reato e non per il rischio di inquinamento delle prove.
In realtà in questo strano modo di condurre l’inchiesta il rischio di inquinamento, caso più unico che raro, viene più da chi indaga e non da chi è chiamato a rispondere di un fatto gravissimo.rilevare poi che la decisione di trasferire Massimo Adriatici dalla sua abitazione in una località segreta “per ragioni di sicurezza” a causa di presunte minacce comparse sui social e di ancora più “strane presenze” vicino casa rischiano di far apparire l’ex assessore solito girare con la pistola in tasca come una vittima.
E le polemiche politiche sull’omicidio si concentrano essenzialmente sulle “sparate” di Matteo Salvini in relazione alla “legittima difesa sempre valida”. Non c’è un parlamentare o un qualsiasi esponente della sinistra anche di quella cosiddetta radicale che abbia avuto il coraggio di criticare la procura e i carabinieri. Perché evidentemente a loro piace vincere facile. “Vincere” si fa per dire.
(Frank Cimini) -
Dopo i flop pm Dambruoso chiede sorveglianza speciale
Erano stati arrestati a maggio dell’anno scorso sette anarchici a Bologna con l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Dopo tre settimane il Tribunale del Riesame ordinava la scarcerazione con una decisione che sarà poi confermata dalla Cassazione. In sede di chiusura delle indagini l’accusa rinunciava a contestare il reato associativo, quello più grave. Ora però dopo i flop il pm Stefano Dambruoso, che da sostituto procuratore a Milano era finito sulla copertina della rivista Time come cacciatore di fondamentalisti islamici, si rivolge alla sezione delle misure di prevenzione, chiedendo per gli indagati la sorveglianza speciale. Il Tribunale deciderà il prossimo 12 luglio in udienza camerale.
“Sono richieste tutte uguali – osserva Ettore Grenci avvocato della difesa – pericolosità terroristica ed eversiva. Il pm cita l’ordinanza del gip dell’operazione ‘Ritrovo’ ma dimentica il piccolo dettaglio della sonora bocciatura sia del Riesame sia della Cassazione”.
Al centro dell’inchiesta anche una serie di manifestazioni e cortei nei pressi delle carceri al fine di portare solidarietà ai detenuti alle prese con l’emergenza Covid, il sequestro di striscioni, maschere antigas, artifici pirotecnici, fumogeni, imbrattamenti di edifici pubblici e privati con vernici spray, frasi offensive contro le autorità di Governo. Insomma un’attività politica alla luce del sole al pari di tante realtà antagoniste.
Del resto sia il Riesame sia la Cassazione avevano annullato gli arresti spiegando il rischio di reprimere il dissenso. Ma la procura non demorde e il pm Dambruoso diventa militante del suo processo cercando di arrivare comunque all’emissione di misure volte a limitare l’attività politica degli indagati. La sorveglianza speciale non è un arresto ma influenza in modo pesante la vita quotidiana e l’impegno politico delle persone che vi vengono sottoposte.
Nella richiesta della misura si scrive di “perdurante comportamento antisociale fondato su fatti sintomatici originati da una condotta abitualmente criminosa tesi al progressivo inasprimento dei reati commessi”. (frank cimini) -
Cosa c’è dietro il sorprendente cambio in corsa del gip del Mottarone
(foto di Jari Pilati)
La gip delle scarcerazioni, Donatella Banci Buonamici, l’ha saputo così. Ha bussato in cancelleria per depositare il decreto di fissazione dell’incidente probatorio, con tanto di consulente indicato, e gli impiegati le hanno detto ‘siamo spiacenti, ma lei non si occupa più dell’ indagine sull’incidente della funivia del Mottarone’.
Pare che ci sia rimasta parecchio male sfogandosi perfino coi legali degli indagati. Il caffé freddo – il caffé è importante in questa storia – gliel’ha servito il suo presidente Luigi Maria Montefusco, quello che le aveva manifestato “piena e convinta solidarietà” per le minacce ricevute dopo che aveva liberato due dei tre indagati (Luigi Nerini ed Enrico Perrocchio) e al terzo, Gabriele Tadini, aveva concesso i domiciliari. Dopo, Olimpia Bossi, la pm che li aveva fatti finire dentro ritenendo che a loro carico vi fossero gravissimi indizi, aveva dichiarato ai giornalisti che non avrebbe più bevuto il caffé con la collega magistrata nel palazzo di giustizia di Verbania. Anche perché, racconta a Giustiziami una fonte, durante l’udienza in cui si discutevano le sorti dei tre fermati le due se ne erano dette di ogni con la giudice che invitava la pm a leggersi bene le leggi prima di buttare in galera la gente.
Ma perché Banci Buonamici non si occuperà più del caso?
Qui abbiamo documenti ufficiali e ipotesi.
La carta è quella in cui il presidente Montefusco spiega che l’ex giudice milanese ha finito la sua supplenza e deve tornare la titolare della scrivania, gip Elena Ceriotti, a cui erano stati concessi quattro mesi di “esonero dalla funzione” a causa della “grave sofferenza del suo ufficio”. Non è chiaro per quale ragioni, ma Ceriotti non riusciva più a districarsi trai fascicoli. Adesso però è ritemprata per decidere sulla richiesta della Procura di annullare le scarcerazioni della collega. Pare che a influire sulla decisione di Montefusco sia stata anche una lettera ricevuta dal procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo.
Come che sia, con quale serenità la nuova gip si trova a decidere sugli indagati? C’è chi, come il giornalista Nicola Porro, sostiene che Banci sia stata fatta fuori perché troppo garantista, per avere mostrato al mondo quello che, nonostante i caffé con la collega, dovrebbe fare un giudice sano: esercitare in autonomia il controllo sulla privazione della libertà personale dei cittadini. Qualcuno nei corridoio del Tribunale di Verbania fa notare che Ceriotti è molto fragile in questo momento della sua vita professionale proprio perché è stata in panchina tanto tempo e ora viene buttata in mischia nella partita più importante mai vista nel piccolo tribunale piemontese.
La sensazione di qualcosa di “anomalo” c’é. Lo dice l’avvocato Pasquale Pantano, legale di Nerini: “La legge dice che il giudice va scelto sulla base delle regole decise al momento della nomina. Questo me l’hanno insegnato a scuola, questo lo dice la giurisprudenza, il resto io non lo so”.
Peraltro, Banci si era “assegnata il procedimento” dopo i fermi con un provvedimento condiviso col suo presidente perché la sostituta di Ceriotti, giudice Palomba, era “impegnata in un’udienza dibattimentale”.
Nel motivare la sua sostituzione, Montefusco scrive che “tale assegnazione, se giustificata per la convalida del fermo, non é conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei magistrati”. Insomma, era una sostituzione solo per il fermo, sembra chiarire. Eppure Banci gli aveva parlato di “procedimento”.
E come mai si è aspettato tutto questo tempo per prenderne atto recapitando il caffé freddo all’ignara Banci che, almeno una telefonata, viste le minacce subite, se la aspettava? Più passano le settimane più la gestione del caso con indagini esplicitate passo dopo passo sui media compresi caffé, lotte intestine e inediti cambi di giudice in corsa, sembrano confermare il momento buio della magistratura italiana.
(manuela d’alessandro)
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I dannati della gogna mediatica, il libro di Antonucci
Il processo è già una pena perché c’è la gogna mediatica. Ma non tanto al momento del processo. Molto prima. Con le indagini preliminari dove le procure sono i signori assoluti, i difensori non toccano palla e la difesa non ha difesa. Ermes Antonucci giornalista del Foglio racconta 20 casi di “dannati della gogna”, persone rovinate, con l’assoluzione che serve a molto poco quasi a niente e ci sono pure le vicende di chi paga dazio alla cattiva fama senza essere stato nemmeno inquisito formalmente.
Essere indagati dai mezzi di informazione è molto peggio che finire inquisiti dai magistrati. “Tanto più vasta sarà l’eco mediatica dell’accusa tanto meno chi l’ha promossa sarà disposto a riconsiderarne il fondamento – scrive nella prefazione l’avvocato Giandomenico Caiazza -Il cappio si stringe intorno al collo del presunto colpevole con un doppio nodo scorsoio, la gogna mediatica da un lato, l’accusatore impegnato nella strenua autodifesa a oltranza dall’altro. Non c’è scampo fino a quando il presunto colpevole non avrà la ventura di incontrare un giudice indifferente all’una e all’altro. Un evento purtroppo nient’affatto scontato e comunque quasi sempre drammaticamente tardivo”.
Secondo Caiazza non dobbiamo disperare ma essere consapevoli che la strada da percorrere è quella di recuperare finalmente un principio di responsabilità del magistrato per i suoi atti giudiziari. “Oggi questo è precluso da un sistema di valutazioni professionali positive al 99,6 per cento, dunque inesistenti. Un potere pubblico irresponsabile rappresenta un irrimediabile squilibrio democratico” conclude il legale.
“Il fenomeno si è affermato in numerose nazioni ma è in Italia che mostra una forza è una violenza senza pari – chiosa Antonucci – tanto da portare a un annientamento sostanziale di alcuni principi basilari della nostra Costituzione, a partire dalla presunzione di non colpevolezza”.
Il tritacarne, ricorda l’autore, si palesa in varie forme: notizie passate ai giornalisti da procure e polizia giudiziaria, pubblicazione di materiale di indagine ancora coperto da segreto, diffusione di intercettazioni spesso penalmente irrilevanti, assenza di contraddittorio, invasione morbosa negli ambiti privati dei malcapitati e dulcis in fundo mancanza di attenzione per le fasi successive dei procedimenti. E se va bene minuscoli trafiletti sui giornali. “Tanto è già uscito tutto” è la considerazione di molti giornalisti che dovrebbero sottoporre a vaglio critico le tesi dell’accusa. E come potrebbero dal momento che “il pane quotidiano” arriva loro dalle procure. Come disse un famoso avvocato ai tempi della falsa rivoluzione di Mani pulite (ma i tempi non sono cambiati e se si sono cambiati in peggio): “Il pm fa anche il caporedattore nei quotidiani del mandamento giudiziario”.
