Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Mese: Marzo 2026

  • Spumante, lacrime e pergamene, la festa delle toghe

    “Armando, stappa!”. E Armando Spataro non se lo fa ripetere due volte. Cin Cin!

    Volano di mano in mano i bicchieri di spumante nell’aula magna del palazzo di giustizia, di solito compita e assorta nelle cerimonie e nei convegni, euforica e scintillante, oggi, come mai la si è vista. C’è il procuratore Marcello Viola, c’è il presidente del Tribunale, Fabio Roia, ci sono un centinaio di pubblici ministeri e giudici insieme, quelli che la riforma avrebbe voluto dividere e invece eccoli qua.

    Tutti insieme per la ‘notte prima degli esami’ e poi per la festa, come studenti alla maturità. Dapprima ansiosi e scaramantici, tutti stretti, anche fisicamente (qualcuno esce e sbotta: “Non c’è aria!”) nella piccola aula dedicata a Guido Galli ed Emilio Alessandrini.

    Il procuratore Paolo Ielo, uno a cui piace scherzare, dirige il traffico con ironia, controlla ingressi e uscite, che siano magistrati e non giornalisti. Ma è impossibile non sentire il primo boato al primissimo exit poll. “Aspettiamo, si sa che la gente dice il falso agli exit poll” ammonisce gli ottimisti una pm con piglio accusatorio. “Dobbiamo soffrire fino alla fine, fino alla Cassazione” esagera un magistrato.

    Applausi per Rosi Bindi che appare, tra una proiezione e l’altra, sulla tv appoggiata sul tavolo cosparso dai bicchieri d’acqua che si trasformeranno, miracolo del referendum, in alcolici un paio d’ore dopo.

    “Che cosa c’è di più politico della Costituzione?” è un altro magistrato che arringa, una domanda che acchiappa altre urla di consenso.

    Esce l’avvocato Giacomo Lunghini. “Che ci fa qui, avvocato?”. “Ho ricevuto un invito formale, c’è anche un altro collega” risponde il legale che si era espresso pubblicamente per il ‘No’, a differenza della maggior parte dei colleghi.

    Il via vai è incessante e allora un cronista azzarda: “Ma siete in permesso sindacale oggi?”. La risposta è uno sguardo muto, troppo concentrato sull’obiettivo finale per cedere alla provocazione (in effetti i corridoi e le stanze tribunalizie oggi sono vuote più che mai).

    Il momento clou arriva con la distribuzione delle pergamene a chi si è distinto di più nell’attivismo per il ‘No’. Possiamo svelarvi che uno dei premiati è Luca Gaglio. Poi tutti in Aula Magna. Ecco gli interventi formali, ma il clima da ‘compagni di scuola’ resta intatto e frizzante. Passa l’immagine di Meloni su Rai1, un solo ‘buh’ trattenuto e poi un appaluso, non certo per la premier. Un auto-applauso convinto e avanti con lo spumante che la festa sembra non avere voglia di finire.

    Manca solo la colonna sonora: “Per sempre no”.

  • Bossi e Di Pietro ce l’avevano duro uguale?

    Quando Umberto Bossi si presentò in procura per essere interrogato da Di Pietro dopo che al tele-processo Cusani erano “emersi” 200 milioni di lire da Montedison alla Lega Nord, chi scrive queste poche povere righe chiese a Bossi appena uscito in corridoio: scusi ma tra lei e il dottor Di Pietro chi è che ce l’ha più duro? “Ce l’abbiamo duro uguale, me l’ha detto proprio lui”, fu la risposta del Senatur, che intanto mostrava gli indici delle mani per rappresentare visivamente il paragone.
    Dunque l’Eroe di Mani pulite e Bossi si erano confrontati nell’intimità oltre che sui soldi della Montedison al Carroccio. In prima battuta Bossi e la Lega avevano cercato di spiegare quei soldi come il compenso per una ricerca relazione della Lega sull’Africa consegnata all’ufficio studi della Montedison. Cioè una bufala, tipo Ruby nipote dì Mubarak.
    Siccome l’argomento era importante per domande serie a Bossi accadde qualcosa anche nel 2001 quando la Lega non raggiunse il quorum. In via Bellerio, solenne conferenza stampa, e partiva il quesito cruciale: ma la Lega ce l’ha duro anche sotto il 4 per cento? “La Lega ce l’ha sempre duro come sanno tutti”, fu la replica. I leghisti presenti fecero osservare a chi scrive: “Lei che rappresenta la stampa estera (Il Mattino di Napoli n.d.r) deve sapere che oggi non c’è un funerale ma un battesimo. Si riparte”.
    (frank cimini)

