Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Tag: calcio

  • Non si puó sapere perché la denuncia sulle ‘bussate’ é stata archiviata

    Non si puó sapere perché la denuncia sulle ‘bussate’ é stata archiviata

    No e ancora no. Per Domenico Rocca l’ex assistente arbitrale che si è visto archiviare l’esposto in cui denunciava tra le altre cose le bussate al vetro della Sala Var è proprio impossibile sapere perché la Procura Federale abbia ritenuto irrilevanti le sue accuse. Tutti ormai conosciamo il contenuto della denuncia che assieme alla querela di un avvocato veronese ha dato impulso all’inchiesta della Procura di Milano. In breve: presentata a maggio del 2025 venne archiviata dal procuratore federale Giuseppe Chiné dopo una breve istruttoria durata un paio di mesi. Nessuno di noi però ha letto le motivazioni per cui è stato fatto calare il sipario sulle gravi accuse che l’assistente arbitrale mosse al sistema arbitrale a partire da Udinese-Parma col cambio repentino sull’assegnazione di un rigore che prima sembrava non esserci e poi si sarebbe materializzato dopo un ‘suggerimento’ che si ipotizza abbia dato il designatore Gianluca Rocchi. L’ex assistente arbitro ha presentato una richiesta di accesso agli atti alla Procura Federale dopo avere saputo che il pm Maurizio Ascione stava indagando per frode sportiva ‘incoraggiato’ forse dal procuratore che ai media aveva aperto alla possibilità di rendere noti i contenuti della decisione tramite un accesso agli atti del diretto interessato. Ora è arrivata la risposta: le ragioni di un’archiviazione apparsa a molti precipitosa non si possono leggere. “Il Codice della giustizia sportiva non riconosce questo diritto. Ma se chi ha presentato l’esposto fa istanza di accesso, motivandola con, ad esempio, l’esigenza di conoscere le motivazioni per usarle in processo penale, civile o amministrativo, l’atto gli viene consegnato ma Rocca non ha mai proposto istanza di accesso” aveva dichiarato Chiné. Invece in queste ore, a quanto si e’ appreso, è arrivata una risposta negativa. Peccato perché un atto di trasparenza sarebbe stato doveroso.

  • Gli arbitri sottomessi al ‘governo’ della Federcalcio, anche il pallone ha la sua (contrastata) riforma

    Gli arbitri sottomessi al ‘governo’ della Federcalcio, anche il pallone ha la sua (contrastata) riforma

    Il potere giudiziario sottomesso a quello esecutivo.

    Stiamo parlando di calcio, non del referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo ma di una riforma che arde sotto la brace delle polemiche generate dagli errori arbitrali nella stagione in corso.

    Una rivoluzione  che potrebbe stravolgere gli assetti del pallone subordinando gli arbitri, finora raggruppati nel fortino (più o meno) indipendente dell’AIA, alla Figc, cioé il ‘governo’ del pallone. Lo scenario inquieta: si importerebbe il modello inglese della PGMOL (Professional Game Match Officials Limited) che riconosce il diritto degli arbitri a essere considerati dei professionisti, con tanto di contratti, tutele e pensioni, ma a un carissimo prezzo: la rinuncia all’autonomia tecnica.

    La PGMOL all’italiana si declina in una società autonoma al cento per cento partecipata dalla Federcalcio con le società di serie A che avrebbero quindi un ruolo diretto nella governance degli arbitri. Sarebbe così drasticamente ridotta la distanza tra chi deve giudicare e chi viene giudicato: i club –  coloro che devono essere valutati- entrano nella casa dei giudici. Con quali conseguenze?

    Tutto questo senza un referendum, o chiamiamola consultazione che dir si voglia, tra i veri protagonisti, chi va a fischiare sul campo alla domeniica. Anzi: come epilogo a un percorso ricco di colpi di scena, opacità e coincidenze da lasciare  sbalorditi e anche un po’ attoniti.  Il progetto della PGMOL corre di pari passo con la ‘decapitazione’ del presidente dell’AIA, Antonio Zappi, contrario a questo stravolgimento. Se questa sia una coincidenza temporale o meno, non lo sappiamo. E però, mettendo i fatti in fila, più di qualche dubbio viene. 

    L’esposto fasullo

    Già nell’incipit di questa storia si ravvisa la prima  anomalia. È il 28 luglio 2025 quando alla “cortese attenzione della Procura Federale della Federazione Gioco Calcio” plana una busta con un esposto firmato da Roberto Patrassi, un arbitro 73enne della sezione di Macerata. “Con profondo turbamento e indignazione”, il denunciante descrive “una serie di comportamenti reiterati, aggressivi e sistemici posti in essere da Zappi e da altri dirigenti apicali che hanno indotto numerosi dirigenti arbitrali a dimettersi dai propri incarichi al fine di sostituirli con soggetti preventivamente selezionati nel disprezzo delle regole”.

