Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Autore: Manuela D’Alessandro

  • La Procura di Pavia nega ai media gli atti di Garlasco

    La Procura di Pavia nega ai media gli atti di Garlasco

    Di cosa si è parlato più di tutto in Italia nell’ultimo anno? Trump, Iran, Palestina, referendum? Lo sappiamo tutti: dell’inchiesta sul delitto di Garlasco. Basterebbe questo a considerare il tema di “interesse pubblico”.

    Ma a far scattare l’impellenza di conoscere gli atti al capolinea delle indagini, quando le carte dell’accusa sono scoperte e a disposizioni di tutte le parti, è una ragione molto semplice: è sconvolgente che uno stesso fatto, l’omicidio di Chiara Poggi, venga raccontato dalla giustizia con due narrazioni completamente diverse e incompatibili. Fa tremare i polsi a qualsiasi cittadino pensare di finire in un gorgo del genere a 20 anni di distanza da quella mattina del 13 agosto 2007.

    Ecco perché l’11 maggio 2026 una testata giornalistica importante e animata da volontà di capire, non di fare il tifo per una o l’altra parte, ha chiesto al procuratore di Pavia di “prendere visione e/o estrarre copia degli atti del procedimento” a notifica avvenuta agli interessati “per esercitare il proprio diritto di cronaca e di informazione, diritto costituzionalmente rilevante ai sensi dell’articolo 21 della Costituzione”.

    Invece è arrivato un no senza appelli firmato dal procuratore aggiunto Stefano Civardi e dalla pm Valentina Rizza. I magistrati che ritengono Andrea Sempio colpevole e Alberto Stasi innocente evidenziano nella motivazione al provvedimento che dal 2024 è stata vietata la pubblicazione delle ordinanze di custodie cautelari (anche se qui non ce ne sono) e poi entrano nel cuore della questione:

    “Il bilanciamento degli opposti interessi – diritto di cronaca, presunzione di innocenza, trasparenza
    delle fonti, “verginità mentale” del giudicante – non è evidentemente nella disponibilità del singolo
    magistrato, trattandosi d i valutazioni generali rimesse al legislatore, non deducendo l’istante un
    interesse specifico (ad esempio esigenze di difesa in procedimenti per diffamazione, specifiche e rilevanti
    posizioni tutelabili solo tramite accesso agli atti), bensì l’ampio e conosciuto diritto di libertà ex articolo
    21 della Costituzione. La giurisprudenza di legittimità è peraltro chiara nel negare che l’aricolo 116 del codice di procedura penale (che regola il diritto per chiunque abbia interesse a ottenere copie, estratti o certificati di singoli atti, ndr) conferisca un vero e
    proprio diritto della parte interessata ad ottenere copia degli atti “.

    L’obiezione può essere: ma tanto la stampa (alcune testate molto più di altre) è da mesi che conosce ogni respiro di questa indagine! Ma qui interessa il principio: è adesso che i cittadini devono essere informati, adesso che la Procura raffigura e lega tra loro tutte quelle che ritiene delle prove contro Sempio inquadrandole in una narrazione completa ed è adesso che la difesa può rispondere conoscendole finalmente per intero.

    Quale “verginità mentale” avrà chi dovrà giudicare questo caso dopo mesi di notizie parziali, fatte filtrare in un modo o in un altro a seconda della testata a cui venivano date?