  • Gli arbitri sottomessi al ‘governo’ della Federcalcio, anche il pallone ha la sua (contrastata) riforma

    Gli arbitri sottomessi al ‘governo’ della Federcalcio, anche il pallone ha la sua (contrastata) riforma

    Il potere giudiziario sottomesso a quello esecutivo.

    Stiamo parlando di calcio, non del referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo ma di una riforma che arde sotto la brace delle polemiche generate dagli errori arbitrali nella stagione in corso.

    Una rivoluzione  che potrebbe stravolgere gli assetti del pallone subordinando gli arbitri, finora raggruppati nel fortino (più o meno) indipendente dell’AIA, alla Figc, cioé il ‘governo’ del pallone. Lo scenario inquieta: si importerebbe il modello inglese della PGMOL (Professional Game Match Officials Limited) che riconosce il diritto degli arbitri a essere considerati dei professionisti, con tanto di contratti, tutele e pensioni, ma a un carissimo prezzo: la rinuncia all’autonomia tecnica.

    La PGMOL all’italiana si declina in una società autonoma al cento per cento partecipata dalla Federcalcio con le società di serie A che avrebbero quindi un ruolo diretto nella governance degli arbitri. Sarebbe così drasticamente ridotta la distanza tra chi deve giudicare e chi viene giudicato: i club –  coloro che devono essere valutati- entrano nella casa dei giudici. Con quali conseguenze?

    Tutto questo senza un referendum, o chiamiamola consultazione che dir si voglia, tra i veri protagonisti, chi va a fischiare sul campo alla domeniica. Anzi: come epilogo a un percorso ricco di colpi di scena, opacità e coincidenze da lasciare  sbalorditi e anche un po’ attoniti.  Il progetto della PGMOL corre di pari passo con la ‘decapitazione’ del presidente dell’AIA, Antonio Zappi, contrario a questo stravolgimento. Se questa sia una coincidenza temporale o meno, non lo sappiamo. E però, mettendo i fatti in fila, più di qualche dubbio viene. 

    L’esposto fasullo

    Già nell’incipit di questa storia si ravvisa la prima  anomalia. È il 28 luglio 2025 quando alla “cortese attenzione della Procura Federale della Federazione Gioco Calcio” plana una busta con un esposto firmato da Roberto Patrassi, un arbitro 73enne della sezione di Macerata. “Con profondo turbamento e indignazione”, il denunciante descrive “una serie di comportamenti reiterati, aggressivi e sistemici posti in essere da Zappi e da altri dirigenti apicali che hanno indotto numerosi dirigenti arbitrali a dimettersi dai propri incarichi al fine di sostituirli con soggetti preventivamente selezionati nel disprezzo delle regole”.

    In particolare, le ‘vittime’ indicate nell’esposto sarebbero state sei, tra le quali Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, responsabili della CAN C e della CAN D, le commissioni a cui competono le designazioni nelle serie inferiori. La Procura Federale convoca fin dal giorno dopo numerosi testimoni e svolge accertamenti durante i quali arriva una grande sorpresa. Il 18 settembre, oltre un mese dopo l’inizio delle indagini scattate il giorno stesso dell’esposto, negli uffici del Comitato dell’AIA lombarda viene verbalizzato un surreale botta e risposta tra Patrassi e i rappresentanti della Procura. “In relazione alla denuncia che le viene mostrata recante nome Roberto Patrassi con relativa sigla può confermare di esserne l’autore?”. “Nego assolutamente di esserne l’autore e disconosco il contenuto dell’esposto”. “Come si spiega che qualcuno avrebbe utilizzato il suo nome al riguardo?”. “Non voglio rispondere a questa domanda”. “Ha mai avuto rapporti istituzionali o personali col presidente Zappi?”. “Non lo conosco”: “Ha altro da aggiungere?”. “Mi riservo di dimettermi dall’AIA, di chiedere copia dell’esposto e di depositare querela per falso”. Il verbale viene chiuso dopo mezz’ora dall’inizio e Patrassi si dimette.

