Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Categoria: Nera

  • Ciao Emilio, con te ridevamo di più

    Difficile entrare di nuovo in queste quattro mura a rettangolo, con la luce sempre più fioca, senza vederti almeno un’altra volta. Senza vederti un attimo prima che tu te ne accorga, mentre sei di schiena e stai già finendo di leggere i giornali, o hai già finito. Sei stato il primo ad arrivare ancora una volta, ma qualche volta ti battiamo anche noi e allora la nostra classifica cambia e tu magari ti piazzi anche al terzo posto, per un bronzo, dopo tanti ori.

    Quando arrivi per primo, però, si vede, perché la sala ha tutte le sedie in ordine attorno al tavolo e quando tutto è in ordine con te si chiacchiera meglio, sembra, si ride di più, quanto si ride con te. Chissà perché, poi, ci scappa da ridere ancora una volta quando, infilato lo zaino, imbocchi la porta, che ti contiene appena, e ci dici ‘va bene, vado a darvi un buco’ o ‘ci vediamo alle 18 e facciamo un punto?’. Sono sempre le stesse cose, è semplicemente essere fianco a fianco sulla panchina, anche quando in quel corridoio fa troppo caldo o troppo freddo, tu che racconti un segreto in più di questo posto e qualche volta anche della tua vita. Volerti bene è naturale, perché quando apri il sorriso sei tu il primo a volerci bene. E non si direbbe proprio che quel sorriso si possa aprire, ma quando succede siamo felici, anche tu. È una terra dura questo lavoro qua, un lavoro duro come ce ne sono, tutti competitori, tutti accanto, tu non hai mezze misure, tu ci vuoi arrivare per primo, ci arrivi, perdi le parole, il saluto, c’è sempre una colpa ma già oggi non c’è più. Oggi manca sentirti dire qualsiasi cosa a modo tuo. Se ti dicessimo che ci hai insegnato qualcosa, risponderesti ‘ma vaaaa’. Allora Emilio ti diciamo che con noi ti sei fatto tante risate in più e che ci volevi bene. Tu al primo posto e noi al secondo te ne vogliamo.

  • Gli avvocati al cinema non sono mai Perry Mason

     

    Solo chi non ha mai messo piede in un’aula di giustizia italiana può ancora credere che un avvocato somigli a quel Perry Mason che convinceva le giurie popolari americane con la sola forza della ragione.

    Eppure la figura dell’avvocato ha da sempre attirato attori e cineasti di tutto il mondo.

    Andando un po’ a zonzo per la sterminata filmografia troviamo negli anni ’50, dopo il citato Raimond Burr, lo straordinario Charles Laughton di “Testimone d’accusa” di Billy Wilder, mentre in Italia imperavano i legali macchietta alla Alberto Sordi o Vittorio De Sica che in “Altri tempi” di Blasetti conierà, nella sua memorabile arringa, quella storica definizione di “maggiorata fisica” per difendere la Lollo, non potendosi avvalere della codificata “minorata psichica”.

    Passeranno molti anni prima di trovare nel cinema di casa nostra avvocati più seri, perché impegnati in processi realmente accaduti, come nel caso di Stefano Accorsi, alter ego di Raffaele Della Valle in “Un uomo per bene” di Zaccaro, oppure del meno edificante Marco Giuliani in “Sulla mia pelle” di Cremonini.

    Frattanto negli anni ‘60 il grande Gregory Peck si porta a casa un Oscar per “Il buio oltre la siepe” di Mulligan, nei ’70 sono tutti impegnati a fare altro e negli ’80 l’idealista Paul Newman de “Il Verdetto” di Lumet si confronta con l’irresistibile Danny De Vito, matrimonialista uscito distrutto, al punto da riprendere a fumare, dall’esiziale “Guerra dei Roses”.

    Nei ‘90 arrivano gli avvocati belli, ricchi e rampanti, si comincia con Tom Cruise, che schianta in controesame l’imbolsito Jack Nicholson in “Codice d’onore” di Reiner, prima di diventare “Il Socio” di Pollack, e si continua con un Richard Gere turlupinato dal proprio cliente in “Schegge di paura” di Hoblit, un Keanu Reeves che fa “L’avvocato del diavolo” nel film di  Hackford, di nuovo Richard Gere in “Chicago” di Marshall, fino al come sempre strepitoso Roberto Downey Jr. in “Il Giudice” di Dobkin.

    Ma il politically correct imponeva di proporre anche figure più nobili, come il Mattew Mc Conaugey di “Il Momento di uccidere” di Schumacher, il Denzel Washington di “Filadelfia” di Demme, il Mat Damon di “L’uomo della pioggia” di Coppola, fino a Chris O’Donnell, nipote del condannato Gene Hackman in ”L’ultimo appello” di James Foley, oppure talentuosi squattrinati come il Dustin Hoffman di “Sleepers” di Levinson e il Joe Pesci di “Mio cugino Vincenzo” di Lynn, per mio conto tra le più riuscite interpretazioni delle loro rispettive carriere.

    Infine, seppur tardivamente, faranno ingresso sulla scena anche avvocate del gentil sesso, eredi della grande Katharine Hepburn di “La costola d’Adamo” di Cuckor, e così, dopo Jessica Lange, lacerata dal conflitto familiare in “Prova d’accusa” di Costa Gravas,  troviamo Cher in “Presunto colpevole” di Yates, Susan Sarandon in “Il Cliente” di Schumacher e Emma Thompson in “Nel nome del padre” di Sheridan, fino a quella Julia Roberts, che pur non essendo iscritta all’albo, sarà lei a vincere da sola la causa di Erin Brokovic nel film di Soderbergh.

    avvocato Davide Steccanella

  • Strage in Tribunale, per i giudici bresciani ci furono falle nella sicurezza

    Per il momento, l’unico che ha pagato è lui: Roberto Piazza, la guardia che presidiava uno degli ingressi del Tribunale di Milano quando Claudio Giardiello entrò per compiere la strage. Nelle motivazioni alla sentenza con cui, il 29 ottobre scorso, l’hanno condannato a 3 anni di carcere, cancellando l’assoluzione del primo grado, i giudici della Corte d’Appello di Brescia riconoscono però le “difficili condizioni nelle quali lavorava” e il cattivo funzionamento del sistema di sicurezza nel Palazzo di Giustizia di Milano. Su questo secondo aspetto, nessuno è mai stato nemmeno indagato dalla Procura.   
    Nello spiegare perché Piazza, ultimo anello della catena, è stato condannato per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, i magistrati, presieduti da Mariapaola Borio,  sottolineano il peso di un’intercettazione in cui il killer, che sta scontando l’ergastolo per avere ucciso tre persone e ferite altre due, disse: “Io ho preso la borsa e me ne sono andato, a me nessuno mi ha fermato”. Parole che confermerebbero la negligenza nei controlli da parte dell’imputato. La mattina del 9 aprile 2015, Giardiello fece fuoco con la sua Beretta calibro 9 freddando il giovane avvocato Lorenzo Claris Appiani, il suo coimputato Giorgio Erba e il giudice Fernando Ciampi. Movente della strage: la rabbia nei confronti di persone che riteneva, a vario titolo, responsabili del suo crac immobiliare e dei conseguenti guai con la giustizia.
    Alla guardia viene addebitato di non essersi allarmato nonostante “le tre macchie di particolare intensità” (riprese dalle telecamere della videosorveglianza), corrispondenti a pistola, caricatore  e mazzo di chiavi” che per venti secondi risaltarono sullo schermo al passaggio sotto il tunnel della ’24 ore’ di Giardiello. “Dall’altro lato – sottolineano però i giudici – non possono sottovalutarsi le difficili condizioni nelle quali Piazza si è trovato a lavorare, tenuto conto del fatto che egli, oltre ad essere addetto al Fep (l’apparecchiatura radiogena usata per i controlli, ndr) ricopriva quel giorno, in quanto unica guardia armata presente al varco di via San Barnaba, la funzione di capoposto e quindi con l’esigenza di coordinare e, in qualche modo, controllare, l’operato delle guardie armate, che lo coadiuvavano nell’espletamento dei controlli di accesso con conseguente dispersione di energie nervose”. Inoltre, i giudici evidenziano che “vi sarebbe non poco da osservare sulle modalità di gestione della sicurezza del Palazzo di Giustizia – quali ad esempi il mancato utilizzo di Fep a doppia sorgente o l’incomprensibile sdoppiamento del servizio di guardiania tra personale armato e non armato, impiegato in mansioni sostanzialmente fungibili con ovvi problemi di coordinamento”.                
  • L’emozionante lettera dell’ergastolano all’avvocato dopo il primo permesso premio

    “Maria, continuo a leggere e rileggere il verbo ‘Ammette, ammette, ammette’ per cercare di imprimere nella mia mente la bellezza di questa parola, il suo vero significato che per me significa rinascita”.

    Vito Baglio ha 50 anni, è recluso a Opera e ha appena ricevuto dal Tribunale di Sorveglianza di Milano un permesso per andare all’Università dopo 21 anni di carcere senza mai vedere la luce perché è – o meglio era fino a ieri – un ergastolano ostativo.

    Maria invece è Maria Brucale, il suo avvocato che da sempre si batte  per l’abolizione della prigione senza possibilità di uscita, riservata a persone accusate di reati di particolare gravità, come quelli di mafia o terrorismo. Ha postato sul suo profilo Facebook la lettera che Vito Baglio le ha scritto subito dopo avere ricevuto la notizia del suo primo permesso: “Maria finalmente tu ce l’hai fatta, io ce l’ho fatta, entrambi ce l’abbiamo fatta. E’ bellissimo! Non volevo crederci, ma quando ho letto le ultime righe dell’ordinanza sono crollate tutte le barriere. C’è veramente scritto che posso uscire fuori dal carcere”.

    “Questa lettera – racconta Brucale – è la dimostrazione di come può cambiare un uomo in carcere. Vito, che era stato condannato per reati di mafia, ha sfruttato tutte le occasioni per migliorare e ha fatto un percorso stupendo grazie anche all’associazione ‘Nessuno Tocchi Caino”. Tra le sue esperienze anche quella da ‘attore’ nel film ‘Spes contra Spem’ girato da Ambrogio Crespi e approdato al Festival di Venezia dove ha portato il tema degli ‘uomini ombra’, destinati a una carcere eterno a meno che, prescrive la legge, non collaborino con la giustizia. Negli ultimi anni la Corte costituzionale ha però aperto dei varchi ed è stato introdotto il principio dell”inesigibilità’ della collaborazione.  Questo è stato il caso di Baglio, come spiega il suo legale: “E’ impensabile che una persona come lui, che ha fatto il suo percorso, abbia ancora contatti con la criminalità. Una volta stabilito oltre un anno fa che non poteva collaborare, abbiamo finalmente ottenuto il sì dei giudici al permesso. Ora potrà averne altri ogni 45 giorni se si comporterà bene”.

    (manuela d’alessandro)

  • Perché un ministro non può dire che un detenuto “deve marcire in galera”

    Sentire un ministro dell’Interno affermare che un detenuto  “deve marcire in galera” fa male alla Costituzione sulla quale tutti i componenti del Governo giurano al loro insediamento. Perché chi ha scritto la nostra carta si è ispirato a un’idea di carcere come possibilità di rieducazione per chi ci finisce dentro. E non ha precisato che questo principio vale solo per i criminali ‘meno cattivi’, ma riguarda tutti, anche i pluriomicidi come Cesare Battisti. Le pene, inoltre, dice sempre l’articolo 27 della Costituzione, non devono consistere in “trattamenti contrari all’umanità” il che significa che nessuno “deve marcire” in carcere, ma gli si deve consentire di vivere in salute, per quanto possibile, il suo pezzo di vita dietro le sbarre, senza finire in uno stato di putrescenza.

    Ma ancora di più fa male alla Costituzione sentire un Ministro pronosticare quanti anni di carcere debba scontare un condannato. La pena per l’ex terrorista è quella dell’ergastolo – e non ci sono dubbi –  ma come poi verrà declinata lo stabilirà un giudice dell’esecuzione, colui il quale, codice alla mano, deve ‘adattare’ la condanna  alla singola persona.

    Se sarà un ergastolo ostativo, cioè senza possibilità di ottenere dei benefici o misure alternative alla prigione salvo collaborazione con la giustizia o altre circostanze particolari, toccherà sempre a un giudice stabilirlo. E così se invece sarà un ergastolo comune, quindi con ampie possibilità, dopo molti anni, di poter godere di quei benefici e misure. Se poi dovesse accadere che le condizioni di salute di Battisti lo rendano incompatibile al carcere sarà sempre un giudice a scarcerarlo, come è accaduto per mafiosi, terroristi o altri criminali del suo rango. Non è buonismo, ma è la Costituzione. (manuela d’alessandro)

  • La battaglia del giudice contro i microfoni ‘silenziosi’

    Chi parla di una violenza sessuale subita non ha certo voglia di farlo a voce alta. E se i microfoni non funzionano bisogna ripetere più volte le stesse cose e i processi diventano lenti, così impacciati da violare la recente direttiva del Csm che impone una ‘corsia’ più veloce per i procedimenti in cui si contestano reati di genere.

    Per questo il giudice Mariolina Panasiti, che presiede la nona sezione penale davanti alla quale si celebrano questo tipo di processi,  sta combattendo da qualche tempo una battaglia contro i microfoni ‘silenziosi’. Nelle aule 9, 9 bis e N del Tribunale di Milano, come è facile appurare per chiunque ci metta piede,  i microfoni non amplificano e non registrano le voci delle parti in causa. Il risultato è che i dibattimenti proseguono da diversi mesi con grandi difficoltà perché chi parla è costretto a dover ripetere molte volte le proprie dichiarazioni. Panasiti ha per due volte, nel giro di poche settimane, messo a verbale i problemi che derivano da questa situazione e, durante un’udienza che si è svolta ieri, anche gli avvocati delle parti e il pm Rosaria Stagnaro si sono associati alla sua richiesta di adottare delle soluzioni. Entrambi i verbali sono stati inviati al Presidente della Corte d’Appello, al Presidente del Tribunale e al Procuratore Generale, i quali al momento non hanno fatto pervenire alcuna risposta alle sollecitazioni.

    Il giudice sostiene che “la carenza di microfoni e di impianti di amplificazione rallenta notevolmente l’attività giudiziaria” in contrasto con la direttiva del Csm e fa anche presente che “parte civile, difensore e pm dispongono, in banchi diversi, di un unico microfono che per il suo funzionamento, ancorché precario, ha necessità di essere sostenuto da basi di appoggio tra i codici o i supporti di plastica occasionalmente reperiti”. (manuela d’alessandro)

  • Medaglia d’oro a Isolabella, maestro del punto del processo

    Venerdì 14 dicembre l’Ordine consegnerà la medaglia d’oro per i 60 anni di professione all’Avvocato Lodovico Isolabella.

    Isolabella è stato il mio primo ed unico Maestro, come peraltro di mezzo Tribunale di Milano, quello che mi ha insegnato tutto quello che sono riuscito ad imparare, perché quando arrivai, fresco di militare nel suo studio di via Fontana, che è ancora quello attuale, non sapevo distinguere un codice da un melone. Da lui ho imparato che per ottenere qualsiasi risultato occorre dedicare tempo ed energia e che nulla arriva per grazia divina, neppure se hai la fortuna, come certamente era il suo caso, di essere più intuitivo o più veloce di altri. “Trova il punto del processo” era la sua regola, perché diceva che all’interno di ogni causa, anche quella più complessa, si annida sempre il punto decisivo, quello intorno cui ruota il tutto, e che andava trovato studiando pazientemente ogni pagina e incartamento. Solo una volta trovato quel punto un avvocato era pronto ad affrontare il processo.

    Ho avuto una grande fortuna ad iniziare così, per me sono stati dieci anni indimenticabili, anche perché in seguito non avrei più incontrato un avvocato capace di argomentare con una tale granitica concretezza, scevra da qualsivoglia forma di retorica autocompiaciuta, e con un “senso giuridico” così innato che gli faceva comprendere subito il vero significato di una norma anche senza leggerla interamente.