Giovanni Novi, ex presidente del Porto di Genova, arrestato con l’accusa di un patto illecito stipulato con presunte irregolarità nell’assegnazione dei moli. Dal 2008 al 2014, le date del calvario. La Cassazione lo assolve sentenziando che Novi agiva per il bene del porto. Ma al danno si aggiunse la beffa. Novi non ha avuto diritto al risarcimento delle spese legali perché l’Avvocatura dello Stato interpretò la sua carica come onoraria. Insomma finché si trattava di processarlo era un presidente a tutti gli effetti. Nel momento in cui doveva essere risarcito diventava onorario. L’inchiesta evaporata avrebbe provocato al porto di Genova danni per sette milioni di euro.
“Quello che mi è dispiaciuto di piu – ha detto Novi – al momento dell’assoluzione mia moglie non c’era più “.
Calogero Mannino che fu ministro e parlamentare è stato sotto processo per 30 anni con l’accusa di essere mafioso prima dell’assoluzione definitiva. Mannino, 80 anni, pensa al futuro della giustizia alla modifica della prescrizione. “Il risultato è che i processi saranno ancora più lunghi solo perché un ministro della giustizia che non ha nessuna esperienza di aule giudiziarie ha voluto avventurarsi sull’eccitazione di alcuni organi di stampa amici”. Insomma il futuro della gogna mediatica.
Clemente Mastella è stato assolto quindici volte su quindici. Maurizio Lupi fu costretto da non indagato a dimettersi da ministro per la storia di un orologio d’oro regalato al figlio da un amico di famiglia di vecchia data.
Giulia Ligresti fu assolta dopo sei anni con la revoca della pena che aveva patteggiato da innocente. Perché quella sentenza era in contraddizione con il verdetto che aveva assolto il fratello Paolo. Dell’imprenditore Andrea Bulgarella il quotidiano Repubblica scrisse che aveva l’odore della mafia addosso. Dopo l’assoluzione non sono arrivate le scuse. È la stampa bellezza. E insieme alla “giustizia” di danni ne fa tanti.
La gogna dei dannati. Editore Liberi libri. 133 pagine. Autore Ermes Antonucci
(frank cimini) -
I 90 anni di Lodovico Isolabella, il maestro del “punto nel processo”
Lunedì 12 aprile, il Tribunale di Milano ha reso omaggio all’avvocato Lodovico Isolabella, che si appresta, nonostante i 90 anni compiuti a dicembre (è del 1930), a sostenere un importante processo il prossimo 14 maggio.
Evento organizzato presso la Sala del consiglio dell’Ordine dal Presidente Vinicio Nardo e da uno dei tanti ex collaboratori (Davide Steccanella) che in oltre sessant’anni sono passati dallo studio di via Fontana, Isolabella è arrivato con i figli Francesco e Luigi, a loro volta avvocati, dove si erano dati appuntamento alcuni membri storici di quello studio.
Dall’ex giudice Gianfranco Gilardi agli avvocati Giovanni Dedola, Angela Maggi, Francesco Arata, Daniele Benedini, Carlo Baccaredda, Maddalena Padovan, Luca Troyer, fino ad Alessandra Mandolesi, che ancora oggi, dopo 25 anni, lavora con lui.
Ad ascoltare il racconto di aneddoti, processi e vita vissuta con Isolabella erano collegate tantissime persone in diretta zoom e con la pagina FB della Camera Penale di Milano.
Oltre all’ex giudice Armando Spataro e Annalori Ambrosoli, madre di Umberto attuale componente dello studio, sono intervenuti colleghi, amici e tantissimi altri ex, da Fabrizio De Sanna ad Alberto Sanjust, da Giacomo Lunghini a Davide Sangiorgio e da Alessandra Matturri ad Angela Quatraro.
E’ stato proiettato il trailer di una video intervista di Enrico Riccioni dal titolo “La lotta per la libertà” e al termine dell’incontro, durato oltre due ore, Isolabella, che non ha mancato di ricordare i tanti processi fatti ai tempi insieme ai presenti, ha ringraziato tutti, ricordando l’importanza della difesa dell’uomo quale essenza del ruolo dell’avvocato.
“Quando mi presentai nello studio di via Fontana 4, ai tempi più piccolo di quello di oggi, era il settembre del 1987 e c’era un gran fermento di persone che si agitavano intorno a un signore con un’ottocentesca barbetta a punta, il quale si limitò a dirmi “ma questo non è uno studio, è un casino!”, e senza neppure chiedermi chi diavolo fossi mi ordinò di seguirlo mentre si recava con passo rapido al vicino Tribunale, seguito da un codazzo di “praticanti” con borse e faldoni.
Arrivati davanti al grande scalone centrale di corso di Porta Vittoria ci fermammo perché lui si mise a raccogliere delle erbe nell’arida aiuola che sopravvive nel cemento esterno del palazzone e che poco dopo gli vidi poggiare, con enfasi mista a una mezza risata, sul banco solenne del Tribunale riunito per l’udienza.
Non ho mai saputo a cosa servisse produrre erbacce in un processo per reati valutari, ma ricordo che pensai chegli avvocati non dovevano essere tutti necessariamente noiosi e “tromboni” se tra loro c’era uno come lui, e chequel mestiere avrebbe potuto riservare qualche creatività.
Isolabella è stato il mio primo e unico Maestro, “Trova il punto del processo”, era la sua regola, perché diceva che all’interno di ogni causa, anche quella più complessa, si annida sempre il punto decisivo, quello intorno cui ruota il tutto, e che andava trovato studiando pazientemente ogni pagina e incartamento.
Il prezioso archivio web di Radio Radicale consente di riascoltare a distanza di anni l’audio di alcuni grandi processi del secolo scorso e tra questi quello celebrato avanti la Corte di Assise di Milano (presieduta da Antonio Cusumano) per la morte di Sergio Ramelli.
Il 12 maggio 1987, dopo l’intervento del Prof Giandomenico Pisapia, prende la parola l’avvocato Lodovico Isolabella in difesa di due imputati.
A fronte di una responsabilità accertata, il difficile compito del difensore era quello di aiutare una Corte formata da giudici popolari a pervenire a una condanna “giusta” che tenesse in debito conto la realtà storica di un fatto avvenuto 12 anni prima, quando l’intero tessuto sociale, culturale e politico della città era completamente diverso da quello del giorno del tardivo giudizio.
Per tutta la prima parte del suo intervento Lodovico Isolabella si impegna a ricostruire alla Corte con infinita pazienza e l’ausilio di un immenso materiale raccolto quale fosse la Milano del 1975.
E così, una delle migliaia di arringhe in difesa di due delle migliaia di imputati di un conflitto che produsse nel nostro Paese numeri da “guerra civile a bassa intensità” (come ha detto qualcuno), si trasforma in una formidabile lezione di Storia, e stupisce che a tenerla sia chi per tradizioni familiari, culturali e anche generazionali, era quanto di più distante potesse esserci da quel conflitto.
Isolabella inizia raccontando un episodio accaduto a Ramelli mesi prima del suo omicidio all’Istituto tecnico Molinari quando fu cacciato perché fascista e suo padre costretto a passare attraverso la gogna di due cordoni posizionati ai due lati, e senza che nessun rappresentante della Scuola o di altre Istituzioni muovesse un dito a difesa di quel ragazzo e di quel padre.
Questo gli consente di ricostruire il 1975 a Milano in termini di realtà e solo al termine di quell’immane sforzo di memoria Isolabella può affermare a gran voce una grande verità, e cioè che nella richiesta di pene esemplari per quei pochi imputati, il Pubblico Ministero, lo Stato e la stessa opinione pubblica, in realtà assolvono le proprie coscienze da un’accusa ben più grave: quella di avere contribuito a far si che quella gigantesca tensione sfociasse in quei singoli delitti e non viceversa.
E nello straordinario richiamo al processo di Norimberga, Isolabella punta il dito contro la sempiterna pretesa del vincitore di processare, applicando codici propri, il vinto, il quale di codici propri ne aveva altri, per arrivare a concludere in modo apparentemente provocatorio (ma non lo era) che: “Questi ragazzi che uccidevano rincorrevano la vita e non la morte!”.
Io credo che l’esito del processo di primo grado abbia recepito, con quella sentenza che definiva “oltre l’intenzione degli imputati” la morte di Ramelli, il significato più profondo della straordinaria arringa di Isolabella.
Mentre ascoltavo la prima parte di quella arringa mi riempiva di orgoglio pensare di avere avuto il privilegio di lavorare per anni a stretto gomito con una persona così”.
Davide Steccanella
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Cade accusa di terrorismo per altri 4 anarchici romani
È caduta l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo per altri quattro anarchici romani arrestati a giugno dell’anno scorso. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Roma al quale la Cassazione aveva rimandato indietro gli atti spiegando che la mera adesione all’ideologia anarchica non basta per contestare l’aggravante di aver agito con fini di eversione dell’ordine democratico.
L’accusa di terrorismo cade per Claudio Zaccone, Daniele Cortelli, Flavia di Giannantonio e Nico Aurigemma. Sono stati tutti scarcerati a eccezione di Zaccone che resta detenuto per un’azione contro una caserma dei carabinieri.
In precedenza era stata scarcerata Francesca Cerrone. L’operazione del giugno scorso si rivela sempre di più come un flop investigativo nonostante fosse stata citata come un successo nella relazione annuale dei servizi di sicurezza.
Va ricordata la storia di una analoga operazione avvenuta a Bologna nel maggio dell’anno scorso con scarcerazione da parte del Riesame di tutti gli anarchici dopo tre settimane.
A scoprire gli altarini nel caso di Roma è stata ancora una volta la Cassazione che già in passato aveva avuto modo di fissare paletti ben precisi in relazione all’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Ma gli uffici inquirenti della magistratura e quelli della Digos sembrano proseguire imperterriti per la loro strada di fatto criminalizzando manifestazioni di dissenso come quelle organizzate sotto le carceri in solidarietà con i detenuti alle prese con l’emergenza Covid.