    La caduta di Zappi contrario alla riforma

    Nonostante una denuncia che si rivela fasulla, l’inchiesta procede a passo spedito. Venerdì 19 settembre si incontrano a Roma nella sede della Federcalcio il presidente Gabriele Gravina, assieme, tra gli altri, al consigliere giuridico Giancarlo Viglione, per parlare del il Progetto PGMOL. Zappi e i rappresentanti degli arbitri presenti annunciano la contrarietà dell’AIA al nuovo organismo per le designazioni della Serie A e B, sotto diretto controllo delle Leghe e della FIGC, ma senza la partecipazione della loro associazione. Il 23 settembre il Procuratore Giuseppe Chinè chiede al CONI una richiesta di proroga nell’inchiesta su Zappi. Il 24 settembre viene diffuso un  comunicato stampa dell’AIA contro la PGMOL.

    Il 29 settembre Ciampi, audito nuovamente, cambia la versione e punta il dito questa volta contro Zappi così come farà anche Pizzi pochi giorni dopo. Le cose si mettono male per Zappi che era stato eletto alla guida dell’AIA alla fine del 2024 col 74 per cento di preferenze. Il 19 novembre gli viene nottificato l’avviso di conclusione indagini dalla Procura FIGC, il  15 dicembre l’atto di deferimento e il 12 gennaio il Tribunale Federale Nazionale lo punisce con 13 mesi inibizione confermati in appello a febbraio. Nel giro di tre mesi diventa di fatto ‘un uomo morto che cammina’. Il 19 febbraio l’appello ribadisce la condanna.  La celerià della giustiza sportiva è davvero encomiabile, almeno in questo caso. T

    Tanto che, un’ora dopo la sentenza che segna la decadenza di Zappi, la Figc comunica che si è svolta una riunione in cui il presidente della Figc Gabriele Gravina è tornato a sottolineare la necessità di creare una società indipendente (da chi?) partecipata al cento per cento dalla Federazione.

    Nota curiosa: sul sito della Figc, prima ancora dell’inizio dell’appello, era stata pubblicata la notizie del reclamo di Zappi respinto. Preveggenza.  A tutto questo va aggiunto che Zappi aveva proposto di interrompere l’incontrastato regno da cinque anni del designatore Gianluca Rocchi per portare al vertice Daniele Orsato. Fine della storia? No perché ce n’è un’altra che corre parallela a questa e della quale è doveroso dare conto almeno in termini sommari per capire in che groviglio di veleni arrivi questa riforma.

    Le presunte ‘bussate’ di Rocchi

    L’assistente arbitrale Domenico Rocca aveva denunciato nel maggio del 2025 presunte ingerenze del designatore Rocchi sulle decisioni degli ufficiali addetti al Var. Nell’esposto spiegava che Rocchi avrebbe bussato alla porta della sala Var di Lissone per indurli a intervenire su alcune situazioni potenzialmente da calcio di rigore, andando quindi ben oltre le proprie prerorogative.

    Il procuratore Giuseppe Chiné scrive, in un documento visionato da Giustiziami datato 29 luglio 2025, che “non sono emerse fattispecie di rilievo disciplinare” a carico del designatore.

