Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Categoria: Nera

  • 17 anni per chiudere un’indagine su uno spaccio all’inizio del millennio

    Capita, a inizio stagione giudiziaria, di trovare un avvocato nei corridoi della Procura e, dopo i saluti di rito, chiedergli se abbia qualcosa di interessante. “Nulla di che, sto andando a informarmi su un’inchiesta chiusa dopo 17 anni”, ti risponde come se fosse un’attività di routine.

    Un’indagine complessa, non c’è che dire. Un’ottantina di indagati in origine, diversi pm all’opera, venti faldoni di intercettazioni, pedinamenti, ricostruzioni su un maxi spaccio di pasticche di ecstasy avvenuto a Milano all’inizio del nuovo millennio.  Ma 17 anni per arrivare alla chiusura delle indagini notificata a 11 persone  è un tempo che ci appare davvero mostruoso. “La prescrizione non c’è ancora, ci vogliono più di 20 anni”, spiega l’avvocato Mirko Perlino cui la chiusura è stata recapitata in questi giorni, sebbene la data sull’atto, firmato dal pm Francesca Celle, sia 31 marzo 2016. “Forse hanno fatto fatica a individuare i domicili di alcuni degli indagati”, ipotizza il legale. In effetti, 17 anni dopo uno avrà pure cambiato casa.

    (manuela d’alessandro)

  • Milano, guarda com’è ridotta la targa che ricorda Pinelli

    Se per incuria o per dolo, non si sa. Ma è certo che una delle due targhe dedicate alla memoria di Giuseppe Pinelli in piazza Fontana, quella collocata dagli “studenti e democratici milanesi” nel 2006, non se la passa affatto bene. Il basamento è spezzato in due e le rose sono stramazzate sull’erba mischiate alle foglie secche. La lapide che riporta le parole “ucciso innocente” era stata rimessa dopo essere stata tolta grazie a una mobilitazione popolare  ed è affiancata da quella posta dal Comune sulla quale si legge “innocente morto tragicamente”.

    “Mettere le parole ‘innocente morto’ anziché  ‘ucciso innocente’ fa una bella differenza: equivale a negare il nostro diritto a conoscere la verità”, aveva commentato Leo Valitutti, l’anarchico amico di Pietro Valpreda che il 6 dicembre 1969 era presente nei locali della Questura di Milano quando il Commissario Luigi Calabresi e altri poliziotti interrogarono il ferroviere partigiano fermato perché tra i sospetti responsabili della strage di piazza Fontana.

    Pinelli morì precipitando dal quarto piano. La verità giudiziaria sancita dal giudice Gerardo D’Ambrosio che parlò “un malore attivo” non ha mai convinto nessuno. Dopo la sua morte, lui e Valpreda vennero dichiarati innocenti. (manuela d’alessandro)

     

  • La lettera dei genitori di Riccardo e Chiara, “la sofferenza di Pellicanò si unisce alla nostra”

    “Vogliamo portare la nostra testimonianza provando a tenere a distanza la rabbia, che pure è compagna inseparabile della nostra vita ferita a morte e, ancor più, ogni voglia torbida di vendetta, alla quale cerchiamo di resistere con tutte le nostre forze, convinti come siamo che la sofferenza del colpevole si aggiunge a quella delle vittime e non può minimamente alleviarla e restituirci i nostri ragazzi”. La lettera viene letta dall’avvocato di parte civile Valeria Attili ma la voce che tutti sentono nell’aula è quella dei genitori di Chiara e Riccardo, morti a 27 anni nell’assurda esplosione provocata da Roberto Pellicanò, il pubblicitario che il 22 luglio 2016 svitò il tubo del gas nella palazzina di via Brioschi a Milano.

    Quella voce suona anche nel cuore di Roberto Pellicanò che, seduto tra i suoi avvocati, piange.

    Chiara Magnamassa e Riccardo Maglianesi erano la coppia di vicini di casa arrivati dalle Marche. “Quella mattina – scrivono i genitori – non è stato spezzato un sogno o un vago desiderio: sono state spezzate delle vite umane, ormai incamminate in un concreto e preciso percorso di realizzazione personale, professionale e quindi anche sociale”.

    Nei mesi scorsi, Pellicanò, a cui è stato riconosciuto il vizio parziale di mente per una forma di depressione, aveva chiesto perdono in una lettera ai familiari dei ragazzi. “Non vogliamo forzare con le nostre parole – prosegue la missiva – quella ricerca doverosa e delicata di un concreto bilanciamento di offesa e riparazione che appartiene alla logica alta della giustizia, cui  ogni iter processuale deve sempre ispirarsi. Desideriamo però condividere chiunque abbia a cuore questa logica alta della giustizia le domande che continuano ad accompagnarci da quella mattina: Perché? Perché i nostri figli hanno dovuto pagare un pezzo così alto atroce e irreparabile per una storia che non è mai stata, nemmeno per un istante, la loro storia? Perché una fine così orrenda, così assurda, che racchiude in sé i caratteri dell’ingiustizia assoluta?”.  Secondo le indagini, Pellicanò avrebbe agito “spinto dalla rabbia per la separazione” da Micaela Masella, la donna con la quale, nonostante la fine della relazione, continuava a vivere assieme alle figlie di 7 e 11 anni. Anche Micaela perse la vita, mentre le bimbe riportarono gravi ustioni sul corpo. Il pm ha chiesto la condanna all’ergastolo per Pellicanò.

  • Giudici convocati “con urgenza” dal presidente Bichi per discutere sugli appalti Expo

    Domani dalle 13 i processi del Tribunale di Milano rischiano di fermarsi perché i giudici si riuniranno   “con urgenza” per discutere della scioccante relazione Anac sugli appalti Expo per la giustizia milanese di cui questo sito aveva dato conto per primo due anni e mezzo fa.

    A convocare la riunione con una lettera dai toni drammatici inviata a tutti i giudici è il presidente del Tribunale Roberto Bichi.

    “Considerato il grave negativo riflesso derivante sull’immagine e sull’attività stessa del Tribunale – scrive Bichi – ritengo necessario convocare con urgenza una riunione dei presidenti di sezione, in primo luogo per informarvi delle circostanze a mia conoscenza e, inoltre, al fine di valutare eventuali iniziative”.

    “I magistrati sono convocati nell’aula della presidenza della prima sezione civile e – questo è il passaggio della missiva di Bichi che colpisce di più – in considerazione dell’importanza dell’argomento sottolineo la necessità della presenza di tutti, eventualmente anche con sospensione dell’udienza“.

    Stando a quanto emerge dalle carte in nostro possesso, Bichi non ha avuto nessun ruolo nella sciagurata assegnazione dei 16 milioni di fondi Expo destinati alla giustizia milanese. All’epoca era però il vicario del presidente Livia Pomodoro, di cui ha preso il posto quando è andata in pensione, e forse con questa iniziativa vuole prendere le distanze da chi l’ha preceduto.

    La lettera esprime con palpitazione il momento delicatissimo della giustizia milanese dopo l’esposto dell’Anac di Raffaele Cantone su presunte irregolarità in almeno 18 delle 72 procedure d’appalti del Tribunale milanese per un valore di 8 milioni di euro (su 16) di fondi governativi stanziati per l’Expo e distribuiti dal Comune di Milano per l’informatizzazione della giustizia. Nel dossier dell’Anac  vengono espresse perplessità sull’operato di diversi magistrati, tra cui Pomdoro e l’ex presidente dei gip Claudio Castelli, ora presidente della Corte d’Appello di Brescia.

    Ieri, la Procura ha avviato un’indagine ‘a modello 44’ a carico di ignoti sulla base dell’esposto dell’Anac con l’ipotesi di turbativa d’asta. Inchiesta che ben difficilmente resterebbe a Milano visto il presunto coinvolgimento di toghe meneghine.   I fatti risalgono a un periodo compreso tra il 2010 e il 2015. Giustiziami, ‘Il Giornale’ e il ‘Fatto’ ne avevano dato abbondantemente conto due anni e mezzo fa. Perché l’Anac arriva solo ora? E i magistrati avranno il coraggio di indagare su loro stessi?

    (manuela d’alessandro)

  • Corona assolto, “non è reato far custodire i soldi a un amico”

     

    Dov’è il reato di chi si fa custodire i suoi denari nel soggiorno di un  amico? Se l’erano chiesto in tanti, chi sfogliava le riviste di gossip ma anche chi bazzica il Palazzo, durante i mesi agitati del processo Corona, accusato di intestazione fittizia dei beni per quei 2,6 milioni di euro trovati nel controsoffitto della sua storica collaboratrice Francesca Persi e nelle cassette di sicurezza in Austria.

    Oggi arriva la risposta dei giudici (presidente Guido Salvini, al suo fianco Andrea Ghinetti e Chiara Nobili). Il reato di intestazione fittizia in contanti non esisteva come precedente in giurisprudenza e non esiste ora, nemmeno per l’imputato puù assiduo delle cronache giudiziarie degli ultimi dieci anni (se la gioca con Berlusconi). Il reato vero da contestare sarebbe stato quello più modesto e più comune  di dichiarazione fiscale infedele, per il quale vengono ritrasmessi gli atti alla Procura.

    Corona, condannato a un anno, esulta come se fosse stato assolto e ha tutte la ragioni, anche nel buttare fuori la rabbia per un arresto e una carcerazione (da ottobre 2016) sbagliati.  La tesi dei pm della Dda Ilda Boccassini, Alessandra Dolci, Paolo Storari viene annichilita dal Tribunale. Regge solo l’accusa di sottrazione fraudolenta dei beni, cadono l’intestazione fittizia e un altro reato pure semisconosciuto alla giurisprudenza, l’omissione della segnalazione alla Guardia di Finanza di variazione patrimoniali a cui è obbligato chi è soggetto a una misura di prevenzione. Stando a una prima lettura del dispositivo, si può dedurre che i giudici abbiano considerato Persi una semplice custode di quell’1,8 milioni di euro che teneva nel suo controsoffitto, senza però averne una formale titolarità giuridica. Revocate le custodie cautelari sia per Corona che resta dentro per i 5 anni ancora da scontare anche se si aprono spiragli per un nuovo affidamento in prova sia per Persi, condannata a sei mesi anche lei per sottrazione fraudolenta.  In sostanza, secondo i giudici, un processo che sarebbe dovuto durare poche udienze per soli illeciti tributari si è ingigantito per l’intervento della Dda che ha ipotizzato reati inesistenti.

    (manuela d’alessandro)

  • “Qui per sentire il mio Perry Mason”, la mamma dell’avvocato di Corona conquista tutti

    “Quando aveva 10 anni voleva diventare Perry Mason e io gli dicevo: ‘Vedrai, sarai il Perry Mason italiano’”. Se  una mamma ti da’ fiducia, tutto è possibile.

    Questa splendida signora sugli 80 anni di eleganza elisabettiana è venuta ad assistere all’appassionata arringa del suo Perry, l’avvocato Ivano Chiesa, che oggi ha cercato di convincere i giudici ad assolvere Fabrizio Corona dall’accusa di avere nascosto al Fisco 2,6 milioni di euro.

    Capita talvolta di vedere le mamme degli imputati nelle aule dei processi, e qui spesso abbiamo visto la madre di Corona accompagnare con sguardo amorevole l’ennesima traversata giudiziaria del figliolo.

    Non capita mai invece di scorgere la mamma di un avvocato tra i banchi. La simpatica signora Luigia ha ascoltato con grande attenzione le acrobazie verbali del brillante Ivano e, alla fine, si è mangiata con gli occhi lucidi il suo Perry. (manuela d’alessandro)

    Ringraziamo per la foto gentilmente concessa Maurizio Maule

     

  • La sentenza Riina parla di tutti noi anche se ci fa ribrezzo

    La sentenza della Cassazione su Totò Riina non parla di pietas, di perdono, di  pentimento. E’ bene leggerla prima di esprimersi.

    Parla invece dei diritti fondamentali dell’uomo e lo fa scegliendo parole importanti che vanno ben al di là del ‘capo dei capi’ e ci riguardano tutti, anche se oggi ci ripugna ammetterlo.  E’ una sentenza che parla anche di chi va a morire all’estero  per avere una fine dignitosa perché, come scritto dai pm milanesi del caso Cappato – Dj Fabo, esiste un “diritto alla dignità garantito sia dalla Costituzione che dalla Convenzione europea”. Parla anche dei nostri vecchi genitori quando  negli ospedali o negli ospizi vengono brutalizzati perché non possono difendere la loro estrema dignità di esseri viventi. E ne parla con in mano la nostra costituzione e la legge, quindi se si vuole criticare questa sentenza bisogna farlo usando il suo stesso linguaggio.

    Bisogna allora spiegare con le categorie del diritto perché per Riina non valga la “giurisprudenza costante di questa Corte affinché la pena non si risolva in un trattamento inumano e degradante, nel rispetto degli articoli 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”) e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (“Nessuno può essere sottoposto a totura né a pene né a trattamenti inumani o degradanti”)”. “Lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario – scrivono i magistrati citando diverse pronunce –   idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità fisica o l’applicazione della detenzione domiciliare della persona non deve limitarsi alla patologia implicante un pericolo di vita per la persona, dovendosi piuttosto avere riguardo a ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria”.     