    Ma fu anche il fortunato incontro con una persona dotata di straordinaria ironia e di un senso dell’umorismo, nel senso più autentico del termine, che fa venire in mente quel celebre motto degli anarchici che sbeffeggiavano il potere con la frase “una risata vi seppellirà”. E chiunque lo ha conosciuto di persona non potrà non convenire sul fatto che nessun altro come lui è sempre stato così poco “sensibile” alle forme vacue e ai finti orpelli di chi si atteggia. Grande collezionista di tutto quanto riguarda l’epoca della Grande guerra, Isolabella qualche anno fa ha pubblicato Par un tourbillon Maudit con tre inediti di Giuseppe Ungaretti. Edizione preziosa per rilegatura e illustrazioni rare, in tiratura limitata (80 esemplari), si trattò di qualcosa di molto diverso dai soliti saggi, tanto che mi fece venire la voglia di recuperare tutti i lavori di questo straordinario poeta che avevo dimenticato.

    Ogni tanto ci sentiamo ancora e tutte le volte, dopo che ho terminato di parlare con lui, non posso evitare di pensare che invece di fare tanti inutili corsi di formazione, ogni giovane avvocato dovrebbe incontrare almeno per un giorno Lodovico Isolabella. E’ vero che il suo genio non si può imparare, ma il suo metodo e il giusto approccio ad una professione come la nostra si può tentare di riprodurli.

    avvocato Davide Steccanella

     

  • Il super poliziotto Gallo va in pensione, ignorato dai magistrati

    “Avevo invitato anche i magistrati con cui ho lavorato in questi anni: Spataro, Romanelli, Nobili…”. Carmine Gallo si ferma qui, non fa polemiche. Ma basta guardarsi intorno, nella sala stracolma del ristorante di Lainate scelto per l’occasione, per rendersi conto che di magistrati non c’è neanche l’ombra. Nessuno dei tre citati da Gallo, nessuno dei tanti altri con i quali nei suoi quarantun anni da poliziotto ha lavorato a contatto di gomito. Per celebrare l’addio di Gallo alla divisa sono arrivati da tutta Italia: il vicecapo della polizia Luigi Savina, il questore di Torino Francesco Messina, una lunga serie di poliziotti che hanno fatto la storia delle indagini a Milano, da Francesco Colucci e Massimo Mazza. Il clima è quello consueto di queste occasioni, un po’ di amarcord e un po’ di commozione: come quando Gallo ringrazia sua moglie “per tutte le volte in cui l’ho chiamata dicendo che arrivavo dopo mezz’ora e riapparivo dopo una settimana”. Ma è anche un’occasione speciale, perché Gallo è stato un poliziotto speciale. Formidabile nella mole di lavoro e formidabile nei rapporti con il mondo della malavita, dove conosceva quasi tutti e dove tutti sapevano che – nel rispetto dei ruoli – di Gallo ci si poteva fidare. Come dice il sindaco di Rho, che l’ha avuto come capo del commissariato negli ultimi anni, “se avevo un problema chiamavo Carmine, a qualunque ora del giorno e della notte. E lui mi rispondeva: ci penso io”.

    Ecco, anche per tanti magistrati Gallo è stato questo: l’uomo a cui rivolgersi quando c’era un problema da risolvere. Ne ha risolti tanti, di problemi: dal sequestro Sgarella al delitto Gucci. Così fa un certo effetto scoprire che ieri nessuno dei pm con cui ha lavorato (tutti impegnatissimi, per carità…) ha sentito il dovere di essergli affianco. E’ difficile non collocare questa storia nel grande tema dei rapporti tra magistrati e polizia giudiziaria: un rapporto di cui le toghe sono giustamente gelose, e da cui – grazie alla sentenza della Corte Costituzionale – sono riuscite a impedire il controllo della politica. Un rapporto fato di fiducia reciproca, a volte quasi di simbiosi tra magistrato e investigatore. 

    Gallo è stato anche questo, per anni. Ma la sua non è stata una storia a lieto fine. Incriminato a ripetizione, sempre assolto tranne che per una accusa che riguardava in pieno i suoi rapporti con i pm, con le indagini, con i confidenti. Nessuno dei magistrati che lo svegliavano nel cuore della notte è stato al suo fianco in questa fase, come nessuno è stato presente al suo addio. Così va il mondo, si dirà. Lui va in pensione, in silenzio, schivo. L’ultimo ad abbracciarlo è Gigi Savina: “Grazie, commissario Gallo, per come hai servito il Paese”.(Orsola Golgi) 

  • Strage in Tribunale, condannato in appello il vigilante

     

    La Corte d’Appello di Brescia ha ribaltato la sentenza di primo grado del processo a carico di Roberto Piazza, la guardia giurata in servizio a Palazzo di giustizia di Milano il 9 aprile 2015, quando Claudio Giardiello uccise a colpi di pistola tre persone.  Assolto in primo grado, è stato condannato a tre anni per omicidio plurimo colposo e a pagare una provvisionale complessiva per le otto parti civili di un milione e settantamila euro. Una decisione che ‘scarica’ sull’ultimo anello del sistema complessivo di sicurezza, mai toccato davvero dalle indagini, tutte le responsabilità di quanto accadde. Una perizia aveva lasciato aperta la possibilità che Piazza, davanti al monitor quando Giardiello entrò,  potesse non essersi accorto dell’arma al controllo ai raggi X. Peraltro lo stesso killer, in una delle sua varie versioni, aveva raccontato di avere portato e nascosto la pistola in Tribunale nei giorni precedenti all’eccidio, circostanza che la magistratura ha ritenuto di non approfondire.Ora i giudici interpretano la perizia in modo sfavorevole al vigilante che ricorrerà in Cassazione.

    La stessa magistratura bresciana aveva definito “sottovalutato e definito solo per approssimazione” il sistema di sicurezza e anche per l’avvocato Vinicio Nardo, che ha assistito la mamma di Lorenzo Claris Appiani, il giovane difensore  freddato da Giardiello mentre era al banco dei testimoni,  sarebbe stato utile  appurare eventuali “responsabilità apicali”.

    Il legale Giampiero Biancolella, per conto della famiglia di un’altra delle vittime, il giudice Fernando Ciampi, aveva presentato un esposto in cui chiedeva di accertare le responsabilità della Commmisione Manutenzione del Palazzo, nella quale siedeva, tra gli altri, l’ex Presidente della Cassazione Giovanni Canzio. Il giudice di Brescia chiamato a esprimersi si limitò a rigettare l’opposizione all’archiviazione senza entrare nel merito delle valutazioni su eventuali lacune dei vertici nella gestione del sistema sicurezza. E ancora ci chiediamo perché siano mancati la forza e il coraggio alla magistratura di provare a indagare anche sulle sue (eventuali) fragilità. (manuela d’alessandro)

     

     

  • “Dormo sul ballatoio perché in casa non c’è più la mia donna”

    A prima vista una storia di stalking pesantissimo, con la particolarità di riguardare un intero condominio in via Niccolini, nella China Town milanese. Protagonista M.H. un uomo di 64 anni con origini egiziane, che ne combina di tutti i colori: dorme sul ballatoio provocando “gravi disturbi psichici” a una coppia di coniugi, esegue un sacco di lavori di tinteggiatura e pulizia non richiesti e anzi dannosi, chiude col lucchetto il rubinetto dell’acqua del cortile e rinchiude nel locale spazzatura un addetto alle pulizie perché i sacchi li vuole portare fuori lui e soprattutto fuori dagli orari stabiliti.  Questo e molto altro ancora.

    Ma dietro, e sempre nello scenario di questo condominio, c’è anche una storia d’amore lunga quasi 40 anni in nome della quale M.H., che trascina le gambe per un serio disturbo fisico, preferisce dormire sul ballatoio o addirittura sul tetto e non nell’appartamento dove ha convissuto per anni con una donna ora 76enne e malata. “Signor giudice, non ci voglio entrare in quella casa senza di lei”, ha spiegato oggi a Luigi Varanelli che ha condotto con molto tatto il processo per direttisima nato dall’arresto del 24 settembre con l’accusa di ‘atti persecutori’. E alla fine, su richiesta dell’accusa rappresentata da Luciana Greco,  ha disposto una perizia psichiatrica per capire se l’uomo sia capace di intendere e di volere e socialmente pericoloso.  L’imputato, difeso dall’avvocato Enrico Belloli, ha raccontato in aula che pochi giorni prima di finire in carcere è andato nella casa di cura dove adesso vive la donna portandole in dono “una torta di Peck”, gastronomia di lusso milanese, ma non gliel’hanno fatta vedere. Da allora i suoi disturbi sono peggiorati e ne hanno fatto ulteriormente le spese i vicini di casa. “Per far stare meglio la mia donna e facilitare la sua riabilitazione  – ha ammesso M-H. – ho anche rifatto il pavimento del condominio”, un altro dei lavori non richiesti dagli altri condomini che avrebbero preferito tenersi quello vecchio. Un passo indietro: il ‘troppo’ ‘amore per la sua donna gli era costato anche un processo per maltrattamenti, scaturito da una segnalazione dei servizi sociali che gli imputavano di frapporsi in modo ruvido tra la paziente e l’amministratore di sostegno nominato a tutela di lei. Il giudice Manuela Nunnari l’aveva assolto evidenziando che i provvedimenti da prendere nei confronti di M.H. richiedessero “un approccio diverso da quello della pretesa punitiva in ambito penale”. Un altro giudice, Manuela Accursio Tagano, ha poi disposto a suo carico il divieto di avvicinamento alla sua convivente, nel frattempo ricoverata in casa di cura, ma lasciandogli la possibilità di risiedere ancora nel loro ex nido.  Dove però lui non vuole più entrare.  (manuela d’alessandro)

     

  • Archiviazione per 45 No Expo (e 80 mila euro di intercettazioni)

    Il gip di Milano ha archiviato su richiesta conforme della procura le accuse di devastazione e saccheggio a carico di 45 militanti NoExpo in relazione alla manifestazione del primo maggio del 2015. Il costo delle intercettazioni durate  fino a maggio del 2017 ammonta a 79.294 euro e 8 centesimi. La somma di denaro sicuramente non ingentissima ma comunque significativa non è stata utile a trovare riscontri all’ipotesi dell’accusa. Il giudice in accordo con la procura ha deciso che il “gesticolare” dei presunti promotori degli incidenti che invitavano i manifestanti ad andare avanti non è sufficiente per supportare in aula l’accusa di aver coordinato le azioni violente quel giorno in cui venne inaugurata l’esposizione universale.

    Sulla decisione del giudice può aver pesato il fatto che altri manifestanti già portati a processo più o meno con lo stesso quadro accusatorio erano stati assolti dal reato più grave sia in primo che in secondo grado. Anche se resta da celebrare il processo a 5 manifestanti, tra i quali  4 greci  destinatari della misura cautelare in carcere ma a piede libero ad Atene perché la corte d’appello locale aveva negato l’estradizione spiegando che non esiste la responsabilità penale collettiva ma solo quella personale. Secondo i giudici greci non sarebbero stati indicati elementi specifici a carico degli indagati.

    Tra le 45 posizioni archiviate dal gip c’è quella di Pasquale Valitutti figura storica dell’area anarchica, “l’unico manifestante in carrozzella” scrive il giudice. “E’ vero che indossava il casco ma non si trattava di travisamento essendo già identificato dalla carrozzella.

    Valitutti la notte tra il 14 e il 15 dicembre del 1969 era nella stanza accanto a quella del commissario Luigi Calabresi da dove volò giù Pino Pinelli, fermato in relazione all’indagine sulla strage di Piazza Fontana. Insomma un pezzo di storia dell’anarchismo che non smette di manifestare facendosi aiutare da una carrozzella.(frank cimini)

  • Quattro anni e mezzo per la sentenza su un furto di carpe

    Perfino il giudice chiamato a decidere sulla sorte dei 5 ladri di pesce (e un’anatra) ha riso di gusto leggendo il capo d’imputazione. Sentite: ”Perché in concorso tra loro e al fine di trarne profitto si impossessavano di 25 carpe e un’anatra sottraendole dal laghetto di Molinello di proprietà dell’associazione sportiva dilettantistica ‘Lo Storione’’. Pensandoci bene, c’è poco da ridere: da 4 anni e mezzo questa microscopica storia abita il Palazzo di Giustizia di Milano tra decreti, udienze,  analisi della Asl sulle carpe  e rimpalli tra i giudici. “Un tempo assurdo”, commenta l’avvocato dei 5, Giusi Bartolotta, che ricorda anche a un certo punto il decreto di restituzione delle carpe (ovviamente morte) ai ‘proprietari’ e le analisi  disposte dalla magistratura sui pesci che amano le acque dolci.

    Era d’estate, il 27 luglio 2014, quando cinque uomini di origine romena  acciuffarono e portarono via il malloppo dal piccolo specchio d’acqua a Rho. Su denuncia di un socio dello ‘Storione’ è scattata l’inchiesta della Procura di Milano che non ha avuto difficoltà a individuare i componenti della banda essendo stati colti in flagranza. Il 13 settembre del 2017 vengono chiuse le indagini per furto aggravato dal fatto che l’avessero commesso in 5, aggravante che ha portato gli imputati davanti a un giudice ordinario. Oggi il giudice ha condannato gli imputati a due mesi e dieci giorni, pena sospesa e non menzione. (manuela d’alessandro)

  • Condannato il prete che imbarazza l’arcivescovo di Milano Delpini

    Sei anni e quattro mesi, una delle condanne più severe registrate in Italia per casi di questo genere, a don Mauro Galli, l’ex parroco di Rozzano accusato di avere abusato di un ragazzino all’epoca 15enne nel dicembre del 2011. Una storia che ha imbarazzato (con toni molto sommessi) fin dal suo insediamento il capo della Chiesa ambrosiana, l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, sentito come testimone nel corso delle indagini. E che ora assume dimensioni eclatanti alla luce di questa condanna e delle dichiarazioni dopo la sentenza della mamma della presunta vittima. “Don Carlo Mantegazza (un altro prete in servizio a Rozzano, ndr) – aveva messo Delpini a verbale il 24 ottobre 2014 – mi aveva riferito di un ragazzo di nome *** che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli. Mi disse che il ragazzo aveva poi segnalato presunti abusi sessuali  compiuti da don Mauro durante la notte (…). Ho convocato don Mauro che mi disse che aveva solamente voluto ospitare un ragazzo con difficoltà di apprendimento scolastico. Ha ammesso di avere dormito con lui quella notte ma di non avere compiuto alcun atto di tipo sessuale. Ho deciso quindi di trasferire don Mauro ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano”. Don Galli venne destinato alla pastorale giovanile, nonostante la grave accusa.  Delpini, all’epoca vicario episcopale, non è mai stato indagato. Ma la mamma del ragazzo, subito dopo il verdetto, ha deciso di esporsi con forza e, alla nostra domanda sul’atteggiamento del capo della Chiesa milanese, ha risposto: “Abbiamo avuto con lui un unico incontro nel 2012 che non ci ha per niente soddisfatti. Il suo comportamento è stato maldestro perché dopo avere saputo dell’abuso lo ha messo di nuovo a contatto coi giovani”. Perplessità che sono state espresse in aula anche da don Mantegazza e da un altro prete di Rozzano: “Noi pensavamo – hanno detto ai giudici – che andasse spostato a livello prudenziale non in un contesto di pastorale giovanile”. Don Galli ai giudici della quinta sezione penale (presidente Ambrogio Moccia) ha ammesso di avere dormito col ragazzo a casa sua col consenso dei genitori, negando ogni abuso: “C’erano altri tre letti a disposizione, dormimmo nel mio (…) Notai che era in bilico sul letto con la testa vicino allo spigolo del comodino. D’istinto lo presi per una gamba e lo trascinai sul letto per evitare che sbattesse la testa”. Questo l’unico contatto tra i due, secondo la sua versione, ben diversa da quella del ragazzo che al pm Lucia Minutella ha raccontato degli abusi e di ricordare come un’ossessione “il ghigno” del sacerdote quando lo accompagnò il giorno dopo in auto a una gita con la parrocchia. L’imputato ha risarcito con 100mila euro il giovane e la famiglia che hanno revocato la costituzione di parte civile. “Non abbiamo mai più sentito Delpini da quell’incontro – ricorda la mamma – anche il Papa è a conoscenza dei fatti ma lo ha nominato come membro del Sinodo dei giovani”. (manuela d’alessandro)

  • Il detenuto che spiega ai giovani reclusi come non fare la sua fine

    C’è un detenuto da quasi 30 anni nel carcere di Opera che ogni venerdì mattina, da otto venerdì, entra in quello di San Vittore per spiegare ai giovani reclusi come non fare la sua stessa fine. La prima volta, dice, è stata “un’emozione strepitosa”. Adriano Sannino, un’era fa killer della camorra,  ha 46 anni ed è tra gli ‘storici’ componenti del ‘Gruppo della Trasgressione’ animato dallo psicologo Juri Aparo. Uno che gira da 40 anni nelle prigioni e a un certo punto si è messo in testa , tra le altre mille cose, di portare nelle scuole chi viene percepito come reietto per evitare ai ragazzi scelte sbagliate. “La prima volta, ho pensato a quando sono entrato in carcere, buttato lì, con la mia busta, senza che nessuno mi spiegasse nulla. Ora entro dal portone principale, da cittadino. Gli agenti della polizia penitenziaria mi chiedono increduli: ‘Ma tu sei detenuto a Opera?’ e io mi sento uno di loro, un uomo delle istituzioni”. I ‘suoi’ ragazzi Aparo li porta dappertutto, spesso a confrontarsi coi familiari delle vittime, e adesso prova a farli uscire dal carcere ‘di campagna’ di Opera, destinato a chi deve scontare fardelli molto pesanti, per entrare nella galera di Milano centro a seminare libertà.