    Ad ogni modo, sappiamo che nelle more dell’archiviazione del ‘caso Rocca’ le nuove disposizioni regolamentari deliberate dal Comitato Nazionale AIA e poi approvate dal Consiglio Federale FIGC hanno previsto, forse proprio per le presunte anomalie segnalate, che se Rocchi ritiene ora opportuno andare di persona a Lissone o mandare un collaboratore sempre con funzioni di supervisore VAR può farlo ma deve poi essere redatta una relazione sulle attività svolte da parte del responsabile della Can o di un suo componente.

    Manuela D’Alessandro

  • Se la curvilinearità di una A smonta la banda dei testamenti made in Us


    Una banda di falsari calabresi guidata da un avvocato. Anziani morti soli, trovati senza vita mesi dopo e finiti in un trafiletto di cronaca locale. Ignari funzionari del distretto del Bronx. E una poliziotta che con la sua perizia calligrafica smonta il trucchetto firma per firma.
    Sono gli elementi della storia che ha portato la giudice Maria Teresa Guadagnino a condannare l’avvocato calabrese Giuseppe Marra, e i suoi amici Demetrio Bueti, Filippo Caminiti e Cosmo Panuccio, tutti di Villa San Giovanni, a 3 anni e due mesi di carcere, come chiesto dalla pm Maura Ripamonti.


    L’anziano Luciano P. muore solo, nel 2018, a Milano. Non ha parenti. Il suo corpo viene scoperto a novembre, mummificato, solo perché i vicini si accorgono della casella postale strapiena. Compare un giorno il suo presunto testamento, che nel 1999 nomina erede universale tale Domenico S., nato a Villa San Giovanni nel 1938 ma residente negli Usa. Lo produce l’avvocato Marra (Reggio Calabria, 1977), con tanto di riferimenti al redattore “notary public” di New York, Carmine J. Guadagno. Era un falso. Serviva a chiedere al “curatore dell’eredità giacente” la consegna di tutti i beni: mezzo milione di euro e due appartamenti. Marra produce anche un documento in italiano del “notaio Carmine J. Guadagno”, con cui Domenico S. attribuiva una procura generale su tutti gli atti a Filippo Caminiti (Reggio Calabria, 1972). L’attestazioine “No. 6402” a firma di Luis Diaz – descritto come funzionario della contea del Bronx e della Suprema Corte – qualifica Carmine J. Guadagno quale “notary public”. C’è anche una “Apostilla” con cui un’altra presunta funzionaria, Sandra J. Tallman, legalizza la firma di Luis Diaz. Infine, davanti a un notaio milanese, alcuni degli imputati “dichiaravano che Luciano P. era residente a New York”, nel Bronx, e che “aveva disposto del suo patrimonio con il testamento di cui sopra”. Cosa c’era di vero? Nulla. E il giochino era praticamente identico a quello fatto con altri testamenti, di altri morti anziani ricchi e soli. Sempre i funzionari del Bronx. Sempre l’avvocato Marra e la sua compagnia.


    I sospetto del curatore scoperchiano il vaso. Luciano P. non era mai stato negli Usa. Non aveva mai avuto neppure un passaporto. Poi una poliziotta della Scientifica di Milano, Sebastiana Cardinale, scientificamente smaschera la truffa, con una spettacolare perizia calligrafica. Confronta la calligrafia di Luciano P. con quella del suo testamento falso. E conclude: “Le differenze sono sia sostanziali sia formali e riguardano in generale l’estrinsecazione pressoria, la curvilinearità, la gestione delle ampiezze orizzontali e la direzione assiale. Nel dettaglio le particolarità grafo-strutturali interne dei movimenti erano sostanzialmente diverse, contraddistinguendo due mani scriventi diverse. La firma autografa del P., specialmente nella parte finale, laddove il moto scrivente è favorito dall’impulso acquisito, la costruzione della A è sostanzialmente diversa. Nella firma in verifica la A è costruita con un movimento sinistro giro con prese iniziali in alto a sinistra“. E poi ci sono i confronti tra le calligrafie di alcuni imputati e quelle di altri documenti e altri testamenti sospetti, altrove oggetto di vari procedimenti giudiziari. Ecco un passaggio.