    Bisogna allora avere davanti le cartelle cliniche di Riina, che sappiamo avere 87 anni, essere immobile dalla vita in giù, col respiratore, due tumori, il Parkinson, un filo di voce, e dimostrare che le sue attuali condizioni non siano al di sotto di quella soglia di dignità.

    Bisogna anche spiegare se la sua “pericolosità possa considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute”. Ma chiarirlo bene, con cura. Perché non basta dire che nel 2013 nel cortile di Opera minacciava di uccidere nell’ora d’aria, peraltro durante quel regime di 41 bis che dovrebbe garantire l’assoluto isolamento oggi  invocato da chi non vuole scarcerarlo. Sono passati 4 anni: il magistrato Felicia Marinelli, che ha in carico la questione, è in grado di dimostrare che in questo momento Totò Riina è ancora un uomo pericoloso? A questo domande per fortuna risponderà, in diritto, un Tribunale.

    (manuela d’alessandro)

    Testo sentenza Cassazione – Riina

  • Falcone e Borsellino accendono i monitor di Expo per un giorno

    Finalmente è successo! I monitor pagati coi soldi di Expo, non funzionanti da 3 anni, hanno un sussulto di vita. Sui quasi 200 schermi sparpagliati per tutto il Tribunale e comprati nell’ambito di un appalto complessivo da circa 2 milioni di euro si alternano le immagini  di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e altri caduti per mano di Cosa Nostra, accompagnate da loro frasi celebri.

    Iniziativa lodevole promossa dal procuratore Francesco Greco  perché ricorda gli eroici magistrati nel giorno del 25esimo anniversario delle stragi di via Capaci e via D’Amelio anche se si poteva fare uno sforzo di creatività in più.

    Immagini e frasi sono firmate da Fanpage, seguitissima testata giornalistica online che fa dei social network la sua forza proponendo spesso gallery come quella che ora è visibile sugli schermi.

    I monitor, al centro da febbraio anche degli accertamenti dell’Anac, si erano animati solo nel gennaio 2015 per la propaganda di Anm contro la possibilità che il Governo introducesse per i magistrati la responsabilità civile. Per il resto diiffondono in modo ossessivo e beffardo la scritta ‘udienza facile’ dal momento che dovrebbero servire a orientare i cittadini nel dedalo giudiziario fornendo indicazioni utili su data, luogo e giudici delle udienze. E spenti da domani torneranno. Ma onore a Falcone, che dai suoi colleghi prese solo schiaffi, e a Borsellino, riusciti nella straordinaria impresa di restiturgli un senso.  (manuela d’alessandro)

     

     

     

     

     

     

  • Strage in Tribunale, assolto il vigilante accusato di aver fatto entrare l’arma

     

    Roberto Piazza, il vigilante che stava davanti al monitor all’ingresso del Tribunale di Milano quando Claudio Giardiello entrò per compiere la strage, è stato assolto dai giudici di Brescia. Cadono le accuse di omicidio e lesioni colpose in un processo che il suo avvocato, Giacomo Modesti, definisce “basato solo sulle dichiarazioni inattendibili di Giardiello mentre non c’era nessun indizio che l’arma fosse stata visibile dal macchinario a cui era addetto Piazza”.

    Un’assoluzione che viene salutata con gioia non solo da tutti gli ex colleghi della guardia giurata (che ora si è trasferito in Veneto) di cui è stata sempre sottolineata la precisione e l’abnegazione  sul lavoro, ma anche da Alberta Brambilla Pisoni, la mamma del giovane avvocato Lorenzo Claris Appiani, freddato mentre leggeva il giuramento del testimone.

    Spiega il legale della famiglia, l’avvocato Vinicio Nardo: “La Procura ha deciso di procedere solo con l’ultima ruota del carro. La mamma di Lorenzo è contenta per la sentenza di oggi”.  Altre due guardie erano state archiviate dalla Procura bresciana al termine delle indagini preliminari.

    Fin qui, tutto bene. Ma allora cosa successe quel giorno?

    Giardiello entrò poco prima delle 9 del 9 aprile 2015 dall’ingresso posteriore di via San Barnaba, uno dei quattro accessi. Passò attraverso il metal detector e mise  la borsa sul nastro dei controlli. Due ore dopo sotto i colpi della pistola  caddero assieme a Claris Appiani anche il coimputato di Giardiello nel processo per bancarotta, l’imprenditore Giorgio Erba, e il giudice Fernado Ciampi, ucciso nel suo ufficio mentre si confrontava con la sua cancelliera sul perché non funzionasse la stampante.

    In un interrogatorio Giardiello, contraddicendo quanto da lui dichiarato in precedenti occasioni, rivelò di avere introdotto l’arma tre mesi prima dell’eccidio ma non è stata  trovata nessuna prova, né il killer ha fornito altre dettagli.

    L’avvocato Modesti critica l’inchiesta bresciana: “Toccava a uno dei colleghi di Piazza, la cui posizione è stata poi archiviata, svolgere ulteriori accertamenti su Giardiello perché, quando la borsa passò sul nastro, si accesero le luci che indicavano la presenza di un oggetto con grandi quantità di metallo”.

    In realtà, più che cercare altre responsabilità degli esecutori di un sistema di sicurezza che la stessa magistrarura bresciana ha definito “sottovalutato e definito solo per approsimazione”, sarebbe stato utile, come sottolinea Nardo, appurare eventuali “responsabilità apicali”.

    L’avvocato Giampiero Biancolella, per conto della famiglia Ciampi, aveva presentato un esposto assieme all’opposizione all’archiviazione delle 2 guardie giurate, in cui chiedeva di accertare le responsabilità della Commmisione Manutenzione del Palazzo, nella quale siedeva, tra gli altri, l’attuale Presidente della Cassazione Giovanni Canzio. Il giudice di Brescia chiamato a esprimersi si limitò a rigettare l’opposizione all’archiviazione senza entrare nel merito delle valutazioni su eventuali lacune dei vertici nella gestione del sistema sicurezza. E oggi più che mai ci chiediamo perché siano mancati la forza e il coraggio alla magistratura di provare a indagare anche sulle sue (eventuali) fragilità.

    (manuela d’alessandro)

  • Dj Fabo: per i pm esiste il “diritto al suicidio” per chi soffre come lui

     

    Per chi è nelle condizioni di Fabiano Antoniani, il giovane dj rimasto cieco e tetraplegico in seguito a un incidente stradale, esiste il“diritto al suicidio”. Dalle motivazioni integrali della richiesta di archiviazione per Marco Cappato, accusato di ‘aiuto’ al suicidio’ per averlo portato nella clinica svizzera ‘Dignitas’, emerge un principio che, se accolto, potrebbe incidere un punto di svolta nei ‘pellegrinaggi’ in Svizzera degli italiani che cercano una fine alle loro sofferenze.  Anche se i magistrati, ai quali è toccato in questo caso supplire alla mancanza di una legge, invocano “un urgente intervento del legislatore per disciplinare rigorosamente tale diritto in modo da prevenire il rischio di abuso, ad esempio sotto forma di pratiche di eutanasia, nei confronti di persone il cui consenso non sia sufficientemente certo”.

    “Nelle condizioni in cui si trovava – argomentano Tiziana Siciliano e Sara Arduini – e con l’esito che gli era stato prospettato in caso di rinuncia alle cure, bisogna riconoscere che il principio del rispetto della dignità umana impone l’attribuzione a Fabiano Antoniani, e in conseguenza a tutti gli individui che si trovano nelle medesime condizioni, di un vero e proprio ‘diritto al suicidio’ attuato in via indiretta mediante la ‘rinunzia alla terapia’, ma anche in via diretta, mediante l’assunzione di una terapia finalizzata allo scopo suicidario”. Nel provvedimento, i magistrati ricordano come Antoniani avesse ricevuto una “prognosi irreversibile” e sottolineano le “condizioni drammatiche” in cui versava. “Quasi per un assurdo scherzo del destino – scrivono – la patologia che l’aveva privato della vista e del movimento non l’aveva reso insensibile al dolore” e “il corpo, inerte, era era percorso da insostenibili spasmi di sofferenza più volte al giorno”.

    Il riconoscimento del “diritto al suicidio” per chi si trova nelle condizioni del dj rappresenta un ‘passo oltre’, spiegano i pm, rispetto a quello a “lasciarsi morire”, già sancito in altre vicende giudiziarie, come quella di Eluana Englaro. “In questo caso – scrivono i magistrati –  il riconoscimento di tale diritto a “lasciarsi morire” non soddisfa allo scopo: per Fabiano Antoniani, rinunciare alle cure avrebbe significato andare incontro a un percorso certamente destinato a concludersi con la morte, ma solo a seguito di un periodo di degradazione a una condizione ancora peggiore a quella in cui si trovava nel momento in cui ha preso la sua decisione. L’ordinamento italiano, che ha come fine ultimo proprio il perseguimento del ‘pieno sviluppo della persona umana’, non può consentire una così grave lesione della dignità di un individuo”. “Qualora si dovesse rigettare l’interpretazione proposta della norma – concludono i pm Siciliano e Arduini – riteniamo che dovrebbe essere necessariamente sollevata questione di legittimità costituzionale della stessa, al fine di verificarne la compatibilità con i principi fondamentali di dignità della persona umana e di libertà dell’individuo, garantiti tanto dalla Costituzione italiana quanto dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”. Nei prossimi giorni toccherà al gip Luigi Gargiulo decidere se accogliere o meno la richiesta dei pm.

    (Manuela D’Alessandro)

    testo integrale richiesta archiviazione pm su Cappato

  • NoExpo, in appello per la devastazione è flop totale

    Al processo d’appello per i fatti del primo maggio 2015 c’è il flop totale dell’accusa di devastazione e saccheggio con l’assoluzione dell’unico imputato condannato in primo grado a 3 anni e 8 mesi. I giudici d’appello hanno deciso per lui una pena di 2 anni e 4 mesi per resistenza aggravata tagliando appunto il reato più grave, già caduto per gli altri tre nel primo processo.

    La procura di Milano aveva impugnato la sentenza del Tribunale e la procura generale aveva sollecitato tre condanne. L’accusa invece torna a casa con le pive nel sacco. Non c’è prova delle responsabilità nella devastazione degli imputati che finirono in carcere a ottobre del 2015, a 5 mesi dagli incidenti relativi alla manifestazione  nel giorno di inaugurazione di Expo. Scattavano le manette nonostante il tempo trascorso e l’assenza di manifestazione successive deponessero più a favore dell’assenza di esigenze cautelari che della loro sussistenza.

    La “giustizia” decideva di presentare il conto per le proteste contro l’evento che aveva visto compatto il sistema paese e il partito degli affari, dopo che il 2 maggio la giunta Pisapia, novella maggioranza silenziosa, organizzava il popolo delle spugnette per ripulire i muri dalle scritte. E così sparì pure “Carlo Giuliani vive”. Avvocato di parte civile per la famiglia del giovane ucciso? Pisapia. Ironia della sorte.

    La procura che aveva impugnato la sentenza sui NoExpo è quella della moratoria sugli appalti, l’ufficio inquirente ringraziato da Renzi “per il senso di responsabilità istituzionale”. Cioè per aver violato l’obbligatorietà dell’azione penale. Due pesi due misure come del resto nella tradizione del palazzo che su simbolo della grande farsa di Mani Pulite. (frank cimini)

     

  • NoTav, giudici: anarchico pericoloso, no affidamento in prova

     

    “Al di là di un apparente adesione a regole di vita collettiva, il condannato con  regolare occupazione come cameriere di sala mostra aspetti di preoccupante affiliazione con frange politiche che manifestano la propria convinzione con modalità antigiuridiche e quindi è da ritenere sotto questo aspetto ancora socialmente pericoloso”. Con questa motivazione i giudici del tribunale di sorveglianza di Torino hanno negato l’affidamento in prova ai servizi sociali a un militante NoTav al quale restano da scontare due mesi e 13 giorni di reclusione su una pena complessiva di due anni in relazione a una manifestazione con danneggiamento e incendio al cantiere di Chiomonte nel 2013.

    “L’affidamento in prova permetterebbe al condannato un’autonomia troppo ampia che lui utilizzerebbe per mantenere contatti con i sodalizi politici e di pensiero che frequenta” aggiungono i giudici optando per la detenzione domiciliare “al fine di consentire la prosecuzione dell’attività lavorativa e anche “di prevenire queste frequentazioni e assicurare sul rischio di futura recidiva”.

    Insomma il tribunale di sorveglianza di Torino mette all’indice le idee politiche del condannato, opera un vero e proprio processo alle intenzioni. Stiamo parlando di uno dei quei militanti NoTav che in relazione a un compressore bruciacchiato nel corso di una manifestazione a Chiomonte aveva dovuto fronteggiare l’accusa strumentale dell’aggravante di terrorismo poi caduta in Cassazione ma sulla quale la procura generale di Torino continua a insistere. Infatti il prossimo 28 marzo la Suprema Corte dovrà pronunciarsi per la terza volta in relazione alla posizione di altri imputati in  riferimento agli stessi fatti. L’accusa era già costata lunghi mesi di detenzione in regime di alta sorveglianza a diversi militanti che avevano manifestato contro la realizzazione della linea Torino-Lione.