    Sannino può farlo, come presto sarà possibile anche per altri due ergastolani a Opera coinvolti nel progetto, perché è stato ammesso al lavoro esterno. Attraverso la cooperativa fondata da Aparo, scarica frutta e verdura, svegliandosi all’alba e fatica con leggerezza (“Non c’è un giorno che mi pesi”) fino al pomeriggio.  Al venerdì, dalle 12 e 30 e per tre ore, diventa lui stesso un ‘educatore’ nel reparto giovani adulti dove lo attendono una ventina di ragazzi, età media sui 20 anni. ” All’inizio mi guardano un po’ così. Ma poi quando vedono che parlo col cuore, quando gli spiego che sono stato uno stronzo e come sono cambiato, mi ascoltano e fanno un sacco di domande. Sulla mia storia, sul punto in cui è cambiata. Non ho verità in tasca, ma con loro mi metto un gioco, cerco di essere all’altezza di una grande responsabilità. Ad agosto per due venerdì, il ‘prof.’ (Aparo, ndr) era in vacanza e ha lasciato da soli me e una studentessa che fa parte del Gruppo, è stato molto emozionante”. Non è sempre facile fare breccia in chi lo ascolta. “Un ragazzo albanese, in particolare, provava a contraddire tutto quello che dicevo, sostenendo di dovere spacciare per aiutare la famiglia e che chi compra la droga è consenziente. Gli ho risposto che chi la compra è malato, non consenziente, che lui alimenta un sistema malavitoso che genera anche morte. Allora lui mi ha chiesto: ‘Preferisci essere tu quella con la pistola o avercela puntata contro?’. Gli ho detto che mi farei ammazzare per la vita e i valori in cui credo. Alla fine mi ha abbracciato e mi ha chiesto quando sarei tornato”.

    “Questo è un progetto rivoluzionario – spiega Aparo – nato in collaborazione con l’ex direttore di Opera e ora di San Vittore Giacinto Siciliano che ha l’obbiettivo di far provare ai giovani detenuti un viaggio nel futuro. Attraverso Sannino e gli altri entrano in contatto frontale con quello che potranno diventare se non cambieranno rotta, persone che a 50 anni ne hanno passati 30 in carcere. Tante volte, quando porto i detenuti fuori dal carcere, chi li sente parlare si emoziona e pensa che siano dei santi, che non debbano stare dentro. Ma io dico: se sono in carcere è perché sono stati dei coglioni. Le persone però cambiano e io sono convinto che non basti reinserire i detenuti nel lavoro e fargli guadagnare 1200 euro al mese. Bisogna metterli al centro di una progettualità, attraverso le relazioni umane e la maturazione di un senso di responsabilità”. Da ‘grande’ Sannino, a cui manca ancora qualche anno da scontare, ha un sogno per quando sarà libero: “Creare all’interno della cooperativa una piccola comunità per ragazzi disagiati e trasmettere a loro la mia esperienza”.

    (manuela d’alessandro)

    *Nella foto tratta dal sito ‘Amici della Mente Onlus’ Juri Aparo in camicia rossa col Gruppo della Trasgressione nel carcere di Bollate

     

  • Scarcerato l'(ex)ergastolano ostativo Musumeci, voce degli ‘uomini ombra’

    Per la prima volta in Italia un ergastolano ostativo ottiene la liberazione condizionale. Ed è Carmelo Musumeci, un uomo speciale che ha reso pubblici dolore e speranza attraverso il suo blog dal carcere a nome degli ‘uomini ombra’, cioé dei reclusi la cui pena detentiva coincide con la durata della vita e una data immaginifica: 31/12/99999.   Col costituzionalista Andrea Pugiotto, ha pubblicato il libro ‘Gli ergastolani senza scampo’, diventato una sorta di manifesto giuridico e umano contro la gabbia intangibile.  Un testo in cui Musumeci ha riportato i ‘dialoghi’ crudi e poetici con la sua ombra. “Il mio corpo è chiuso in questa tomba, ma il mio cuore sciocco ha sempre sperato nella libertà”.  Oggi, dopo che già da quasi due anni godeva di un regime di semilibertà, condivide dal suo profilo Facebook il giorno più luminoso: “L’altro ieri ho ricevuto una di quelle telefonate che ti cambiano la vita. Il numero era quello del carcere di Perugia. Mi avvisano di rientrare in carcere perché devo essere scarcerato”.

    Il Tribunale della Sorveglianza umbro gli ha concesso la liberazione condizionale. “Quando esco dal carcere mi gira la testa. Il mio cuore batte forte. In pochi istanti mi ritornano in mente tutti e 27 gli anni di carcere, coi periodi di isolamento, gli scioperi della fame, le celle di punizione senza libri, né carta né penna per scrivere. Passavo le giornate solo guardando il muro”. L’ex ‘boss della Versilia’  era entrato in cella il 25 ottobre del 1991 e una serie di condanne lo aveva inserito nel ristretto club di chi ha come unica prospettiva il carcere. Ma è riuscito ribaltare il suo destino, distogliendo quello sguardo dal muro con la forza e la fantasia. Grazie anche al coraggio di alcuni giudici adesso Musumeci, che ha 63 anni e tree lauree conquistate in cella, è arrivato alla soglia dell’inimmaginabile per gli ‘uomini ombra’. Come è potuto accadere ce lo spiega l’avvocato ed esponente radicale Maria Brucale, dell’associazione ‘Nessuno tocchi Caino’: “Musumeci, come altri pochi detenuti ostativi, aveva ottenuto la semilibertà dopo che era stata accolta la sua richiesta di inesigibilità della collaborazione . Ma adesso i giudici si sono spinti oltre riconoscendo la liberazione condizionale dopo un percorso lungo e faticoso. E’ una notizia meravigliosa, un grido di speranza nel buio”.

    Nella loro ordinanza, i giudici scrivono di “un grande percorso di crescita personale che ha portato Musumeci a leggere e studiare in carcere con granitica volontà” e del suo impegno come “scrittore e conferenziere”, oltre che “del suo essere un uomo nuovo che si riscatta dal passato impegnandosi quotidianamente nell’assistere la disabilita”.  L’ergastolano ostativo, a differenza di quello comune, non ha diritto ai benefici penitenziari in assenza di una “condotta collaborante” con la giustizia. A meno che, come nel caso di Musumeci, non venga riconosciuta “l’inesigibilità della collaborazione” grazie alla quale aveva ottenuto la semilibertà, goduta lavorando di giorno nella casa Famiglia di don Oreste Benzi, ma sempre con l’obbligo di rientro in carcere. Adesso  Carmelo ha tra le mani una libertà quasi intera e notti per guardare le stelle.

    “Poi scrollo la testa. Smetto di pensare al passato. Mi accendo una sigaretta e, dopo la prima tirata, smetto di fumare, medito che adesso dovrei smettere, perché ora la mia unica via di fuga per essere libero non è solo la morte.  Alzo lo sguardo al cielo. Per un quarto di secolo ho sempre creduto che sarei morto in carcere. Non è ancora la libertà piena ma ci sono vicino e sono tanto, ma tanto felice. Da solo non ce l’avrei mai fatta. Più che credere in me stesso, penso di avere scelto di credere negli altri”.  

    (manuela d’alessandro)

     

  • “Verrà la morte”, la poesia di Pavese che (anche) ha risolto’ il delitto Macchi

    Non c’è nulla di poetico in un omicidio, ma in questo omicidio c’è molta poesia.

    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, uno degli incipit più abbaglianti della poesia italiana, viene eletto a pieno titolo tra gli indizi che hanno portato alla condanna all’ergastolo di Stefano Binda per avere ucciso con 29 coltellate Lidia Macchi il 5 gennaio del 1987 nei boschi intorno a Varese. Perché Lidia, scrivono i giudici nelle motivazioni al verdetto dell’aprile scorso, quei versi li “conservava in borsetta trascritti su un foglio” e Stefano ne era così ossessionato da parlarne in continuazione nei corridoi del liceo, come ricorda la super testimone dell’accusa Patrizia Bianchi.

    “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi /questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo/”.

    Stefano, poi studente di Filosofia cui slanci giovanili verranno schiacciati dall’eroina, sviscerava tutti le opere del suo autore preferito, specchiandosi nelle sue inquietudini, ma quella poesia lo tormentava più di tutto. “Con corrispondenza impressionante – scrivono i giudici – ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’ è stata  trovata da lui trascritta, nella sua abitazione, durante una recente perquisizione “. E per la Corte d’Assise sempre questa lirica firmata dallo scrittore morto suicida, “è un elemento che individua Stefano Binda come l’amore segreto” di Lidia. Voleva condividere un pezzetto delle ossessioni di Stefano e per questo la custodiva in borsetta.  Lei ragazza discreta e brillante,  a sua volta amante della poesia tanto che è uscita una raccolta postuma, si era invaghita di quel giovane “molto intelligente e carismatico, famoso per la sua capacità di risolvere enigmi” prima a scuola e poi nell’ambiente di Comunione e Liberazione che entrambi frequentavano. “Un amore impossibile”, come lei stesso lo definì in una lettera senza fare il nome di Stefano ma per i suoi amici dell’epoca non c’è dubbio che si riferisse proprio a lui.  Binda è stato arrestato  il 15 gennaio del 2016, al termine di una sorprendente indagine dell’allora pg di Milano Carmen Manfredda che aveva riaperto il fascicolo dopo 27 anni di inerzia. La prova principale contro di lui  è una lettera intitolata ‘In morte di un’amica’ recapitata anonima il giorno delle esequie alla famiglia Macchi. Per i giudici l’autore sarebbe stato Stefano Binda come dimostrerebbero i “molti riferimenti ala scena del crimine oggettivamente riscontrabili alla prima lettura” di quella che definiscono “una poesia”. Ancora una poesia,  questa volta tutta sua.  (manuela d’alessandro)

     

     

     

  • La battuta choc di Berlusconi su Balotelli che non avete mai ascoltato

    Ecco la frase choc di Silvio Berlusconi che finora nessuno vi ha fatto ascoltare con le vostre orecchie. Quella battuta razzista e francamente inattesa, riferita a Mario Balotelli, di cui vi abbiamo parlato quasi due anni fa, quando il video che troverete qui sotto fu depositato agli atti dell’inchiesta Ruby ter. Da allora il catenaccio anti-giornalista messo in atto dalle parti che avevano accesso a questo documento è stato micidiale. Ora qualcosa si è spezzato.

    Riteniamo sia doveroso darne conto, considerato il ruolo pubblico che Berlusconi ancora ha, in un momento in cui il tema del razzismo è di lampante attualità. A Mario Balotelli la massima solidarietà per quello che forse non avrebbe voluto sentire e che invece fa ancora tristemente parte dell’armamentario para-umoristico italiano. La scenetta si conclude con Berlusconi che dice a Marysthelle Polanco “tu sei abbronzata, lui invece è proprio negro negro”. Parole che ci fa un certo effetto anche solo trascrivere. Il video lo trovate qui sotto.

    Eccolo: berlusconi-balotelli-giustiziami

  • Fondi Expo giustizia, il gip di Trento archivia tutto

    Ha attraversato città, lagune e monti il fascicolo sui fondi Expo assegnati alla giustizia milanese. Senza un’iscrizione nel registro degli indagati, senza un’attività investigativa visibile all’esterno. Alla fine, nella pace delle montagne trentine, a pochi passi dal confine italiano, ha trovato requie dopo un solo anno di vita. Il gip di Trento ha archiviato il fascicolo dell’inchiesta sulle presunte irregolarità nella gestione da parte del Comune di Milano e dei magistrati di una decina di milioni di euro destinati per lo più al processo informatico. Non è colpa di nessuno se da anni i monitor comprati coi soldi pubblici (appalto da quasi due milioni) rimandano solo buio e silenzio e non le indicazioni al cittadino su come orientarsi nel Palazzo, com’era stato promesso. E se la maggior parte del tesoro è  stato distribuito con affidamenti diretti e non con gare pubbliche può forse destare stupore ma non suggerisce, nemmeno a titolo di ipotesi, un reato. Nella primavera di un anno fa, l’Anac, ‘bastonata’ ieri dal procuratore Francesco Greco per i ritardi nella trasmissione delle segnalazioni, aveva presentato un esposto a Milano. Molto tempo prima, notizie di stampa nel 2014 avevano avanzato dubbi sull’utilizzo di questi soldi, ma a nessuno è venuto in mente di fare approfondimenti.  Fatto sta che i pm si sono accorti dopo un po’ di mesi che non potevano tenere le carte a Milano perché potenzialmente erano coinvolti dei loro colleghi seduti al tavolo attorno al quale si decideva la spartizione dei fondi. Atti a Brescia, allora, dove però il presidente delle Corte d’Appello è Claudio Castelli che a Milano da gip di era occupato del processo digitale. Tutto a Venezia ma anche qui si è scoperto che c’era un magistrato forse coinvolto nella vicenda. Infine, l’approdo a Trento, procura guidata dall’ex milanese Sandro Raimondi. Titoli di coda. Resta da attendere la Corte dei Conti che sta compiendo gli accertamenti di sua competenza prima di tirare una linea definitiva dal punto di vista giudiziario su una storia che dietro di sé lascia comunque molte perplessità.

    (manuela d’alessandro)

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  • Tutti i dubbi del processo Uva

    Perché è morto Giuseppe Uva? Di sicuro a causa di un’aritmia cardiaca. Per il resto, la narrazione della fine del manovale, deceduto in una caserma dei carabinieri di Varese il 15 giugno del 2008, prende strade incompatibili nelle parole del sostituto pg Massimo Gaballo e degli avvocati dei due carabinieri e dei sei poliziotti imputati per omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.  Per loro, assolti in primo grado, sono state chieste pene fino a 13 anni.