Francesca Cerrone aveva scontato nove mesi di custodia cautelare e dell’accusa a suo carico resta solo il presunto furto di sacchi di cemento del valore di 30 euro. Per capire il contesto politico di queste inchieste va ricordato che Nico Aurigemma si era visto negare il permesso di colloquio con i genitori e la sorella perché il pm esprimendo parere contrario aveva indicato tra i motivi il fatto che il giovane si era avvalso della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia. Cioè Aurigemma per aver esercitato il suo diritto di indagato si vedeva negare un diritto da detenuto. (frank cimini)
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Stupro, due anni più terapia ma non vale certo per tutti
È una sentenza di cui dovremo ricordarci non appena per un fatto analogo un immigrato extracomunitario sarà condannato a 8 anni di carcere. Succede al Tribunale di Milano.
Il giornalista ed ex assessore di Milano Paolo Massari ha patteggiato due anni per la violenza sessuale nei confronti di un’amica, perpetrata il 14 giugno scorso. La donna, una 56enne sua ex compagna di scuola, era stata stuprata in casa dopo una cena con lui, poi era uscita nuda in strada pur di allontanarsi dal suo aguzzino; quindi era stata soccorsa e aveva denunciato. L’ex assessore era stato portato in carcere. Da quanto si e’ saputo, ha ammesso i fatti e ha chiesto scusa alla vittima, risarcendola di una cifra attorno ai 50mila euro. In base alla norma prevista dal “codice rosso” per i profili per cui sulla “pericolosita’” prevale la “fragilita’” psicologica del soggetto, e’ prevista la pena sospesa e il trattamento terapeutico di due anni. Qualora l’imputato non si presenti anche ad una sola seduta il percorso si interrompe e si torna alla pena afflittiva. Gia’ in passato Massari si era autosospeso dalla giunta Moratti per una vicenda relativa a molestie sessuali.
“La pena è adeguata al fatto concreto – spiega il procuratore aggiunto Maria Letizia Mannella – il comportamento processaule dell’imputat è stato corretto. L’imputato ha intrapreso una terapia”.Chi scrive queste poche e povere righe è contrario all’esistenza stessa del carcere ma ha l’impressione che la sentenza del caso Massari sia un unicum o quasi. La pena appare anzi è assolutamente ridicola rispetto a quanto avviene regolarmente nei palazzi di giustizia. Massari, ricco, belloccio, famoso e colto come suggerisce un collega della cronaca giudiziaria ha beneficiato di una sorta di perdono di fatto. Aveva anche una decina di precedenti prescritti fuori dalle indagini ma va detto anche che a difenderlo c’era e c’è un avvocato bravissimo come Luigi Isolabella erede di un principe del foro milanese. E fatto non secondario con i giornali che non infieriscono come fanno di solito con i comuni mortali e i poveri cristi.
Questa vicenda appare sicuramente illuminante perché dimostra che la legge non è uguale per tutti. Si, così sta scritto nei tribunali ma non è vero. anzi. Una volta si parlava di giustizia di classe ed è il caso di recuperare quel termine perché assolutamente rispondente alla realtà. (frank cimini)
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Quando la Digos ha nulla da fare… storia di democratura
“È stato individuato attraverso l’acqusizione di alcuni elementi come l’acquisto con carta di credito presso l’esercizio ‘Brico. io” di tre delle quattro lattine di vernice rossa utilizzate per l’imbrattamento della statua di Montanelli” scrive la mitica procura di Milano nel decreto di perquisizione a carico di un giovane studente universitario con l’aggravante di far parte del gruppo Lume (Laboratorio universitario metropoliano) che aveva rivendicato “l’azione illecita”.
E’ noto che da tempo i vari uffici Digos sparsi per il paese sono in pratica disoccupati per mancanza di materia prima e hanno il problema di giustificare la loro esistenza e soprattutto i loro costi di strutture spropositate rispetto alla bisogna. Per cui nel caso specifico i poliziotti sono stati scatenati dal pubblico ministero Leonardo Lesti un altro quantomeno semi disoccupato a rintracciare gli eversori che imbrattarono la statua dell’illustre giornalista il quale fosse in vita forse sorriderebbe di tutto questo.
E le agenzie di stampa allertate dai solerti inquirenti hanno dato notizia dell’avvenimento con flash stellati come si fa di solito per arresti molto importanti. Ma evidentemente i tempi sono quelli che sono per cui inquirenti in toga e in divisa insieme ai media sono costretti a accontentarsi per soddisfare il bisogno di sicurezza creato artificiosamente e intensificato nel regime di Covid 19.
Il giovane nato nel 1999 quando i cosiddetti anni di piombo erano finiti da un pezzo è stato identificato e rilasciato alla fine della brillante operazione coordinata dal procuratore aggiunto Alberto Nobili che alla vicenda ha dedicato sicuramente un’attenzione degna di miglior causa.
È questa una piccola storia di democratura che racconta come “nulla restera‘ impunito”, neanche il minimo dissenso. Del resto sono tempi in cui le Digos a Milano e non solo occupano il loro tempo facendo visita alle famiglie dei liceali affinché intervengano sui loro pargoli a spiegare che “così non si fa”. Il ragazzo del ‘99 già oltre il liceo probabilmente ha proseguito sulla “cattiva strada” senza ascoltare i consigli dei “grandi” ansiosi di agire per il suo bene. Speriamo solo che la prossima volta paghi in contanti (frank cimini)
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“La giustizia è regredita al Medioevo durante la pandemia”
La giustizia non sta uscendo migliore dal Covid secondo Vinicio Nardo, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano. Anzi, non sta proprio uscendo, è la sua spina: “Mentre il paese reale torna a vivere, nei negozi, nei bar, nelle spiagge, noi restiamo chiusi e, di fronte al bivio tra fare un salto nel futuro e tornare al passato, stiamo assurdamente scegliendo di regredire al Medioevo”.
“E’ un contesto in cui “si combattono ‘battaglie tra poveri’”, come quelle tra cancellieri e avvocati, protagonisti di reciproci episodi di insofferenze nelle settimane del contagio. In una recente delibera, l’Ordine, oltre a chiedere di riprendere a celebrare tutti i procedimenti rinviando solo quelli la cui trattazione “è impossibile” per questioni sanitarie”, parla di “situazione ghettizzante per gli avvocati”.“Mi arrivano segnalazioni – precisa – non solo riguardo le cancellerie dove in alcuni casi l’accesso ci è stato precluso e siamo stati invitati a lasciare dei decreti fuori in una scatola di plastica, con un atteggiamento antiscientifico e medievale. Ma anche da parte dei magistrati. Un collega mi ha fatto sapere che, di fronte alla sua richiesta di consegnare alla Corte d’Appello un foglio di carta per la liquidazione delle spese, si è sentito rispondere dal giudice che non poteva ricevere materiale cartaceo. Ancora una volta, ecco la distanza dalla realtà. La città pullula di rider che ti portano da mangiare, Amazon ti porta qualsiasi cosa e l’unica cosa che non può passare di mano in mano sono gli atti giudiziari”.
La responsabilità “è del Ministero della Giustizia che non può chiudersi a riccio ma deve fare il possibile per risolvere le questioni. Per esempio, i lavoratori non possono accedere al Processo civile telematico solo per colpa del Ministero, altrimenti come io lavoro da casa potrebbero farlo anche loro”.
Per Nardo, c’è poi un’Italia che non ha nessuna voglia di riempire di nuovo le aule dei tribunali: “Ci sono intere parti della penisola – riflette – dove il contagio non sanno cosa sia da tempo. Per carità, fanno bene a riguardarsi ma potrebbero far funzionare tranquillamente la giustizia e se ne stanno fermi, soprattutto al sud, a rinviare alla grande, anche a dopo l’autunno. Non mi stupisce perché a Milano si vedono meno quei fenomeni per cui se vai in giro per l’Italia il giudice invece se ne approfitta appena può per rinviare. Mi è capitato di andare a processi aggiornati senza nessun tipo di vergogna. E su questo trend, col coronavirus ci stanno marciando”. Il timore espresso da Nardo è che, se non si riapre ora “che la situazione è sotto controllo e non lo dicono i decreti ma i dati, il rischio è che, se dovesse esserci un paventato ritorno del virus in autunno, non si ripartirebbe più”.
“Non è importante che ad agosto si lavori, sarebbe una cosa solo simbolica che baratterei volentieri con l’estensione al penale del processo civile telematico che c’è già nel civile, con un’apposita piattaforma e con la possibilità delle notifiche telematiche, approfittando dell’opportunità che la pandemia potrebbe darci”.
Diverso è il processo remoto, quello con cui sono stati celebrati i pochi procedimenti ammessi nell’era Covid in cui si sono visti avvocati fissare schermi dove i volti, o parti del corpo, dei giudici andavano e venivano: “È grave che si sia sbandierato questo come un processo tecnologico, quando è stato fatto con strumenti ridicoli, senza appositi programmi. Non è stato un passo avanti, ma indietro”. (Manuela D’Alessandro)
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NoTav, Dosio a casa
“Se contagiata alto rischio vita”Il giudice di sorveglianza di Torino Elena Massucco ha deciso gli arresti domiciliari perché a causa di malattie pregresse e dell’età, 73 anni, Nicoletta Dosio sarebbe “ad alto rischio di vita se contagiata dal Covid 19”, “attesa l’attuale situazione di restrizione carceraria con altri individui potenzialmente portatori del virus”. Insomma ammette il giudice in carcere si rischia di morire.
Non sarebbe stato possibile mandarla a casa con altra motivazione perché ricorda con insistenza il giudice Nicoletta Dosio aveva più volte affermato di non voler accettare l’applicazione del braccialetto elettronico.