    In particolare, le ‘vittime’ indicate nell’esposto sarebbero state sei, tra le quali Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, responsabili della CAN C e della CAN D, le commissioni a cui competono le designazioni nelle serie inferiori. La Procura Federale convoca fin dal giorno dopo numerosi testimoni e svolge accertamenti durante i quali arriva una grande sorpresa. Il 18 settembre, oltre un mese dopo l’inizio delle indagini scattate il giorno stesso dell’esposto, negli uffici del Comitato dell’AIA lombarda viene verbalizzato un surreale botta e risposta tra Patrassi e i rappresentanti della Procura. “In relazione alla denuncia che le viene mostrata recante nome Roberto Patrassi con relativa sigla può confermare di esserne l’autore?”. “Nego assolutamente di esserne l’autore e disconosco il contenuto dell’esposto”. “Come si spiega che qualcuno avrebbe utilizzato il suo nome al riguardo?”. “Non voglio rispondere a questa domanda”. “Ha mai avuto rapporti istituzionali o personali col presidente Zappi?”. “Non lo conosco”: “Ha altro da aggiungere?”. “Mi riservo di dimettermi dall’AIA, di chiedere copia dell’esposto e di depositare querela per falso”. Il verbale viene chiuso dopo mezz’ora dall’inizio e Patrassi si dimette.

    La caduta di Zappi contrario alla riforma

    Nonostante una denuncia che si rivela fasulla, l’inchiesta procede a passo spedito. Venerdì 19 settembre si incontrano a Roma nella sede della Federcalcio il presidente Gabriele Gravina, assieme, tra gli altri, al consigliere giuridico Giancarlo Viglione, per parlare del il Progetto PGMOL. Zappi e i rappresentanti degli arbitri presenti annunciano la contrarietà dell’AIA al nuovo organismo per le designazioni della Serie A e B, sotto diretto controllo delle Leghe e della FIGC, ma senza la partecipazione della loro associazione. Il 23 settembre il Procuratore Giuseppe Chinè chiede al CONI una richiesta di proroga nell’inchiesta su Zappi. Il 24 settembre viene diffuso un  comunicato stampa dell’AIA contro la PGMOL.

    Il 29 settembre Ciampi, audito nuovamente, cambia la versione e punta il dito questa volta contro Zappi così come farà anche Pizzi pochi giorni dopo. Le cose si mettono male per Zappi che era stato eletto alla guida dell’AIA alla fine del 2024 col 74 per cento di preferenze. Il 19 novembre gli viene nottificato l’avviso di conclusione indagini dalla Procura FIGC, il  15 dicembre l’atto di deferimento e il 12 gennaio il Tribunale Federale Nazionale lo punisce con 13 mesi inibizione confermati in appello a febbraio. Nel giro di tre mesi diventa di fatto ‘un uomo morto che cammina’. Il 19 febbraio l’appello ribadisce la condanna.  La celerià della giustiza sportiva è davvero encomiabile, almeno in questo caso. T

    Tanto che, un’ora dopo la sentenza che segna la decadenza di Zappi, la Figc comunica che si è svolta una riunione in cui il presidente della Figc Gabriele Gravina è tornato a sottolineare la necessità di creare una società indipendente (da chi?) partecipata al cento per cento dalla Federazione.

    Nota curiosa: sul sito della Figc, prima ancora dell’inizio dell’appello, era stata pubblicata la notizie del reclamo di Zappi respinto. Preveggenza.  A tutto questo va aggiunto che Zappi aveva proposto di interrompere l’incontrastato regno da cinque anni del designatore Gianluca Rocchi per portare al vertice Daniele Orsato. Fine della storia? No perché ce n’è un’altra che corre parallela a questa e della quale è doveroso dare conto almeno in termini sommari per capire in che groviglio di veleni arrivi questa riforma.

    Le presunte ‘bussate’ di Rocchi

    L’assistente arbitrale Domenico Rocca aveva denunciato nel maggio del 2025 presunte ingerenze del designatore Rocchi sulle decisioni degli ufficiali addetti al Var. Nell’esposto spiegava che Rocchi avrebbe bussato alla porta della sala Var di Lissone per indurli a intervenire su alcune situazioni potenzialmente da calcio di rigore, andando quindi ben oltre le proprie prerorogative.

    Il procuratore Giuseppe Chiné scrive, in un documento visionato da Giustiziami datato 29 luglio 2025, che “non sono emerse fattispecie di rilievo disciplinare” a carico del designatore.

    Ad ogni modo, sappiamo che nelle more dell’archiviazione del ‘caso Rocca’ le nuove disposizioni regolamentari deliberate dal Comitato Nazionale AIA e poi approvate dal Consiglio Federale FIGC hanno previsto, forse proprio per le presunte anomalie segnalate, che se Rocchi ritiene ora opportuno andare di persona a Lissone o mandare un collaboratore sempre con funzioni di supervisore VAR può farlo ma deve poi essere redatta una relazione sulle attività svolte da parte del responsabile della Can o di un suo componente.

    Manuela D’Alessandro

  • Il sogno del calciatore della Mauritania di giocare in Nepal

    Gli scenari calcistici in cui è ambientata questa storia sono inediti, eppure è proprio il sogno della gloria attraverso un pallone che avrebbe spinto un aspirante campione che vive in Mauritania a rivolgersi a un ‘procuratore’ senegalese per andare a giocare in Nepal.