    Il testimone chiave

    Alberto Bigioggero, quella sera era con Giuseppe Uva. Bevevano e facevano casino in strada. Ha raccontato che uno dei carabinieri, quando li vide, disse al suo amico: “Proprio te cercavo, questa notte non te la faccio passare liscia”. Una lezione che, secondo Bigioggero, Uva si sarebbe ‘meritato’ perché si vantava di avere avuto una relazione con la moglie del carabiniere. Ha raccontato, poi, di aver visto i carabinieri percuoterlo prima di caricarlo in macchina e di averlo sentito urlare ‘ahia’ in caserma.  Per il pg “nonostante i problemi psichiatrici e l’abuso di alcol, era perfettamente capace di intendere e di volere, come ha riferito in aula un consulente. Nel corso dei vari interrogatori, ha sempre mantenuto fermo il nucleo fondamentale delle sue dichiarazioni, nonostante le modalità degradanti con le quali è stato sentito da accusa e difesa durante le indagini e il processo di primo grado”. L’avvocato Duilio Mancini sintetizza così la posizione espressa dalle difese: “Fa rabbrividire che la vita degli imputati rischi di essere distrutta dalle farneticazioni di questo personaggio, parricida reo confesso (ieri è stato condannato a 14 anni di carcere per l’omicidio del padre, ndr). Questo testimone ha avuto una serie impressionante di ricoveri per problemi psichiatrici, è tossicodipendente e facilmente suggestionabile. Si è calato nel ruolo di protagonista principale partecipando a numerose trasmissioni televisive e alimentando con le sua calunnie il processo mediatico”.

    Il trasferimento in caserma 

    Per l’accusa, fu “totalmente illegittimo”. “Si può trattenere una persona in caserma, se non c’è un arresto in flagranza, solo se la persona si rifiuti di declinare le proprie generalità – argomenta il pg Gaballo – e non c’è prova del rifiuto di Uva. D’altra parte i carabinieri conoscevano molto bene la sua identità perché ci avevano già avuto a che fare.” Di tutt’altro avviso l’avvocato Mancini: “Nessun arresto, né legale, né illegale, ma un semplice accompagnamento in caserma. Come hanno spiegato gli imputati, Uva era pericoloso e e doveva essere neutralizzato perché era una fonte di disturbo per gli altri. L’unico modo di farlo era toglierlo dalla strada. Mettetevi nei panni dei cittadini che stavano alla finestra, disturbati dal rumore, e pretendevano che le forze dell’ordine rimuovessero questa situazione perché non ne potevano più del trambusto. La migliore prova della loro innocenza è che non lo hanno arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, a conferma della buona fede e che non avevano nessun parafulmine da crearsi”.

    Il movente 

    La presunta liason con  la moglie del carabiniere, secondo il pg. O, almeno, la vanteria. “Non abbiamo prova che questa relazione ci fosse, ma nemmeno che non ci fosse – sostiene il pg – E’ certo invece che Bigioggero ha messo a verbale che Uva si vantava di questa relazione. Una vanteria che era più che sufficiente per una punizione. Stiamo parlando dii persone che non si fanno nessuno scrupolo a piegare i propri doveri istituzionali a interessi privati”. “Nessuna prova” su questo flirt, è la tesi dell’avvocato Ignazio La Russa, che assiste un poliziotto. “Lo sforzo del pg è arrivato addirittura a disonorare la moglie del carabiniere, e uso un termine che in certi ambienti ha ancora un significato”.

    Le lesioni

    Per il rappresentante dell’accusa, le lesioni sulla sommità del cranio e alla base del naso “sono lievi e non idonee a provocarne la morte” ma vanno inserite nell’esplodere di quella “tempesta emotiva” che avrebbe fermato per sempre il cuore di Uva. Secondo l’avvocato Mancini, “Uva si ferì con atti di autolesionismo”, ma per lil pg “non poteva sbattere la testa dappertutto, come sostenuto dagli imputati, e provocarsi solo piccole lesioni, Uva non era di gomma”.

    Gli insabbiamenti 

    Sono quelli di cui, per l’accusa, si sarebbe reso responsabile il procuratore di Varese Agostino Abate, che per questa vicenda è stato sanzionato in primo grado dalla sezione disciplinare del Csm. Inoltre, “Bigioggero è stato interrogato in primo grado con modalità barbare in violazione della legge che proibisce metodi che influiscano sulla libertà di autodeterminazione. Andatevi a vedere il suo esame durato due udienze – così il pg ha esortato i giudici – e verificate se davvero i pm volessero accertare la verità. Vedrete che il presidente della Corte ha perso il controllo del dibattimento”. “Il pg – ribatte La Russa  –  è stato costretto a creare uno scenario con argomenti che non ho quasi mai trovato nei processi. Ha avuto il coraggio di arrivare a denigrare tutti i pm che hanno operato in questo processo: Abate, Arduini, Borgonovo, Isnardi. Se è vero che Abate ha sempre avuto comportamenti sopra le righe (il pm Agostino Abate che condusse le prime indagini ed è stato sottoposto a procedimento disciplinare per omissioni e ritardi in questa vicenda, ndr), la Arduini (il pm Sara Arduini che affiancò Abate, ndr) mi dicono essere una tranquilla signora ed è inimmaginabile che Borgonovo (Daniela Borgonovo, pm varesino che chiese l’assoluzione, ndr) e Isnardi (il pg Felice Isnardi che riaprì le indagini, ndr) facciano parte di un complotto. Gaballo ha dovuto costruire un complotto per la debolezza degli strumenti accusatori a sua disposizione.

    Di cosa è morto Uva?

    Dicono le difese: solo per un attacco di cuore, determinato anche da una patologia cardiaca di cui soffriva. A ucciderlo, secondo la Procura Generale, sarebbe invece stata la “tempesta emotiva originata dal suo illegittimo trasferimento in caserma”.

    (manuela d’alessandro)

     

  • “Siamo lavoratori non schiavi”, si può dire. C’è il timbro di un giudice.

    Il 17 febbraio dell’anno scorso avevano affisso uno striscione: “Lavoratori di Cisa Lg Italtrans uniamoci per i diritti siamo lavoratori no schiavi”. I proprietari dell’azienda avevano presentato denuncia per diffamazione a carico di due dirigenti del sindacato Slai Cobas.  La procura di Milano aveva chiesto l’archiviazione. L’azienda si era opposta. Il giudice per le indagini preliminari Paolo Guidi ha accolto la richiesta del pm fatta propria anche dai difensori e ha archiviato “perché si tratta di una libera manifestazione del pensiero” tutelata dalla Costituzione.

    “Il dolo generico consistente nella coscienza e volontà di propalare notizie o commenti con la consapevolezza della loro attitudine a offendere l’altrui reputazione non è ravvisabile nel caso di specie” aggiunge il giudice nel motivare la sua decisione.

    E’ un segno dei tempi che bisogna arrivare in un’aula di tribunale per avere ragione nell’esporre uno striscione nella lotta per denunciare condizioni di lavoro e la dice lunga sull’arroganza e la prepotenza delle aziende. Si tratta nel caso di un’impresa di Pioltello ramo logistica, un settore in cui la precarietà e lo sfruttamento sono all’ordine del giorno. E dove chi lotta per migliorare la propria condizione da anni viene intimidito e massacrato con iniziative giudiziarie, repressive e spesso viene licenziato a causa delle battaglie sindacali che porta avanti.

    La pretesa dei datori di lavoro è quella di ridurre al silenzio completo le maestranze. Evidentemente anche uno striscione affisso per sensibilizzare i colleghi di lavoro secondo lor signori diventa un’operazione di lesa maestà in una società dove da tempo a fare la lotta di classe in modo incisivo sono esclusivamente le aziende coperte da norme e procedure in gran parte favorevoli.

    Il troppo è troppo, deve aver pensato il giudice che ha frapposto l’ostacolo dell’articolo 21 della Costituzione. Chi ha presentato la denuncia pretendendo l’affermazione della diffamazione nel contenuto dello striscione magari aveva messo nel conto di non riuscire nell’intento ma ha puntato sull’effetto deterrenza. State attenti a sostenere certe tesi perché noi comunque vi trasciniamo in Tribunale, è il messaggio. Stavolta per loro è andata male ma non è detto che demordano. Anzi. (Frank Cimini)

  • Il libro di Iacona fa riaprire un’inchiesta sui poliziotti

    Il libro di Riccardo Iacona fa riaprire l’indagine su tre poliziotti presunti autori di furti di droga e soldi che, stando alla ricostruzione del giornalista e dell’allora procuratore Alfredo Robledo,  sarebbe naufragata a causa dell’inerzia di Edmondo Bruti Liberati e dei colleghi degli agenti. A raccontarlo, durante la presentazione di ‘Palazzo d’Ingiustizia’ alla Feltrinelli di piazza Duomo, è stato il conduttore di ‘Presa Diretta’: “Dopo la pubblicazione del libro, il questore Marcello Cardona ha chiesto al capo della Squadra Mobile di togliere questi 3 poliziotti dall’antinarcotici. E oggi Cardona è andato da Greco che gli ha assicurato la riapertura di un fascicolo d’inchiesta”. La storia è quella del fallimento dell’indagine sui poliziotti chiamati da alcuni testimoni ‘quelli delle giacche’ “perché quando arrivavano sulla piazze dello spaccio i pusher scappavano, buttavano via la giacca e i poliziotti si fermavano a raccogliere soldi e droga, senza denunciare e tenendo tutto per sé”. Un’inchiesta coordinata nel 2012 da Robledo e dal pm Paolo Filippini che sarebbe abortita per l’ostracismo manifestato dalla Squadra Mobile, addirittura con la distruzione delle microspie per intercettare i colleghi. E perché Bruti si sarebbe opposto alla richiesta arrivata dal suo vice di far compiere gli accertamenti ai carabinieri, richiamandosi al garbo istituzionale che imponeva ai poliziotti di arrestare le ‘mele marce’.

    Un centinaio di persone, in un clima a tratti da stadio, ha assistito alla presentazione del volume che sta facendo impazzire le mailing list dei magistrati. Tra gli altri, l’ex pg Felice Isnardi, che ha riaperto le indagini su Expo e sul sindaco Giuseppe Sala archiviate in nome della “sensibilità istituzionale”, l’ex magistrato della Cassazione  Antonio Esposito, il giudice Maria Rosaria Sodano che, in un intervento dalla platea, ha espresso “solidarietà” a Robledo. Presenti anche diversi vpo (viceprocuratori onorari), tanti avvocati ed esponenti della polizia giudiziaria, alcuni dei quali facevano parte della ‘squadra’ del magistrato trasferito per punizione a Torino (ritenuto colpevole di uno scambio di messaggi con l’avvocato Domenico Aiello). Senza pietà  Iacona nelle sua valutazioni sulla giustizia e sul cuore del suo potere: “Quando ho messo gli occhi sugli esposti presentati da Robledo al Csm sono saltato sulla sedia e mi sono spaventato da cittadino pensando a cosa può succedere a noi cittadini se queste cose accadono nel posto dove si esercita il controllo della legalità. Nelle carte ci sono le prove che il Csm ha usato come una mazza i provvedimenti disciplinari per ridurre le critiche. E’ una cosa che fa paura. Quando alla Rai mi hanno cancellato il programma dove lavoravo per volontà di Berlusconi, i miei colleghi mi hanno difeso. Qui nelle mail i magistrati se ne stanno dicendo di cotte di crude, ma fuori non arriva questo dibattito. A loro dico: ‘Rivolgetevi a noi!’”. “Pentito di quello che hai fatto?”, ha chiesto il moderatore Gianni Barbacetto ad Alfredo Robledo: “No, quella dei pentiti è una categoria che non mi piace in generale. Ho avuto un dolore enorme da questa storia che ho trasformato in testimonianza con questo libro. Il dolore più grande me l’ha dato il silenzio dei magistrati. La gran parte sono persone oneste ma hanno taciuto. Nel momento in cui ci sono magistrati nominati in base a delle trattative, e rubo questo termine ad altri contesti, per fare carriera soprattutto si tace. Contro Bruti non ho nulla di personale, lui era solo una pedina”.  E al giornalista Danilo Procaccianti, coautore del libro, Robledo ha detto: “A me la giustizia oggi fa paura e lo dico da magistrato”. Tra  le domande dal pubblico quella del cronista del ‘Sole 24 Ore’ Nicola Borzi che ha denunciato alla Consob con un lungo e coraggioso lavoro d’inchiesta quello che accadeva nel gruppo editoriale, oggetto di un’indagine in corso a Milano a carico anche dell’ex direttore Roberto Napoletano.  “Avevo presentato un esposto molti anni prima dell’indagine attuale, ma poi non ne ho più saputo nulla. Dottor Robledo, mi sa dire se è finito in un cassetto come altri?”. Risposta: “Non sono un indovino, ma non escludo situazioni di questo genere”. (manuela d’alessandro)

     

  • Il riscattto di Marta, che mascherava le botte con il trucco

    Il linguaggio è quello del cuore, e non te lo aspetteresti in un atto giudiziario. Del resto chi scrive ha vissuto l’inferno delle botte, della dipendenza psicologica, del giogo di un uomo che per lei rappresentava un punto di riferimento e invece non era altro che un violento. Questa è una storia di sofferenza, ma anche di riscatto e speranza, che ricostruiamo attraverso alcune sentenze e le poche pagine di una denuncia ai carabinieri.

    “Ero talmente coinvolta sentimentalmente e succube del mio fidanzato che sottostavo ai suoi comportamenti violenti pensando fosse amore”, scrive Marta, oggi 25enne, nella denuncia presentata a dicembre scorso nei confronti del suo ex fidanzato, Roger, dieci anni più grande, davanti ai carabinieri di Rho.

    Parla degli anni in cui ha subito e non ha mai protestato. Cinque volte in ospedale, ricoverata due volte, una delle quali perché Roger l’aveva “scaraventata a terra”, fratturandole il pavimento orbitale. Un’altra le aveva sferrato un pugno talmente forte da spaccarle il labbro inferiore. “Quando venni convocata per essere sentita come teste, non dichiarai la verità perché ero innamorata di lui e allo stesso tempo temevo la sua reazione violenta”. Ai medici, con l’occhio gonfio all’inverosimile, aveva dichiarato di essere caduta in bicicletta. Poi Roger viene arrestato, grazie alla denuncia della madre di Marta. Dopo un paio di settimane in carcere, viene messo ai domiciliari. E lì Marta continua a cercarlo. Lo incontra nella taverna di casa, lontano dagli occhi dei genitori di lui. E lì, si sottopone agli stessi interrogatori di sempre: “Con chi ti vedi, con chi parli, sei una stronza, una zoccola, te la farò pagare”. Altre botte. E’ Marta a trovare i soldi per pagare gli avvocati di lui. Quindicimila euro, alla fine. In parte suoi risparmi, in parte denaro rubacchiato in casa e fuori. Tanto che lei finisce nei guai con la giustizia. E’ Roger stesso ad averle insegnato un trucchetto per ingannare i negozianti, una specie di gioco delle tre carte con i resti delle banconote. Lui intanto è viene condannato a tre anni e 4 mesi in abbreviato, con una sentenza innovativa perché riconosce ai famigliari un risarcimento, pur quasi simbolico, per il danno esistenziale subito nel vedere trasformata e allontanata Marta: figlia e sorella. Roger sconta la condanna e torna libero, Marta però si riprende la sua vita. Questa volta è lei a raccontare agli inquirenti tutto quello che ancora non conoscono. Altri episodi di violenza, i soldi, gli insulti, gli ultimi appostamenti di lui.

    Nella denuncia firmata di suo pugno, sostenuta di nuovo dalla madre, dall’avvocato Patrizio Nicolò e dagli assistenti sociali, Marta racconta così la sua storia: la prima volta “mascherai i lividi che avevo in volto con il trucco, e indossando indumenti lunghi per quelli che avevo sul corpo”. La seconda volta “lui tentò di strangolarmi, tant’è che per alcuni giorni rimasero sul collo i segni delle sue dita, come se fossero graffi”. Anche dopo il terzo episodio simile “non rivelai a nessuno queste violenze per timore che lui lo venisse a sapere e mi facesse ancora del male (…) Ogni volta che mi picchiava, dopo poco si pentiva, mi chiedeva scusa e io per amore lo perdonavo”.

    Ora lei non lo perdona più. Ed è improbabile che lo perdonino i giudici, ora che il pm Stefano Ammendola gli ha notificato una nuova chiusura indagini, questa volta anche con l’accusa di estorsione. “Il rimpianto più grosso che ho è di non averlo denunciato prima”, è il messaggio che oggi Marta vuole lanciare alle tante che come lei ha fatto in passato, subiscono in silenzio.