Nicoletta Dosio sta scontando la condanna a un anno di reclusione per violenza privata aggravata e interruzione di pubblico servizio in relazione a uno striscione retto nel corso di un presidio NoTav. Nel provvedimento si ricorda che l’unico precedente penale della donna è una violazione della legge sulla stampa datata 1981.
Le restrizioni decise dal giudice sono di massimo livello: non potrà comunicare con nessuno al di là del marito e dei suoi legali. E ha il dovere di far installare un campanello all’ingresso dell’abitazione garantendo che sia sempre funzionante. Inoltre il telefono cellulare dovrà essere sempre acceso.
Il giudice, bontà sua, esclude il pericolo di fuga “attese le attuali prescrizioni governative sulla circolazione degli individui”.
La motivazione dei domiciliari con restrizioni così dure appare come del resto la condanna senza sospensione condizionale della pena come una vera e propria vendetta contro l’impegno profuso da Nicoletta Dosio contro la realizzazione del treno ad alta velocità nell’ambito di una mobilitazione che da decenni coinvolge migliaia e migliaia di persone a difesa del territorio della Valsusa.
Nicoletta Dosio, in carcere dal 30 dicembre scorso, ha già scontato 3 mesi. Ne restano 9 e sembra di capire che sia destinata a “pagare” fino all’ultimo giorno “il debito con la giustizia”. Senza la tragedia praticamente mondiale del coronavirus Nicoletta Dosio non avrebbe avuto neanche i domiciliari. (frank cimini)
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Incendio in Tribunale, era già tutto scritto
Già prima del varo e dell’entrata in vigore delle direttive europee in tema di sicurezza il palazzo di giustizia non era in regola. Figurarsi in epoca successiva e adesso in uno stabile che ha 90 anni di vita. In pratica ci si dovrebbe meravigliare se non accadesse nulla a mettere a repentaglio le cose e la vita delle persone.
Il problema era riemerso in epoca recente quando restava paralizzato un avvocato colpevole di essersi sbilanciato nel tentativo di sporgersi. Mancavano protezioni adeguate. I responsabili dei vari uffici procura generale corte d’appello procura facevano osservare giustamente di non avere capacità di spesa e quindi di essere impossibilitati a predisporre misure adeguate comunque molto difficili da attuare data la vetustà del palazzo.La procura generale ovviava acquistando delle piante verdi allo scopo di nascondere la mancanza di strutture adeguate suscitando anche ilarità.
Bisogna ricordare a proposito del sesto e del settimo piano che la sopraelevazione, accertarono le indagini di Mani pulite, era stata realizzata utizzando materiali scadenti allo scopo di risparmiare e di realizzare il massimo profitto. Dei lavori si occupò la Grassetto società del gruppo di Salvatore Ligresti anche pagando tangenti.
Nei giorni di vento molto forte i vetri del palazzo tremano e continuano a tremare mettendo a repentaglio la vita delle persone. Il palazzo non è “riformabile” più di tanto. A un certo punto la soluzione era sembrata quella di costruire una cittadella giudiziaria in periferia ma poi il discorso era caduto “per mancanza di piccioli”. L’incendio scoppiato alle 22.55 di ieri sera, registrato dalle telecamere di sicurezza, ma scoperto solo sei ore e mezza dopo, attorno alle 5 di stamattina, ripropone un vecchio e drammatico problema. Adesso si tratta di salvare il salvabile a livello di atti processuali sperando che una gran parte sia stata informatizzata. La motivazione dolosa sembra esclusa. Non ci sono elementi che vanno in tale direzione tanto che uno dei magistrati intervenuti, Alberto Nobili, ha parlato apertamente di cortocircuito, e ciò appare più che plausibile. In ogni caso, si tratterebbe del terzo principio di rogo in pochi anni. Negli altri due casi era andata bene. (frank cimini)
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Boccassini junior patteggia 9 mesi per omicidio colposo
Ha patteggiato 9 mesi di reclusione per omicidio colposo Alice Nobili figlia di Ilda Boccassini e Alberto Nobili che a ottobre del 2018 aveva investito e ucciso il medico Luca Voltolin in viale Montenero. Lo ha deciso il giudice dell’udienza preliminare Alessandra Di Fazio. E’ stato anche risarcito il danno. “Un risarcimento congruo ma non sono autorizzato a dire il quantum” spiega l’avvocato Davide Ferrari di parte civile per conto dei familiari del medico. Insomma c’è una clausola di riservatezza peraltro comprensibile. La sentenza chiude una vicenda in cui c’erano state molte polemiche perché Alice Nobile non era stata sottoposta al test anti alcol e a quello antidroga come accade sempre negli incidenti stradali soprattutto quando c’è di mezzo un morto. Sul luogo del sinistro era intervenuto il capo dei vigili urbani Marco Ciacci ex responsabile della polizia giudiziaria. Della questione si era occupato anche il “comitato per la legalità la trasparenza e l’efficienza amministrativa” di Palazzo Marino affidato all’ex magistrato Gherardo Colombo che non aveva ravvisato nulla di irregolare nel comportamento di Ciacci.
Insomma un incidente stradale una disgrazia che può capitare a chiunque. Resta il mistero dei mancati test che hanno fatto sospettare un trattamento di favore per la figlia due procuratori aggiunti all’epoca dei fatti (Boccassini nel frattempo è andata in pensione).
(frank cimini)
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La sala stampa intitolata a Annibale Carenzo, un maestro
La sala stampa del palazzo di giustizia di Milano porta il nome di Annibale Carenzo da oggi. Una cerimonia semplice con tante persone che lo avevano conosciuto e apprezzato. Ma se avesse potuto vederci avrebbe sicuramente commentato: “Siete tutti matti”.
Un maestro di giornalismo che ha insegnato il mestiere a tanti giovani ma soprattutto un maestro di ironia come ha ricordato Giuseppe Guastella del Corriere. E Piero Colaprico ha raccontato di quando entrò nello stanzino canticchiando un’arietta dal titolo Wolfango e Annibale gli disse: “Ma cosa sai di Wolfango, quella canzone l’ho scritta io”. E non fu l’unica. Come abbia fatto uno scrittore di canzoni a stare quasi 50 anni in questo palazzo a scrivere di inchieste processi e quindi di varia umanità perché la giudiziaria resta una storia di persone è un mistero.
Lavorava tanto Annibale, la sala stampa era la sua seconda casa forse la prima ma diceva che non si divertiva affatto come ebbe a confidare nell’intervista in occasione dei suoi 80 anni a questo blog. Il presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardi Alessandro Galimberti ha aggiunto che Annibale “amava il bello della vita”. Il presidente del Tribunale Roberto Bichi ha parlato di quando lo vedeva chino sui fascicolo della giustizia civile in un mondo in cui tutti si occupavano pressoché totalmente di penale. “Leggeva leggeva sfogliando e le notizie le trovava”.
Chi scrive queste poche righe testimonia di essere stato colpito da subito da un particolare: Annibale dormiva due al massimo tre ore per notte. Gi bastava diceva accomodarsi su una poltrona. Prendeva in giro Brosio prima dei collegamenti con Fede ai tempi di Mani pulite chiedendo al sottoscritto: “Ma secondo te quando invecchierò diventerò come lui?”. Gli replicavo che sarebbe stato impossibile.
L’intitolazione della sala stampa a Carenzo era una sorta di atto dovuto ma lo abbiamo fatto con piacere pur ricordando che in tempi recenti la nostra comunità era stata colpita da due scomparse premature: Cristina Bassetto e Emilio Randacio. (frank cimini)
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‘Gli sfiorati’, Steccanella sgretola le certezze di una generazione
“Appartengo alla generazione di quelli che hanno mancato gli appuntamenti più significativi. Troppo piccolo per vivere da protagonista gli anni Sessanta e Settanta e troppo vecchio per godere degli stupefacenti sviluppi tecnologici del millennio”.Davide Steccanella è uno sfiorato, appena lambito dalle contestazioni giovanili e dal furore omicida di quella stagione che traboccava di sangue e sogni. Figlio della levigata borghesia milanese, si increspa da ragazzo per il calcio, il divertimento e la musica rock, tiene a distanza siderale la politica e diventa avvocato con l’ossessione di “cercare il punto”, come gli insegna il suo maestro in toga Ludovico Isolabella. Finché, durante una vacanza in Spagna, ormai professionista affermato e uomo che, direbbe Montale, “l’ombra sua non cura”, divora un libro con Aldo Moro in copertina e si infligge delle domande su quelle che per lui erano state fino a quel momento verità intangibili, “il pensiero di ogni buon democratico che legge Repubblica, esalta la legalità e a ogni elezione vota obbediente il nominativo indicatogli dal centrosinistra riformista”.
Da questo momento è come se il ragazzo distratto negli anni in cui tutto gli arrivava come calore di fiamma lontana abbia una seconda possibilità per gettarsi nell’incendio di quella che rappresentò al tempo stesso primavera e tomba di una generazione. Con un’indagine storica alla Javier Cercas, l’io narrante compie un viaggio nei luoghi della sua città toccati dagli avvenimenti di quegli anni, quasi avesse la necessità di tastare le pietre e calpestare passi antichi per capire, e nel cuore di chi, amici e non, anche colpevoli per sentenza definitiva, ha vissuto e conosciuto quello che lui ha ignorato.
“Chi oggi si preoccuperebbe di manifestare per l’Angola?”, è la riflessione che porta Steccanella a misurarsi con la voragine tra la generazione pronta a morire per chi viveva in emisferi remoti e quella degli sfiorati, aggrappati a un individualismo diventato edonista negli anni Ottanta, marchiati dalla fuga nella droga.
“Nel 1968 Milano era una città molto diversa da quella di oggi. Era meno colorata ma sembrava più in rilievo perché era più mossa e meno plastico da modellino. Le persone che andavano a piedi sembravano più visibili e tangibili e si sparpagliavano maggiormente rispetto a quella massa informe che oggi si vede marciare, quasi compatta, verso una meta precisa a orari prefissati”.
