Il potere giudiziario sottomesso a quello esecutivo.
Stiamo parlando di calcio, non del referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo ma di una riforma che arde sotto la brace delle polemiche generate dagli errori arbitrali nella stagione in corso.
Una rivoluzione che potrebbe stravolgere gli assetti del pallone subordinando gli arbitri, finora raggruppati nel fortino (più o meno) indipendente dell’AIA, alla Figc, cioé il ‘governo’ del pallone. Lo scenario inquieta: si importerebbe il modello inglese della PGMOL (Professional Game Match Officials Limited) che riconosce il diritto degli arbitri a essere considerati dei professionisti, con tanto di contratti, tutele e pensioni, ma a un carissimo prezzo: la rinuncia all’autonomia tecnica.
La PGMOL all’italiana si declina in una società autonoma al cento per cento partecipata dalla Federcalcio con le società di serie A che avrebbero quindi un ruolo diretto nella governance degli arbitri. Sarebbe così drasticamente ridotta la distanza tra chi deve giudicare e chi viene giudicato: i club – coloro che devono essere valutati- entrano nella casa dei giudici. Con quali conseguenze?
Tutto questo senza un referendum, o chiamiamola consultazione che dir si voglia, tra i veri protagonisti, chi va a fischiare sul campo alla domeniica. Anzi: come epilogo a un percorso ricco di colpi di scena, opacità e coincidenze da lasciare sbalorditi e anche un po’ attoniti. Il progetto della PGMOL corre di pari passo con la ‘decapitazione’ del presidente dell’AIA, Antonio Zappi, contrario a questo stravolgimento. Se questa sia una coincidenza temporale o meno, non lo sappiamo. E però, mettendo i fatti in fila, più di qualche dubbio viene.
L’esposto fasullo
Già nell’incipit di questa storia si ravvisa la prima anomalia. È il 28 luglio 2025 quando alla “cortese attenzione della Procura Federale della Federazione Gioco Calcio” plana una busta con un esposto firmato da Roberto Patrassi, un arbitro 73enne della sezione di Macerata. “Con profondo turbamento e indignazione”, il denunciante descrive “una serie di comportamenti reiterati, aggressivi e sistemici posti in essere da Zappi e da altri dirigenti apicali che hanno indotto numerosi dirigenti arbitrali a dimettersi dai propri incarichi al fine di sostituirli con soggetti preventivamente selezionati nel disprezzo delle regole”.
In particolare, le ‘vittime’ indicate nell’esposto sarebbero state sei, tra le quali Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, responsabili della CAN C e della CAN D, le commissioni a cui competono le designazioni nelle serie inferiori. La Procura Federale convoca fin dal giorno dopo numerosi testimoni e svolge accertamenti durante i quali arriva una grande sorpresa. Il 18 settembre, oltre un mese dopo l’inizio delle indagini scattate il giorno stesso dell’esposto, negli uffici del Comitato dell’AIA lombarda viene verbalizzato un surreale botta e risposta tra Patrassi e i rappresentanti della Procura. “In relazione alla denuncia che le viene mostrata recante nome Roberto Patrassi con relativa sigla può confermare di esserne l’autore?”. “Nego assolutamente di esserne l’autore e disconosco il contenuto dell’esposto”. “Come si spiega che qualcuno avrebbe utilizzato il suo nome al riguardo?”. “Non voglio rispondere a questa domanda”. “Ha mai avuto rapporti istituzionali o personali col presidente Zappi?”. “Non lo conosco”: “Ha altro da aggiungere?”. “Mi riservo di dimettermi dall’AIA, di chiedere copia dell’esposto e di depositare querela per falso”. Il verbale viene chiuso dopo mezz’ora dall’inizio e Patrassi si dimette.
La caduta di Zappi contrario alla riforma
Nonostante una denuncia che si rivela fasulla, l’inchiesta procede a passo spedito. Venerdì 19 settembre si incontrano a Roma nella sede della Federcalcio il presidente Gabriele Gravina, assieme, tra gli altri, al consigliere giuridico Giancarlo Viglione, per parlare del il Progetto PGMOL. Zappi e i rappresentanti degli arbitri presenti annunciano la contrarietà dell’AIA al nuovo organismo per le designazioni della Serie A e B, sotto diretto controllo delle Leghe e della FIGC, ma senza la partecipazione della loro associazione. Il 23 settembre il Procuratore Giuseppe Chinè chiede al CONI una richiesta di proroga nell’inchiesta su Zappi. Il 24 settembre viene diffuso un comunicato stampa dell’AIA contro la PGMOL.
Il 29 settembre Ciampi, audito nuovamente, cambia la versione e punta il dito questa volta contro Zappi così come farà anche Pizzi pochi giorni dopo. Le cose si mettono male per Zappi che era stato eletto alla guida dell’AIA alla fine del 2024 col 74 per cento di preferenze. Il 19 novembre gli viene nottificato l’avviso di conclusione indagini dalla Procura FIGC, il 15 dicembre l’atto di deferimento e il 12 gennaio il Tribunale Federale Nazionale lo punisce con 13 mesi inibizione confermati in appello a febbraio. Nel giro di tre mesi diventa di fatto ‘un uomo morto che cammina’. Il 19 febbraio l’appello ribadisce la condanna. La celerià della giustiza sportiva è davvero encomiabile, almeno in questo caso. T
Tanto che, un’ora dopo la sentenza che segna la decadenza di Zappi, la Figc comunica che si è svolta una riunione in cui il presidente della Figc Gabriele Gravina è tornato a sottolineare la necessità di creare una società indipendente (da chi?) partecipata al cento per cento dalla Federazione.
Nota curiosa: sul sito della Figc, prima ancora dell’inizio dell’appello, era stata pubblicata la notizie del reclamo di Zappi respinto. Preveggenza. A tutto questo va aggiunto che Zappi aveva proposto di interrompere l’incontrastato regno da cinque anni del designatore Gianluca Rocchi per portare al vertice Daniele Orsato. Fine della storia? No perché ce n’è un’altra che corre parallela a questa e della quale è doveroso dare conto almeno in termini sommari per capire in che groviglio di veleni arrivi questa riforma.
Le presunte ‘bussate’ di Rocchi
L’assistente arbitrale Domenico Rocca aveva denunciato nel maggio del 2025 presunte ingerenze del designatore Rocchi sulle decisioni degli ufficiali addetti al Var. Nell’esposto spiegava che Rocchi avrebbe bussato alla porta della sala Var di Lissone per indurli a intervenire su alcune situazioni potenzialmente da calcio di rigore, andando quindi ben oltre le proprie prerorogative.
Il procuratore Giuseppe Chiné scrive, in un documento visionato da Giustiziami datato 29 luglio 2025, che “non sono emerse fattispecie di rilievo disciplinare” a carico del designatore.
Ad ogni modo, sappiamo che nelle more dell’archiviazione del ‘caso Rocca’ le nuove disposizioni regolamentari deliberate dal Comitato Nazionale AIA e poi approvate dal Consiglio Federale FIGC hanno previsto, forse proprio per le presunte anomalie segnalate, che se Rocchi ritiene ora opportuno andare di persona a Lissone o mandare un collaboratore sempre con funzioni di supervisore VAR può farlo ma deve poi essere redatta una relazione sulle attività svolte da parte del responsabile della Can o di un suo componente.
Manuela D’Alessandro