  • Expo, Sala prosciolto… inutili le indagini a babbo morto

    Le indagini a babbo morto ad anni di distanza dai fatti sono inutili e non portano da nessuna parte chi le fa. In questo caso la Procura generale della Repubblica di Milano che aveva cercato di fare il lavoro che la procura ai tempi decidendo per la moratoria in nome della celebrazione dell’evento Expo a tutti i costi aveva scelto di non fare. Il sindaco Beppe Sala è stato prosciolto dal gip dall’accusa di abuso d’ufficio relativa all’affidamento alla Mantovani senza gara della fornitura di alberi pagati 6 volte tanto.

    Si tratta di una storia assurda dalla quale non esce bene nessuno. La procura retta da Edmondo Bruti Liberati per prima. A dimostrarlo restano le parole dell’allora premier Matteo Renzi che ringraziava Buti “per il senso di responsabilità istituzionale” inserito tra le cause del “successo di Expo”.

    La procura generale ha sfiorato il ridicolo con i cambi di imputazione, prima la turbativa d’asta, poi l’abuso d’ufficio e a una settimana dalla fine dell’udienza preliminare l’aggiunta della violazione relativa alla normativa europea. Le perquisizioni ordinate alla Gdf 3 anni dopo non potevano che rivelarsi un solletico.

    Beppe Sala, portatore di un conflitto di interessi gigantesco tra amministratore di Expo e candidato sindaco poi eletto, anche perché senza nemmeno interrogarlo la procura chiedeva e otteneva il suo proscioglimento dall’accusa di aver favorito Oscar Farinetti con l’affidamento della ristorazione di due padiglioni. Anche in questo caso senza gara pubblica, in pratica una costante. Perché va ricordato che per i fondi di Expo-giustizia i vertici del palazzo di via Freguglia omettevano le gare affidandosi ad aziende che avevano consuetudine con la pubblica amministrazione. Tra queste una con sede legale nel paradiso fiscale del Delaware.

    Su presunte responsabilità dei magistrati e dei giudici di Milano ci sono fascicoli aperti a Brescia e a Venezia di cui si sa poco o nulla. E non è detto che ne sapremo qualcosa. Tutto si tiene. Soprattutto a babbo morto. (frank cimini)

  • La notte che tutti erano liberi al carcere di Opera

    Una serata di “Rinascimento”, così la introduce Angelo Aparo, lo psicologo che da anni porta i detenuti a parlare coi ragazzi nelle scuole. E sembra proprio immaginarla maiuscola la ‘R’ di rinascimento perché c’è una cattedrale di bellezza che fiorisce in questa notte speciale al carcere di Opera dove si trovano assieme magistrati, carcerati, vittime e giornalisti, ispirati dal documentario ‘Lo Strappo – quattro chiacchiere sul crimine’.

    Assieme davvero: nessuno parla per sé ma il dialogo è continuo, un filo che tutti tessono tra le mani, che a volte brucia ma non si spezza per un secondo. Tutti in cerchio, attorno allo stesso fuoco. Come Adriano Sannino, che sta scontando la pena, e l’ex procuratore antimafia, Franco Roberti. Si erano sfiorati, anni fa. “Dopo avere sentito le lettere della vittime, mi sento piccolino vicino a questo dolore così  forte. In passato ho usato tante ‘maschere’ in carcere, ora per me è un onore stare a fianco del dottor Roberti, che conosce  quei processi in cui ero coinvolto. Io vengo da Poggioreale, sono campano, come lui. Ero dall’altra parte della giustizia, ero lì per distruggere la società. Chiedo scusa alle vittime in sala perché ho ucciso. Ma ho incontrato delle persone che mi hanno preso per mano e mi hanno fatto innamorare della vita. Grazie al direttore Giacinto Siciliano (ora a San Vittore, ndr), al ‘Gruppo della trasgressione’ di Aparo, a chi lavora in carcere”.

    O come Alessandro Crisafulli, 45 anni, in carcere da 24, ergastolano. Lui ha in testa un ponte. “Siete voi, familiari, i coraggiosi, voi siete la parte che ha subito, sono io che devo fare degli sforzi per venirvi incontro. Sono un ex assassino, non ci sono parole ma io devo trovare qualcosa da dire se vogliamo costruire questo ponte a cui tutti ambiamo. Se oggi potessi incontrare il ragazzo che uccideva, 25 anni fa, più che parlargli, ascolterei i silenzi che gravavano su di lui che viveva in una famiglia silenziosa dove non era riconosciuto in alcun modo”.

    Non è una strada dritta, quella dei detenuti che provano a essere liberi in una prigione. Chiede un giovane recluso dal pubblico: “Perché alcuni del ‘Gruppo della trasgressione’ quando escono in permesso commettono ancora reati?”. “E’ difficile dirlo. Io quando esco – ragiona Crisafulli – mi dico: come posso tradire chi mi ha preso in una discarica e mi ha messo su una strada? Come posso tradire ancora quel ragazzo che ero?”.

    Non era nemmeno un ragazzo l’avvocato Umberto Ambrosoli quando suo padre Giorgio venne assassinato l’11 luglio del 1979.  Alla domanda dal pubblico su cosa si aspettino i familiari delle vittime dalla giustizia, rianima un episodio che ammutolisce: “Uno dei tre condannati per l’omicidio di mio padre  ripresentò,  5 anni dopo una prima richiesta respinta, una domanda di grazia. Venni chiamato dai carabinieri, com’era già successo la prima volta, che mi consegnarono un modulo per esprimere il mio eventuale consenso.  In quei giorni, mi arrivò la mail della figlia che diceva che il padre era un uomo ormai molto anziano, aveva sbagliato tutto nella vita ma aveva il diritto a morire vicino ai suoi figli.  Rimasi pietrificato, non avevo mai pensato che quell’uomo potesse avere un figlio. Degli altri due conoscevo alcuni dettagli della famiglia, ma non mi ero mai posto domande sul terzo. Mi sono sentito in colpa perché avevo perso un’occasione di curiosità per fare un percorso. Qualche settimana dopo quell’uomo è morto senza che si completasse l’iter processuale”.

    Mario, ergastolano, pone un’altra domanda che farebbe paura in ogni luogo, ma non qui, stasera. “Dopo tanti anni coi compagni del Gruppo, ci siamo guardati dentro e oggi ho preso coscienza della mia colpa. Spero di poter restituire qualcosa di significativo del mio cambiamento, anche se sembra un’offesa dirlo davanti alle vittime. Ce la stiamo mettendo tutta, anche coi ragazzi delle scuole (alcuni sono in sala, ndr). La mia domanda è: cosa faccio della mia colpevolezza?”. Manuela Massenz, magistrato di Monza, risponde col coraggio che merita una domanda così:”Prendendo per mano quei ragazzi, come poteva essere Alessandro 25 anni fa, in un certo modo restituite quello che avete tolto”. Se non si dovesse chiudere per motivi di ‘palinsesto’, la sensazione è che si potrebbe andare avanti fino all’alba. C’è tempo anche per l’ammissione dei giornalisti, Paolo Colonnello e Max Rigano, che lo ‘strappo’ per i media, disinteressati alle carceri, non c’è ancora stato. Tocca al direttore Silvio Di Gregorio, che ha raccolto l’eredità preziosa di Siciliano, mandare tutti a dormire: chi fuori, chi dentro. Non prima di avere ringraziato gli straordinari della polizia penitenziaria “che sta lavorando per l’occasione dalle 8 di stamattina”. Una cattedrale ha bisogno di tutti per diventare alta e bella. (manuela d’alessandro)

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    Il video della serata a Opera girato da Radio Radicale

     

  • Padri e figli, i due pesi e due misure del Csm

     

    I due pesi e due misure del Csm. Il capo della procura di Salerno Corrado Lembo rischia il trasferimento per incompatibilità ambientale a causa della candidatura di suo figlio a sindaco di Campagna un paese della provincia. Un pratica in tal senso è stata aperta su impulso del Movimento Cinque Stelle. Nessun “fascicolo” invece l’organo di autogoverno dei giudici ha aperto in relazione a Tommaso Bonanno capo della procura di Brescia dopo che un figlio è stato arrestato a Bergamo con l’accusa di rapina e un altro figlio è indagato in una vicenda di spaccio di droga tra i tifosi dell’Atalanta.

    Nei giorni scorsi in una nota la sezione dell’Anm di Brescia aveva espresso “disagio” per la situazione creatasi pur esprimendo solidarietà al procuratore dal punto di vista umano. In un dibattito tra i pm di Brescia era stato ipotizzata una situazione di “incompatibilità oggettiva”.

    Il quadro appare ancora più inquietante se si pensa che già nel  giugno del 2016 il consigliere togato del Csm Nicola Clivio aveva sollecitato l’apertura di una pratica in relazione alla situazione ambientale della procura di Brescia dove nove sostituti in poco tempo avevano chiesto e ottenuto di lasciare l’ufficio mentre era andato deserto il bando per occupare tre posti. Clivio chiedeva che della vicenda si occupassero la prima commissione per la questione ambientale e la terza commissione per la copertura dei posti.

    Va ricordato che Bonanno era stato nominato a capo della procura di Brescia dopo essere stato indagato e prosciolto dallo stesso ufficio in qualità di procuratore di Lecco sulla base di una denuncia presentata per sequestro di persona da parte del figlio finito in una comunità di recupero per tossicodipendenti e recentemente arrestato a Bergamo per rapina.

    Clivio chiedeva di far luce sulla “fuga” dei pm da Brescia e su eventuali “criticità strutturali e ambientali”. La richiesta del consigliere restava inascoltata e il Csm non si è mosso nemmeno dopo gli ultimi sviluppi di cronaca: diverso è stato il comportamento dell’organo di autogoverno in riferimento alla procura di Salerno dove evidentemente ha pesato il richiamo della campagna elettorale in corso. (frank cimini)

  • ‘Il caso Kellan’ di Vanni, giallo perfetto tra il Palazzo e la Milano segreta

    Un delitto così, nemmeno a Palazzo di Giustizia di Milano l’hanno mai visto. Kellan Armstrong, il figlio diciannovenne del console americano, viene ucciso nella ‘buca dei froci’  zona parco Sempione, dove da qualche mese la banda degli ‘Spazzini’, ornata di passamontagna e manganelli, mette in scena i suoi raid omofobici.

    Ma nel ‘Caso Kellan’ firmato dal cronista giudiziario di ‘Repubblica’ Franco Vanni, c’è molto del ‘nostro’ Palazzo di Giustizia. Dall’arguta pm Maria Cristina Tajani impegnata sul caso, “capelli corvini alla Elvis Presley, labbra cariche di rossetto rosso”, soprannome “la scassacazzo” (la mente corre a 3-4 pm ‘reali’,  ma non ve li diciamo) alle code dei “fannulloni” alle macchinette a quei certi tardo pomeriggi gotici di gelida desolazione nei corridoi, ben noti a chi li bazzica.

    C’è anche molto della Milano nascosta dei giovani ricchi,  che in realtà basta avvicinarsi un po’ al bancone degli aperitivi o suonare il citofono di un palazzo di lusso per scoprirla, come fa Steno Molteni da Bellagio, il giornalista ragazzo del settimanale di nera ‘La Notte’. Per un paio d’ore alla sera mago dei cocktail nell’albergo ‘Villa Garibaldi’ dove alloggia e per il resto alle prese col primo scoop della sua fresca carriera gentilmente offerto  dall’amico poliziotto ‘Scimmia’.

    Vanni sa raccontare con l’intensità e la leggerezza della neve che scende su ogni pagina della storia in una danza che ora copre, ora svela l’intrigo, offrendo a un giallo costruito con tutti i rigori del genere un soffio di poesia e uno scenario perfetto dove l’autore mostra di essere cresciuto di una spanna nell’analisi psicologica dei personaggi rispetto al già felice esordio del ‘Clima ideale’, premiato come migliore esordio italiano alla trentesima edizione del Festival du Premier Roman de Chambéry.

    Se Steno è il protagonista dinamico e sfrontato e Scimmia la sua spalla, la mamma di Kellan e il cuoco vietnamita della Cia Han sono le ombre intriganti della storia, i personaggi che abbiano amato di più: lei col suo iniziale dolore compunto da dama borghese che esonda lento come il rollio della neve  e lui che con raffinato pudore mette a disposizione il suo talento investigativo al  vecchio amico console.  E come dimenticare Sabine, la fotografa mezza eritrea ma più milanese che si si muove come una Margot sinuosa accanto al suo Steno. E poi, sì, c’è l’assassino, ma quello non lo beccate facilmente. Arriverete alla fine con la bava alla bocca, quella che ti fanno venire i gialli di cui strapperesti le ultime 3o pagine per capire chi è. (manuela d’alessandro)

     

    ‘Il caso Kellan’ di Franco Vanni, editore Baldini + Castoldi., 323 pagine, 17 euro. Si può acquistare anche alla Libreria L’Accademia, corso di Porta Vittoria 14, e alla libreria Cultora, via Lamarmora 24. 

  • Hosni denuncia violenza sessuale in carcere, la Procura indaga

    A San Vittore c’è un direttore che non ha paura di fare chiarezza su quello che accade nell’oscurità delle celle. Giacinto Siciliano ci ha messo un secondo a mandare in Procura una denuncia che, se trovasse riscontri, coprirebbe d’imbarazzo il carcere. Ai primi di gennaio, Ismail Tommaso Hosni, il 20enne italo – tunisino arrestato per avere aggredito in stazione Centrale due militari e un agente della Polfer, mette a verbale di essere stato violentato e chiede di essere portato alla clinica Mangiagalli.

    Stamattina, a margine dell’udienza in cui la Procura ha chiesto  di condannarlo a dieci anni di carcere tenuto conto di quello che considera un vizio parziale di mente, il suo avvocato, Giusy Regina, ha raccontato di avere ricevuto un paio di giorni fa una relazione dei sanitari di San Vittore che confermerebbe l’abuso. Il legale ha anche manifestato perplessità perché il ragazzo non è stato trasferito in un altro istituto. Nel corso del processo col rito abbreviato, una perizia psichiatrica disposta dal giudice ha accertato che Hosni è “capace di stare in giudizio” ma la sua “capacità di intendere e di volere era grandemente scemata al momento del fatto”. Un ragazzo fragile, con problemi di droga in passato, che risponde anche di terrorismo internazionale in un’inchiesta parallela che va tuttavia verso l’archiviazione perché non sono emersi elementi a suo carico. “Se dovesse essere condannato – spiega l’avvocato Regina che ha chiesto in prima batttuta l’assoluzione per vizio totale di mente  – ho chiesto ai giudici di affidarlo a una comunità terapeutica dove possa essere curato. Il carcere per lui è solo dannoso”. (manuela d’alessandro)

  • Morì di parto, il mistero non risolto dalla Procura dell’ecografia scomparsa

    Un’ecografia scomparsa, che forse avrebbe potuto cambiare l’indagine sul decesso di una donna morta di parto che va invece verso l’archiviazione. Un fatto gravissimo accaduto alla San Pio X, una delle più prestigiose cliniche private milanesi. Ma la Procura di Milano ha chiuso con un ‘nulla di fatto’ l’inchiesta  sulla misteriosa sparizione dell’immagine diagnostica perché non riesce a individuare l’autore della cancellazione.

    E’ il 16 ottobre 2015 quando Katia, 40 anni, incinta all’ottavo mese, si presenta col marito in clinica lamentando forti dolori al basso ventre. Vengono eseguiti tutti gli esami del caso da cui, secondo i due consulenti nominati dalla Procura, “non emergeva  alcun indizio della rottura dell’utero in corso” che provocherà la morte della donna e del bimbo in  grembo poche ore dopo le dimissioni, nonostante i tentativi disperati di salvarli al Niguarda.

    Tra gli accertamenti anche quella che in ‘medichese’ si chiama ecografia office, uno strumento per valutare i parametri materni e fetali che, a detta dei sanitari sentiti nelle indagini, non avrebbe segnalato nulla di preoccupante. Ma di quell’ecografia non è rimasta traccia perché qualcuno “intenzionalmente”, si legge nella richiesta di archiviazione per i 5 indagati (medici e ostetrica) firmata dal pm Maura Ripamonti, che ha ereditato le indagini della collega Roberta Colangelo, ha eliminato l’immagine “com’è testimoniato dalla circostanza che si tratta dell’unico esame che risulta essere stato cancellato su quell’apparecchio e che, in particolare, sono regolarmente presenti l’ecografia precedente e quella successiva”.