    La decisione dei giudici di sorveglianza assumere un carattere di “vendetta” a sostegno degli organi inquirenti. Si tratta di un accanimento davvero degno di miglior causa, considerando che la procura di Torino in omaggio al teorema Caselli aveva forzato il diritto oltre misura contro i NoTav chiudendo invece un occhio e l’altro pure sugli appalti dell’alta velocità. Evidentemente gli unici onesti e trasparenti in un paese dove la corruzione è sempre più parte integrante del sistema paese (frank cimini)

  • Mafia, a Opera i detenuti leggono i nomi delle vittime e incontrano i familiari

    C’è il silenzio denso e la ritualità assorta delle cerimonie mistiche. Stanno in coda, stringendo il foglio con la lista. Uno a uno, chi con voce tenue, chi spavalda, si avvicinano al leggio in ferro e pronunciano con cura i nomi, ripetendoli quando inciampano nel pronunciarli.

    Il pubblico è diviso a metà: sulla sinistra i condannati in regime di massima sicurezza, a destra quelli che devono scontare pene per reati meno gravi. In tutto sono più di un centinaio. Tra loro i familiari delle vittime e chi li accompagna ogni giorno nelle strade della prigionia.   Arrotolano il foglio, tornano in platea e danno le mani a chi li aspetta, anche agli agenti delle polizia penitenziaria.

    “Sono stato combattuto fino all’ultimo perché non me sa sentivo di sporcare quei nomi con la mia voce.  Mi sono detto ‘mi alzo o non mi alzo’, poi alla fine la mia coscienza mi ha suggerito ‘alzati, devi fare qualcosa’”. A Opera va in scena quella che il direttore Giacinto Siciliano, padre dell’iniziativa a cui ha aderito anche ‘Libera’, definisce “una prima assoluta in un carcere italiano”. Alcuni detenuti per reati di sangue salgono sul palco dell’auditorium per ricordare i 940 nomi delle vittime della mafia e, al termine della lettura, incontrano una decina di familiari caduti per mano della criminalità organizzata, dando vita una discussione carica di emozioni e contenuti.

    L’idea era nata a settembre durante uno scambio tra la mamma di una ragazza uccisa e dei carcerati nell’ambito delle attività del Centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale del Comune di Milano e del Gruppo della Trasgressione.

    Quello che provano adesso lo raccontano loro, col viso rivolto ai parenti delle vittime accanto ai quali occupano le dieci poltrone bianche sul palco, vuote durante la lettura.

    “Mentre leggevo i nomi, mi sono venute in mente le persone che ho ucciso io. Mi è venuta in mente la prima volta che ho ucciso un uomo e la soddisfazione che ho sentito. Quell’uomo si chiamava Roberto. Fino a che sono entrato in carcere, non mi ricordavo come fosse fatto, poi, dopo il lungo lavoro che ho fatto qui dentro, ho cominciato a mettere a fuoco lui, i suoi figli. In quel momento è cominciata la sofferenza ma anche la purificazione. Il nostro dolore è diverso dal vostro che, come vittime, dimostrate una grande apertura dialogando con noi. Cosa possiamo fare per riparare? Noi del Gruppo della Trasgressione ci stiamo relazionando coi ragazzi in bilico che incontriamo nelle scuole. Questo è il nostro modo per dire che siamo vivi, per dare un senso al nostro passato. Il vostro coraggio è un modo per darci forza”.

    “La voce mi tremava, mi sono sentito piccolo piccolo davanti a voi. Quando dall’altra parte c’è chi, come voi, non guarda il reato ma la persona, si avverte una grande forza dentro. La parola perdono è una parola grande, però il dialogo mi fa vivere”. (altro…)

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  • No alle attenuanti ai No Tav “perché non hanno il consenso generale”

    “I valori espressi dai NoTav non sono avvertiti come tali dalla maggioranza della collettività”. Lo scrive la corte d’appello di Torino nel  motivare la condanna di 38 imputati per le manifestazioni durante le proteste contro le opere dell’alta velocità rigettando la richiesta di concedere le attenuanti per aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale.

    Per i giudici “non è corretto ritenere che l’opinione di chi è disposto a manifestare con ogni mezzo anche violento debba prevalere rispetto all’opinione della maggioranza silenziosa”.

    Le parole dimostrano ancora una volta che i magistrati fanno politica con le sentenze e con il deposito delle motivazioni, arrogandosi il diritto di misurare e quantificare il consenso. Parliamo di quella magistratura torinese che ha chiuso un occhio e l’altro pure sugli appalti dell’alta velocità evidentemente gli unici onesti e trasparenti. Infatti avevano scelto di concentrarsi esclusivamente su un compressore bruciacchiato contestando l’accusa di terrorismo già annullata in diverse occasioni dalla Cassazione. Ma la procura generale non demorde e ha presentato l’ennesimo ricorso che davanti alla Suprema Corte sarà discusso il prossimo 28 marzo.

    Una dedizione e un accanimento degno davvero di miglior causa che emula il comportamento dei colleghi della procura di Milano che hanno impugnato le assoluzioni dei militanti NoExpo dall’accusa di devastazione e saccheggio. A Torino e Milano i magistrati tutelano il sistema paese, il partito degli affari, facendo politica in prima persona. E non si vedono né si sentono in giro garantisti pronti a indignarsi, perché a lor signori la giustizia di classe non va bene ma benissimo. (frank cimini)

  • Abu Omar, quarta grazia a un agente della Cia e offesa alla memoria di Giulio Regeni

     

    A poche ore arrivo dal previsto arrivo in Italia per scontare la pena in carcere, l’agente della Cia Sabrina De Sousa riceve la grazia da Sergio Mattarella.

    Il Paese che chiede (in modo blando) giustizia per Giulio Regeni, il giovane ricercatore torturato e ucciso al Cairo, per la quarta volta s’inchina agli Stati Uniti. Dopo Robert Seldon Lady, Joseph Romano e Betnie Medero,  un altro 007  colpevole in via definitiva di avere sequestrato l’imam milanese Abu Omar e averlo torturato proprio in Egitto, evita il carcere. E con modalità, stavolta, ancor più sconcertanti. Fermata a Lisbona nell’ottobre del 2015 in seguito al mandato di estradizione firmato a Milano dopo la condanna a 7 anni (di cui 3 abbonati dall’indulto), De Sousa in teoria avrebbe dovuto essere estradata dai portoghesi già nella primavera del 2016 quando si vide respingere un appello per evitare di essere consegnata all’Italia. Ma, da allora, con De Sousa libera, nulla si è mosso. Nessuna premura dall’Italia di averla e nemmeno dal Portogallo di eseguire il mandato. Per un bizzarro caso, è stata arrestata nelle ore in cui è emersa l’incredibile vicenda di Pippo De Cristofaro, condannato all’ergastolo in Italia per avere ucciso la skipper Annarita Curina per rubarle un catamarano e scomparso dopo la mancata estradizione da parte delle autorità portoghesi.

    Ora, prima dell’annunciato arrivo a Roma di domani, ecco la grazia parziale ‘su misura’ per evitare anche un solo giorno di carcere. Riduzione di un anno della pena con automatica revoca dell’ordine di esecuzione della condanna.

    (manuela d’alessandro)

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  • Il garante toglie il monopolio del processo telematico alla società che si è presa i fondi Expo

     

    Per 10 anni il processo civile telematico è stato regno incontrastato di una sola società, la bolognese Net Service spa, che si era accaparrata senza gara anche una parte consistente dei fondi Expo destinati alla giustizia 2.0. Ora, il Garante della concorrenza e del mercato, chiamato a pronunciarsi su eventuali violazioni da un’associazione di imprenditori ‘ e da Avvocati Telematici srl, prova a tirare una riga. E, indirettamente, conferma che qualcosa è andato storto nella ‘costruzione’ del Pct, anche con riferimento al tesoro di Expo sul quale sta indagando l’Anac di Raffaele Cantone che ha mandato nei giorni scorsi la Guardia di Finanza a prendere documenti nel Comune e nel Tribunale di Milano.

    L’autorità di controllo ha accettato quella che potremmo definire con linguaggio poco tecnico una proposta di ‘patteggiamento’ da parte di Net Service. La corazzata ex Finmeccanica incassa lo stop all’istruttoria iniziata a metà 2016 per verificare le possibili condotte contrarie alla concorrenza e, in cambio, si impegna da adesso in avanti ad ‘aprire’ il mercato. “E’ chiaro che qualcosa non è andato nella macchina amministrativa se per 10 anni non è stata fatta una gara – ci spiega l’avvocato Carlo Piana, rappresentante della ricorrente Assogestionali –   Il Pct è nato nel 2004 e io dal 2007 non ho traccia di gare”.  Tutto risolto? Non proprio, stando alle osservazioni degli Avvocati Telematici riportate nella delibera del Garante del 18 gennaio : “Gli impegni assunti da Net Service non sono di per sé sufficienti a scongiurare il protrarsi delle asimmetrie informative ai danni del mercato a valle”.

    I ‘giuramenti’ di Net Service davanti a chi deve vigilare sulla concorrenza sono due: 1) Per evitare di sfuttare il fatto di essere al tempo stesso leader del mercato nella produzione dei sistemi informatici e società che fa man bassa degli appalti con gli affidamenti, la società si impegna a individuare due aree azendali separate, una che si occupa di realizzare i prodotti, l’altra di venderli 2) La creazione di un ‘blog del Pct’ nella quale possano dialogare tutte le imprese che offrono servizi legati alla digitalizzazione della giustizia. Le perplessità riguardano soprattutto la separazione delle aree aziendali che “non è sufficiente a evitare che esse interloquiscano tra loro” e inoltre viene evidenziata “l’assenza di trasparenza dei contratti stipulati tra Net Service e il Ministero”. Intanto, questione di poco, il processo telematico sta per arrivare anche nel penale. E’ troppo chiedere che le chiavi per realizzarlo siano affidata con gare pubbliche e criteri limpidi? (manuela d’alessandro)

    Il provvedimento del Garante

  • L’accanimento degno di miglior causa della Procura contro i no Expo

     

    Le denunce dei proprietari delle auto danneggiate durante gli incidenti del primo maggio 2015 non riportano i  numeri civici di fronte ai quali erano parcheggiate. Le macchine erano sì in via Carducci ma nel tratto successivo a largo d’Ancona dove la sosta è consentita. Il pm invece colloca le auto nel tratto precedente al piazzale, “in modo del tutto arbitrario” secondo le difese dei manifestanti, tre dei quali assolti in primo grado dall’accusa di devastazione e saccheggio e che mercoledì prossimo saranno processati in appello perché la procura ha fatto ricorso.

    Una dedizione degna di miglior causa, un accanimento vero e proprio, soprattutto considerando che stiamo parlando delle iniziative della procura nota per la moratoria delle indagini sugli appalti di Expo, provata oltre ogni ragionevole dubbio dai ringraziamenti dell’allora premier Matteo Renzi ai signori del quarto piano coordinati e diretti a quel tempo da Edmondo Bruti Liberati.

    Un’altra “perla” dell’accusa, citata nella memoria difensiva, sta nel passaggio in cui la procura ha definito “inaccettabile” l’affermazione del giudice di primo grado secondo cui la maschera antigas è uno strumento di precauzione a fronte di paventati disordini.

    Del resto sempre la procura aveva collegato agli imputati un volantino anonimo fotografato nelle mani dei manifestanti e contenente istruzioni in caso di una ipotetica azione della polizia. Insomma per la procura azioni come “indietreggiare lentamente e ordinatamente”, “aiutare chi viene ferito, chi cade, chi ha problemi di respirazione o chi viene fermato” consisterebbero in suggerimenti a commettere il reato di resistenza. Sarebbe “inaccettabile” pure “la previsione di un’assistenza legale in caso di arresto o fermo”.

    La procura sta facendo di tutto per ribaltare le assoluzioni e ottenere le condanne per devastazione e saccheggio. In primo grado l’accusa aveva chiesto 6 anni di reclusione. Un solo imputato era stato condannato per il reato più grave a 3 anni e 8 mesi. La procura non ha impugnato il quantum della pena perché all’accusa interessa soprattutto il principio, in materia di concorso morale nella devastazione.

    La sentenza della settimana prossima in caso di esito favorevole per l’accusa porterà alle prossime mosse. Ci sarà la richiesta di processare i 5 anarchici greci per i quali Atene ha rigettato l’estradizione perché la corte d’appello ha spiegato che da quelle parti la responsabilità penale è personale e mai collettiva dal momento che non erano indicati nel capo di imputazione comportamenti specifici.

    Insomma è questa l’altra faccia della moratoria sui reati dei colletti bianchi che tra l’altro ha consentito a Beppe Sala tra tragicomiche archiviazioni e indagini non fatte di diventare sindaco di Milano. Il tutto a tutela del cosiddetto sistema-paese, cioè del partito degli affari e dell’evento che non poteva non essere celebrato. Il controllo di legalità non ci fu “perché bisognava fare in fretta, non c’era tempo”. Come si può notare siamo di fronte a spiegazioni e concetti “altamente giuridici”. L’obbligatorietà dell’azione penale è stata mandata a farsi benedire perché serve solo per fare ammuina nei convegni e nei comunicati dell’Anm. Per tutto il resto c’è sempre la giustizia di classe perché le pietre contro le vetrine delle banche sono molto più pericolose dell’abbuffata di Expo alla quale ha partecipato quantomeno a livello di scambi di potere anche la magistratura. (frank cimini)

  • Quando chiudiamo gli occhi ‘la mafia siamo noi’

    Dov’è la mafia? La mafia è qui, basta allungare una mano e palparne la consistenza oscena nella pagine del libro del cronista giudiziario milanese di ‘Repubblica’ Sandro De Riccardis. Se volete toccare la potenziale Cosa Vostra, annusarla e valutare se ce l’avete addosso anche voi o chi vi sta accanto o i vostri eroi, questo è il libro giusto.