Con uno sguardo candido e puntiglioso, nutrito da letture a perdifiato, Steccanella fa alzare “l’onda rimossa” di quegli anni sommergendo le comuni certezze: “Avevo scoperto che la stragrande maggioranza dei brigatisti erano operai e, in gran parte, emigrati dal sud o comunque dei proletari. Questo significava che, contrariamente a quanto aveva sempre raccontato il PCI, non era vero che le Brigate Rosse fossero ‘nemiche degli operai’ (…) Dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse e non erano affatto un fenomeno momentaneo”. A permettergli di centrare finalmente “il punto”, dopo una spasmodica ricerca, sono le parole dell’’Irriducibile’, ormai vecchio e malato, capaci di restituire a tutto il libro il respiro di un pezzo del Novecento che attraversò come una febbre incurabile diversi angoli del pianeta, non solo Milano, non solo l’Italia. E solo nel volto di un uomo prossimo alla fine, Steccanella cessa di essere uno sfiorato e viene posseduto, da ora e per sempre, da un sentimento assoluto di appartenenza. (manuela d’alesssandro)
Gli sfiorati di Davide Steccanelli, edizioni Bietti, pagg. 214, disponibile alla libreria Accademia di corso di Porta Vittoria e nelle librerie Feltrinelli. Il romanzo ha vinto il premio ‘Avvocati e Autori’ della Lombardia.
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Un anno ai domiciliari per errore di carabinieri, giudici e avvocato
Per un errore dei carabinieri, di un magistrato e anche del suo primo avvocato, Donato C., 43 anni, ha trascorso un anno agli arresti domiciliari quando avrebbe dovuto essere libero, come stabilito da un giudice. Addirittura è stato processato per evasione dai domiciliari che non avrebbe dovuto scontare, finendo assolto con sentenza del 6 novembre scorso.
La sua storia, comprese le ammissioni dello sbaglio da parte dei protagonisti, è contenuta in una serie di atti processuali. Il 13 luglio 2017, il Tribunale di Milano dispone per Donato C., che si trovava a San Vittore dopo essere stato condannato a un anno e tre mesi per favoreggiamento di un latitante, l’immediata scarcerazione’ e la remissione in libertà “considerato che, nonostante i precedenti penali, non aveva mai subito carcerazioni e che, pertanto, si ritiene che la presente vicenda processuale possa sortire adeguato effetto deterrente e non si renda necessaria l’applicazione di ulteriori misure cautelari”. La sua condanna avrebbe quindi potuto e dovuto scontarla con le misure alternative, come l’affidamento in prova.
Quella sera stessa, si presenta alla stazione dei carabinieri di Rozzano esibendo il provvedimento firmato dal giudice. Il militare di servizio nella caserma, è scritto in una nota in cui il Comandante della stazione ammette lo sbaglio, “nell’erroneo convincimento che si trattasse della sostituzione della custodia cautelare con la misura meno afflittiva dei domiciliari redasse il verbale di sottoposizione che certifica che, da quel momento, il Comando ha assunto l’onere dei controlli sulla persona sottoposta a misura restrittiva”. L’errore viene ‘raddoppiato‘, sempre lo stesso giorno, quando il suo legale presenta al Tribunale un’istanza per autorizzare il suo assistito ad allontanarsi da casa per qualche ora al giorno per la spesa, le cure mediche e altre necessità quotidiane. E viene ‘triplicato‘ quando pochi giorni dopo, il 31 luglio, un giudice della sezione feriale del Tribunale non si rende conto che Donato C. dovrebbe essere libero e lo autorizza ad allontanarsi dalla propria abitazione dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 18. “Il fatto che questa vicenda kafkiana si sia protratta per un anno – si legge ancora nella nota del Comandante dei Carabinieri di Rozzano – è anche (o soprattutto) dovuto alla circostanza che il 31 luglio 2017 fu inviato il provvedimento col quale Donato C. venne autorizzato ad allontanarsi dalla propria abitazione”. La svolta arriva quando l’uomo, stanco di ripetere che un giudice lo aveva messo in libertà, si rivolge all’avvocato Debora Piazza la quale, incredula, attesta che effettivamente Donato C. è vittima di un grave errore giudiziario. Il 19 luglio 2018, Piazza manda una ‘diffida’ ai carabinieri di Rozzano nella quale sottolinea che il suo assistito è sottoposto a “un inspiegabile e del tutto ingiustificato provvedimento” e “ha scontato un anno di arresto domiciliari in modo del tutto illegittimo”. Il giorno dopo, arriva la revoca dei domiciliari.
L’esito grottesco di questa sequela di errori arriva quando Donato C. viene processato, su richiesta della Procura, per evasione perché si è allontanato “senza autorizzazione” dalla sua abitazione violando – si legge nel capo d’imputazione – “l’ordinanza che ha disposto i domiciliari”. Accusa da cui è stato assolto il 6 novembre scorso ‘perché il fatto non sussiste’. Ora, tramite il suo legale, chiederà un lauto risarcimento per ingiusta detenzione. “E’ una vicenda che lascia basiti – commenta l’avvocato Piazza – e certifica la lontananza dei principi contenuti nei manuali del diritto dalla realtà”. (manuela d’alessandro)
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“Figli della catastrofi”, l’amicizia tra un ex Br e un bandito della Comasina
Due vite parallele che si incrociano fino a saldarsi in un’amicizia profonda in carcere e ora in un libro in uscita, ‘Figli delle catastrofi’, edito da ‘Le milieu’. Le firme sono quelle di due protagonisti della storia criminale italiana del secolo scorso che stanno scontando l’ergastolo: Giorgio Panizzari, uno dei 13 reclusi di cui le Brigate Rosse, a cui apparteneva, chiesero la liberazione in cambio del rilascio di Aldo Moro, e Tino Stefanini, ex componente della ‘banda Vallanzasca’, uno dei gruppi militari più feroci degli anni Settanta.
“Siamo in due piani diversi, ma ci aprono al mattino attorno alle 7 e la chiusura è alle 20, 30, così abbiamo modo di trascorrere il più tempo insieme, discorrendo a volte del nostro trascorso, leccandoci a vicenda delle ferite indelebili di quel gruppo di amici che non sono più con noi, raccontandoci a vicenda di quella malavita che è finita e noi, sopravvissuti in via d’estinzione! Magari davanti a un piatto di aglio, olio e peperoncino”.
Carcere di Bollate, autunno 2019, nella stessa sezione in cui è rinchiuso anche Renato Vallanzasca, il capo della banda che atterriva Milano. Questa scena intima e idilliaca arriva dopo duecento pagine gonfie di turbolenze e azione in quella breve ma intensa parte delle loro vite in libertà perché due terzi dell’esistenza l’hanno trascorsa in carcere. Il racconto è lucido, senza sconti, come quando Panizzari, oggi 70enne, ricorda l’amico Martino Zicchitella, “che non era un uomo da situazioni ordinarie”, morto nel corso del fallito attentato al questore anti – terrorismo Alfonso Noce. “Coloro che l’hanno conosciuto bene, sanno bene che Martino non avrebbe voluto una morte diversa e io – aggiunge con orgoglio – l’ho conosciuto bene!”.
Quando gli venne negato il permesso di recarsi a dare l’ultimo saluto all’amico Agrippino che stava morendo, Panizzari provò a chiedere la semilibertà al giudice che gli chiese: “Lei cosa pensa oggi dei familiari di quella vittima che tanti anni fa ha ucciso?”. Lui rispose che non aveva ucciso nessuno e che non gli sembrava serio chiedere scusa 40 anni dopo a chi aveva subito un lutto così straziante solo perché in quel momento chiedeva un beneficio penitenziario. Il giudice, contro il parere del procuratore generale, gli concesse la semilibertà.
La vita di Tino “è stata un cumulo di pene iniziato dal 1970, da una condanna ancora minorenne con un susseguirsi infinito di reati sempre più gravi. Una vita trascorsa da sparatorie, evasioni, violenza, arresti e i benefici previsti dalle leggi che mi lasciavano ogni tanto qualche spiraglio di libertà”. “Questo libro non inneggia a nulla”, scrive nella prefazione l’avvocato Davide Steccanella, difensore di Panizzari ed esperto di terrorismo, spiegando che il testo nasce dal “rispetto reciproco per le lotte portate avanti attraverso la rivolta contro la spersonalizzazione, contro un sistema repressivo, mai domi, sempre pronti ad urlare le loro ragioni”. Panizzari scrive di essere stato trasferito in poco più di un anno “17 volte quasi sempre nelle carceri e case penali più infami del Paese; mi furono negati i colloqui con la mia convivente, mi furono ostacolati – quando non resi impossibili – i colloqui con gli avvocati. Presentai decine di esposti…fui ignorato. Le lotte in carcere imperversavano. Molti studenti, compagni operai, erano entrati in carcere, si fraternizzava e si parlava. Si discuteva di tutto, specie con quelli di Lotta Continua”.
E’ questo il momento in cui cambia la sua vita: “Se volevano prendersi la mia vita intera condannandomi all’ergastolo, io avrei preso la loro. Stavano nascendo i Nuclei Armati Proletari”. C’è spazio anche per l’episodio del sequestro di un agente della polizia penitenziaria nel manicomio di Aversa “col direttore che ci propose che ci avrebbe fatto risultare un cancro e uscire per malattia” se avessimo consegnato l’ostaggio. Panizzari venne poi condannato a due anni e otto mesi con l’attenuante di avere agito per ‘motivi di valore morale e sociale’, cioè la volontà di denunciare le violenze nel manicomio . E per la storia della grazia ricevuta dall’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, e poi revocata in seguito a un nuovo arresto per una rapina organizzata – questa la versione di Panizzari – per pagare le cure alla compagna malata. Amara la conclusione di Stefanini che spiega “gli enormi cambiamenti nel sottobosco della malavita” con la “nuova generazione diventa egoista, che pensa al proprio orticello fregandosene di tutto ciò che la circonda; nella maggior parte dei casi escono ‘pentiti’ o collaboratori di giustizia, approfittando degli sconti di pena. Ben pochi pensano alle famiglie o a mantenere in carcere i coimputati che non hanno fatto la spia”.