  • Non si puó sapere perché la denuncia sulle ‘bussate’ é stata archiviata

    Non si puó sapere perché la denuncia sulle ‘bussate’ é stata archiviata

    No e ancora no. Per Domenico Rocca l’ex assistente arbitrale che si è visto archiviare l’esposto in cui denunciava tra le altre cose le bussate al vetro della Sala Var è proprio impossibile sapere perché la Procura Federale abbia ritenuto irrilevanti le sue accuse. Tutti ormai conosciamo il contenuto della denuncia che assieme alla querela di un avvocato veronese ha dato impulso all’inchiesta della Procura di Milano. In breve: presentata a maggio del 2025 venne archiviata dal procuratore federale Giuseppe Chiné dopo una breve istruttoria durata un paio di mesi. Nessuno di noi però ha letto le motivazioni per cui è stato fatto calare il sipario sulle gravi accuse che l’assistente arbitrale mosse al sistema arbitrale a partire da Udinese-Parma col cambio repentino sull’assegnazione di un rigore che prima sembrava non esserci e poi si sarebbe materializzato dopo un ‘suggerimento’ che si ipotizza abbia dato il designatore Gianluca Rocchi. L’ex assistente arbitro ha presentato una richiesta di accesso agli atti alla Procura Federale dopo avere saputo che il pm Maurizio Ascione stava indagando per frode sportiva ‘incoraggiato’ forse dal procuratore che ai media aveva aperto alla possibilità di rendere noti i contenuti della decisione tramite un accesso agli atti del diretto interessato. Ora è arrivata la risposta: le ragioni di un’archiviazione apparsa a molti precipitosa non si possono leggere. “Il Codice della giustizia sportiva non riconosce questo diritto. Ma se chi ha presentato l’esposto fa istanza di accesso, motivandola con, ad esempio, l’esigenza di conoscere le motivazioni per usarle in processo penale, civile o amministrativo, l’atto gli viene consegnato ma Rocca non ha mai proposto istanza di accesso” aveva dichiarato Chiné. Invece in queste ore, a quanto si e’ appreso, è arrivata una risposta negativa. Peccato perché un atto di trasparenza sarebbe stato doveroso.

  • Perché i nomi dei calciatori no e quelli delle escort sì?

    I nomi dei calciatori no, quelli delle ragazze indicate come escort sì.

    Nell’ordinanza milanese finita tra le mani dei cronisti che si stanno occupando dell’inchiesta su un grosso giro di prostituzione e affari è stata fatta questa scelta, sbagliata a nostro avviso. Giustissimo oscurare l’identità dei giocatori, non indagati e da non gettare in pasto al gossip assieme alle eventuali famiglie, ma non è chiaro perché invece siano stati riportati i nomi e cognomi di alcune tra le decine di donne che hanno partecipato a incontri sessuali a pagamento.

    Eppure, nemmeno le “ragazze disponibili a rendere prestazioni sessuali, parte delle quali giovanissime, sia italiane che straniere”, risultano indagate. E, anche se lo fossero state, francamente non si vedrebbe la ragione per la quale si sarebbe dovuto esplicitarne il nome in un articolo.

    Nell’ordinanza viene riportata anche la conversazione in cui una delle giovani, identificata con nome e cognome, racconta a un arrestato ai domiciliari di essere rimasta incinta dopo un incontro a pagamento avvenuto nel contesto dello scenario in cui sono emerse delle ipotesi di reati. Purtroppo viene da pensare che sia stato dato meno valore alla riservatezza di donne sconosciute che ai calciatori e così alcuni siti non si sono fatti remora di svelare l’identità delle escort.

    Nell’inchiesta condotta dalla pm Bruna Albertini, la gip Claudia Valori ha disposto 4 arresti per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione nei confronti di manager di una società che organizza eventi e che avrebbe offerto pacchetti ‘tutto compreso’ a ricchi clienti tra i quali i calciatori. L’offerta per il dopo partita era la serata in un locale più l’albergo e la disponibilità di una escort.

  • La magnifica sobrietá dell’ex premier al ‘pizzettaro’

    “E’ proprio lui?”. Un gruppo di signore lo scruta con animo sorpreso e anche un po’ ammaliato. L’ex presidente del Consiglio e dell’Austerita’ Mario Monti e’ seduto a uno dei tavolini del ‘pizzettaro’ di via Freguglia. Meta spartana di sopravvivenza culinaria per l’universo nevrotico del tribunale che a qualsiasi ora accoglie con sorriso e pizzetta di modiche dimensioni e prezzo. Il senatore a vita non attovagliato e’ vestito tutto di nero con scarpe nere e prende minuti appunti su un foglio di carta. Tutta questa magnifica sobrieta’ e’ interrotta dall’arrivo di un personaggio televisivo che dietro di se’ trascina la fantasmagorica coda di un ventennio di processi mediatici. “Scusi, glielo devo proprio chiedere che se no ci penso tutto il giorno: come si chiama il generale che va sempre in tivu’?” viene scosso il cronista nella sua assopita contemplazione di Monti. “E’ Luciano Garofano”.