    – Sandro, perché la mafia siamo noi?

    – La mafia non è un corpo a sé stante, separato dalla società, non c’è il nero o il bianco di due mondi distinti. Qui parliamo soprattutto del comportamento di quella che si considera la parte sana e che invece non lo è per indifferenza o per connivenza.

    – Ha qualcosa a che fare anche coi ‘professionisti dell’antimafia’ di Sciascia?

    – Diciamo che quello che teorizzava Sciascia nel 1987 ha valore oggi, ma non all’epoca in cui lo scrisse. In quel momento lui colpì le persone sbagliate, come Falcone. Oggi invece esiste davvero un’antimafia fatta di parole vuote a cui non corrisponde un concreto impegno sul territorio e per la legalità.

    – Addirittura, tu scrivi, c’è un’antimafia che piace alla mafia…

    -Si, e gli esempi che faccio sono tanti a cominciare da Bernardo Provenzano che da’ il via libera dalla latitanza all’ex presidente del consiglio comunale di Villabate per costituire un’associazione antimafia che poi organizzò una bella manifestazione contro Cosa Nostra con tanto di premio all’attore Raul Bova, interprete della fiction ‘Ultimo’.

    – E poi ci sono i tanti, presunti paladini dell’antimafia.

    -Una per tutti,  Rosy Canale,  icona molto attiva dell’antimafia calabrese che girava l’Italia con uno spettacolo teatrale in cui raccontava la sua storia di imprenditrice minacciata dai clan e costretta a chiudere il suo locale. Fonda il ‘Movimento delle donne di San Luca’ e promuove il progetto di una ludoteca nella terra delle faide. Ma una mattina l’arrestano per truffa e peculato perché, risulta dalle intercettazioni, usa i finanziamenti ottenuti con quella che lei stessa definisce “la favolata della legalità” per spese personali: mobili, auto, settimana bianca.

    – Come facciamo nella vita quotidiana ad accorgerci se la mafia è anche Cosa Nostra?

    – A Milano la mafia si declina soprattutto nel riciclaggio. Possiamo farci della domande su locali nati dal nulla e che sono quasi sempre vuoti.  Spesso alle spalle non hanno degli imprenditori ma dei prestanome che li utilizzano per ‘lavare’ i capitali sporchi.  Leggiamo i giornali, procuriamoci carte giudiziarie o documenti della Prefettura quando c’è un’inchiesta che riguarda il nostro territorio. Non è sempre facile, certo. Pensiamo al circolo ‘Falcone – Borsellino’ di Paderno Dugnano dove si svolgevano le riunioni dei boss in Lombardia. Era gestito dall’Arci, che non si accorse di nulla. Una storia esemplare che racconto è poi quella dei liceali di ‘Cortocircuito’ che, grazie a una semplice visura camerale, si sono accorti di organizzare la festa di fine anno scolastico in un locale legato alla criminalità. E poi si deve fare rete con chi denuncia. In Lombardia un solo imprenditore ha avuto il coraggio di farlo. Un uomo solo, come lo fu all’inizio Libero Grassi a Palermo.

    – La parte più intensa del tuo libro è quella dove parli della giustizia riparativa. Perché hai inserito questo capitolo tra tante storie di denuncia?

    – Molte vittime hanno l’esigenza di non restare chiuse nel dolore e di dare un senso alla perdita del loro caro. E incontrano chi ha fatto i conti col proprio passato e ha deciso di mettersi accanto a chi vuole sconfiggere i clan. Non stiamo parlando dei pentiti e del pentitismo che è un fenomeno utilitaristico. Ci sono tante storie di chi ha già scontato la pena  e ha voglia di cambiare vita. Penso a Marisa Fiorani che perde la figlia uccisa a colpi di pietra dopo che era finita nella Sacra corona unita. Il suo racconto nel carcere di Opera porta alcuni detenuti ad aprirsi e a parlare di sé. O ai genitori di Michele Fazio che incontrano un ragazzo parte del commando che ha ucciso il figlio dopo che ha finito di scontare la pena. (manuela d’alessandro)

    ‘La mafia siamo noi’ di Sandro De Riccardis. Add editore, 238 pagg., 15 euro. Presentazione a Milano il 4 marzo alle ore 18 alla libreria ‘Centofiori’.

     

     

  • Reato di tortura, se non ora, quando?

    Lunedì sera, Teatro Pavoni, periferia di Milano.

    Le storie di Rosario Indelicato e di Giuseppe Gulotta fanno venire i brividi agli spettatori presenti. Un pubblico di addetti ai lavori e non assiste alla serata orgamizzata dalla Camera Penale di Milano per sensibilizzare sul tema della necessità di introdurre nel nostro ordinamento il reato di tortura.

    Gli interventi di Giuliano Pisapia e Monica Gambirasio aprono la prima parte. Si evidenzia la necessità che finalmente il nostro ordinamento si adegui alle convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia, dopo diversi tentativi andati a vuoto. Vengono sottolineati i nodi del disegno di legge che è in discussione in Parlamento. E poi ci sono le storie.

    L’avvocato Baldassarre Lauria racconta quella della lunghissima carcerazione patita dal suo assistito Giuseppe Gulotta che aveva confessato sotto tortura e sottolinea le storture della legislazione emergenziale antimafia, del 41 bis e dei reati ostativi che non consentono che il principio della rieducazione della pena li esplichi.

    Cetta Brancato, curatrice del libro che racconta la terribile detenzione a Pianosa di Rosario Indelicato, evidenzia un aspetto che accomuna le due storie: la difficoltà a raccontare eventi terribili, talmente terribili da non poter trovare credito. Rosario Indelicato e Giuseppe Gulotta non sono stati creduti e finalmente trovano ascolto.

    Vengono letti passaggi del libro ‘L’infermo di Pianosa’, storia degli abusi della carcerazione dura dopo le stragi del 1992; non è solo una storia di detenzione di 41 bis, ma soprattutto è il racconto di una violenza senza confine con lo scopo di indurre alla collaborazione detenuti neppure giudicati in primo grado. Un “libro da divorare, con un sospiro di angoscia per ogni pagine”, commenta Pisapia.

    Infine, va in scena “Come un granello di sabbia”, lo splendido monologo teatrale sulla storia di Giuseppe Gulotta, nel quale torna il tema dell’incredulità di tutti, anche dei magistrati, di fronte al grido disperato di una persona ingiustamente condannata. Il crudo racconto delle violenza subite dalle forze dell’ordine e della confessione storta è un pugno nello stomaco. Per citare il ministro Andrea Orlando: “Sul reato di tortura non c’è tempo da perdere”.

    Avvocato Valentina Alberta

  • Né magistrati, né avvocati, le ‘nozze d’argento’ di Mani Pulite si celebrano in un’aula vuota

    Il dato nitido è che l’aula magna è vuota come neppure al più tremendo dei corsi di formazione professionale (c’è da dire che qui crediti non ne sono previsti). L’unico magistrato in aula, spettatore di se stesso, è uno dei relatori, Pier Camillo Davigo, attorno al quale cresce e poi si smorza una polemica su una presunta diserzione dell’Ordine degli Avvocati milanesi motivata dalla sua presenza di “ospite sgradito”. Così almeno ce la racconta Francesca Scoleri, presidente di Themis & Metis, che ha organizzato l’incontro. Il tempo per le agenzie di battere la notizia che arriva la precisazione del presidente dell’Ordine, Remo Danovi: “Ci mancherebbe, nessun disagio a discutere col presidente di Anm, come già accaduto in passato”. Scoleri però insiste in apertura dell’incontro: “La miglior risposta a chi ha voluto impedire questo incontro è averlo realizzato”.

    Perché allora non c’è nessuno (poco più di una decina di ‘veri’ spettatori, il resto sono giornalisti)?

    Antonio Di Pietro spiega in piedi e con foga gladiatoria dei tempi antichi la “grande amarezza di quest’aula vuota”con “l’unica cosa che resta di Tangentopoli: la desolazione dell’opinione pubblica che non ci crede più”.

    Va bene, fose non è stata data pubblicità all’evento ma la sensibilità degli avvocati non può che essere lontanissima dai proclami manettari del presidente dell’Anm. Pensiero che non sfiora nemmeno gli oratori impegnati nell’autocelebrazione di una stagione molto opaca sul fronte dei diritti delle difese. (manuela d’alessandro)

  • Sala a Palazzo: “Fare accendere i monitor di Expo? Ne ho già abbastanza qua dentro…”

     

    Beppe Sala sbarca a Palazzo di Giustizia per testimoniare al processo Maroni e come un alieno su una terra impervia si guarda attorno e posa lo sguardo su uno dei monitor non funzionanti acquistati coi soldi di Expo. “Cosa sono? Cosa vuol dire ‘udienza facile’?”.

    “Sindaco – gli spieghiamo – sono i monitor acquistati coi soldi di Expo. Non può fare qualcosa per farli partire? Sono qui da 3 anni anni e non danno cenni di vita”. E lui, con amaro sorriso e chiaro riferimento all’indagine sulla ‘Piastra di Expo’ in cui è indagato per falso: “Ne ho già abbastanza, rischio di diventare un habitué qua dentro. Ah sì, ora ricordo, era l’appalto fatto dalla Pomodoro…”.

    Si, caro sindaco, ma lei dovrebbe saperne di più perché era il commissario unico di Expo e vennero comprati con la ‘dote’ dell’Esposizione Universale’. Quasi duecento dispositivi di marca Samsung presi nell’ambito di un appalto complessivo da circa due milioni di euro. L’obbiettivo era ‘informatizzare’ la giustizia in vista dell’appuntamento col mondo e, in particolare, far orientare i cittadini nel dedalo giudiziario, sostituendo i fogli di carta appesi alle porte delle aule.

    Spenti da secoli, ormai un arredo inerte che punteggia ogni angolo della cittadella giudiziaria, i monitor rappresentano lo spreco più evidente del ‘tesoro’ assegnato alla magistratura milanese in nome di Expo. Con l’ironia della scritta ‘udienza facile’ che lampeggia senza requie, chissà con quale dispendio di energia elettrica. E non sapremo mai di chi ne è la colpa perché nessuna indagine è mai stata aperta. Forse perché chi decideva cosa farne di quei soldi erano proprio dei magistrati. (manuela d’alessandro)

  • I furti a Milano? Le denunce non si prendono “se non sono clamorosi”

     

     

    A Milano le denunce di furto, anche quando si hanno sospetti ben precisi su chi sia stato l’autore, non vengono prese in considerazione “a meno che non si tratti di casi clamorosi” dove per “clamorosi” non si capisce esattamente cosa si intenda. Ce lo racconta l’avvocato Alessia Sorgato che se lo è sentito dire dall’impiegata all’ufficio ricezione atti della Procura.  “Mi ero presentata con tutti i sacri crismi: atto di nomina della parte lesa, sua carta di identità e denuncia in caserma in cui la mia cliente identificava chi aveva commesso il reato. Sappiamo tutti da 20 anni che le denunce contro ignoti non hanno seguito, ma qui la persona era ben  identificabile! L’impiegata però ci ha detto che non l’avrebbe rubricata nel sistema e me l’ha restituita spiegandomi che queste sono le direttive a meno che non sia qualcosa di clamoroso. E mi ha invitata a fare apposita istanza se il nostro fosse un caso particolare”.

    Al di là dello sconcerto per il no incassato alla ricezione atti, Sorgato fa notare le gravi conseguenze sui cittadini che può avere questo orientamento: “La prova del reato di ricettazione passa attraverso la denuncia di furto. Senza, non è possibile far valere nessun diritto su un oggetto di cui siamo stati derubati, nemmeno se lo riconosciamo come nostro”.   (manuela d’alessandro)

  • Va in pensione Piero Forno, il procuratore che inventò la specializzazione in reati sessuali

     

    Che rapporto hanno i pubblici ministeri con i loro inquisiti? Dopo decenni spesi a fare i conti con le colpe vere o presunte dei loro ‘clienti’, l’abitudine al sospetto li porta a convincersi che in fondo – come ebbe a dire un famoso magistrato – “non ci sono innocenti”?