(manuela d’alessandro)
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La gioia del primo ostativo ‘libero’: ora tutti hanno una chanche
E’ stato, nell’agosto del 2018, il primo ergastolano ostativo a cui è stata concessa la liberazione condizionale. Dopo la sentenza della Consulta, il pensiero di Carmelo Musumeci corre a chi è ancora dentro: “Sono contento pensando ai miei ex compagni, finalmente hanno una speranza concreta di futuro, una possibilità che dipende dal percorso che faranno e dai magistrati di sorveglianza. Per me è il momento di tirare un sospiro di sollievo, è come se mi sentissi meno in colpa di avercela fatta. Un po’ come se mi stessi scrollando di dosso un po’ di carcere, anche se il carcere non mi abbandonerà mai”. Musumeci, 64 anni, ne ha trascorsi 27 da recluso. In carcere, si è laureato e ha scritto tanti libri, tra cui ‘Gli ergastolani senza scampo’ assieme al docente di diritto costituzionale Andrea Pugiotto, un testo diventato una sorta di manifesto per quelli che lui ha definito gli ‘uomini ombra’ destinati a vivere una vita intere senza scorgere la luce. Nell’ordinanza con cui gli hanno concesso la liberazione condizionale, i giudici hanno preso atto di “un grande percorso di crescita personale e del suo essere un uomo nuovo che si riscatta dal passato, impegnandosi quotidianamente ad assistere i disabili”. “Sono convinto che la decisione della Consulta possa essere decisiva per sconfiggere i fenomeni criminali. La speranza è l’arma più efficace per combatterli. Prima sapevi di stare dentro per sempre, perché cambiare? Ora non è più la legge a dirti che sei irrecuperabile, ma sarà un magistrato a stabilire se lo sei o meno. In precedenza, il giudice aveva le mani legate, anche se vedeva un cambiamento meritevole di essere premiato. Penso soprattutto ai ‘giovani’ ergastolani, quelli entrati giovanissimi che ora hanno 50 anni dopo una vita dentro. Adesso possono sperare. Il mio sogno è l’abolizione dell’ergastolo, che tutti nel certificato di detenzione abbiano scritta una data di inizio e una di fine e che al mattino, sul calendario, possano contare quanti giorni gli mancano”.
(manuela d’alessandro)
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Perché la fine dell’ergastolo ostativo non favorisce la mafia
“Dopo la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non è vero che, come ho letto, rivedremo circolare per le strade i boss mafiosi’. Questa è una bugia anche se detta da un procuratore antimafia”. Andrea Pugiotto, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti in Italia di ergastolo ostativo e capofila nella battaglia per eliminarlo, chiarisce i contenuti e conseguenze della decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Perché non favorisce la mafia
“Questo argomento ha intasato la rassegna stampa degli ultimi giorni, gonfia di dichiarazioni bellicose. Sono prese di posizione chiaramente mirate a esercitare pressioni sul panel dei 5 giudici europei alla vigilia della loro odierna, coerente e scontata decisione. Eppure, i vari procuratori (anche emeriti) che hanno preso così la parola dovrebbero sapere che l’articolo 3 della CEDU è una delle sole quattro norme della CEU che non ammettono eccezione o sospensione, nemmeno in uno Stato di guerra. I giudici europei non ignorano affatto il fenomeno mafioso, ma sanno che nessun reato, per quanto grave, legittima la violazione della dignità umana protetta da quel divieto. Forse, nei prossimi giorni, ci toccherà sentire voci scandalizzate che chiederanno all’Italia di uscire dal Consiglio d’Europa”.
Cosa succede ai boss
“Caduto l’automatismo ostativo -argomenta – si ritornerà alla regola alla regola della valutazione giurisdizionale individuale. Si chiama riserva di giurisdizione ed è prevista dalla Costituzione come meccanismo di garanzia per tutti cittadini, detenuti compresi. Chi preferisce un giudice ‘passacarte’, in realtà mostra totale sfiducia nella magistratura di sorveglianza, preferendo alla sua autonomia e indipendenza una sua subordinazione alle informative degli apparati di polizia.
Perché è una decisione scontata
Non sono affatto sorpreso di questa decisione. La sentenza Viola del 13 giugno scorso non faceva altro che applicare al caso italiano una giurisprudenza consolidatissima che considera contraria all’articolo 3 della CEDU una pena perpetua priva di concrete prospettive di liberazione del detenuto, alla luce del suo percorso educativo. Solo chi antepone la logica della politica a quella, stringente, del diritto, poteva anche solo ipotizzare un esito differente”.
Cosa deve fare ora l’Italia
La decisione di oggi è importante per due ragioni; la prima è che la sentenza definitiva segnala nell’ergastolo ostativo un problema strutturale nel nostro ordinamento penitenziario, invitando l’Italia a porvi rimedio attraverso una sua riforma ‘di preferenza di iniziativa legislativa’. Diversamente i molti ricorsi siamesi pendenti a Strasburgo e promossi da altri ergastolani ostativi saranno certamente accolti e l’Italia subirà ripetute condanne per non avere adempiuto all’obbligo di rispettare una delle norme chiave della CEDU. La seconda ragione è che il 22 ottobre, la Corte Costituzionale si pronuncerà su due questioni di legittimità riguardanti l’articolo 4 – bis, comma I, dell’ordinamento penitenziario, che introduce il regime ostativo applicato all’ergastolo. I giudici costituzionali dovranno misurarsi con le meditate argomentazioni dei loro colleghi di Strasburgo”. Attualmente tre ergastolani su quattro sono ostativi, cioè condannati per gravi reati associativi, che, diversamente da tutti gli altri ristretti in prigione, non beneficeranno mai di alcuna misura extramuraria a meno che non rivelino ciò che ancora sanno dei loro crimini. Lo scopo di tale regime – come la stessa Corte Costituzionale ha recentemente riconosciuto – è di incentivare, per ragioni investigative e di politica criminale generale, la collaborazione con la giustizia attraverso un ‘trattamento penitenziario di particolare asprezza. Il perno di questo regime – una vera e propria presunzione legale assoluta – è che solo collaborando si ha la prova certa sia della rottura col sodalizio criminale che dell’avvenuto processo di ravvedimento del reo”.
La Corte Europea ha bocciato la collaborazione come condizione per avere i benefici?
No, la Corte Europea non ha bocciato la collaborazione come condizione per accedere ai benefici penitenziari ma ha contestato l’equivalenza tra mancata collaborazione e pericolosità sociale del condannato, invitando il legislatore italiano a prevedere anche per l’ergastolano non collaborante la necessità di accedere ai benefici penitenziari, se ha dato la prova del sicuro ravvedimento. Come afferma la sentenza Viola contro Italia numero 2, la scelta se collaborare o meno può non essere libera, quando il reo teme ritorsioni su di sé o vendette contro i propri familiari. E afferma realisticamente che la stessa collaborazione può nascere non da un’autentica collaborazione, ma anche dall’unico proposito di ottenere i vantaggi di legge, Ecco perché il solo modo di restituire coerenza al sistema è che sia la magistratura di sorveglianza a valutare, caso per caso, alla luce dell’intero percorso trattamentale del reo, se sia ancora specialmente pericoloso, indipendentemente dalla sua collaborazione con la giustizia.
Logica emergenziale o logica costituzionale?
Rispondo con le parole di Leonardo Sciascia, che di mafia sapeva e scriveva, qaundo ancora se ne negava l’esistenza: la criminalità mafiosa non si combatte con la ‘terribilità del diritto’ ma con gli strumenti dello Stato di diritto.
(manuela d’alessandro)
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Il caso Ruby e il sequestro di un cavallo
Ruby per sempre. Ormai la storia delle “cene eleganti” nella residenza di Silvio Berlusconi oltre ad aver prodotto tre processi uno dei quali ancora in corso e lontanissimo dall’essere definito con diversi stralci finiti altrove per ragioni di competenza pervade anche altre vicende giudiziarie.
E’ il caso del sequestro di un cavallo, a nome Calatash, disposto dal sostituto procuratore Luca Gaglio pm di udienza del processo Ruby ter, dove Silvio Berlusconi risponde di corruzione in atti giudiziari perché avrebbe pagato alcune ospiti della serate di Arcore affinché mentissero davanti ai giudici. Il sequestro avviene ai danni di Pierpaolo Armani Pagano accusato di appropriazione indebita su denuncia di Luca Panerai, figlio dell’editore Paolo.
Pagano è assistito dall’avvocato Luca Giuliante ex difensore di Ruby e imputato di corruzione Ion atti giudiziari nel processo Ruby ter. Giuliante ricorre al tribunale del riesame che gli dà ragione dissequestrando il cavallo dal momento che Pagano lo aveva pagato interamente versando 35 mila euro al signor Panerai.
L’aspetto curioso della vicenda sta nella rinuncia del pm Gaglio a continuare a occuparsi del fascicolo poi affidato a un collega. Gaglio rinunciava a suo dire per non trovarsi in imbarazzo in ragione della presenza nella causa di un avvocato, Giuliante, imputato in un processo dove lui rappresenta l’accusa in aula. Il pm Gaglio comunque rinunciava dopo che la la sua tesi era stata bocciata in sede di Riesame. Successivamente l’indagine a carico di Pagano è stata archiviata (frank cimini)
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“La regola del lupo”, il giallo lacustre sull’amicizia firmato da Vanni
Manca l’aria nella ‘Regola del lupo’.
Anche se sulla superficie del lago di Como luccicano le promesse della primavera, Franco Vanni, che la canna da pesca la sa impugnare bene come una penna, preferisce mettere la testa sotto l’acqua mansueta del Lario, nel punto in cui risplende il borgo di Pescallo. Quale prospettiva migliore, dall’abisso dello specchio dolce più profondo d’Italia, per scrutare il glicine appena fiorito farsi lugubre testimone all’alba di un colpo di pistola, dell’urlo di un uomo (“Lo sapevo!”) e infine di un secondo colpo.