    Manuela D’Alessandro

  • Spumante, lacrime e pergamene, la festa delle toghe

    “Armando, stappa!”. E Armando Spataro non se lo fa ripetere due volte. Cin Cin!

    Volano di mano in mano i bicchieri di spumante nell’aula magna del palazzo di giustizia, di solito compita e assorta nelle cerimonie e nei convegni, euforica e scintillante, oggi, come mai la si è vista. C’è il procuratore Marcello Viola, c’è il presidente del Tribunale, Fabio Roia, ci sono un centinaio di pubblici ministeri e giudici insieme, quelli che la riforma avrebbe voluto dividere e invece eccoli qua.

    Tutti insieme per la ‘notte prima degli esami’ e poi per la festa, come studenti alla maturità. Dapprima ansiosi e scaramantici, tutti stretti, anche fisicamente (qualcuno esce e sbotta: “Non c’è aria!”) nella piccola aula dedicata a Guido Galli ed Emilio Alessandrini.

    Il procuratore Paolo Ielo, uno a cui piace scherzare, dirige il traffico con ironia, controlla ingressi e uscite, che siano magistrati e non giornalisti. Ma è impossibile non sentire il primo boato al primissimo exit poll. “Aspettiamo, si sa che la gente dice il falso agli exit poll” ammonisce gli ottimisti una pm con piglio accusatorio. “Dobbiamo soffrire fino alla fine, fino alla Cassazione” esagera un magistrato.

    Applausi per Rosi Bindi che appare, tra una proiezione e l’altra, sulla tv appoggiata sul tavolo cosparso dai bicchieri d’acqua che si trasformeranno, miracolo del referendum, in alcolici un paio d’ore dopo.

    “Che cosa c’è di più politico della Costituzione?” è un altro magistrato che arringa, una domanda che acchiappa altre urla di consenso.

    Esce l’avvocato Giacomo Lunghini. “Che ci fa qui, avvocato?”. “Ho ricevuto un invito formale, c’è anche un altro collega” risponde il legale che si era espresso pubblicamente per il ‘No’, a differenza della maggior parte dei colleghi.

    Il via vai è incessante e allora un cronista azzarda: “Ma siete in permesso sindacale oggi?”. La risposta è uno sguardo muto, troppo concentrato sull’obiettivo finale per cedere alla provocazione (in effetti i corridoi e le stanze tribunalizie oggi sono vuote più che mai).

    Il momento clou arriva con la distribuzione delle pergamene a chi si è distinto di più nell’attivismo per il ‘No’. Possiamo svelarvi che uno dei premiati è Luca Gaglio. Poi tutti in Aula Magna. Ecco gli interventi formali, ma il clima da ‘compagni di scuola’ resta intatto e frizzante. Passa l’immagine di Meloni su Rai1, un solo ‘buh’ trattenuto e poi un appaluso, non certo per la premier. Un auto-applauso convinto e avanti con lo spumante che la festa sembra non avere voglia di finire.

    Manca solo la colonna sonora: “Per sempre no”.

  • Gli arbitri sottomessi al ‘governo’ della Federcalcio, anche il pallone ha la sua (contrastata) riforma

    Gli arbitri sottomessi al ‘governo’ della Federcalcio, anche il pallone ha la sua (contrastata) riforma

    Il potere giudiziario sottomesso a quello esecutivo.

    Stiamo parlando di calcio, non del referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo ma di una riforma che arde sotto la brace delle polemiche generate dagli errori arbitrali nella stagione in corso.

    Una rivoluzione  che potrebbe stravolgere gli assetti del pallone subordinando gli arbitri, finora raggruppati nel fortino (più o meno) indipendente dell’AIA, alla Figc, cioé il ‘governo’ del pallone. Lo scenario inquieta: si importerebbe il modello inglese della PGMOL (Professional Game Match Officials Limited) che riconosce il diritto degli arbitri a essere considerati dei professionisti, con tanto di contratti, tutele e pensioni, ma a un carissimo prezzo: la rinuncia all’autonomia tecnica.

    La PGMOL all’italiana si declina in una società autonoma al cento per cento partecipata dalla Federcalcio con le società di serie A che avrebbero quindi un ruolo diretto nella governance degli arbitri. Sarebbe così drasticamente ridotta la distanza tra chi deve giudicare e chi viene giudicato: i club –  coloro che devono essere valutati- entrano nella casa dei giudici. Con quali conseguenze?