    Gli ha pagato una somma convertibile dalla moneta locale in 4500 euro affinché organizzasse per lui un viaggio  nel paese dalle alte vette “per essere allenato al gioco del calcio”.  Il calciatore si sarebbe poi ritrovato – questa è l’ipotesi che si legge nel capo d’imputazione firmato dalla Procura della Mauritania –  “per sei mesi senza fare nulla”  in Nepal  “fino a quando non ha capito di essere stato vittima di un truffatore che lo ha messo in pericolo durante questo viaggio”.

    A quel punto, ha  sporto denuncia alla giustizia del suo Paese lamentando di essere stato vittima di una truffa, reato punito con 5 anni di carcere in Mauritania. La sesta camera investigativa della Corte della Regione di Nouakchott ha chiesto l’arresto per il 33enne senegalese che, in seguito, si è saputo avere lasciato il suo Paese e trovarsi a Milano dove è stato catturato dai carabinieri. Spezzato il sogno del ragazzo mauritano, la questione è ora il trattamento che viene riservato al  procuratore.  In carcere, spiegano i suoi avvocati Mauro Straini ed Eugenio Losco, le visite mediche hanno fatto emergere una “severa cardiopatia” da cui è affetto che parrebbe incompatibile con la detenzione. Ma il tema principale è che  il  presunto  agente di campioni rischia di finire in un carcere della Mauritania, uno Stato dove, osservano i legali, c’è il rischio che venga torturato come denunciano dai dossier di Amnesty International. Lui ha già dichiarato ai magistrati milanesi, chiamati a valutare la richiesta di estradizione, di non volere rientrare nel suo Paese “in quanto sono estraneo alle vicende per le quali viene richiesta la mia consegna”.  (manuela d’alessandro)

  • “Non passa lo straniero”, Steccanella dipinge di rosa il calcio autarchico

     

     

    In porta ‘Kamikaze’ Giuseppe Palazzi, il numero uno del Bari che non usava mai i guanti. In difesa, Giovanni ‘Nini’ Udovicich, dal 1958 al 1976 sempre con la maglia azzurra del Novara, il calciatore più bandiera di tutti nelle figurine di quegli anni. A centrocampo, il ‘poeta’ Enzo Vendrame che vicino alla linea di porta tornava indietro per “salvare un’emozione” (diceva). Sulla fascia, il ‘marziano’ della Samp Alviero Chiorri: giocava con gli scarpini spaiati e ora folleggia a Cuba. In attacco l’interista Sandro Vanello, il calciatore più abbronzato e donnaiolo d’Italia. Stiamo sfogliando lo sfavillante album degli “eroi dimenticati” allestito da Davide Steccanella nel suo racconto sugli anni (1966 – 1980) del calcio autarchico italiano, quando le frontiere vennero sigillate dopo l’umiliazione degli azzurri ai mondiali contro la Corea del Nord.

    C’era una volta che in panchina al massimo si siedevano due calciatori e alle sfide ai rigori le squadre potevano decidere di far tirare i penalty sempre dallo stesso giocatore. Il piccolo Davide, poi avvocato, esordì a San Siro scattando decine di fotografie a Gigi Riva che sfidava col suo Cagliari tricolore il Milan di Nereo Rocco. “Per l’emozione non usai lo zoom e nelle foto apparve solo un gran manto verde del campo con degli omini piccolissimi, lontani, quasi surreali…”.  Quegli ‘omini’ ora ci appaiono giganteschi protagonisti di un libro affatto nostalgico ma cronaca gioiosa e ispirata da uno stile che rimanda a quel Sandro Ciotti capace di introdurre le partite con espressioni quali “inapprezzabile ventilazione” sul campo di gioco. Ciascuno dei capitoli intitolati con l’anno del campionato si sofferma su vincitori e vinti, offrendo ‘chicche’ e statistiche. La goduria però arriva alla fine di ogni resoconto con le storie degli “eroi dimenticati”, figurine che riemergono spensierate e intatte coi più bei colori della nostra infanzia. Davide riesce a incollarcele per sempre sul cuore. (manuela d’alessandro)

    Davide Steccanella – “Non passa lo straniero (ovvero quando il calcio era autarchico)”. Edizioni Jouvence, pagg. 153, euro 14.

  • Calcioscommesse, ecco gli atti
    Chiusa indagine, verso maxiprocesso

    Oltre quattro anni di inchiesta, almeno cinque tornate di arresti, 130 indagati che si ritrovano nell’avviso di conclusione delle indagini. Molti patteggiamenti già arrivati, e squalifiche sportive già definitive. Stentiamo a immaginare quale aula potrà gestire un processo con un numero così elevato di parti.

    Ecco il documento che riassume le accuse della Procura di Cremona, notificato questa mattina, con tutti i nomi e tutte le partite sotto accusa.

    Cremona calscioscommesse avviso conclusione indagini