Ho fatto un sogno. Forse un incubo. C’era un condannato in via definitiva per un vecchio omicidio. La sentenza diceva che aveva agito da solo. Poi anni dopo arrivava un procuratore che pensava che l’assassino fosse un altro. Chiudeva le indagini, chiedeva il rinvio a giudizio.
Ma il gup fermava tutto. “Come faccio a mandare a giudizio un imputato che avrebbe agito da solo se c’è una sentenza della corte suprema che dice il contrario? Io aspetto: che facessero prima una revisione per il condannato!”. E il giudice allora aspettava e aspettava. Una procuratrice generale guardava le carte e ragionava, studiava – e lo studio non era né breve né facile.
Attendi e attendi, l’ingiustamente condannato – così diceva lui – si stancava di aspettare. “Allor la faccio io la richiesta di revisione!”. E intanto la procuratrice studiava studiava e non chiedeva la revisione. Questa storia finiva a un’altra corte, quella dell’est. E la procuratrice aveva studiato e pensato che quella revisione non fosse poi così solida, forse meglio lasciar stare, ché ci ho azzeccato due volte clamorosamente nella mia vita, forse la terza non mi arrischio, poi chi ha fatto le nuove indagini è già in pensione e non se la prenderà e comunque queste nuove prove determinanti mi paiono un po’ così così. Allora la corte respingeva la richiesta di revisione e il giudice per l’udienza preliminare rimaneva col cerino in mano.
E mo’ che faccio? Va beh, non se ne fa niente. Quello resta in carcere, e l’altro resta libero. Tanto il pubblico pagante ha già capito o forse non ha capito niente, sa anche se non ha le prove, e forse sbaglia o forse no, ma comunque hanno sbagliato tutti.
Poi mi sono svegliato. Ed era il 25 aprile.

L’illusione è pensare di poter creare un rapporto di amicizia, di stima o addirittura di affetto con questi pm.