    Tutto questo senza un referendum, o chiamiamola consultazione che dir si voglia, tra i veri protagonisti, chi va a fischiare sul campo alla domeniica. Anzi: come epilogo a un percorso ricco di colpi di scena, opacità e coincidenze da lasciare  sbalorditi e anche un po’ attoniti.  Il progetto della PGMOL corre di pari passo con la ‘decapitazione’ del presidente dell’AIA, Antonio Zappi, contrario a questo stravolgimento. Se questa sia una coincidenza temporale o meno, non lo sappiamo. E però, mettendo i fatti in fila, più di qualche dubbio viene. 

    L’esposto fasullo

    Già nell’incipit di questa storia si ravvisa la prima  anomalia. È il 28 luglio 2025 quando alla “cortese attenzione della Procura Federale della Federazione Gioco Calcio” plana una busta con un esposto firmato da Roberto Patrassi, un arbitro 73enne della sezione di Macerata. “Con profondo turbamento e indignazione”, il denunciante descrive “una serie di comportamenti reiterati, aggressivi e sistemici posti in essere da Zappi e da altri dirigenti apicali che hanno indotto numerosi dirigenti arbitrali a dimettersi dai propri incarichi al fine di sostituirli con soggetti preventivamente selezionati nel disprezzo delle regole”.

    In particolare, le ‘vittime’ indicate nell’esposto sarebbero state sei, tra le quali Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, responsabili della CAN C e della CAN D, le commissioni a cui competono le designazioni nelle serie inferiori. La Procura Federale convoca fin dal giorno dopo numerosi testimoni e svolge accertamenti durante i quali arriva una grande sorpresa. Il 18 settembre, oltre un mese dopo l’inizio delle indagini scattate il giorno stesso dell’esposto, negli uffici del Comitato dell’AIA lombarda viene verbalizzato un surreale botta e risposta tra Patrassi e i rappresentanti della Procura. “In relazione alla denuncia che le viene mostrata recante nome Roberto Patrassi con relativa sigla può confermare di esserne l’autore?”. “Nego assolutamente di esserne l’autore e disconosco il contenuto dell’esposto”. “Come si spiega che qualcuno avrebbe utilizzato il suo nome al riguardo?”. “Non voglio rispondere a questa domanda”. “Ha mai avuto rapporti istituzionali o personali col presidente Zappi?”. “Non lo conosco”: “Ha altro da aggiungere?”. “Mi riservo di dimettermi dall’AIA, di chiedere copia dell’esposto e di depositare querela per falso”. Il verbale viene chiuso dopo mezz’ora dall’inizio e Patrassi si dimette.

    La caduta di Zappi contrario alla riforma

    Nonostante una denuncia che si rivela fasulla, l’inchiesta procede a passo spedito. Venerdì 19 settembre si incontrano a Roma nella sede della Federcalcio il presidente Gabriele Gravina, assieme, tra gli altri, al consigliere giuridico Giancarlo Viglione, per parlare del il Progetto PGMOL. Zappi e i rappresentanti degli arbitri presenti annunciano la contrarietà dell’AIA al nuovo organismo per le designazioni della Serie A e B, sotto diretto controllo delle Leghe e della FIGC, ma senza la partecipazione della loro associazione. Il 23 settembre il Procuratore Giuseppe Chinè chiede al CONI una richiesta di proroga nell’inchiesta su Zappi. Il 24 settembre viene diffuso un  comunicato stampa dell’AIA contro la PGMOL.

    Il 29 settembre Ciampi, audito nuovamente, cambia la versione e punta il dito questa volta contro Zappi così come farà anche Pizzi pochi giorni dopo. Le cose si mettono male per Zappi che era stato eletto alla guida dell’AIA alla fine del 2024 col 74 per cento di preferenze. Il 19 novembre gli viene nottificato l’avviso di conclusione indagini dalla Procura FIGC, il  15 dicembre l’atto di deferimento e il 12 gennaio il Tribunale Federale Nazionale lo punisce con 13 mesi inibizione confermati in appello a febbraio. Nel giro di tre mesi diventa di fatto ‘un uomo morto che cammina’. Il 19 febbraio l’appello ribadisce la condanna.  La celerià della giustiza sportiva è davvero encomiabile, almeno in questo caso. T

    Tanto che, un’ora dopo la sentenza che segna la decadenza di Zappi, la Figc comunica che si è svolta una riunione in cui il presidente della Figc Gabriele Gravina è tornato a sottolineare la necessità di creare una società indipendente (da chi?) partecipata al cento per cento dalla Federazione.