“Il corpo di Filippo Corti era accasciato sul gommoncino, riverso a pancia in sotto. Le gambe ingombravano quasi per intero il canotto. Le braccia pendevano in acqua oltre il tubolare della prua”
E’ claustrofobica la barca a vela di Filippo Corti che tutti in paese chiamano il Filippino in dileggio al mestiere della madre, venuto da Milano a festeggiare il suo quarantesimo compleanno assieme ad Andrea Castiglioni, ex migliore amico e figlio dell’imprenditore Rocco, all’avvocato Marco Michelini, origini proletaria ed intelligenza viva e all’ereditiera Priscilla Odescalchi, una bellezza appena increspata dagli anni della loro giovinezza, passata tra feste con gli struzzi e impennate verso un futuro raggiante.
“Il Filippino era un grandissimo figlio di puttana”, riferiscono compatti i tre amici a Salvatore Cinà detto ‘il Lupo’, il vecchio maresciallo dei carabinieri all’ultima curva della sua vita in divisa, e all’istrionico pubblico ministero Ciro Capasso, un whisky sempre in mano per arrotondare le sue tesi investigative.
L’aria scarseggia anche tra le pagine: la scrittura fitta riempie ogni bolla, con la prepotenza di chi ti lascia giusto un sospiro quando giri foglio. Il furore di Vanni concentra quasi tutto in un pugno di ore, con gli interrogatori dei tre possibili colpevoli incastonati nello sguardo paziente del lago che restituiscono anche virtù e maledizioni del Filippino. Il languore delle acque, appena accese dalla stagione del glicine, rende sensuale la narrazione, esaltando le sottigliezze nei rapporti tra i protagonisti. “La regola del lupo’ diventa così anche un raffinato atlante sentimentale sull’amicizia .
In questo scrigno chiuso, si muove però un personaggio che con la sua freschezza fa entrare vento da tutte le finestre del romanzo. E’ Steno Molteni, 27enne cronista del settimanale ‘La Notte’ che, come nel ‘Caso Kellan’, opera precedente dell’autore, conduce un’indagine parallela a quella istituzionale. Vive sempre all’hotel Garibaldi, dove paga il vitto al signor Barzini preparando cocktail alla sera, gira su una vecchia Maserati Ghibli, con autista un amico senzatetto e tergiversa con la sexy fotografa Sabine.
Dalle sue interviste nei palazzi storici della Milano perbene, da alcuni oggetti risaliti dal fondo dove l’autore si rannicchia e da un cardellino arriveranno le folate investigative che consentiranno al ‘lupo’ Cinà di chiudere il caso per lasciare il suo ufficio e correre nell’aria profumata di glicine con la bicicletta elettrica, regalo della pensione.
“Nella caccia di un lupo esiste qualcosa di più della semplice uccisione”.
“La regola del lupo” di Franco Vanni, ed. Baldini + Castoldi, 288 pagg, è in vendita anche alla libreria Accademia, corso di Porta Vittoria 14.
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Scientology sconfitta, la stampa può investigare nella Chiesa
Il giudice civile di Milano Nicola Di Plotti ha rigettato la richiesta di risarcimento di 80mila euro presentata dalla Chiesa Scientology di Milano nei confronti dei due cronisti Andrea Sceresini e Giuseppe Borello, autori di un documentario sulla Chiesa vincitore del Dig Awards nel 2016 e poi tramesso dal programma ‘Report’.
Borello, con l’obbiettivo di registrare attraverso audio e immagini un’inchiesta sotto copertura, si era professato fedele e aveva utilizzato un falso nome per entrare a far parte della comunità di viale Fulvio Testi diventando membro dello staff per carpire informazioni agli adepti.
Per il giudice non è stata commessa nessuna violazione di domicilio perché “la sede di Scientology non può essere qualificata come un luogo di privata dimora, trattandosi di un luogo aperto al pubblico”. “In quanto luogo di culto – argomenta – è accessibile a una pluralità di soggetti anche senza il preventivo consenso dell’avente diritto; l’attività ivi svolta avviene a contatto con un numero indeterminato di persone e, talvolta, in rapporto con gli stessi: in questo senso è fuori luogo parlare di riservatezza o di necessità di tutela della sfera privata del soggetto giuridico”. Borello e Sceresini, difesi dall’avvocato Cesare Del Moro, non sono inoltre responsabili per l’illecita captazione e per la divulgazione delle immagini che ritraevano i fedeli nello svolgimento dei loro rituali e sono state inserite nel documentario ‘The organization’. Questo perché “il Codice della Privacy trova applicazione unicamente nei confronti delle persone fisiche e quindi Scientology non aveva titolarità a chiedere il risarcimento”. Scientology di Milano è stata condannata a pagare oltre 13mila euro di spese processuali.La vicenda ha anche in corso un risvolto penale. La Procura di Milano sta svolgendo un’indagine che verrà chiusa nelle prossime settimane sulla presunta diffamazione attraverso il blog ‘pennivendoli.com’ (ancora online) ai danni dei due giornalisti, assistiti dall’avvocato Marco Tullio Giordano. Al vaglio degli inquirenti anche le chiamate provenienti da un telefono con una sim card riconducibile a un defunto capo dell’organizzazione. (manuela d’alessandro)
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NoExpo, prosciolti 5 anarchici greci
perché già condannati ad AteneIl Tribunale di Milano, decima sezione penale, ha prosciolto cinque anarchici greci accusati di devastazione e saccheggio in relazione agli scontri avvenuti il primo maggio del 2015 in occasione dell’inaugurazione di Expo. “Non luogo a procedere”. La ragione è molto semplice: erano già stati processati e condannati in patria a 2 anni e 5 mesi per gli stessi fatti, qualificati però giuridicamente con imputazioni meno gravi perché nel loro Paese non esiste il reato di devastazione e saccheggio. Le condanne di Atene erano infatti per resistenza aggravata.
Il reato di devastazione e saccheggio in Italia prevede condanne comprese tra 8 e 15 anni di reclusione, come soltanto in Albania e in Russia. Le accuse erano già state messe in discussione dalla Corte d’appello di Atene quando aveva rigettato la richiesta di estradizione inoltrata dai giudici di Milano. I magistrati greci avevano affermato che non esiste la responsabilità collettiva ma soltanto quella personale e che non c’erano elementi sufficienti di accusa per arrestare gli imputati e rimandarli in Italia. Successivamente, sulla base degli atti italiani, i cinque anarchici erano stati processati in Grecia e la sentenza di condanna era diventata definitiva anche perché i legali della difesa avevano rinunciato al ricorso in Appello promosso originariamente.
Il Tribunale ha applicato il principio del “ne bis in idem” su parere conforme della Procura. Per un sesto imputato, cittadino italiano, Massimiliano Re Cecconi, gli atti tornano ora, per decisione dei giudici, ai pm di Milano, che dovranno riscrivere l’atto di conclusione delle indagini, riformulare eventualmente la richiesta di rinvio a giudizio e andare in udienza preliminare. Il Tribunale ha accolto l’eccezione dei difensori, gli avvocati Mauro Straini ed Eugenio Losco, sulla dichiarazione di irreperibilità di Re Cecconi dal momento che, in base alle dichiarazioni dei genitori, il giovane risiedeva tranquillamente a Tolosa, dove frequentava una scuola di musica e dove venne arrestato ed estradato in Italia.
Finora la Procura di Milano non è riuscita a ottenere nessuna condanna per devastazione e saccheggio in relazione ai fatti del primo maggio. Ci sono state solo condanne per reati minori. In relazione agli anarchici greci i pm sono stati costretti a fare una sorta di buon viso a cattivo gioco perché i giochi erano già stati fatti ad Atene. L’accusa per adesso registra una sconfitta su tutta la linea ma in materia di antagonismo sociale e politico ritiene di avere altre carte da giocare. Per esempio dal prossimo 2 aprile, quando saranno processati, per associazione per delinquere, i militanti del collettivo per la casa del Giambellino, nonostante che, per ammissione degli stessi pm, gli imputati in relazione alle occupazioni non abbiano guadagnato un euro. Si tratta di un racket molto presunto e di un processo istruito in linea con il clima politico che si respira nel Paese, dove le lotte sociali, come accade nel settore della logistica e per la questione del Tav, vengono represse con un accanimento degno di miglior causa (frank cimini)
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No Expo condannati in Grecia, a rischio processo Milano
Sorpresa. I quattro anarchici greci imputati a Milano per devastazione e saccheggio in relazione agli incidenti del primo maggio 2015 per l’inaugurazione di Expo sono già stati processati ad Atene per quei fatti e condannati a 2 anni e 5 mesi. Questa mattina i difensori Mauro Straini e Eugenio Losco hanno chiesto il non luogo a procedere depositando la sentenza di Atene diventata definitiva. Il pm Piero Basilone ne ha preso atto e si è detto d’accordo nel non celebrare il processo per il principio del ‘ne bis in in idem’. I giudici della decima sezione penale del Tribunale decideranno il prossimo 28 marzo.
Ad Atene i giovani anarchici sono stati condannati per resistenza a pubblico ufficiale e per reati ravvisabili del codice greco dove non esiste l’imputazione di devastazione e saccheggio. I quattro imputati che hanno avuto nel loro paese la pena sospesa sono a piede libero perché la corte di Appello aveva respinto la richiesta milanese di arrestarli ed estradarli criticando fortemente l’impianto accusatorio e ricordando che non esiste la responsabilità collettiva ma solo quella personale e spiegando che non vi erano elementi sufficienti per rimandarli in Italia.
I giudici di Milano dovranno comunque occuparsi di un quinto imputato Massimiliano Re Cecconi. I difensori hanno chiesto che si torni all’udienza preliminare contestando la dichiarazione di irreperibilità per il giovane poi arrestato in Francia e estradato. Per i legali anche sulla base di quanto detto dai genitori il ragazzo era chiaramente reperibile a Tolosa dove studiava in una scuola di musica.
