La “riservatezza” degli imputati fatta prevalere sul diritto d’informazione.
Il 3 novembre 2023 a Vigevano morì una donna di 39 anni, Marinela Murati, una vita complicata da problematiche psichiatriche e quotidiane difficoltà.
Entrò nella chiesa della Madonna Pellegrina di Vigevano, provincia di Pavia, epicentro delle indagini e delle indiscrezioni sul caso Garlasco. Gridò, invocò Allah, si inginocchiò sul tappeto destinato a un feretro, disturbando i fedeli radunati in attesa del funerale. Il parroco non riuscì a calmarla e chiamò il 112. Accorsero due agenti della polizia municipale.
Marinela, diranno, provò a rovesciare una statua della vergine Maria. I vigili la placcarono, la ammanettarono e la immobilizzarono, atterrata a pancia in giù. Un agente, scrisse la Stampa, le bloccò la testa, asseritamente per impedirle di picchiarla contro il pavimento. L’altro le tenne ferme le gambe. Marinela si sentì male, perse conoscenza e morì poco dopo.
I due vigili, riportò la Provincia Pavese, furono indagati per omicidio colposo, a loro tutela, anche, in attesa dei risultati dell’autopsia. Nel frattempo restarono in servizio, come se nulla fosse successo. Sulla fine tragica della donna e sulle indagini, dopo le primissime notizie, calò il silenzio.
Dopo oltre due anni e mezzo, rispondendo a una domanda scritta, la procura ha fatto sapere solo che il procedimento era stato definito con un patteggiamento e ha rimandato al tribunale.
La presidente ha girato alla giudice Daniela Garlaschelli, uno dei nomi noti alle cronache per l’omicidio di Chiara Poggi, la richiesta di copia della sentenza. La magistrata ci ha messo quasi tre mesi – e due solleciti – per trovare il tempo di dare una risposta. Negativa. Niente pubblicità al verdetto, nessuna informazione, neppure sulla conferma o meno del titolo di reato “La richiesta formulata – sta scritto nel diniego – riguarda gli atti di un processo definito con sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti. E quindi alle udienze hanno potuto partecipare i soli soggetti che hanno avuto titolo per comparirvi”.
E il diritto-dovere di informazione? La giustizia esercitata in nome e per conto del popolo italiano e uguale per tutti? Il rispetto per la vittima e i familiari? Tutto messo in secondo piano, sullo sfondo. Sarebbe bastato omissare nomi e cognomi, Ma tant’è.
“La decisione degli imputati di non chiedere la trattazione del processo in pubblica udienza – sempre parole della giudice Garlaschelli – impone di tutelarne la riservatezza connessa alla scelta processuale di rito alternativo”.
Manco si fosse trattato di una lite di condominio tra privati, di una bega tra suocera e nuora, di un gatto abbandonato in tangenziale. Si metta il cuore in pace chi avrebbe voluto sapere se e come lo Stato abbia punito due agenti della municipale, dipendenti pubblici, coinvolti in una delle tante morti avvenute in Italia durante operazioni di servizio. Viene fatta prevalere la privacy degli uomini in divisa, sempre che la portino ancora, altra indicazione che manca.
Conclusione della giudice Garlaschelli, con tanto dei più cordiali saluti in coda: “Dovendosi provvedere a un doveroso bilanciamento tra l’interesse all’esercizio del diritto di cronaca e informazione, da un lato, e il contrapposto diritto alla riservatezza, dall’altro, si ritiene che debba prevalere il secondo, con il conseguente diniego di quanto richiesto”, la sentenza 70/25, passata in giudicato il 5 marzo 2025.
Lorenza Pleuteri, giornalista indipendente, collaboratrice di osservatoriodiritti.it


L’illusione è pensare di poter creare un rapporto di amicizia, di stima o addirittura di affetto con questi pm.