    Nota curiosa: sul sito della Figc, prima ancora dell’inizio dell’appello, era stata pubblicata la notizie del reclamo di Zappi respinto. Preveggenza.  A tutto questo va aggiunto che Zappi aveva proposto di interrompere l’incontrastato regno da cinque anni del designatore Gianluca Rocchi per portare al vertice Daniele Orsato. Fine della storia? No perché ce n’è un’altra che corre parallela a questa e della quale è doveroso dare conto almeno in termini sommari per capire in che groviglio di veleni arrivi questa riforma.

    Le presunte ‘bussate’ di Rocchi

    L’assistente arbitrale Domenico Rocca aveva denunciato nel maggio del 2025 presunte ingerenze del designatore Rocchi sulle decisioni degli ufficiali addetti al Var. Nell’esposto spiegava che Rocchi avrebbe bussato alla porta della sala Var di Lissone per indurli a intervenire su alcune situazioni potenzialmente da calcio di rigore, andando quindi ben oltre le proprie prerorogative.

    Il procuratore Giuseppe Chiné scrive, in un documento visionato da Giustiziami datato 29 luglio 2025, che “non sono emerse fattispecie di rilievo disciplinare” a carico del designatore.

    Ad ogni modo, sappiamo che nelle more dell’archiviazione del ‘caso Rocca’ le nuove disposizioni regolamentari deliberate dal Comitato Nazionale AIA e poi approvate dal Consiglio Federale FIGC hanno previsto, forse proprio per le presunte anomalie segnalate, che se Rocchi ritiene ora opportuno andare di persona a Lissone o mandare un collaboratore sempre con funzioni di supervisore VAR può farlo ma deve poi essere redatta una relazione sulle attività svolte da parte del responsabile della Can o di un suo componente.

    Manuela D’Alessandro

  • Crans e il mistero della chiamata scabrosa. Legali: ciliegina sulla torta di indagine assurda

    Avete presente le eterne discussioni sulle intercettazioni irrilevanti nei fascicoli italiani? Bene, ora tornate indietro di due decenni (o forse secoli) ed eccovi in Svizzera. Dove nel dossier sull’incendio di Crans Montana entra un documento che fa trasalire gli avvocati e che con il Constellation non c’entra assolutamente niente.

    Si tratta di un file audio. Una chiamata al 144, il numero delle ambulanze, nella notte del disastro. Inizia così: “Sono italiano. Sto seguendo una ragazza, a Verbier, perché sta scappando dalla casa in cui dormivo, quella di una delle famiglie più ricche d’Europa. Si comporta – prosegue il giovane – come se avessi fatto sesso con lei senza chiederglielo”. Sullo sfondo, si sente una ragazza: “Don’t follow me!”. 

    Lui crede di parlare con la polizia, in realtà ha chiamato l’equivalente del nostro 118. Fa il nome della famiglia arcinota nella cui casa – dice – si trovava insieme alla ragazza. “Eravamo nella sala cinema”, afferma, preoccupato ma apparentemente lucido, aggiungendo dettagli intimi. L’operatore lo stoppa: “Ha bisogno di un’ambulanza?”. “No, ma ho un grosso problema perché la ragazza dice che posso finire in galera”.

    Ora, spieghi il candidato perché la Procura di Sion non ha espunto questa telefonata dal gruppo delle 170 chiamate al numero svizzero 144.

    Spieghi poi perché a fronte della presenza di quell’audio manca invece nel fascicolo l’unico forse davvero rilevante. E cioè quello di Jessica Moretti che afferma di aver telefonato appena uscita dal locale. Era una telefonata ai pompieri, non alle ambulanze. E non risulta che le chiamate ai vigili del fuoco siano state messe a disposizione delle parti.

    “E’ davvero assurdo”, commenta un legale svizzero che non vuole essere citato. “Di tutte le follie di questo processo, potrebbe essere davvero la ciliegina sulla torta”, afferma un avvocato italiano.