    Il tema è tanto complesso quanto inesplorato. E spinge a qualche riflessione soprattutto nel caso di un pubblico ministero che ha appena lasciato la Procura di Milano, anche se in questi giorni lo si vede ancora andare e venire per finire di impacchettare le sue cose. Si chiama Pietro Forno, Piero per gli amici; è stato per anni procuratore aggiunto; ma la sua importanza nella magistratura – milanese e non solo – è indubbiamente legata all’esperienza pluridecennale su un fronte che avrebbe logorato qualunque altro magistrato: i reati sessuali. E che riporta alla domanda iniziale: rapportarsi col male è inevitabile per qualunque pm, ma quale visione del mondo matura un pm che si confronta quotidianamente con gli abissi della psiche umana, anche nelle sue forme più perverse? Un conto è avere a che fare con i rapinatori di banche, un altro è occuparsi di padri che violentano le figlie.
    Forno ha fatto anche altro, in carriera: pochi ricordano, per esempio, che fu lui – allora impegnato sul fronte dell’eversione – a vedersi affidare dai colleghi Gherardo Colombo e Giuliano Turone gli elenchi degli iscritti alla loggia massonica P2, che i due volevano mettere al sicuro prima che venissero fatti sparire. Poi però, quasi per caso, Forno iniziò ad occuparsi di alcuni casi di violenza sessuale. E presto si rese conto di come questi crimini terribili fossero affidati a inquirenti e investigatori impreparati, e della necessità di creare una specializzazione, di formare magistrati e poliziotti in grado di muoversi su un terreno reso delicatissimo dal reato stesso: un reato che nella stragrande maggioranza dei casi ha la vittima come unico testimone. Nacque così, voluta da Forno e dall’allora questore Umberto Lucchese, la sezione speciale della Squadra Mobile, che ebbe per primo capo Stefania De Bellis.
    Da allora sono passati più di venticinque anni, Forno nel frattempo è andato a Torino – la sua città – a fare il procuratore aggiunto, anche lì esportando la specializzazione nei reati sessuali. Il numero di stupratori che ha arrestato in carriera è incalcolabile. Ha ricevuto riconoscimenti ma anche critiche pesanti: non solo da una parte dell’avvocatura, che gli rimproverava un ‘pregiudizio colpevolista’, ma in qualche caso anche da parte dei suoi colleghi. E’ rimasto negli annali il suo scontro con il pm Tiziana Siciliano, che nel 2000 ereditò l’indagine di Forno su un tassista accusato di avere violentato la propria figlia di tre anni: per Forno l’uomo era un mostro, la Siciliano in aula invece chiese e ottenne l’assoluzione del tassista ‘per non avere commesso il fatto’. Ne nacquero polemiche indiavolate.
    Le statistiche dicono che le assoluzioni nei processi scaturiti dalle inchieste di Forno sono assai basse, pari o inferiori alla media di altri settori. Certo, venire accusato ingiustamente di essere uno stupratore seriale non è come subire una accusa infondata di falso in bilancio, e chi viene assolto esce comunque con la vita distrutta (specie se è passato per il carcere, dove i reati sessuali sono gli unici per cui gli altri detenuti non applicano la presunzione di innocenza).Ma sarebbe ingiusto non dare atto a Forno di essersi dedicato ad un lavoro difficile con serietà e con buoni risultati, e di non essersi mai intimidito davanti ai poteri forti: quello della Chiesa, innanzitutto, le cui coperture alle devianze dei sacerdoti pedofilii ha sempre denunciato con forza; ma anche di istituzioni benemerite come il Premio Grinzane, di cui quando era a Torino rivelò il lato inconfessabile.
    Non sarà una eredità facile da raccogliere, quella di Forno: assegnata provvisoriamente dal procuratore Francesco Greco al pm Cristiana Roveda, incaricata di guidare il ‘terzo dipartimento’ in attesa dell’arrivo di un nuovo procuratore aggiunto. Ma oltre alla esperienza inquisitoria, non sarà facile sostituirne neanche la mancanza di arroganza, i toni pacati anche in casi esplosivi come l’affare Ruby. E la assenza di sussiego con cui resse, in quanto anziano dell’ufficio, la Procura della Repubblica nell’interregno seguito alle dimissioni di Bruti Liberati. (orsola golgi)

  • Se questi sono uomini

    Dai verbali agli atti dell’inchiesta milanese che ha portato all’arresto di Osama Matammud, detto ‘Ismail,’ le testimonianze dei reclusi nel centro raccolta di migranti di Bani Al Walid, in Libia. Al somalo di 22 anni è stata notificata un’ordinanza di custodia cautelare per 4 omidici, il sequestro di centinaia di connazionali e decine di violenze sessuali. Chi parla ora è ospite del centro profughi di via Sammartini, a Milano.

     

    “Ismail si divertiva a picchiarci sempre, con sbarre di ferro, bastoni, tubi di gomma e calci e pugni. Si accaniva, io più volte l’ho visto con dei tondini di ferro pieni, di quelli che si usano per i lavori di muratura, spaccare le caviglie e i polsi di molte persone” .

    “A volte accendeva un sacchetto di plastica sopra la schiena, facendo colare la plastica incandescente, altre volte torturava con le scariche elettriche. Io stesso sono stato portato nella ‘stanza delle torture’. Ismail per me aveva trovato una tortura particolare. C’era un punto della stanza dove passava il sole dall’alto dato che questa stanza era in un edificio in parte scoperto. In questo punto della stanza faceva caldissimo. Ismail mi legava mani e piedi dietro la schiena e mi lasciava per orea sdraiato per terra finché mi disidratavo e orinavo addosso”.

    “Non c’era notte che non venisse a prendere delle ragazze, le trascinava con la minaccia dei fucili e le teneva per ore, noi sentivamo le urla”.

    “Nel capannone ci saranno state 500 persone tra uomini e donne. Dormivamo per terra, su un lato i maschi, sull’altro le donne, C’era un solo bagno per gli uomini e uno per le donne.  Ci davano da mangiare la sera, il cibo ci causava spesso dissenteria e c’erano code infinite nei bagni. Io come altri la mattina venivo preso per andare a lavorare, sempre sotto il controllo delle guardie armate. C’erano molte persone sotto il controllo di Ismail. Caricavo con altri uomini dei mattoni sulle auto dei nostri carcerieri (…). Era impossibile fuggire dal campo, il capannone era chiuso ed era una grossa costruzione in pietra, senza le finestre, e c’erano guardie armate dappertutto. Tutte le persone che erano nel campo finché non pagavano i soldi per il viaggio erano prigioniere”.

    “C’era una specie di stanza delle torture nel campo. Ho visto in molte occasioni Ismail e i suoi uomini portare delle persone in quella stanza, si sentivano le urla, quando poi le persone uscivano erano distrutte e piene di bruciature sul corpo. Ci raccontavano che venivano spogliate, bagnate con acqua ed erano poi torturate coi cavi elettrici. Questo capitava soprattutto agli uomini che tardavano a mandare i soldi per proseguire il viaggio”.

    “Era sempre Ismail che leggeva gli elenchi di chi poteva partire e chi no. Lui comandava tutti gli uomini armati che ci controllavano”.

    “Sempre nella stanza delle torture, Ismail mi faceva appendere per i piedi, a testa in giù, a dei ganci che c’erano sul soffitto, poi mi bagnavano il corpo e mi mettevano delle pinze sulla schiena e sulla pancia e facevano partire le scariche elettriche, finché io svenivo e mi ritrovavo dentro l’hanagar”

    “Un giorno, Ismail e i suoi uomini sono tornati e hanno buttato sul pavimento del capannone i corpi dei due ragazzi che avevano preso, erano morti e ho visto che avevano tutti e due una corda intorno al collo. Ismail aveva lasciato nel capannone i loro corpi come insegnamento e ha detto davanti a tutti che le loro famiglie non avevano pagato il viaggio”.

    “Mi ha legato le mani dietro la schiena, mi ha messa per terra, mi ha aperto le gambe e con uno strumento metallico, non so dire se un coltello o una lametta, ha aperto l’accesso alla mia vagina (la ragazza era stata infibulata, ndr) al fine di penetrarmi. Dal dolore sono svenuta, quando mi sono svegliata mi aveva già violentata perché perdevo sangue dappertutto”.

    “Era un pazzo, un sadico. Io stesso sono stato picchiato talmente forte che per due settimane non sono più riuscito a mangiare e mi dovevano imboccare”.

    (manuela d’alessandro)

  • Pinelli, “la finestra è ancora aperta”. Il libro di Fuga e Maltini

     

    “Nel 1996 dagli archivi di via Appia si scopre che almeno altre 14 persone facenti capo al ministero dell’interno e mai sentite dai magistrati si aggiravano in quel quarto piano della questura di Milano la notte in cui Pinelli morì”. Bastano queste tre righe in sede di epilogo per spiegare l’importanza del lavoro di Gabriele Fuga e Enrico Maltini. “La finestra è ancora aperta” è il titolo del libro, la versione aggiornata di “e finestra c’è la morti”, pubblicato nel marzo del 2013.

    “Ancora oggi la storia stessa di questo paese chiede giustiziar ancor più che giustizia conoscenza” scrivono gli autori, Enrico Maltini, fondatore della Croce Nera anarchica e l’avvocato Gabriele Fuga, in un paese in cui i cittadini continuano a morire nellemani delle cosiddette forze dell’ordine, a subire vessazioni e torture, senza che si riesca a varare una legge che sanzioni la tortura come reato. Anzi con il Quirinale che concede la grazia ai condannati per il sequestro dell’imam Abu Omar.

    Per cui il libro non si occupa solo di una storia di quasi 50 anni fa ma del presente. “Migliaia di fascicoli rivelano una sistematica azioni di intrusione, sottrazione di indizi, falsificazioni, sottrazioni di corpi di reato, depistaggi, manipolazioni di testi” è la ricostruzione su quello che avvade la notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969 ai danni di Pino Pinelli, ferroviere anarchico, fermato per la strage di piazza Fontana e trattenuto illegalmente per 3 giorni prima di precipitare da una finestra di via Fatebenefratelli.

    “Malore attivo” è la sintesi della sentenza emessa dal giudice Gerardo D’Ambrosio  che non usò proprio quelle parole, ma altre ancora più inquietanti. Il giudice scrisse di “atti di difesa di Pinelli”. Significa quindi che c’erano stati atti di offesa da parte dedali uomini in divisa che lo interrogavano e che a verbale affermarono cose inverosimili e contraddittorie.

    E contemporaneamente in questura in quei giorni c’erano uomini del Viminale e dei servizi segreti la presenza dei quali all’epoca fu nascosta. Tra gli uomini che frequentarono quella stanza, la sua, il commissario Luigi Calabresi era il più alto in grado ma acquattati altrove c’erano i superiori in via gerarchica arrivati da Roma. In testa Silvano Russomanno, un tempo tra i protagonisti della Repubblica Sociale.

    La presenza fisica nella stanza al momento del fatto del dottor Calabresi è un puro dettaglio. Calabresi quantomeno coprì quello che era accaduto. E a coprire tutto pensò la sentenza di D’Ambrosio, un giudice legato al presunto grande partito della classe operaia, che da un lato non poteva aderire alla versione del suicidio e dall’altro non poteva sposare la tesi dei movimenti sulla strage di Stato e l’omicidio di Pinelli. Così si arrivò a una sorta di terza via. Una sentenza oscura targata Botteghe Oscure, si potrebbe dire. Ma forse la sintesi migliore è quella di Oreste Scalzone: “un compromesso storico antelitteram”.

    La lettura del libro è consigliata in particolare a quegli “intellettuali”, alcuni sono ancora in vita che firmarono nel 1971 l’appello contro Calabresi e lo Stato e che negli anni uno dietro l’altro si sono usai tutti pentiti. Ecco, ora hanno l’occasione di pentirsi di essersi pentiti. Due nomi tanto per capirci: Paolo Mieli e Eugenio Scalfari. (frank cimini)

    “La finestra è ancora aperta” di Gabriele Fuga e Enrico Maltini, 270 pagine, 14 euro, Edizioni Colibrì.

  • Il dossier Regeni in mano ad Alfano, il ministro che non vuole il reato di tortura

    Per chi ha a cuore i diritti dei cittadini (tutti dovrebbero ma sappiamo che non è così) l’aspetto più raccapricciante della risoluzione della crisi di governo è l’approdo agli Esteri di Angelino Alfano noto alle cronache già per aver agito agli Interni come quinta colonna del regime kazaco in Italia. Nelle mani di Alfano finirà il dossier relativo a Giulio Regeni il ricercatore torturato e ucciso dai servizi segreti di Al Sisi, il dittatore a suo tempo sdoganato da Matteo Renzi come campione di democrazia e lotta al terrorismo.

    ”Ebbene Alfano è l’esponente politico che più si oppone alla ratifica della convenzione internazionale in attesa da 32 anni che dovrebbe introdurre nel nostro ordinamento la tortura come reato tipico del pubblico ufficiale. Alfano è in “buona compagnia”: la suo fianco ci sono alcuni sindacati di polizia che evidentemente per “lavorare” non possono fare a meno di certe pratiche e il Quirinale che tra Napolitano e Mattarella ha già concesso la grazia a tre agenti della Cia condannati per  il sequestro dell’imam Abu Omar.

    Alfano succede a Gentiloni traslocato a palazzo Chigi e che non ha avuto nemmeno il coraggio di dichiarare l’Egitto “paese non sicuro””. Nel frattempo gli affari con il Cairo vanno a gonfie vele, aumentano i voli verso le località turistiche e le autorità egiziane continuano a prendere in giro quelle nostrane che fanno finta di niente. Dopo Gentiloni… Alfano. Al peggio non c’è fine. Mai. Giulio Regeni. Chi era costui?