    “Un unico autore aveva redatto il corpo del testamento di Panara, le firme del notaio Guadagno, di P. Luciano, di Bueti Roberto e Bueti Natale; nononché il corpo del testamento olografo di C. e le firme di C. Giampaolo e del testimone Panuccio Cosmo. Lo stesso autore aveva redatto anche il corpo del testamento B., le firme del notaio L. e del testimone M. C. e anche le firme del testatore R. C. e del notaio L. nel testamento R. e le firme del notaio L. nel testamento W. Guy. Inoltre, sempre lo stesso autore aveva compilato la prima pagina della procura conferita da S. Francesca a Bueti Mario e la firma del notaio Guadagno nella medesima procura, la firma di S. Francesca e di P. Ivan e di S. Gaetano. Sempre lo stesso autore aveva altresì compilato la prima pagina della procura conferita da S. Domenico a Caminiti Filippo, aveva firmato come notaio Guadagno Carmine J. e S. Domenico”. E così via per interi paragrafi.


    Ma come sceglievano le vittime di cui falsificare i testamenti? Consultando attentamente la stampa locale. E recuperando dati personali grazie a una dipendente infedele dell’Agenzia delle entrate. La banda dei testamenti americani, smascherata da una A curvilinea.

  • Ruby e Barbara G, testimoni assenti

    Ruby in aula non può venire: certificato medico per una notizia coi fiocchi, anzi col fiocco (rosa). Ha partorito a dicembre la sua seconda figlia e dunque è impegnata nell’allattamento. In taluni casi, situazione incompatibile con la presenza in Tribunale. Barbara Guerra invece “non si trova”. Pare che il suo legale, Nicola Giannantoni abbia difficoltà a rintracciarla. Da un paio di mesi almeno, perché la citazione è di gennaio. Erano entrambe convocate come testimoni (assistite? Da stabilire). In ogni caso Karima El Marough ha anticipato tramite la sua legale Paola Boccardi che si avvarrebbe comunque della facoltà di non rispondere. Vi ricorda qualcosa? Vi pare di tornare indietro nel tempo? Con le giovani frequentatrici di Arcore e delle residenze di Berlusconi che tra Milano e Bari parlano, poi non parlano, poi parlano ai giornalisti fuori dall’aula, poi invece non parlano più? Vi sbagliate! Perché questo processo si svolge a Monza. E riguarda la presunta estorsione della ex partecipante al Grande Fratello Giovanna Rigato (difesa da Corrado Viazzo e Stefano Gerunda) a Silvio Berlusconi. E qui la famiglia Berlusconi è costituita come parte civile, attraverso l’avvocato Giorgio Perroni. Finirà che la difesa Rigato chiederà l’accompagnamento coatto di Barbara Guerra, poi si vedrà. Tutto ciò avviene a pochi giorni dalla fissazione (prima udienza il 28 maggio) del processo d’appello sulla presunta corruzione in atti giudiziari delle cosiddette Olgettine, soprannominato Ruby Ter. E quel giorno ripartirà un gigantesco flashback.

  • Delinquere ora, in pausa referendum

    Ma quella chiusura? Eh, diciamo una ventina di giorni. E quella fissazione di udienza famosa? Ehm, è già fissata ma – shhh – meglio non dirlo. E quelle misure? Beh un momento, aspetta tre settimane.
    Se dovete delinquere fatelo ora e godetevela per qualche tempo. Diciamo fino al 23 del mese. Tanto al momento non si può combinare nulla o quasi. E’ scattata la modalità dell’autocensura: “dopo-il-referendum-se-no-poi-ci-accusano”. Del resto quando c’è un intero governo che si affanna ogni singolo giorno a cercare un titolo di giornalone, o anche solo un trafiletto in cronaca, ma diciamo pure un richiamino in prima sulla gazzettina del paesino – insomma qualcosa – pur di attaccare un magistrato a caso, si può pur capire l’atteggiamento autoconservativo. Oggi è la famiglia nel bosco, ieri era una sentenza civile su un barcone di Ong, l’altro ieri qualcos’altro, domani sarà magari un’inchiesta sbagliata per abigeato. Un po’ di comprensione ci vuole per chi deve tenersi in equilibrio tra l’obbligatorietà dell’azione penale tempestiva e la rottura di balle politica.
    Quindi anche voi colleghi non affannatevi tanto dietro al giallo che da 18 anni vi appassiona tanto. Datevi una calmata con ‘ste indiscrezioni. L’indagine è fatta, ma per il deposito bisognerà aspettare almeno il 24 marzo. Anzi aggiungiamo anche qualche giorno in più, così non sembra che. Quando notificano, scatenate l’inferno. Ma non prima di sapere se il referendum che pare appassioni un tantino meno di quel giallo stabilirà che è un sì oppure un no.