    Quale sia la vera storia di quella chiamata è difficile dirlo. Il ragazzo avrà poi chiamato la polizia, come consigliato dall’operatore? Sarà vera la storia della violenza/non violenza? La ragazza ha denunciato? La scena si colloca davvero nella casa “di” quella famiglia? (da fonti aperte non risultano ne abbia, a Verbier). E’ in corso un’indagine sull’episodio, oppure no?

    Comunque, in situazioni analoghe, qualcuno avrebbe commentato: “Sono le toghe rosse, è la persecuzione giudiziaria, la solita intrusione nella vita privata altrui”. Ma qui parliamo di Svizzera, non di Milano.

  • L’omicidio di Rogoredo è colpa anche di un baco nella giustizia

    L’omicidio di Rogoredo è colpa anche di un baco nella giustizia

    “É una storia vestita di nero/ è una storia mica male insabbiata/ É una storia sbagliata”.

    Fabrizio De André l’aveva già scritta in pochi versi la storia di Carmelo Cinturrino e Abderrahim Mansouri. Ma c’è stato un momento in cui questa storia avrebbe potuto aggiustarsi e, se non ha svoltato, è stato per colpa di un enorme baco nella macchina della giustizia. Nel 2025 la giudice delle direttissime Gaetana Rispoli inviò alla Procura le motivazioni a una sentenza  nella quale assolse per fatti del 2024 un tunisino accusato di detenzione a fini di spaccio di cocaina per valutare “condotte penalmente rilevanti” proprio nei confronti del poliziotto del Commissariato di Mecenate.

    L’avvocata Debora Piazza, che assiste i familiari di Mansouri, ha scovato questo provvedimento quattro giorni dopo l’omicidio in via Impastato. Ed è sobbalzata quando ha letto che il Tribunale ritenne non si fosse “raggiunta la prova” su chi aveva la droga (2,5 grammi di cocaina) sequestrata dagli agenti e nelle motivazioni rilevò che, nel verbale d’arresto e nella successiva relazione della polizia giudiziaria, erano contenute “numerose affermazioni che non coincidono con quanto si può invece vedere dalle immagini delle telecamere di sorveglianza posizionate nelle zone d’interesse”. In particolare, “non sarebbe stato possibile per l’assistente capo Cinturrino notare la consegna di una banconota all’imputato da parte di un ipotetico acquirente (non identificato) poiché non solo era il guidatore della vettura della Polizia ma anche perché i movimenti dell’auto erano incompatibili con la predetta visione”. “Non corrisponderebbe al vero nemmeno che gli operanti sarebbero immediatamente scesi dalla vettura di servizio per inseguire i due soggetti”. “La scarsa attendibilità” è legata anche al fatto che nel verbale è riportato che il ventenne aveva una banconota da venti euro nella tasca della giacca ma dalla visione dei filmati del negozio “si nota chiaramente che il denaro rinvenuto era occultato all’intero della cover del telefono”. Anche l’azione di lanciare l’involucro di cocaina per disfarsene risulta “impossibile poiché le vetrine del locale, come inequivocabilmente si nota dalla visione delle immagini, sono oscurate dalla presenza di scaffali pieni di prodotti destinati alla vendita”.

    Insomma, a dire della giudice, uno scenario del tutto inverosimile quello narrato dal poliziotto delle cui presunte bugie si sarebbe dovuta preoccupare la Procura. E qui siamo di fronte alla porta girevole. Appreso della sentenza, i cronisti hanno chiesto alla Procura se sull’episodio fosse stata aperta un’indagine, com’era logico attendersi un anno dopo. Nulla. Vuoto. La denuncia non ci è nemmeno arrivata al quarto piano. Se fosse finita sul tavolo di un pm, ‘Abde’ sarebbe ancora vivo?

    Non c’è la certezza ma di sicuro un pubblico ministero ci avrebbe messo dentro il naso, a quelle carte, e forse avrebbe sentito un cattivissimo odore. E i suoi superiori, saputo che era indagato di falso, avrebbero potuto strappare Cinturrino dal contesto dello spaccio rendendo questa una storia sbagliata a metà.

    (manuela d’alessandro)