    (frank cimini)

     

     

     

     

  • La Procura di Milano allo sbando dopo il pasticcio sul delitto Caccia

     

    Il pasticcio è davvero brutto e la “mitica” procura dà l’impressione di non sapere come uscirne. Rocco Schirripa era stato arrestato il 21 dicembre dell’anno scorso, come esecutore materiale dell’uccisione di Bruno Caccia, nel 1983 capo della prcura di Torino. Ma Schirripa era già stato indagato 20 anni fa e poi archiviato. Le manette scattavano senza che la procura avesse chiesto al gip la riapertura formale del caso. Quindi processo da azzerare. Il pm Marcello Tatangelo sabato scorso chiedeva alla corte d’assise la scarcerazione. Richiesta accolta oggi ma nello stesso tempo è scattato il fermo di Schirripa sul quale il gip dovrà decidere entro 48 ore.

    Le prove illegittime non sono prove, protesta la difesa. Parliamo delle intercettazioni raccolte dalla procura senza la riapertura formale delle indagini. Ma gli elementi raccolti prima di inserire (per la seconda volta) il nome di Schirripa tra gli indagati possono essere usati. In origine infatti il fascicolo era stato rubricato a modello 44, seza indagati. Certo, un po’ strano se si procede per omicidio. Il panettiere era finito nel registro degli indagati con ritardo. Cioè si indagava su di lui senza farlo formalmente, una procedura anomala troppo spesso usata dagli inquirenti anche con personaggi illustri tanto che Berlusconi ne è stato vittima due volte, nel 1994 (inchiesta tangenti alla gdf) e nel 2010 (caso Ruby).

    Non si capisce (ma in realtà si comprende benissimo) perché di fronte a comportamenenti gravi dei magistrati perchè i pm non possono non conoscere vita morte e miracoli di un fascicolo a loro affidato il ministro della giustizia non abbia messo un paio di ispettori sul Frecciarossa per Milano. Del resto anche per il fascicolo Sea “dimenticato” per 6 mesi in un cassetto gli 007 non erano partiti.  Evidentemente le procure, in particolare quella di Milano, sono intoccabili. Poche settimane fa il capo dell’Anm Piercamillo Davigo in un’intervista era arrivato a dire: “I processi sulle primarie non li abbiamo ancora fatti”. La politica si prende gli avvertimenti e tace. E’ ricattabile. (frank cimini)

  • La Procura impugna l’assoluzione dei No Expo, i due pesi e due misure

    “Dove vedono e dove cecano”, recita il vecchio adagio. Che la procura ricorra contro le assoluzioni è considerato fisiologico, ma a volte il contesto fa la differenza. La procura di Milano ha impugnato la sentenza del gup che aveva assolto 3 manifestanti dall’accusa di devastazione in relazione al corteo del primo maggio del 2015. E’ lo stesso ufficio inquirente che aveva chiuso un occhio e l’altro pure sugli appalti dell’evento. Una circostanza pacificamente provata dal premier Matteo Renzi che in riferimento al “successo” di Expo ringraziava in ben due occasioni l’allora procuratore Edmondo Bruti Liberati per “il senso di responsabilità istituzionale”.

    La moratoria delle indagini, che portava tra l’altro al proscioglimento del numero uno di Expo Beppe Sala dall’accusa di abuso d’ufficio con una motivazione tragicomica, non vale per le pietre tirate contro le vetrine delle banche. In 40 pagine la procura rimprovera al gup una errata applicazione della legge penale e il fatto di non aver valutato complessivamente e unitariamente gli elementi di prova.

    Dura lex sed lex, ma solo per chi ha protestato contro la manifestazione simbolo del sistema paese di cui la magistratura evidentemente si sente parte integrante con tanti saluti all’obbligatorietà dell’azione penale. In questo caso la procura non demorde e fa finta di niente anche davanti alla lezione di diritto impartita dalla corte di appello di Atene che nel respingere l’estradizione di 5 anarchici ricordava il principio della responsabilità penale come personale e non collettiva.

    “Giustizia di classe” si sarebbe detto in altri tempi, quando per esempio il neo procuratore di Milano Francesco Greco faceva parte della sinistra di Md, una sparuta pattuglia di magistrati (“pochi ma buoni”) distribuita tra Roma e Milano che contrastò la logica dell’emergenza battendosi con vigore anche contro i vertici della corrente. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e vale ma solo fino ad un certo punto la considerazione che si nasce incendiari e si muore pompieri. Non è così per tutti in verità. La legalità non è una questione di giustizia ma di potere. (frank cimini)

  • Il testo della decisione del giudice Dorigo che boccia il prof. Onida sul referendum

     

    Nessuna violazione della sacra libertà del voto degli elettori. Il quesito referendario  sul quale dovremo esprimerci, a questo punto con certezza, il 4 dicembre, non fa una piega. Col rigetto dei ricorsi presentati dal professor Valerio Onida e dal pool di avvocati che già avevano fatto cadere il ‘Porcellum’, il giudice civile Loreta Dorigo esclude un intervento della Corte Costituzionale. 

    Il referendum riguarda tante materie diverse, che problema c’è? Nessuno, per il magistrato secondo il quale lo ‘spacchettamento’ delle domande snaturerebbe l’essenza del referendum perché “l’elettore, libero di scegliere su ogni singolo quesito, finirebbe in tal caso per intervenire quale organo propulsore dell’innovazione costituzionale”. Invece è la stessa Costituzione ad attribuire alle “maggiori forze politiche del Paese” il compito di riformarla lasciando al popolo  “un potere d’intervento del tutto eventuale e residuo”. Anzi, per il giudice  la nostra carta fondamentale va sottratta da quelli che definisce “estemporanei interventi diretti del corpo elettorale”.

    L’emerito presidente della Consulta Onida si becca pure il rimprovero di non essersi accorto che gli stessi ‘padri costituenti’ si espressero “a favore di un intervento di revisione assai ampio”. Per esempio, il buon Costantino Mortati  “che esclude in radice una possibilita’ di revisione costituzionale consentita solo in relazione ad un singolo, o a pochi articoli per volta, configurando, persino, la possibilita’ di una revisione con un contenuto di totale stravolgimento degli assi portanti dell’ordinamento costituzionale”.

    La domanda sull’abolizione del Cnel (sulla quale tutti gli italiani eccetto i componenti del Cnel medesimo sono d’accordo) non c’entra con tutte le altre a cominciare dal bicameralismo disegnato dal ddl Renzi – Boschi? Pazienza. “L’eventuale lateralità di una sola disposizione non pare sufficiente a eradicare l’unitarietà progettuale di revisione”. (manuela d’alessandro)

     

    provvedimento giudice su ricorso Onida

  • Lo Stato contro il Bel René
    questa volta è il Viminale a pagare

     

    Questa volta il ‘cattivissimo’ René e la sua bella, Antonella, si prendono una piccola rivincita sullo Stato. Lui la mano non proprio leggera della giustizia l’ha conosciuta con gli ergastoli definitivi e la perdita della semilibertà in seguito al famoso episodio “cesoie e mutande” sgraffignati al supermercato. Lei un po’ di carcere se l’è fatto nel 2013, con 21 giorni di custodia cautelare al termine dei quali ha denunciato di essere stata colpita ingiustamente.

    Portati davanti a un giudice civile, a Roma, dall’avvocatura generale che rappresentava niente meno che il ministero dell’Interno, hanno vinto loro. E ora il Viminale dovrà pagare anche le spese legali. Premessa: lo Stato dal 1978 cerca di farsi risarcire da Vallanzasca per la morte di Bruno Lucchesi, agente della stradale colpito a morte a Montecatini dopo l’evasione dal carcere di Spoleto del bandito della Comasina. Qualche decina di milioni di lire di allora si sono trasformati in un debito da 425mila euro che Renato non ha mai saldato. Qualche anno fa Vallanzasca cede i diritti per lo sfruttamento della sua avventurosa storia di sangue. Ne vengono fuori due libri e il film di Michele Placido “Gli angeli del male”. Inizialmente Vallanzasca firma una scrittura privata in cui si impegna a cedere i diritti a titolo gratuito, poi ne firma un’altra, insieme alla moglie Antonella D’agostino, che revoca le disposizioni precedenti. L’accordo vale 400mila euro. Nel 2009 i due danno conto per iscritto di averne già ricevuti 278mila dalla Cosmo Production. Ma chi incassa? Antonella. Tanto che rumors parlano di qualche dissapore tra marito e moglie. Oggi il ministero degli interni chiede al Tribunale di dichiarare che quel denaro appartiene di fatto a Vallanzasca, in modo da poterglielo pignorare per intero in virtù della sentenza Lucchesi. Vallanzasca non si costituisce in udienza. Lo fa invece, attraverso gli avvocati Ivana Anomali e Ciro Cofrancesco solamente Antonella. La quale dichiara che quei soldi sono frutto del suo lavoro alla sceneggiatura e che il bel René non c’entra un bel niente. E che, purtroppo, quel denaro l’ha comunque già interamente speso per mantenere l’anziana suocera (cosa non si fa per una suocera, del resto, ndr) e per le “esigenze del consorte”. Il giudice le dà ragione: non una lira andrà al ministero. Che anzi dovrà sborsare le spese legali. Fanno 5.800 euro, signor Viminale.

     

     

     

  • Assolto Ananda, per la Procura il temibile pedone ‘killer’

    Ananda, il pedone killer, va assolto. Forse mancava la volontà di commettere il reato, stando al dispositivo letto questa mattina dal giudice Costa della IX sezione penale. La storia era questa: un pedone mezzo ubriaco, Ananda G.U.L., attraversa la strada lontano dalle strisce pedonali. Viene investito da un motociclista di nazionalità indiana. Ananda, mezzo acciaccato, se la dà a gambe, mentre chi l’ha investito con il motorino resta a terra, ferito. Non muore, sia chiaro, il nostro titolo è una forzatura giornalistica.

    Insomma però il povero pedone-ubriaco-investito finisce a processo per aver omesso di soccorrere il centauro che l’ha travolto.

    Il pm ne aveva chiesto la condanna a otto mesi di reclusione. Il giudice lo ha assolto con la formula dubitativa dell’art 530 secondo comma affermando che “il fatto non costituisce reato”. Ovvero il fatto – l’omissione di soccorso – c’è stato, ma non è pienamente provato che l’imputato avesse la consapevolezza di commettere il reato: bisognerà attendere le epocali motivazioni per capire se il giudice attribuisca la mancanza dell’elemento soggettivo al fatto che il soggetto era, come dicevamo, lievemente alterato dai diabolici effetti dell’alcol.

    Festeggia il legale di Ananda, l’avvocato Enrico Belloli: “Diciamolo come direbbe D’Alema: è andata bene ma è giusto così”.

  • Assolto Ananda, per la Procura il temibile pedone-killer

    Ananda, il pedone killer, va assolto. Forse mancava la volontà di commettere il reato, stando al dispositivo letto questa mattina dal giudice Costa della IX sezione penale. La storia era questa: un pedone mezzo ubriaco, Ananda G.U.L., attraversa la strada lontano dalle strisce pedonali. Viene investito da un motociclista di nazionalità indiana. Ananda, mezzo acciaccato, se la dà a gambe, mentre chi l’ha investito con il motorino resta a terra, ferito. Non muore, sia chiaro, il nostro titolo è una forzatura giornalistica.

    Insomma però il povero pedone-ubriaco-investito finisce a processo per aver omesso di soccorrere il centauro che l’ha travolto.

    Il pm ne aveva chiesto la condanna a otto mesi di reclusione. Il giudice lo ha assolto con la formula dubitativa dell’art 530 secondo comma affermando che “il fatto non costituisce reato”. Ovvero il fatto – l’omissione di soccorso – c’è stato, ma non è pienamente provato che l’imputato avesse la consapevolezza di commettere il reato: bisognerà attendere le epocali motivazioni per capire se il giudice attribuisca la mancanza dell’elemento soggettivo al fatto che il soggetto era, come dicevamo, lievemente alterato dai diabolici effetti dell’alcol.

    Festeggia il legale di Ananda, l’avvocato Enrico Belloli: “Diciamolo come direbbe D’Alema: è andata bene ma è giusto così”.

     

  • Guerra senza fine in Procura. Robledo: anche il pm Fusco ebbe contatti con l’avvocato Aiello.

    E’ senza fine la guerra in procura a Milano che era sfociata nel trasferimento dell’aggiunto Alfredo Robledo come giudice a Torino nel corso del contenzioso con l’allora procuratore capo Edmondo Bruti Liberati. Adesso Robledo ha depositato al consiglio giudiziario, chiamato a formulare un parere sul mantenimento dell’incarico, una memoria in cui chiama in causa il pm Eugenio Fusco.

    Fusco avrebbe intrattenuto rapporti confidenziali con l’avvocato Domenico Aiello, lo stesso legale con il quale Robledo aveva scambiato una serie di sms all’origine del trasferimento del magistrato a Torino.

    “Nello stesso contesto dell’indagine di Reggio Calabria Aiello – scrive Robledo – sempre in occasione di conversazioni telefoniche con terzi affermava che il collega Fusco gli avrebbe rivelato in dettaglio il contenuto di una richiesta cautelare al gip depositata il 21 dicembre 2012”. “Non ho alcun dubbio che le affermazioni di Aiello non siano veridiche – aggiunge Robledo nella memoria al consiglio giudiziario –  per queste ragioni ritengo che via sia stata una disparità di trattamento. Per analoga fattispecie nei miei confronti era stato aperto un procedimento disciplinare mentre non mi risulta che analoga iniziativa sia stata adottata nei confronti del collega Fusco”

    Fusco è membro del consiglio giudiziario e si troverebbe secondo Robledo in una classica situazione da conflitto di interessi non solo per le affermazioni di Aiello ma anche per la precedente vicenda Sea, il fascicolo “dimenticato” in carico allo stesso Fusco e che il procuratore Bruti Liberati affidò al dipartimento di Robledo solo a gara d’asta conclusa e quando in pratica non era più possibile svolgere accertamenti dal momento che i direttati interessati ormai sapevano di essere sotto inchiesta.