  • Socialità in via Freguglia grazie all’allarme bomba

    La cancelliera: “Ma per una volta che arrivo in tempo per timbrare non mi fanno entrare!”.

    L’avvocato: “Mi hanno fatto uscire, ho fatto a un carabiniere la battuta sulla telefonata su Fantozzi e l’accento svedese, stranamente non l’ha capita”.

    La giudice: “Ci hanno fatti uscire alle 9.30 ma alle 8 il palazzo, quando sono entrata, era già in protezione. Mah”.

    La fonte: “Telefonate da numeri virtuali”.

    Il magistrato: “Ah è stato fissato quel processo”.

    Il sindacalista: “Forse c’è un pacco al primo piano”.

    I poliziotti: “Tutti dietro al nastro, siamo qui a fare sicurezza mica a giocare”.

    Il traslocatore al poliziotto: “Oh ma devo passare, alzami sto nastro”.

    La cancelliera: “Ma mi scadono i termini per un tentato omicidio!”.

    Il magistrato: “Una Mot dice che non si entra fino al pomeriggio, secondo me è wishful thinking”.

    Ma il terribile allarme di evacuazione stavolta ha funzionato? “Sì, ma al Riesame non si sente”.

    Un avvocato monello: “Speriamo sia la volta buona”.

    Tutti insieme, mortali e immortali, in attesa. Nel sole freddo di via Freguglia. Passa la protezione civile: “Volete dell’acqua?”. Bisogna aspettare.

    +++ Aggiornamento +++

    Finisce che non c’era nessuna bomba. Ma tre arrestati per reati di poco conto vengono liberati appena prima che scadano i termini: non era possibile celebrare le udienze di convalida. Immaginiamo i tre alzare un calice per l’anonimo telefonista. I cronisti nel pomeriggio chiedono a una esperta pm: “Ma non è che tra quelli liberati c’era uno spacciatore di Rogoredo preso a caso?”. Qualche frazione di secondo poi la magistrata sorride, con un guizzo negli occhi.

    Un avvocato amico di Giustiziami aggiunge il suo personale episodio di socialità. “Mi sono tanto divertito. E ho scroccato anche una caramella a un giudice, ma non dirò il nome”. Tranquillo, il reato di scrocco non è previsto nella prossima riforma della giustizia. In ogni caso verrebbe senz’altro bocciato al referendum.

  • L’arringa su “erba e fascio” al processo sui saluti romani

    L’arringa su “erba e fascio” al processo sui saluti romani

    Processo d’appello sulla chiamata del “presente!” e sui saluti a braccio e dita tese con nostalgico slancio verso il murale di Sergio Ramelli, durante la commemorazione del 29 aprile 2019. In primo grado, 23 assolti dall’accusa di manifestazione fascista. Si discute del reato e di chi ha fatto cosa. La parte civile Anpi, con l’avvocato Federico Sinicato, in un’appassionata discussione, si associa alle richieste di condanna in appello, parlando di fascismo e pericoli attuali. Il legale di un imputato, Enrico Giarda, chiude la sua altrettanto appassionata arringa spiegando che il soggetto in questione era lì, certo, ma nient’altro: “Bisogna valutare gli specifici comportamenti, non facciamo di tutta l’erba un fascio“. Il presidente della corte Enrico Manzi si lascia sfuggire un sorriso. Il 7 aprile la sentenza.