In attesa della decisione dei giudici e del processo a Re Cecconi si può dire che finora in relazione alla manifestazione del primo maggio per nessuno la procura è riuscita a ottenere la condanna per devastazione e saccheggio, reato per il quale è prevista la pena compresa tra 8 e 15 anni di reclusione. Ci sono state condanne ma solo per reati minori. E oggi la procura si è arresa davanti alle risultanze della giustizia greca. Insomma il primo maggio del 2015 è lontano molto lontano. Adesso per la procura ci sono altre priorità a livello di antagonismo sociale e politico. Innanzitutto il processo al comitato per la casa del Giambellino dove viene contestata l’associazione per delinquere anche se i pm sono i primi ad escludere che gli imputati abbiano guadagnato un solo euro dal presunto racket, molto presunto (frank cimini)
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Il legittimo Far West
Evidentemente per il nostro legislatore non solo il vituperato regime fascista, che ai tempi fece scrivere al giurista Alfredo Rocco gli articoli 52 e 55 del Codice penale, ma anche il successivo governo Berlusconi, che già intervenne nel 2005, sono stati troppo ‘tolleranti’ con i malviventi che attentano alla proprietà privata.
E’ in corso di approvazione infatti un aggiornamento delle legge sulla legittima difesa che presenta alcune innovazioni che lasciano a dir poco perplessi. L’articolo 1 della nuova legge prevede che la proporzionalità tra offesa e difesa, richiesta dall’articolo 52 del codice penale, debba essere ritenuta sempre sussistente nel caso di uso di arma legittimamente detenuta per difendere i beni propri o altrui dal, si legge, ‘pericolo di un’aggressione’, il che significa che per proteggere una ‘cosa’ si potrà legittimamente uccidere anche in assenza di aggressione alcuna. Non bastasse, il successivo articolo 2 stabilisce che anche qualora difettasse detta proporzione, chi eccede colposamente non verrà comunque più punito secondo quanto oggi previsto dall’articolo 55 del codice penale se ha agito, si legge, in un momento di ‘particolare turbamento’. Infine, dopo avere ulteriormente inasprito le pene per i delitti di violazione di domicilio, furto, rapina, la riforma si spinge anche a stabilire che in caso di assoluzione in sede penale, sarà inibito alla vittima della eccessiva reazione, anche qualsivoglia risarcimento in sede civile.
Come sempre toccherà alla sensibilità dei singoli magistrati interpretare in modo corretto concetti di rara evanescenza giuridica quali ‘pericolo’ e ‘turbamento’ per evitare che il diritto di proprietà, certamente tutelato dalla nostra Costituzione, possa prevalere su quello della vita e all’incolumità delle persone, tra le quali, con buona pace di quanto oggi pare vada di moda affermare, rientrano pur sempre anche i ‘delinquenti’, pena altrimenti la sostituzione della legge degli uomini moderni con quella della giungla o del taglione che dir si voglia.
Non troppi anni fa, qualcuno forse lo ricorderà, un gioielliere romano, tale Bruno Tabocchini, uccise il centrocampista della Lazio Luciano Re Cecconi appena costui aveva messo piede nel suo negozio fingendosi un rapinatore. Una volta appurato che il morto era disarmato, il gioielliere fu arrestato e rapidamente portato a processo con l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa perché non era lecito sparare per salvare il borsellino, ma occorreva dimostrare il rischio percepito all’incolumità personale. Il gioielliere venne assolto ma quel che è certo è che oggi quel processo non si potrebbe neppure iniziare. Quello che stupisce è come l’attuale governo si sia distinto in questi pochi mesi in una serie di interventi legislativi sulla giustizia che paiono creare un finale paradosso che ovviamente in quanto tale non deve essere preso alla lettera ma che si ritiene non discorsasi troppo dalla realtà. Con il nuovo sistema potrebbe anche accadere che: 1) Tizio travestito sia pagato dallo Stato per fare la spia contro Caio che lavora nell’amministrazione pubblica 2) Caio venga condannato a parecchi anni di reclusione per avere accettato un biglietto del bus gratis da quel Tizio 3) dopo 25 anni di interminabili processi, Caio venga sbattuto in galera senza passare dal via anche se ormai è decrepito ma 4) se sempre Caio, mentre lo portano dentro, spara alla schiena di Sempronio che cercava di rubargli quel biglietto del bus e lo uccide come un cane, lo Stato non solo lo punisce ma gli paga anche l’avvocato.
Il mio, lo ripeto, è un paradosso ma non vorrei che alcune leggi dello Stato siano la conseguenza del fatto che nonostante in Italia ci siano più di 1800 detenuti all’ergastolo ostativo, si continui ancora da più parti a sostenere che nel nostro Paese ‘i delinquenti la fanno franca’ perché non ci sarebbe la certezza della pena. Me lo chiedo perché non credo, e i numeri non paiono smentirmi, che oggi in Italia si commettano molti più delitti di 10 anni fa, E allora, perché?
avvocato Davide Steccanella
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Il giudice che fa le camere di consiglio via skype
Il giudice penale che ha introdotto le udienze via Skype si chiama Pierpaolo Beluzzi, ha 54 anni, lavora al Tribunale di Cremona e tiene un corso all’Università Cattolica di Milano che definisce “sulla creatività della giustizia digitale”. Molti avvocati lo adorano, soprattutto quelli che risparmiano ore di spostamenti da una citta’ all’altra per sedersi pochi secondi in un’aula di Tribunale, ma i vantaggi in termini di tempo del suo modo di lavorare sono per tutti – testimoni, interpreti, consulenti – perché riguardano tutte le fasi del procedimento.
“Abbiamo utilizzato la tecnologia in oltre duecento processi negli ultimi anni – racconta il magistrato – il presupposto è che tutte le parti siano d’accordo nel farlo. I casi che dimostrano quanto sia utile sono diversi. Con Skype ci siamo collegati col testimone che non aveva i soldi per pagare il viaggio e venire a deporre; abbiamo sentito persone truffate che risiedevano in diverse città italiane, e anche all’estero, a cui sarebbe costato tempo e denaro spostarsi a Cremona per rendere dichiarazioni che hanno potuto fare da casa. E ancora, penso a quei medici che hanno potuto intervenire in udienza senza lasciare il reparto dove lavorano o ai consulenti che vivono altrove e hanno potuto esporre i loro studi senza muoversi dall’ufficio”. Questo sistema, sostiene Beluzzi, ha enormi vantaggi anche perché le parti sembrano essere “più disciplinate nell’ascoltare gli interventi altrui e tutto si svolge in modo più proficuo”. Il principio cardine nel nostro ordinamento, l’oralita’ del processo, viene rispettato, assicura il giudice, avvertendo però che nei casi più complessi non si può procedere con questo sistema. Una consapevolezza che hanno anche i legali: “Mi sono sorpreso tantissimo e positivamente quando il giudice mi ha detto che, se fossi stato d’accordo, avrei potuto evitare il viaggio da Milano a Cremona per una camera di consiglio su un’opposizione a un’archiviazione – racconta l’avvocato Simone Gatto – Mi ha invitato a dargli il mio indirizzo e-mail di Skype e ci saremmo sentiti per l’udienza camerale. Resto però convinto che in alcuni processi, penso a quelli per omicidio o a casi di criminalità organizzata, il principio dell’oralità ‘tradizionale’ vada salvaguardato per garantire al massimo il libero convincimento dei magistrati e anche dei giudici popolari. Parliamo soprattutto di situazioni dove l’aspetto emotivo conta molto”. In questi casi, una smorfia del volto, che uno schermo può ‘mascherare’, a volte risulta decisiva nel contribuire a valutare quanto sia attendibile un testimone. (manuela d’alessandro)
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Milano è il primo comune parte civile contro il cybercrime
Per la prima volta un Comune, quello di Milano, entra come parte civile in un processo per chiedere che vengano risarciti i cittadini vittime di frode informatiche. Succede nel giudizio col rito abbreviato a carico di 13 imputati che avrebbero costituito un’ associazione a delinquere tra l’Italia e la Romania finalizzata, tra le altre cose, alla clonazione delle carte di credito e alla falsificazione di documenti d’identità.
Il giudice Lorenza Pasquinelli ha accolto l’istanza in cui il legale dell’amministrazione comunale, l’avvocato Federico Bier, evidenzia che le tecniche utilizzate dal presunto gruppo criminale, tra cui e – mail ‘trappola’, “si caratterizzano per essere particolarmente subdole, tese a colpire in particolar modo vittime vulnerabili che per diverse ragioni si dimostrano inesperte nel fronteggiare tentativi di frode informatica e spesso, per debolezza e timore, rinunciano a sporgere denuncia”. Persone che “ingannate dalle richieste provenienti dai falsi istituti di credito presso i quali erano correntisti, hanno fornito in buona fede le credenziali di accesso ai loro conti, dai quali sono state sottratte somme di denaro”. Attraverso il suo legale, il Comune fa presente di avere da anni attivato una serie di iniziative, anche in collaborazione con la Procura, per prevenire i reati informatici e ha costituito nel 2014 un ‘Fondo per le vittime vulnerabili’. Ad alimentarlo sono i risarcimenti degli indagati, come i 9mila euro versati da Salvatore Aragona, uno dei presunti capi dell’associazione a delinquere, che ha ottenuto l’ok del pm Francesco Cajani a patteggiare una pena a 3 anni e sei mesi di carcere. Scopo della costituzionale di parte civile è quello di chiedere i danni non patrimoniali “sotto il profilo del turbamento provocato ai cittadini” e patrimoniali “con riferimento alle spese sostenute dal Comune, anche sotto il profilo organizzativo, per la realizzazione di tutte le attività di prevenzione, formazione e contrasto ai reati informatici”. (manuela d’alessandro)




