    Scrive il pm, dopo avere evidenziato che gli esami non suggerivano il ricovero: “Forse maggiori elementi avrebbero potuto essere tratti dall’ecografia eseguita. Impossibile però sostenerlo in assenza delle immagini. Non è escluso – anzi è verosimile – che chi l’ha cancellata abbia agito proprio con questo obbiettivo”. Perché qualcuno ha voluto oscurare l’esame se davvero il suo esito era tranquillizzante?

    Intanto, i familiari della donna hanno presentato opposizione all’archiviazione dell’indagine per omicidio colposo e aborto colposo a carico dei sanitari della San Pio X e del Niguarda, basata anche sui risultati delle perizie da cui risulta che “non vi era indicazione alcuna a trattenere in osservazione la paziente, né vi era ragione di procedere ad ulteriori accertamenti diagnostici”. Il gip Laura Marchiondelli si è riservata di decidere.  Ed è verosimile che i parenti  si oppongano anche alla richiesta di far calare il sipario sulla sparizione dell’ecografia. Se c’è qualcuno che nasconde gli esami sarebbe tranquillizzante conoscere la sua identità per chi si fa curare in quella clinica, oltre che per chi amava Katia, morta poco prima di diventare mamma. (manuela d’alessandro)

  • La strana retromarcia dei giudici di Olindo e Rosa sulle “nuove prove”

    “Abbiamo convocato le parti in udienza interlocutoria perché sicuramente un incidente probatorio lo faremo”. Così garantiva il presidente della prima sezione della Corte d’Appello di Brescia Enrico Fischetti, all’udienza a porte chiuse del 21 novembre scorso (Giustiziami ha potuto leggere le trascrizioni), a proposito della richiesta della difesa di Olindo Romano e Rosa Bazzi di analizzare nuovi reperti per aprire la strada alla revisione del processo sulla strage di Erba.

    Oggi invece gli stessi giudici dichiarano “inammissibile” l’istanza degli avvocati della coppia che sta scontando la condanna definitiva all’ergastolo, spiegando che l’analisi dei reperti, tra cui il capello della piccola vittima Youssef Marozuk, non è in astratto in grado di ribaltare la condanna all’ergastolo della coppia.

    “I giudici contraddicono loro stessi e anche la Cassazione”,  commenta il legale di Olindo e Rosa, l’avvocato Fabbio Schembri, ricordando come fu proprio la Suprema Corte nell’aprile del 2017 a rimandare gli atti ai giudici bresciani dopo una prima bocciatura di un’analoga richiesta di nuovi accertamenti su guanti, cellulari, mozziconi, tende, cuscini, giacconi.

    Com’è stata possibile una retromarcia così netta?

    Eppure, sempre all’udienza del 21 novembre, il presidente Fischetti precisava di avere convocato quell’udienza anche per parlare “di cosa il perito deve fare, dove deve andare, e che tipo di indagini deve fare, perché, voi sapete, le indagini sul Dna hanno una possibilità diversa a seconda del tipo di indagine che si deve svolgere, e poi andiamo sullo specifico”. Addirittura si sbilanciava: “C’è la possibilità di nominare, e questo lo dico apertamente, il colonnello Lago, che non era all’epoca Comandante del Ris e che svolgerebbe l’attività con capacità professionale. Faremo un’ordinanza di ammissione, vi daremo una data, la data di conferimento dell’incarico sarà, credo, a metà gennaio”. Anche il procuratore generale era sulla stessa linea: “Mi pare che dopo la sentenza della Cassazione sul fatto che si debba svolgere l’incidente probatorio non vi possa essere dubbio”.

    Invece – nel cangiante e misterioso mondo del diritto – ora i giudici si sono accorti di avere il dovere di valutare se queste nuove analisi potrebbero incidere sulle sicurezze quasi granitiche di una sentenza definitiva di condanna. Schembri, che riporoporrà un nuovo ricorso in Cassazione,  è molto perplesso: “Nel provvedimento i giudici sostengono che le nostre richieste di analisi erano generiche e ‘in quanto meramente esplorative inidonee a superare il vaglio’ previsto dalla legge. Ma come possiamo sapere che esiti avremmo da quelle analisi se prima non le facciamo?”. Che poi la legge (articolo 631 del codice penale) era quella pure il 21 novembre. (manuela d’alessandro)

  • Il documentario ‘Lo Strappo’, tutti i punti di vista sul crimine

    Se c’è uno strappo, c’è una lacerazione nella vita di chi lo compie e di chi lo subisce ma anche la possibilità di riparare e  mille aghi sottili per farlo. E se c’è uno strappo, si apre un varco profondo abbastanza per guardarci dentro e incontrare il buio e la luce.

    ‘Lo strappo – quattro chiacchiere sul crimine’ è un documentario di un’ora destinato a scuole ed educatori che racconta cosa succede quando avviene un delitto dal punto di vista di chi è stato vittima, di chi l’ha commesso, di chi ha addosso una toga (magistrato o avvocato) e di chi scrive sui media.

    Non affiora nessuna ambizione di sentenza che separi il bene dal male ma solo di restituzione della complessità del tema in questo progetto ideato dal magistrato Francesco Cajani, dal giornalista Carlo Casoli, dallo psicologo di San Vittore Angelo Aparo e dal criminologo Walter Vannini i quali, leggiamo sul sito www.lostrappo.net, “pur avendo di fatto materialmente condotto le interviste a tutti i protagonisti di questo racconto, rimangono volutamente senza volto e senza voce. Ponendo a tutti le stesse domande, dopo essersi fatti loro stessi interrogare dalle proprie”.

    “Non dormo mai tranquilla, non mi sono mai abituata a metterli dentro, né a tenerli fuori”.  Il magistrato della Sorveglianza Roberta Cossia è uno degli sguardi – dolente e limpido –  che meglio interpreta il tormento di chi amministra la giustizia cercando, e spesso non trovando, l’umano (“alcuni sono solo ombre, non li vediamo mai”) dietro il criminale e la vittima.  Entrambi. Ed entrambi  in questo racconto hanno un loro tempo largo, uno spazio soffice per aprirsi all’incertezza nella ricerca delle parole giuste per provare a spiegarsi almeno un po’. A volte con lancinante onestà.

    Carmelo I., detenuto: “Per me le vittime non esistono, non sono mai esistite. Poi te ne rendi conto quando sei in carcere che affronti questi discorsi. Cose che prima non ipotizzi neanche, quando hai delle necessità. Quindi la vittima non esiste, per il criminale”. Maria Rosa Bartocci, vittima: “Hanno fatto vedere sovente in televisione quelli che lo portano via, in questo sacco blu e spesso si è vista questa barella con il sacco blu. Io gli ho proibito di trasmetterlo, basta, però se ne fregano. Qualcuno mi ha chiesto: “‘Ma lei li perdona?’ Non ci penso proprio”.

    Il pubblico ministero Francesco Cajani srotola il primo filo della trama del documentario che è proprio una domanda. “Come si può passare dall’attenzione per chi deve essere punito all’attenzione verso chi ha subito un danno da colui che ha commesso il reato?”. Una prima risposta incredibile arriva quando al suo primo processo per omicidio una giovane donna, che aveva perso padre e fratello, gli scrive una lettera: “Stava ottenendo giustizia ma a lei questo interessava poco: lei invece voleva parlare con l’assassino”.

    I protagonisti dello ‘Strappo’ hanno una cosa in comune. Si cercano tutti, in uno strano girotondo, anche per maledirsi, e si toccano tutti anche solo per vedere com’è la pelle dell’altro. A cominciare dai cinque detenuti intervistati che appartengono al ‘Gruppo della Trasgressione’, una nicchia visionaria dove Aparo da anni fa incontrare vittime e carnefici e porta chi delinque nelle scuole a insegnare ai ragazzi, loro – il male – dietro la cattedra più convenzionale del bene. Anche i giornalisti qui provano a essere meglio delle bestie fameliche che spesso sono. Carlo Casoli e Paolo Foschini ricordano che siamo sempre davanti a “persone”, siano  vittime e autori di reati, e che togliere il microfono o la penna può valere come uno scoop se in gioco c’è la dignità.

    E’ molto più arida di quella che vediamo nello ‘Strappo’  la giustizia di cui ci occupiamo ogni giorno nei nostri Palazzi di marmo. Ma qui ci sono tutte le domande giuste, punti interrogativi che tocca ai ragazzi delle scuole far germogliare in nuove domande.

    (manuela d’alessandro)

    “Lo Strappo – Quattro chiacchiere sul crimine”  realizzato da Dieci78  si può vedere online dal sito www.lostrappo.net assieme a testimonianze, documenti e materiale didattico.

  • Il video del treno che arriva a Pioltello in una tempesta di scintille

    Un uomo in un’alba buia e glaciale passeggia sulla banchina della stazione di Pioltello. Viene investito da una tempesta di scintille e di fumo. Il treno dei pendolari diretto da Cremona a Milano è una bestia impazzita. L’uomo, sgomento, si allontana dai binari. Pochi istanti dopo un palo fermerà la sua corsa. Muoiono tre donne: Pierangela Tadini, Giuseppina Pirri e Maddalena Milanesi. Lombardia, 25 gennaio 2018. (manuela d’alessandro)

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  • Lettera di Greco per salutare Ilda, ma è amaro l’addio alla Dda

    “Cari colleghi, Ilda deve lasciare l’incarico da Lei ricoperto negli ultimi 8 anni alla direzione della Dda. Il livello raggiunto dalla Dda di Milano è altissimo, sia per organizzazione di lavoro sia per innovazione giuridica e rappresenta un irrinunciabile patrimonio investigativo e culturale. Il rigore professionale, la riservatezza, la velocità nell’assumere decisioni e la conoscenza del fenomeno mafioso sono la cifra dell’impegno di Ilda che continuerà a garantire con la sua presenza attiva in Ufficio”.

    Il procuratore di Milano Francesco Greco prova ad addolcire l’ultimo giorno alla guida della Direzione Distrettuale Antimafia di Ilda Boccassini, elogiandola pubblicamente in una lettera inviata a tutti i pubblici ministeri.

    “Stiamo parlando del patrimonio che forma il dna della Procura  – prosegue  nella missiva – unitamente a tutti gli altri settori che rendono l’Ufficio un”eccellenza’. Ilda, con la sua straordinaria competenza, passione e dedizione al lavoro contribuisce a far maturare l’orgoglio dell’appartenenza a una storia esemplare nell’affermazione della legalità e della tutela  dei diritti: quella che caratterizza appunto la Procura di Milano”.

    Ma il magistrato grintoso protagonista di tante inchieste che in questa giornata di sole lascia la Procura è una donna amareggiata e arrabbiata il cui futuro appare molto incerto.

    Una frustrazione emersa in modo evidente nelle settimane scorse col suo rifiuto all’offerta di Greco di restare nella Dda per occuparsi delle Misure di Prevenzione, i sequestri dei beni per colpire i patrimoni dei presunti mafiosi.  Un incarico che sembrava la ‘buonuscita’ ideale ma Boccassini avrebbe preferito conservare la gestione del pool antimafia, anche senza esserne più formalmente la leader perché le norme che regolano la magistratura impongono la sua decadenza. Invece è stata scelta Alessandra Dolci come nuovo procuratore aggiunto della Dda che perderà anche Paolo Storari, il ‘pupillo’ di Ilda, magistrato giovane e autore di alcune delle più importanti indagini negli ultimi  anni sul fronte della criminalità organizzata, pronto a cambiare dipartimento.

    Cosa farà Boccassini nei due anni che la separano alla pensione? Greco auspica una sua “presenza attiva nell’Ufficio” ma non si capisce come si declinerà. Né se lei vorrà declinarla in qualche modo.  “La responsabilità di noi colleghi anziani (Ilda, Alberto, il sottoscritto, nonché il rinnovato consiglio degli aggiunti) – continua il capo nella missiva – sarà quella di guidare questo processo con l’esperienza e la necessaria condivisione delle scelte”. Ilda ne avrà voglia? Di fatto il ritorno alla veste di semplice pm è un po’ come la retrocessione di un generale a soldato. Il “sarà un’ottima annata!” con cui Greco conclude la lettera per incitare i colleghi a impegnarsi nella “ristrutturazione” dell’Ufficio sarà suonato quasi beffardo alle sue orecchie.  Vedere Ilda marciare confusa nella truppa ora come ora è difficilmente immaginabile. Tanto che non è assurdo immaginare anche un gesto clamoroso come potrebbero essere le dimissioni. (manuela d’alessandro)

  • Bufale, giornali e apparati bisognosi di gloria e di soldi

    Era una bufala in piena regola. Se ne era avuta la certezza già leggendo l’articolo in prima pagina ieri sul Corriere della Sera in merito a un molto presunto attentato di Capodanno che girava intono a tre marocchini i quali prenotavano e pagavano con 700 euro un albergo per poi non farsi vedere. Uno dei tre “forse” in passato avrebbe avuto un contatto con un sospetto fondamentalista. Questo bastava per scatenare la notte dell’ultimo dell’anno intorno all’albergo e a una vicina festa con 5000 persone poliziotti di ogni tipo ai quali toccava alla fine accertare che non era successo niente.

    Oggi giorno successivo allo scoop il quotidiano di via Solferino non ha scritto una riga. In pratica c’è la conferma della bufala, che però dovrebbe portare ad aprire una discussione seria su un argomento tabù: nel nostro paese ci sono in materia di terrorismo e affini apparati investigativi enormi, spropositati rispetto alle necessità che costano un sacco di quattrini. E operano dove  attentati di matrice islamica non ce ne sono stati. La prevenzione è attività necessaria ma da svolgere in silenzio. Con ogni probabilità la fine di giustificare la loro attività pagata ovviamente con soldi pubblici in quantità che non è dato conoscere causa segreto di stato queste strutture inventano pericoli. Naturalmente con la complicità di giornali e giornalisti che in realtà non vedono l’ora di gridare “al lupo al lupo”, perché bisogna stringersi tutti in un grande abbraccio intorno allo stato democratico che ci protegge.

    Leggendo lo “scoop” di ieri del Corrierone e ascoltando le bufale di complemento dei telegiornali, dove si è soliti mai verificare il contenuto della carta stampata, in molti se non tutti sono orientati a pensare a un pericolo reale. E così il gioco è fatto. In tempi di spending review dove possiamo già contare sulla commissione Moro che spreca denaro mandando la pg in via Fani 40 anni dopo con il laser. Per scoprire che a sparare furono solo le Br come avevano stabilito cinque o sei processi. (frank cimini)

  • La grade pace (vera?) tra le due Procure alla cerimonia per i nuovi capi

    In tanti, compresa la difesa di Beppe Sala, hanno evocato una sfida in corso tra Procura e Procura Generale di Milano che giustificherebbe anche la riapertura delle indagini sul sindaco per la ‘Piastra’ di Expo. Sarà stata l’atmosfera festosa per l’insediamento dei nuovi aggiunti oppure l’ipocrisia istituzionale, fatto è che alla cerimonia abbiamo assistito allo scambio di parole al miele e strette di mano tra i due presunti contendenti. Per il procuratore generale Roberto Alfonso quella a disposizione del capo dei pm Francesco Greco è una “squadra di eccellenza che finalmente gli consente di dare un assetto definitivo  alla Procura e cominciare a giocare”. Auguri di rito e sorriso smagliante di Greco che porge la mano e viene ricambiato da una calda stretta del capo al piano di sotto. Assente Ilda Boccassini, forse ancora nera per l’offerta, da lei respinta, di andare a comandare la Sezione Misure di Prevenzione, quella che incide sui patrimoni dei mafiosi. Ma Greco è di umore allegro e la inserisce nel pantheon degli aggiunti a cui vorrrebbe si ispirassero i nuovi assieme, tra gli altri, a Francesco Saverio Borrelli ed Edmondo Bruti Liberati, che è nel pubblico. Tra gli ‘dei’ in toga non cita Alfredo Robledo nel cui nome questa Procura si era spaccata. Per scacciare gli spettri di quell’età greve Greco sottolinea che tutti i nuovi capi dei dipartimenti “vengono dalla Procura ed è importante perché conoscono l’ufficio e sono cresciuti assieme” e, rivolto a loro, li esorta a “continuare la tradizione e l’orgoglio di appartenere a questo ufficio, a fare squadra, a vedersi a pranzo”. 