    Secondo la ricostruzione di Robledo, Fusco non dovrebbe partecipare al voto in merito al parere che il consiglio giudiziario deve mandare al Csm. Quel parere è importante perché riguarda il futuro professionale di Robledo. Le sezioni civili della Cassazione infatti confermando il trasferimento di Robledo a Torino hanno anche deciso che contrariamente alla scelta del Csm il magistrato può fare l’aggiunto. La decisione non è definitiva non essendo ancora state depositate le motivazioni e di questo ritardo Robledo si duole nella memoria al consiglio giudiziario.

    Va detto che rapporti di grande confidenza tra avvocati  e magistrati sono la norma, a volte pure con punte di spregiudicatezza (non ci sembrano questi i casi, né per Robledo, né per Fusco), ma il problema è che in questa vicenda ci sono stati fin qui due pesi e due misure.

    A Robledo il Csm e la Cassazione hanno fatto pagare la colpa di aver gridato forte che il re è nudo, cioè che i magistrati spesso fanno valutazioni politiche. Del resto questo è il rimprovero della procura di Brescia a Bruti Liberati in merito alla gestione del caso Sea pur assolvendolo dall’accusa di abuso d’ufficio. Ma anche qui il rimprovero è rimasto lettera morta soprattutto perché il Csm annunciava il procedimento disciplinare a carico di Bruti solo quattro giorni dopo che l’allora capo della procura aveva annunciato di andare in pensione. E’ la giustizia bellezza! (frank cimini e manuela d’alessandro)

     

     

  • Il pg: condannate in appello gli agenti, Uva morì per lo stress provocato dalle loro ingiustizie

     

    Vanno condannati gli agenti che trattenero due ore in caserma Giuseppe Uva “in modo illegittimo” perché gli provocarono un tale stress da farlo morire per  arresto cardiaco. Lo scrive la Procura Generale nelle motivazioni del ricorso in appello che potete leggere integralmente qui contro l’assoluzione dei due carabinieri e dei tre poliziotti accusati dell’omicidio preterintenzionale di Giuseppe Uva, il manovale morto la mattina del 15 giugno 2008 dopo aver trascorso parte della notte nella caserma dei carabinieri di Varese ed essere poi stato trasferito nel reparto di psichiatria.

    “Se è vero  – argomenta il pg Massimo Gaballo – che le modeste lesioni personali riscontrate sulla persona offesa non possono avere determinato direttamente il decesso, deve però ritenersi che abbiano contribuito ad aumentare lo stato di stress in ragione della percezione del relativo dolore fisico e della loro ingiustizia”. I giudici varesini avevano assolto nell’aprile 2015  i componenti delle forze dell’ordine dopo aver riscontrato l’”insussistenza di atti diretti a percuotere o a ledere” ma ora la Procura Generale chiede di ribaltare la sentenza definita nelle sue motivazioni “molto sommaria” alla Corte d’Assise d’Appello di Milano.

    “Lo stato di stress – si legge nel ricorso – integra pacificamente una malattia quale evento del reato di lesioni personali, consistendo in un’alterazione funzionale dell’organismo, anche in assenza di alterazioni anatomiche”. Per questo, viene considerata “erronea” la sentenza “laddove esclude la configurabilità del reato di omicidio preterintenzionale per insussistenza di atti diretti a percuotere o a ledere”.

    Tutti gli imputati per l’accusa “devono essere dichiarati responsabili del delitto di omicidio preterintenzionale” perché “hanno posto dolosamente in essere condotte di costrizione fisica, dirette a commettere il delitto di lesioni personali e illegittima privazione della libertà personale che, per la loro durata e connotazione violenta e ingiusta, devono ritenersi causa del grave stato di stress che, innestandosi sulla precedente patologia cardiaca, ha determinato il decesso di Uva”.  (manuela d’alessandro)

    le tappe della vicenda

    ricorso in appello pg

     

     

     

     

     

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  • Ecco le motivazioni alla condanna di Bossetti, “uccise perché Yara lo respinse”

    Ecco perché la corte d’assise di Bergamo ha condannato Massimo Bossetti all’ergastolo ritenendolo colpevole dell’omicidio della piccola ginnasta Yara Ganbirasio, uccisa il 26 novembre 2010 con più colpi sferrati con un’arma sconosciuta, e abbandonata in un campo di Chignolo d’Isola. In sostanza, a provare la sua colpevolezza è “il rinvenimento del profilo genetico di Bossetti” sul corpo della vittima, “un dato privo di qualsiasi ambiguità e insuscettibile di lettura alternativa”. Tutto il resto ruota attorno a questo nucleo di certezza: dall’assenza dell’alibi (“quella sera rientrò a casa più tardi del solito e neppure nell’immediato, non solo a 4 anni di distanza, disse alla moglie cosa aveva fatto”) al movente (“”un contesto di avances sessuali verosimilmente respinte  dalla ragazza”). Per il legale Michele Salvagni, che presenterà ricorso, queste motivazioni sono frutto di “un appiattimento acritico dei giudici sulle tesi dell’accusa” e la corte “con un proprio film assolutamente disancorato da ogni risultanza processuale ha descritto un movente di tipo sessuale”. (m.d’a.)

    Le motivazioni alla condanna di Bossetti

  • Il pediatra suicida processato dopo la morte dalla Procura di Busto Arsizio

     

    Alberto Flores d’Arcais si era appena buttato dal sesto piano della sua abitazione milanese dov’era ai domiciliari quando procura di Busto Arsizio e carabinieri hanno pensato di convocare i giornalisti per una requisitoria non richiesta.

    All’imputato ‘contumace’ gli investigatori hanno presentato davanti ai cronisti una ‘contestazione suppletiva’ post mortem. Oltre all’accusa, già nota, di atti sessuali sulle sue piccole pazienti, il procuratore di Busto Gianluigi Fontana ha voluto far sapere che “il consulente aveva appena terminato le perizie su due computer in uso al medico dai quali è emerso copioso materiale, circa 3000 file, tutte immagini pedopornografiche”. File scovati nonostante, hanno precisato gli inquirenti, d’Arcais avesse tentato di nasconderli nel cestino del pc.

    “Non sapevamo nulla di questo materiale, non avevamo ancora visto la consulenza del pm”, ha provato una tardiva difesa l’avvocato Massimo Borghi nel surreale processo al suo assistito defunto.

    Il noto professore, già docente di allergologia al San Raffaele e protagonista di missioni umanitarie all’estero, era innocente o colpevole? Doveva essere rimesso in libertà perché a rischio suicidio, come affermavano tre psichiatri di parte?

    Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai.  Certo non è giustizia, anche quando è rappresentata da un bravo magistrato come Fontana, processare un uomo in conferenza stampa a poche ore dalla scelta di farla finita.  (manuela d’alessandro)

  • Il gip lo lascia solo fuori dal carcere, il picchiatore seriale non va in comunità

    Nicolas è sparito da ieri pomeriggio dopo che il giudice gli ha concesso i domiciliari da trascorrere in una comunità psichiatrica vicina al mare di Varazze. Il ragazzo spagnolo arrestato ad agosto perché prendeva a pugni a caso i passanti a Milano ora è smarrito chissà dove perché, denunciano i suoi legali, il gip Livio Antonello Cristofano non ha disposto nessun servizio di scorta dal carcere alla sua destinazione.

    Non è stata una svista. Per il giudice, si legge nell’ordinanza di concessione dei domiciliari, Nicolas Orlando Lecumberri, 23 anni, non ne aveva bisogno. Anzi, sarebbe stato lui a dover avvertire i carabinieri del suo arrivo in comunità. “Non sussistendo specifiche esigenze processuali o di dicurezza – scrive il gip  – l’indagato raggiungerà senza accompagnamento – immediatamente e senza soste intermediae – il luogo di esecuzione della misura, dando tempestivo avviso alla stazione dei carabinieri”.

    “L’assurdità del comportamento del giudice e della polizia – protestano gli avvocati Francesco Brignola e Alessia Generoso – crea un rischio per il ragazzo e per gli altri. Trovatosi solo e senza riferimenti fuori dal carcere, se ne sono perse le tracce con gli immaginabili gravi rischi per lui e per la comunità. Se qualcuno ci avesse avvertiti, saremmo andati noi a prenderlo”. Nicolas, che prima di prendere a pugni le sue vittime casuali dopo avergli chiesto informazioni stradali faveca il dj, è sempre stato in terapia psichiatrica durante la detenzione e in cella di osservazione. (manuela d’alessandro)

     

     

     

     

  • Errore dei giudici d’appello, ‘scontati’ 20mila euro a Stasi per le perizie nella villetta

     

    Il conto servito dalla corte d’assise d’appello di Milano ad Alberto Stasi era alto, troppo alto, per un errore della calcolatrice dei giudici. Ai periti che col loro studio sulla camminata nella villetta di Garlasco hanno contribuito alla sua condanna per l’omicidio di Chiara Poggi l’imputato, ora rinchiuso nel carcere di Bollate, doveva circa 13mila euro euro e non gli oltre 33mila euro indicati dal collegio presieduto da Barbara Bellerio. Lo ha stabilito nei giorni scorsi il magistrato civile Domenico Piombo al quale Stasi si era rivolto sostenendo che i giudici dell’appello bis avessero calcolato male nel 2014 quanto da lui dovuto.

    La corte che l’ha condannato a 16 anni di carcere, poi confermati in via definitiva, aveva sancito che Alberto doveva  5581 euro ciascuno a Roberto Testi, responsabile dell’unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino e a  Gabriele Bitelli e Luca Vittuari, entrambi docenti del dipartimento di Ingegneria dell’università di Bologna  oltre a più di 16800 euro al solo Vittuari per ‘costi di laboratorio’. Col loro studio avevano affermato che non c’erano probabilità per il ragazzo di non sporcarsi le scarpe di sangue quando calpestò il pavimento della villetta.

    Tutto sbagliato.  Intanto, perché, come chiarito dallo stesso professore nella causa civile, su Vittuari non sono mai gravate le spese di laboratorio che avrebbero invece “dovuto essere fatturate dall’università di Bologna direttamente alla corte d’appello”. Invece i giudici nel loro decreto hanno addebitato le spese a Stasi senza fattura.

    Ma c’è di più. I magistrati dell’appello bis hanno sbagliato anche a non considerare la perizia come collegiale (vista anche l’”eccezionale complessità degli accertamenti da compiere”) che prevedeva una liquidazione inferiore, come poi stabilito in sede civile. Insomma, il giovane commercialista deve pagare ‘solo’ 10585 euro ai tre professionisti, da ripartirsi in parti uguali, più un rimborso spese. Sollievo da poco per Stasi che continua a scontare la pena arrivata al termine di un cammino giudiziario zeppo di dubbi spazzati via dalla cassazione con la condanna definitiva nonostante le perplessità anche del pg Oscar Cedrangolo. Ora gli avvocati Angelo e Fabio Giarda stanno pensando al ricorso alla corte europea di giustizia. (manuela d’alessandro)

     

     

     

     

     

     

     

     

  • “No alla vendetta”, la lezione della mamma di Lorenzo nel giorno dell’ergastolo a Giardiello

    Ecco le parole dell’avvocato Alberta Brambilla Pisoni, la mamma  di Lorenzo Claris Appiani,  il giovane legale freddato mentre leggeva la formula del giuramento del testimone, dopo la condanna all’ergastolo di Claudio Giardiello.

    Se memoria deve restare di quella gelida mattina di sole in cui caddero oltre a Lorenzo, l’imprenditore Giorgio Erba e il giudice Fernando Ciampi,  vorremmo che fosse di questa luminosa lezione di umanità e diritto, e non si sa dove cominci una e finisca l’altro.

    “La sentenza rispetta il diritto, la giustizia sarebbe evitare che succedano queste cose. Il processo è stato fatto bene, sono state concesse delle perizie che sono state esaurienti e Giardiello ha avuto tutte le garanzie, com’è giusto che dovesse essere.  Mi è dispiaciuto essere qui presente: lo sono sempre stata quando si parla di Lorenzo e lo sarò sempre, perché quando si parla di Lorenzo io ci sarò sempre, ma non è bello asssitere alla condanna all’ergastolo di una persona. Anche se voi mi avete vista sempre sciolta e battagliera, questa è comunque un’esperienza che ti lascia un sacco di emotività perché comunque un essere della tua specie viene  condannato a una pena a fine vita. La vendetta la lascio a Giardiello, io cerco di lavorare su di me. Per me la vendetta è già un principio di delitto, non viene mai punito il pensiero vendicativo ma già da lì parte qualcosa contro il vivere civile, contro un percorso di miglioramento. La vendetta esiste ma penso che dovremmo fare di tutto per comabatterla”. (manuela d’alessandro)

     

     

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  • Procura bocciata su Antinori: la rapina di ovuli non esiste, non sono “cose”

     

    La rapina di ovuli, reato contestato per la prima volta dalla Procura di Milano a Severino Antinori, non esiste perché gli ovuli non sono “cose” ma parti del corpo umano.