    Eccola allora la nuova squadra: Fabio De Pasquale agli ‘affari internazionali e reati economici transnazionali’; Eugenio Fusco al dipartimento ‘frodi e tutela del consumatore’; Tiziana Siciliano alla ‘tutela della salute dell’ambiente e del lavoro’; Laura Pedio alla ‘criminalita’ organizzata comune”; Letizia Mannella alla ‘tutela minori, famiglia e vittime vulnerabili’ e Alessandra Dolci che dirigera’ la Dda. Gli aggiunti già in carica Riccardo Targetti e Giulia Perrotti saranno a capo rispettivamente dei dipartimenti sul lavoro e dei ‘delitti contro la pubblica amministrazione e diritto penare dell’economia’ (uniti per la prima volta), mentre Alberto Nobili rimane il responsabile dell’antiterrorismo milanese. (manuela d’alessandro)

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  • Omicidio dell’aperitivo, il pm cambia idea sulla pena al fotofinish

     

    Succede molto di rado e, quando succede, per gli avvocati ha i crismi dell’evento miracoloso. Nel corso delle repliche, quindi all’ultimo ‘giro’ prima della sentenza, il pubblico ministero Piero Basilone chiede di ridurre la pena per omicidio da 30 a 17 anni e quattro mesi  perché l’imputato e la difesa gli hanno fatto cambiare idea.

    Il processo è quello a carico di  Jeison Elias  Moni Ozuna, il dominicano che il 12 novembre 2016 fece fuoco all’ora dell’aperitivo a piazzale Loreto assassinando il 37enne connazionale Rafael Antonio Ramirez.  L’aggressione aveva scatenato polemiche sulla sicurezza tanto da indurre il sindaco Beppe Sala a pretendere dal Governo più militari in città.

    Il 14 novembre scorso il pubblico ministero ci era andato pesante: 30 anni col rito abbreviato e l’aggravante della premeditazione e senza generiche.

    Nel 99 per cento dei casi, a difesa e imputato non resta che rivolgersi al giudice per convincerlo all’ultimo secondo che la pena è troppo alta. Invece questa volta è il pm a vacillare dopo avere ascoltato gli avvocati Francesca Salvatici e Rocco Romellano e le dichiarazioni spontanee dell’imputato che forniscono elementi di prova alla ricostruzione dei fatti.

    Tanto che il gip Stefania Donadeo sposa la nuova linea dell’accusa e lo condanna ‘solo’ a 18 anni riconoscendogli  le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante della premeditazione. Fuori dall’aula, prima del verdetto, il pm, noto per la sua severità ma anche per la sua gentilezza nei modi, riconosci ai difensori di averlo convinto al ricalcolo della pena.

    Nell’ambito delle indagini, condotte dalla Squadra mobile, anche grazie alle telecamere era stato possibile ricostruire il ruolo avuto dal dominicano e da un suo complice ancora latitante nell’uccisione di Ramirez per un debito di droga di 10mila euro. L’uomo ancora ricercato avrebbe sferrato le prime coltellate alla vittima, mentre Moni, arrestato nella notte tra il 5 e il 6 dicembre dell’anno scorso, l’avrebbe poi uccisa sparando due colpi di Beretta calibro 7.65.  Con le sue spontanee dichiarazioni il dominicano ha messo a verbale che quel pomeriggio verso le 17, un paio d’ore prima dell’omicidio, il suo complice gli telefonò e gli disse, riferendosi a Ramirez: “Dobbiamo ammazzarlo o mandarlo in ospedale”. All’appuntamento, poi, ha raccontato ancora Moni Ozuna, il complice si sarebbe presentato con pistola e coltello, consegnando la prima a lui. (manuela d’alessandro)

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  • Guerra col Comune, la difesa del ‘papà’ del processo digitale sui fondi Expo

    “Il Comune dice che è colpa nostra? Succede, la vita è bella perché è varia”. Pasquale Liccardo, magistrato e capo della Dgisia, la direzione per i sistemi informativi del Ministero della Giustizia, non ha molta voglia di parlare degli appalti milionari senza gara assegnati col tesoro di Expo.

    Eppure l’occasione è ghiotta. I protagonisti del processo civile telematico sono tutti qui nell’aula magna del Palazzo di Giustizia a discutere delle prospettive di una giustizia senza carta. Liccardo, considerato il papà del Pct, è un uomo ottimista tanto da promettere a un giovane avvocato seduto in platea che “tra 4-5 anni” potrà depositare la richiesta di rito abbreviato al giudice di Gela via computer senza sobbarcarsi il viaggio infinito che domani dovrà intraprendere per portare il pezzo di carta sull’isola. Prima di lui sia il procuratore Francesco Greco che il Presidente del Tribunale Roberto Bichi  avevano ammesso con candore che non tutto sta filando giusto col processo digitale.

    Su quegli appalti senza gara indagano le Procura di Venezia, Brescia e Milano. Hanno acquisito oltre alla relazione dell’Anac che segnala irregolarità in almeno dei 10 milioni su 15 stanziati in nome di Expo anche il report del Ministero della Giustizia, a firma dello stesso Liccardo. Pochi giorni fa, il Comune di Milano ha presentato un ricorso al Tar in cui chiede di annullare la delibera dell’Autorità anticorruzione scaricando ogni responsabilità su magistrati e Ministero della Giustizia.

    Torniamo a Liccardo, che avviciniamo alla fine del convegno. “Dottore, che ne pensa di questa mossa del Comune?”. “Noi abbiamo fatto le nostre valutazioni, ora vediamo cosa decide il Tar. La nostra esperienza è stata molto positiva, abbiamo portato il Pct a Milano. Su questa vicenda siamo molto tranquilli”.  Poi, la risposta a dire il vero un po’ seccata sulla varietà degli scenari nella vita a proposito dello scaricabarile del Comune.

    Liccardo all’epoca dei fatti al centro delle inchieste non era il capo del Dgsia, posizione occupata da Daniela Intravaia, e ora sta per lasciare anche lui proprio mentre è stato pubblicato il bando per assegnare una marea di milioni per lo sviluppo del Pct (entità dell’appalto una trentina di milioni). Dopo 12 anni e un durissimo intervento del Garante della Concorrenza sul monopolio della corazzata bolognese Net Service, si fa per la prima volta una gara europea. C’è agitazione tra le altre imprese che operano nel settore e che avevano segnalato le anomalie degli affidamenti diretti. A chi toccherà scrivere il futuro della giustizia? (manuela d’alessandro)

     

  • La donna ecuadoriana vittima della ‘ndrangheta a cui Milano volta la faccia

    “A Pioltello la vita è diventata per me invivibile. Quando ieri sono tornata a casa a prendere le mie cose la gente del condominio voleva picchiarmi perché diceva che era colpa mia quello che era successo”.

    C’è una famiglia ecuadoriana vicino a  Milano che deve scappare perché è perseguitata dalla ‘ndrangheta che, secondo la Procura,  è arrivata a far esplodere una palazzina per intimidirla a causa di un debito non onorato.

    Chi mette a verbale il suo terrore è la mamma del ragazzo beneficiario di un prestito usurario incassato da Alessandro Manno, 25enne appartenente alla famiglia mafiosa della ‘locale’ di Pioltello oggi arrestato dai carabinieri per avere provocato lo scoppio del 10 ottobre scorso.

    E mezza famiglia in effetti se n’è andata: prima il figlio, ad agosto, e poi il padre, subito dopo l’attentato a lui preannunciato il giorno prima da Manno (“Se non paga il figlio paga il genitore e vedrai quello che ti succederà lunedì”). Il ragazzo aveva chiesto dei soldi per fronteggiare i debiti contratti durante la sua attività di impresario di cantanti sudamericani.

    Restano a Pioltello la mamma e l’altro figlio più piccolo, forse ancora per poco. E, a quanto racconta la donna, con scarsa solidarietà attorno. “Mi accorgo che mia cognata non ha piacere che io rimanga a casa sua. Si sente osservata dalle persone che incontra e tutti noi viviamo in un clima di terrore. A Pioltello tutti sanno che i Manno sono gente pericolosa. Mia cognata ieri è andata al parco col bambino e mi hanno detto che le persone la additavano dicendo che il padre di Manno era in carcere e tra un anno sarebbe uscito, sottolineando che quando ai Manno toccano i loro figli non si fermano davanti a niente. Io e mio marito volevamo stare in Italia. Lui aveva un  buon lavoro, non eravamo ricchi ma volevamo continuare a stare in Italia, ma questo non è possibile”. E lo stesso giudice Paolo Guidi, che firma l’ordinanza di custodia cautelare, riconosce : “E’ del tutto verosimile che il clima di intimidazione realizzato dai Manno nel territorio di Pioltello possa incidere su coloro che hanno reso dichiarazioni in questo procedimento”. Tutta questa paura a 13 chilometri da Milano. (manuela d’alessandro)

  • Reati ‘domestici’ contro le donne, a Milano il 40% viene assolto

    Italiano, 42 anni, disoccupato e alcolista. E’ questo il profilo dell’imputato per reati di violenza di genere (maltrattamenti contro familiari o conviventi, stalking, violenza sessuale) nei Tribunali di Milano (sezioni nona e quinta), Como e Pavia. Ma nel 40% dei procedimenti viene  assolto/prosciolto. “Una percentuale molto elevata”, commenta il giudice Fabio Roia tra gli autori dello studio, assieme all’avvocato Silvia Belloni, promosso dalla Regione Lombardia, dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e dal Tribunale meneghino che ha preso in considerazione 120 procedimenti tra l’1 gennaio e il 31 luglio 2017. La relazione tra imputati e parti offese è di conviventi (61%), separati/divorziati (27%) e partner (12%).

    Netto il ‘primato’ degli italiani con il 59%. Dall’Europa orientale proviene il 12% degli imputati, il 10% dal Nord Africa, l’8% dall’Asia e dall’America Latina. Il dato sulla condizione lavorativa vede la prevalenza di disoccupati (31%) e operai (25%). Seguono impiegati (11%), artigiani/commercianti (5%), dirigenti/professionisti (3%). Tra le caratteristiche dell’imputato tracciate da questa indagine figura quella della dipendenza da alcol e droghe (40%).
    La maggior parte dei presunti autori dei reati ha precedenti penali, il 14% sulla stessa vittima (nel 61% è la convivente), il 28% per reati contro la persona. Altissima la soglia di ‘sopportazione’ della donna: i maltrattamenti durano più di 5 anni nel 31% dei casi.  Basso il ricorso ai centri anti – violenza, solo nel 25% dei casi. Le parti offese preferiscono rivolgersi alle forze dell’ordine (60%) e agli ospedali (58%) e poi in maggioranza non si costituiscono parti civili (solo il 42% lo fa).

    Sorprende il dato dei proscioglimenti e delle assoluzioni che sfiora il 40%. Colpevole è il 63% degli imputati per violenza sessuale, il 61,5% per stalking e il 62% per maltrattamenti. Per i maltrattamenti le assoluzioni sono motivate da mancanza del dolo (14%) mancanza di abitualità (22%), mancanza di riscontri esterni (11%), assenza di credibilità della parte offesa (10%), ritrattazione (7%). La media delle pene è di 1 anno e tre mesi per lo stalking, 6 anni e otto mesi per la violenza sessuale, 2 anni e sei mesi per i maltrattamenti. (manuela d’alessandro)

     

     

  • NoTav, Cassazione ai pm: rassegnatevi, non fu terrorismo

    “Il ricorso tende ancora una volta a sollecitare una diversa valutazione dei fatti che non compete alla corte di legittimità”. Questo scrive la Cassazione nel motivare perché respinge il ricorso della procura e della procura generale di Torino contro la sentenza che aveva assolto i militanti NoTav dall’accusa di aver agito con finalità di terrorismo nell’azione contro il cantiere dell’alta velocità di Chiomonte quando fu danneggiato un compressore.

    Quel riferimento ad “ancora una volta” ricorda che si tratta della terza volta, tra misure cautelari e processo, in cui i rappresentanti dell’accusa puntano a dimostrare l’agire per finalità di terrorismo. In pratica è un invito esplicito a rassegnarsi. Innanzitutto perché il ricorso contro la decisione della corte d’assise d’appello non è in diritto ma nel merito. E anche perché non c’era volontà di ledere la vita degli operai del cantiere o del personale di polizia ma solo di provocare danni ai mezzi. La Cassazione inoltre nega che vi fosse l’obiettivo di far recedere i pubblici poteri dal realizzare l’opera dell’alta velocità in Val Susa.

    La motivazione che ricalca quella del Riesame e della corte d’assise d’appello assume particolare importanza anche alla luce di recentissime diatribe giuridico-politiche legate alla giunta regionale del Veneto che aveva approvato una mozione con cui si chiede al governo e al parlamenti di “innovare” la legislazione introducendo il reato di “terrorismo da piazza”.

    L’ accusa legata alla finalità di terrorismo, rivelatasi poi insussistente, era costata ai militanti NoTav una lunghissima carcerazione preventiva in regime di alta sorveglianza proseguita anche quando l’imputazione era già caduta. Insomma i pm torinesi Antonio Rinaudo di esplicite simpatie destrorse, Andrea Padalino ex militante dei giovani comunisti, l’ex procuratore generale Marcello Maddalena ora in pensione, impegnati a inseguire fantasmi, avrebbero fatto bene a dedicarsi ad altro. Magari agli appalti dell’alta velocità in Val Susa che sembrano gli unici onesti e trasparenti in un paese dove la corruzione dilaga. (frank cimini)

  • La lettera di Spataro agli avvocati, l’orgoglio e l’amore per Andrea

     

    Col permesso dell’autore, pubblichiamo la meravigliosa lettera che il magistrato Armando Spataro ha inviato agli avvocati milanesi per ricordare il figlio Andrea.

     

    “Carissimi Avvocati,

    è trascorso un mese dall’ultima volta in cui ho visto mio figlio Andrea, giovane avvocato penalista di 36 anni.

    Ho già ringraziato molti di voi per la vicinanza manifestata in questi momenti di immaginabile dolore, ma spero ora di non apparire inopportuno nel tentativo di “far parlare Andrea”: sono tanti i genitori che soffrono per simili tragedie e non tutti hanno questa possibilità… e forse lo stesso mio figlio, dotato di una grande sobrietà, potrebbe non essere d’accordo…

    Vi chiedo scusa, allora, se mi lascio guidare dal cuore: ho deciso di scrivervi egualmente perché voglio affidarvi non solo il ricordo di un figlio, ma quello di un figlio-avvocato. E ve lo trasmetto attraverso parole di un avvocato e di un giudice.

    L’avv. Salvatore Scuto del foro di Milano, presso il cui studio mio figlio lavorava, ha di lui scritto: “Andrea aveva sviluppato una bella idea della funzione difensiva, moderna, senza retorica ma ferma nella convinzione dell’imprescindibile suo ruolo nella dinamica processuale. A volte rientrava da un’udienza o da un colloquio con un pubblico ministero infastidito, se non arrabbiato (in questo, e per fortuna, non era ancora un ‘disilluso’ ed io credo che non lo sarebbe diventato mai), per aver visto svolgere il ruolo della controparte in un modo non coerente con la sua idea del processo e della tutela dei diritti. Andrea è andato avanti ed ha superato e vinto la sua sfida con la forza delle sue idee e delle sue convinzioni, orgoglioso come era di essere avvocato. Quella forza e quella dignità lo hanno sostenuto sino alla fine facendo a gara con una riservatezza così ferrea da lasciare oggi, in chi gli ha vissuto accanto nella vita lavorativa, ammirazione accompagnata però da una punta di smarrimento.  I tanti suoi amici del tifo juventino hanno trovato le parole giuste per salutarlo nello stadio della sua Juventus quando gli hanno dedicato un striscione esposto nell’ultimo derby torinese con la scritta <<Andrea nessuno muore nel cuore di chi resta!>>. È’ proprio così Andrea”.

    Ed il giudice Bruno Giordano, che lo ha seguito anche in una significativa esperienza accademica, così lo ha ricordato, descrivendo la sua incertezza nelle decisioni da prendere per il futuro: “..gli chiedo se vuole “veramente” preparare il concorso per magistrato. Lo trovo combattuto tra magistratura e avvocatura, che sceglie con il coraggio e la forza di chi vuole farcela, bene e da solo. Un giorno dopo il pensionamento del prof. Dominioni (con cui aveva collaborato) lo sento deluso, non vuole perdere l’incipiente carriera accademica, ma mi sembra che Andrea si senta finalmente libero di scegliere una sua strada. Gli propongo di iniziare un dottorato di ricerca. Ci pensa due giorni chiedendomi di non parlarne con il padre. E infatti non l’ho mai fatto. Poi Andrea mi raggiunge in ufficio, dove con garbo e eleganza, ma con commozione, mi dice che vuole fare l’avvocato, andare in udienza, lottare, lottare e lottare per affermare un diritto. Io mi arresi, Andrea ha lottato fino all’ultimo.

    Il 5 luglio 2014 avevo spedito ad Andrea una mail per raccontargli della bellissima cerimonia cui avevo assistito nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Torino, intitolata a Fulvio Croce, quella annualmente organizzata dal locale Consiglio dell’Ordine in onore degli Avvocati che hanno esercitato per 60 o 50 anni la professione forense. Avevo parlato ad Andrea di una cerimonia “solenne ed informale insieme, carica di giustificato orgoglio dei protagonisti”. Gli avevo poi ricordato le coinvolgenti parole del Presidente avv. Mario Napoli e dell’avv. Ottolenghi (“un passato anche da partigiano ed un presente pure da scrittore”), citandogli infine quelle di  Giampaolo Zancan: “In cinquant’anni ho difeso tutti, ma non ho preso ordini da alcuno”, una frase che a mio figlio era piaciuta molto, che  esalta la libertà di pensiero e la coerenza che sono le doti morali più importanti per chiunque operi nel campo della giustizia.

    Così chiudevo quella mail ad Andrea: “Zancan è giustamente orgoglioso della sua carriera, come io lo sono del fatto che tu sia un giovane avvocato!”

    Andrea amava lottare, appunto, con libertà di pensiero, dignità e coerenza: non a caso gli piaceva molto la bronzea statua equestre di Ferdinando di Savoia – Duca di Genova, che domina il centro della Piazza Solferino di Torino: il cavallo ferito nella battaglia di Novara del marzo 1849 combattuta contro gli invasori durante la prima guerra di indipendenza, sta cadendo e morendo, ma chi lo cavalca continua a combattere con la spada in pugno. La lapide sotto la statua così descrive quella scena e ricorda Ferdinando “Ferito a morte il cavallo nella battaglia di Novara, seppe vendicare col valore l’ingiuria della fortuna”. Già, l’ “ingiuria della fortuna”.

    Andrea era anche un accanito e conosciuto collezionista di statuette varie, soprattutto – ma non solo – dei Cavalieri dello Zodiaco, combattenti per il bene del cosmo e per la pace sulla Terra.

    La lotta…la lotta dunque come regola di vita, non in senso retorico, ma quella quotidiana e silente per i principi in cui si crede, per il bene, per la solidarietà, per la vita…Ed eroe non è sempre e solo chi per tutto questo combatte e vince, ma anche chi combatte e perde.

    L’11 settembre, cioè il giorno della S. Messa per Andrea, i suoi più cari amici gli hanno dedicato due pagine di amore che uno di loro ha letto in un’affollata Basilica milanese. Tra le altre, hanno ricordato queste sue belle parole da giovane avvocato che si guarda intorno e vuole capire e conoscere, parole che ripeteva ai suoi amici e colleghi: “il Tribunale va vissuto…e la giustizia non è l’avventura di un giorno !”

    Erano questa sua visione della giustizia e la dignità con cui viveva la sua professione che mi rendevano e mi rendono orgoglioso di avere avuto un “figlio-avvocato”.

    Sono queste sue parole che mi consentono di avere sempre mio figlio accanto.

    Voglio ringraziarvi ancora, con tutto il cuore ed insieme a mia moglie, per l’affetto che ci avete manifestato in questi giorni di dolore, un affetto dedicato ad Andrea”.

    Armando Spataro

     

  • Il compito che prova la truffa del concorso in magistratura del 1992

    Questo documento è la prova solare – che vi mostriamo in esclusiva –  di come venne truccato il concorso per magistrati del 1992. Il compito del candidato non reca in calce né il voto della commissione, né le firme del segretario e del presidente, in palese violazione dell’articolo 13 della legge che disciplinava l’esame.

    Eppure, l’aspirante toga passò lo scritto a differenza di Pierpaolo Berardi che pure era convinto, quel giorno di maggio all’hotel Ergife di Roma, di avere sviluppato in modo più che convincente le tracce di diritto penale, romano e amministrativo. Tutti argomenti sui quali, per studio matto o perché per caso aveva seguito un seminario pochi giorni prima che riguardava proprio i temi della prova, era preparatissimo.

    Mentre i diòscuri di Mani Pulite seducono il Paese, il giovane avvocato astigiano comincia una battaglia lunga 20 anni per capire le ragioni di un’inspiegabile bocciatura che ora viene raccontata in un capitolo del libro ‘Società, crimine e diritto’, scritto dal professor Cosimo Loré e pubblicato da Giuffré.

    Il cocciuto Pierpaolo chiede e ottiene dopo molta insistenza di poter vedere i suoi compiti e quelli degli altri. Si accorge subito che molti non sono stati nemmeno corretti. “Calcolai i tempi. Tre prove giuridiche complesse non potevano essere corrette ed esaminate riportando voti e verbale per ciascuno in tre minuti”.

    Più scava e più trova abissi di irregolarità. Alcuni elaborati dei promossi sono riconoscibili perché vergati in stampatello o con calligrafia doppia o segni ‘particolari’, altri sono zeppi di erroracci giuridici oppure senza voto, come quello della foto. Dagli archivi del Ministero è sparita la prova di uno dei vincitori.

    Il Tar e il Consiglio di Stato danno ragione a Berardi, il Csm accoglie la sua richiesta di ricorreggere i temi. Peccato che invece di nominare una nuova commissione disponga che sia la stessa che lo ha bocciato a farlo. Per oltre due decenni, e ancora adesso, alcuni magistrati che passarono quel concorso hanno deciso sulla libertà delle persone e molto altro.

    (manuela d’alessandro)

     

  • Milano invasa dai manifesti per ringraziare il re della coca Morabito

    Rocco è tornato in Italia il 4 settembre dopo 25 anni di latitanza patinata in Uruguay e Milano  si prostra al cospetto del suo ex re della coca attraverso un centinaio di manifesti appesi ovunque, nei quartieri di lusso (la foto è stata scattata in via Santa Sofia) e in quelli più periferici e spigolosi, come Quarto Oggiaro.

    Un inchino ironico al boss della ‘ndrangheta ma con dati reali inoppugnabili che certificano il primato milanese tra gli ‘sniffatori’ europei.

    I cartelli sono stati ‘rivendicati’ dall’esperto di comunicazione  Klaus Davi e da un pubblicitario già autori, una quindicina di giorni prima dell’arresto, della campagna intitolata ‘Rocco, dove sei?’ che aveva rivestito i muri di Palermo con la foto di Morabito affiancata da quella di un suo possibile travestimento al femminile. “Sapevo che qualcosa stava per accadere, se ne parlava nei bar di Africo”, aveva commentato la cattura il semiveggente Davi.   (manuela d’alessandro)

  • Perché un avvocato difende anche uno stupratore

    L’avvocato che non deve difendere. Nulla di nuovo sotto il sole (ma sarebbe più giusto dire nuvole) se il peggior becerume nostrano si è scagliato in questi giorni contro un avvocato di Lugo, reo di prestare la propria opera professionale a un imputato di omissione di soccorso stradale. O se una collega romana ha ritenuto di doverci pubblicamente spiegare che ha accettato di difendere uno dei due carabinieri accusati di stupro solo perché ne avrebbe letto negli occhi la di lui innocenza.

    Quante volte infatti, anche in contesti più ‘evoluti’, ci viene richiesto con dissimulata malizia: “Come fai a difendere un assassino ?”. O uno stupratore o un mafioso o un pedofilo o anche, perché no? un bancarottiere o un politico corrotto e persino un truffatore, aggiungo: il codice penale è ricco, come la vita, di figure delinquenziali.

    Si ha un bel dire che i paesi civili si distinguono da quelli ove vige la legge del taglione proprio perché esiste il diritto, il processo e quindi anche gli avvocati difensori. O che assistere tecnicamente un imputato affinché vengano rispettate le regole sancite da quella stessa legge che sarebbe stata da lui violata è un principio tutelato anche dalla nostra tanto amata Costituzione, oltre che dal mero buon senso, eppure nulla da fare. Difendere il ‘mostro’ equivale, per i benpensanti di risulta, a contribuire al suo crimine garantendogli impunità, e pertanto non resta che confidare nei bravi e onesti magistrati che non si fanno buggerare dall’azzeccagarbugli prezzolato di turno. Ai quali invece a nessuno verrebbe in mente di chiedere, con altrettanta malizia e tra un tramezzino e l’altro di una serata mondana, “Ma come fai a sbattere in una gabbia per tutta la vita un essere umano ?”. Eppure il mestiere dell’avvocato dovrebbe essere considerato non si dice nobile, anche se un tempo pare lo fosse, ma almeno utile perché consiste semplicemente nel vigilare che venga applicata la legge che regola il processo accertativo di un fatto, anche perché, come disse anni fa qualcuno ben più bravo di me: “il codice penale è scritto per i colpevoli e quello di procedura per gli innocenti”.

    Una sentenza giusta è una sentenza che ha applicato la legge, e quella legge prevede che il verdetto sia la conclusione di un iter che indica tra le parti necessarie anche l’avvocato, altrimenti è una sentenza sbagliata che non vale nulla. E’ un controsenso dire che non si difendono i colpevoli di un certo reato, anche perché difendere non significa solo sostenere contro ogni logica l’innocenza del proprio assistito, ma far sì che venga condannato alla pena giusta. E se al termine del processo le prove a suo carico si sono rivelate insufficienti, la sentenza giusta è quella che lo assolve e non quella che lo condanna nel dubbio per tacitare la voglia di forca, e bene ha fatto l’avvocato a impegnarsi perché non avvenisse ciò. A questo servono gli avvocati, che per definizione si occupano di fatti accaduti “ad altri” e non certo a loro, e mi piace ricordare come rispose una simpatica e brava avvocata a un cliente che le diceva che con il suo mestiere ne avrebbe ‘viste’ di tutti i colori: “Abbia pazienza, ne sento, non ne vedo…”. Ma il diritto non piace più, piace la legalità intesa nel suo peggiore degli ossimori, esultando quando una gabbia si chiude e gridando allo scandalo quando si apre, al punto che sono stati coniati neologismi imbecilli tipo “garantista”, per definire un giudice che rispetta la legge.

    Perché è legittimo non esserlo? Assistiamo a leggi assurde sulla prescrizione trasformata da secolare baluardo di diritto a mero escamotage da contrastare. Però detto questo, diciamoci la verità colleghi, è anche colpa nostra se da anni vige intorno a noi questa pessima fama. Da quanto tempo abbiamo consentito che anche nei Tribunali il nostro ruolo venisse pesantemente sminuito se non considerato d’intralcio alla giusta prevenzione e repressione del male “in nome del popolo italiano”? Da quanto tempo anche tra noi il legale apprezzato è solo quello che collabora col magistrato e coi media, altrimenti viene ritenuto un fastidioso rompiscatole se non in taluni casi addirittura un connivente? E allora, se non serviamo a nulla e finiamo con il partecipare quali convitati di pietra ad un gigantesco teatrino, sol per comperarci la casa o fare le vacanze al mare con la famigliola e la bella macchina, fanno bene tutti gli altri a considerarci degli inutili impicci alla tanto agognata legalità, e ad additarci come mercenari del crimine.

    avvocato Davide Steccanella

     

     

  • 22 anni dopo l’aula bunker di Opera deve essere ancora inaugurata

    Il tempo scivola sulla colata di cemento senza grazia che da 22 anni vive un’eterna attesa tra i vasti campi di grano e le rogge sottili attorno all’abitato di Opera. E trascorre anche per la Corte dei Conti e per la Procura di Milano che sembrano non avere alcuna fretta di accertare come sia possibile che l’aula bunker eretta a fianco del carcere per ospitare i maxi processi abbia inghiottito  milioni di euro e tonnellate di carte e promesse, senza mai un taglio del nastro. Eppure le denunce della Procura Generale e della Corte d’Appello alla Procura su quelle che appaiono lampanti negligenze (a pensare bene) da parte di chi si è occupato del dossier risalgono a più di due anni fa.

    Siamo tornati in un giorno di fine agosto a visitare il cantiere. In apparenza, nulla è cambiato rispetto a quando riuscimmo a infilarci tra le mura per documentarvi lo stato di abbandono del bunker e l’orrore delle gabbie arrigginite.

    “A luglio verrà inaugurato, a breve dovrebbe partire la selezione delle imprese che lo arrederanno”, ci aveva assicurato a marzo 2015 il provveditore alle Opere Pubbliche Pietro Baratono. E un anno dopo, il procuratore generale Roberto Alfonso  aveva garantito che era questione solo di concludere i contratti per gli allacciamenti del gas. Ora, il direttore del penitenziario Giacinto Siciliano, che non ha nessuna responsabilità in questa storia ma ne è solo spettatore, assicura che “i lavori edili sono terminati, mancano gli arredi e gli allacciamenti verranno messi in prossimità dell’inaugurazione”.

    Di certo, la strada lunga circa 300 metri e il parcheggio che avrebbero dovuto nel progetto iniziale consentire ad avvocati, magistrati e pubblico di raggiungere il bunker non verrà mai costruita perché i terreni non sono mai stati espropriati. Toccherà al carcere consentire il passaggio di chi vorrà recarsi nella struttura,  a meno che non si voglia fare come noi, arrivarci attraverso una scorribanda tra i campi, fango d’inverno, ortiche d’estate.

    Arrivarci, e poi: per fare cosa? Il terzo bunker nel territorio milanese ha un senso in un’epoca in cui i maxi processi non si fanno quasi più? E chissà se qualche magistrato avrà il coraggio di dormire nella stanze all’ultimo piano pensate per farli riposare tranquilli durante le camere di consiglio. Loculi, alcuni dei quali senza finestre e senza bagno, nei quali è auspicabile che nessun giudice trascorra la notte, per il bene degli imputati. (manuela d’alessandro)

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  • 17 anni per chiudere un’indagine su uno spaccio all’inizio del millennio

    Capita, a inizio stagione giudiziaria, di trovare un avvocato nei corridoi della Procura e, dopo i saluti di rito, chiedergli se abbia qualcosa di interessante. “Nulla di che, sto andando a informarmi su un’inchiesta chiusa dopo 17 anni”, ti risponde come se fosse un’attività di routine.

    Un’indagine complessa, non c’è che dire. Un’ottantina di indagati in origine, diversi pm all’opera, venti faldoni di intercettazioni, pedinamenti, ricostruzioni su un maxi spaccio di pasticche di ecstasy avvenuto a Milano all’inizio del nuovo millennio.  Ma 17 anni per arrivare alla chiusura delle indagini notificata a 11 persone  è un tempo che ci appare davvero mostruoso. “La prescrizione non c’è ancora, ci vogliono più di 20 anni”, spiega l’avvocato Mirko Perlino cui la chiusura è stata recapitata in questi giorni, sebbene la data sull’atto, firmato dal pm Francesca Celle, sia 31 marzo 2016. “Forse hanno fatto fatica a individuare i domicili di alcuni degli indagati”, ipotizza il legale. In effetti, 17 anni dopo uno avrà pure cambiato casa.

    (manuela d’alessandro)