    Il Tribunale del Riesame mette un punto fermo nel caos etico – giuridico sollevato dall’ indagine che ha portato il 13 maggio all’arresto del ginecologo e derubrica da rapina a violenza privata il presunto prelievo con la forza di 8 ovuli a una giovane infermiera spagnola.

    Chiariscono i giudici: “Finché in vita, il corpo umano non è una cosa e si differenzia dalle cose mobili e immobili. Così gli organi e le parti del corpo vivente (tra cui gli ovociti) non possono essere considerati cose mobili riconducibili alla normativa dei reati contro il patrimonio (…). Le parti del corpo diventano mobili solo una volta separate ma non fanno parte del corpo vivente”. Se non si puà parlare di “detenzione del fegato”, si può invece farlo con le parti che per vari motivi vengono separate.  Come i capelli o i denti. “Non si tratta di esempi macabri ma di scuola: la madre che conserva i denti da latte del bambino, la donna che cede i propri capelli per il confezionamento delle parrucche”.

    Nuovi problemi, vecchi principi. “La legge sulla procreazione assistita – conclude il presidente del collegio Cesare Tacconi – non sposta la questione in quanto riguarda sul versante penale la commercializzazione degli ovuli ma non consente di ritenerli cose mobili allorquando fanno parte del corpo”.  (manuela d’alessandro)

     

  • Di chi sono e che diritti hanno gli embrioni di Antinori per metà corpo di reato?

     

    C’è un affollamento di diritti e pretese attorno ai 6 embrioni sequestrati nell’inchiesta che ha portato all’arresto del ginecologo Severino Antinori. Quelli della ragazza spagnola che reclama il diritto di non diventare madre attraverso i suoi ovociti rubati; quelli delle 3 coppie che vorrebbero diventare genitori attraverso quegli ovociti; quelli dello Stato che li ha sequestrati come corpo del reato. E poi ci sarebbe il diritto degli embrioni, per di più in questo caso metà ‘leciti’ (il seme messo a disposizione dai maschi delle coppie) e metà no (l’ovocita rubato alla presunta vittima) a diventare vite umane. Ma l’embrione  ha questo diritto? E l’embrione per metà corpo di reato lo manterrebbe?

    Per il diritto italiano parrebbe di no. Nel nostro ordinamento l’embrione non è un soggetto giuridico, ma la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito con una storica sentenza nel 2015 che esso è titolare dei diritti fondamentali riconosciuti a tutti gli uomini e tra questi, primo su tutti, c’è il diritto alla vita.

    Spetterà allora a un giudice esprimersi sugli embrioni portati via dalla clinica di Antinori e ora conservati alla clinica Mangiagalli: molto presto se la ragazza spagnola presenterà attraverso il suo legale un’istanza per far distruggere gli embrioni; o più avanti, nel caso di una sentenza di condanna, quando toccherà decidere la sorte del corpo del reato.

    E sullo sfondo, se dovesse essere seguita la via europea, una  domanda gigantesca: prevale la volontà di una donna che avrebbe subito una violenza oppure il diritto di 6 vite potenziali?  (manuela d’alessandro)

  • La figuraccia di Orlando, restituita la libertà a Doina Matei dopo i sorrisi su Facebook

     

    Mica per niente il  principe della democrazia Montesquieu aveva stabilito il principio di separazione dei poteri. I magistrati, il popolo, la politica. Nella grande confusione sotto al cielo di questi giorni, annotiamo anche la poco lusinghiera figura del Guardasigilli Andrea Orlando sulla vicenda di Doina Matei, la ragazza rumena che a furor di popolo era stata privata della semilibertà perché aveva postato una foto sorridente al mare su Facebook.

    Come si permetteva di sorridere nove anni dopo essere stata condannata per omicidio preterintenzionale per aver ucciso con un ombrello una giovane donna in metropolitana a Roma? Così lo stesso Tribunale che le aveva concesso la libertà gliel’aveva tolta, forse stordito dal chiacchiericcio sui social di chi non poteva tollerare uno spicchio di gioia conquistato da una detenuta modello.  Il Ministro Orlando era intervenuto ostentando conoscenza del caso : “La decisione dei giudici è giusta – aveva detto – perché il regime a cui era sottoposta prevedeva la limitazione dei mezzi di comunicazione e l’uso di Facebook, che permette di comunicare col mondo intero, non era previsto”. Già, non era previsto ma neppure vietato e la legge ama la precisione in questi casi. E oggi Doina Matei, nel frattempo tornata in carcere,  è stata riammessa al regime di semilibertà con un unico vincolo: guarda un po’, il divieto di usare Facebook, quello che per il Ministro c’era già.  (manuela d’alessandro)

    Perdere la libertà per un sorriso su Fb, punita dalla giustizia morale

     

     

  • NoTav, a Torino una procura generale “de coccio”

     

    Dopo aver perso la battaglia già sei volte, quattro nel merito al Riesame e due in Cassazione, la pubblica accusa non demorde e ricorre ancora alla Suprema Corte per dire che l’attacco al cantiere di Chiomonte nella notte tra il 13 e il 14 maggio del 2013 “fu terrorismo”. Lo ha deciso per la procura generale di Torino il magistrato Francesco Saluzzo che ha ereditato il ruolo di Marcello Maddalena andato in pensione subito dopo aver perso in appello. I giudici di secondo grado infatti confermavano l’assoluzione dall’accusa di terrorismo condannando i 4 militanti NoTav solo per i reati minori.

    Per la terza volta dunque la Cassazione si dovrà occupare di quell’ormai famoso compressore bruciacchiato dalle bottiglie molotov che nel teorema Caselli, procuratore all’epoca dei fatti, era diventato una sorta di rapimento Moro del terzo millennio.

    Gli imputati e le parti civili che impugnano sentenze sfavorevoli lo fanno pagando di tasca loro, la pubblica accusa no. A pagare le spese siamo infatti noi contribuenti e questo vale anche per i ricorsi “a schiovere” come dicono a Napoli. (altro…)

  • I greci: non vi diamo i No Expo perché da noi non c’è la responsabilità collettiva

    “La responsabilità collettiva non è riconosciuta dal diritto penale greco che contempla solo la responsabilità individuale… L’accusa è di aver perpetrato delle devastazioni mentre l’unica prassi attribuita personalmente è quella di aver capovolto l’auto tipo Mercedes di seguito bruciata, accusa peraltro descritta in modo contraddittorio”. E’ uno dei passaggi della motivazione con cui la corte d’appello di Atene ha rigettato la richiesta di estradare in Italia cinque militanti antagonisti in relazione alla manifestazione del primo maggio dell’anno scorso in occasione dell’inaugurazione di Expo.

    I giudici ellenici ricordano che non esiste nel loro codice il reato di devastazione e saccheggio contestato agli indagati, “mentre per il reato di resistenza alle autorità sono necessari diversi requisiti come la violenza o la minaccia contro un ufficiale dello stato nello svolgimento dle suo servizio che però non viene attribuita nel caso specifico”.

    Nella motivazione si afferma che i fatti contestati sono puniti in Grecia con la reclusione da da 6 mesi a 5 anni, “reati minori per i quali non è previsto l’arresto prima del processo”.

    “Il ricercato – dice la corte d’appello di Atene – è stato fermato a Milano il 2 maggio 2015 senza che gli venisse fatta alcuna accusa è stato trattato come fosse indagato senza però che gli venissero riconosciuti i diritti minimi, senza che gli fosse fornito un interprete e senza il permesso di consultarsi con un avvocato”.

    Il sì all’estradizione e la consegna all’Italia violerebbe i principi costituzionali ai quali si è fatto riferimento come pure il principio della giustizia equa previsto dall’articolo 6 dell’accordo europeo sui diritti dell’uomo. Gli accusati sarebbero costretti a subire la custodia cautelare prima del processo fanno osservare i giudici greci.

    Per la corte d’appello di Atene che ha deciso di non dare esecuzone al mandato di arresto europeo l’unica soluzione è l’eventuale celebrazione di un processo in Grecia che dovrà essere valutata.

    Oggi intanto a Milano inizia il processo con rito abbreviato a carico di altri quattro partecipanti alla manifestazione del primo maggio. I rilievi critici dei giudici di Atene sul capo di imputazione potrebbero pesare soprattutto in relazione al concetto di concorso nel reato di devastazione e saccheggio che in tra l’altro in Italia prevede la condanna fino a 15 anni di reclusione, come accade solo in Russia e Albania. Insomma non ci sarebbe proporzionalità rispetto ai fatti contestati, come osserva la corte d’appello di Atene.

    (frank cimini)

    Il verdetto di Atene

     

  • Domani in aula figlio 15enne di Bossetti, bullismo in toga

    Domani  al processo per l’uccisione di Yara Gambirasio testimonierà sia pure in modo protetto e a porte chiuse il figlio 15enne dell’imputato Massimo Bossetti che all’epoca dei fatti di anni ne aveva 12. E’ un teste della difesa che la corte d’assise ha deciso di ammettere mentre la mamma non si è opposta alla deposizione.

    Si potrebbe parlare di giustizia impazzita, considerando che in questa vicenda abbiamo già assistito al deposito da parte della procura di Bergamo delle pagelle scolastiche dei figli di Bossetti. Siamo davanti a una chiarissima manifestazione di bullismo giudiziario in cui sono coinvolte tutte le parti processuali.

    Il minore testimonierà sul bravo papà che ogni sera portava a casa in regalo ai figli le figurine e con ogni probabilità su chi scaricava da internet immagini pedopornografiche. Sembra un teatro dell’assurdo ma c’è di mezzo un ragazzino la vita del quale è destinata già a essere segnata in modo indelebile dalla storia in cui è coinvolto a suo padre, comunque finisca il processo.

    Gli avvocati della difesa evidentemente non sono stati in grado di fare una valutazione un minimo assennata della loro mossa ma è sconvolgente che i giudici abbiano deciso di convocare il figlio dell’imputato. Insomma la tragedia è destinata ad allargarsi. Un ragazzino dodicenne quando tutto accadde sarà in un’aula di corte d’assise dove si parla della fine atroce di Yara, uccisa a 13 anni. E’ lo spettacolo preparato da uomini e donne (la presidente della corte d’assise è una femmina) di legge per una giustizia che si delegittima da sola e sulla quale sembra che nessuno degli addetti ai lavori abbia qualcosa di critico da dire o da far rilevare.

    Il libero convincimento dei giudici si dirà. Ma si tratta di un argomento che appare risibile e che in passato è già servito a coprire le peggiori nefandezze. La deposizione di domani finirà per fare del male a tutti, specialmente al minorenne e con ogni probabilità si rivelerà inutile ai fini del decidere. (frank cimini)

     

  • Perdere la libertà per un sorriso su Fb, la killer dell’ombrello punita dalla giustizia morale

    L’avvocato Nino Marazzita conferma lo scoop del ‘Corriere’ al telefono: “Sì, è andata proprio così. Le hanno tolto la semilibertà solo perché ha pubblicato una foto in costume al mare sul profilo Facebook”. Nessun divieto specifico del giudice della Sorveglianza a utilizzare i social o ad allontanarsi dal luogo di residenza. E allora, cos’è passato nella testa del giudice che ha revocato a Doina Matei  la misura alternativa al carcere conquistata con la buona condotta dopo otto anni, la metà della pena per avere ucciso una ragazza colpendola con la punta dell’ombrello nella metropolitana di Roma?

    Forse per la rumena di 21 anni era previsto il divieto a sorridere finché non finisce di scontare la condanna per omicidio preterintenzionale.  Ma questa è una prescrizione che può essere scritta solo nel codice della giustizia a furor di popolo, non in quello di uno stato di diritto.

    Immaginiamo il magistrato sfogliare due giorni fa ‘Il Messaggero’, autore della pubblicazione delle foto di Doina Matei, che aveva deciso di sfuttare un permesso godendosi il primo mare al Lido di Venezia. Ce lo figuriamo travolto dall’indignazione che scorre sui social, al bar. E oppresso dalla sua stessa indignazione di uomo per quella felicità che rinasce e seppellisce ancora una volta il dolore di una famiglia.

    Ex baby prostituta, Doina Matei aveva chiesto scusa ai genitori di Vanessa Russo, uccisa da un ombrello dopo una lite in metropolitana:”Ho invocato il perdono, non ho avuto risposta. Tocca a me ora piegarmi a quel silenzio”. In quel silenzio non doveva sorridere, ecco la sua colpa estrema. (manuela d’alessandro)

    *In serata, il Ministro Orlando ha spiegato che la concessione della semilibertà era condizionata a un utilizzo limitato del telefono cellulare ed è stata revocata perché l’accesso a Fb consente “di intrattenere rapporti con un numero illimitato di soggetti”. Ribatte l’avvocato Marazzita: “La mia assistita è stata ligia alle prescrizioni che, peraltro, non contemplavano alcun divieto esplicito per i social. Si è limitata a qualche foto postata durante un permesso premio di tre ore. Ne discuteremo in aula e sono certo che la spunteremo”.

    *Il 5 maggio il Tribunale di Venezia ha riammesso Doina Matei alla semilibertà stabilendo da questo momento il divieto dell’utilizzo dei social network.