giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

“Scusi, sa dove si trova la settima sezione penale?”

Per anni della nuova segnaletica del Tribunale di Milano prevista in uno degli appalti coi fondi Expo per la giustizia non si è saputo nulla. Poi, vedi il caso, poco dopo l’esposto – denuncia di Anac, un’improvvisa primavera della burocrazia ha fatto spuntare in ogni dove cartelli, totem, targhe.

Un delirio cartografico con effetti esilaranti. Aule indicate più volte in modo ossessivo, la scritta ‘Samp’ (Sezione Autonoma Misure di Prevenzione) sulla porta dell’interistissimo giudice Fabio Roia, erroracci sui nomi dei magistrati (Nunzia Ciaravolo trasformata in Ciaravola). E ancora: procuratori generali in pensione da mesi (Carmen Manfredda, ma anche altri) onorati di una targa nuova di zecca, sigle messe senza logica (CR per Corte d’Appello, TR per Tribunale Ordinario e molto altro), cancellieri a cui è toccata una doppia targa su due piani diversi del Palazzo.

Va bene, abbiamo capito che li avete spesi questi soldi piovuti da Expo. E anche dove si trova la settima sezione penale.

(manuela d’alessandro)

Atti sulla Piastra, “il verbale truccato da Sala addirittura a casa sua”

Quello che potete vedere qui è uno dei 3 verbali che, secondo la Procura Generale di Milano, sono stati falsificati da Beppe Sala per salvare la gara della Piastra di Expo, un appalto da 272 milioni di euro per preparare la base dell’Esposizione.

Il documento spunta dai 6 faldoni di migliaia di pagine depositati con la chiusura delle indagini a carico tra gli altri  del sindaco di Milano, accusato di falso ideologico e materiale, proprio in relazione ai documenti sulla gara,  e turbativa d’asta per la procedura sulla fornitura di 6mila alberi da piantare tra i padiglioni.

E’ stato preso dalla Guardia di Finanza negli uffici della società in liquidazione il 17 marzo scorso su disposizione del pg Felice Isnardi che ha riacceso l’inchiesta in precedenza archiviata dalla Procura al culmine del violento scontro tra l’allora capo Edmondo Bruti e il suo vice Alfredo Robledo.  Nell’informativa finale delle Fiamme Gialle datata 12 aprile, viene riportata anche un’intercettazione dalla quale si desume che l’allora vertice di Expo avrebbe “addirittura” (i finanzieri sembrano stupirsi per il luogo poco istituzionale, anche per compiere un presunto reato) truccato i verbali nella sua abitazione di Brera. “Adesso Daniela li porta a casa dell’ad e domattina li porta in Bovisa (ndr, sede degli uffici della società)”.  Ecco come, in una telefonata intercettata del 31 maggio 2012, l’allora project manager per Expo, Simona Micheletto, parlando con Angelo Paris, anche lui ex manager Expo poi finito agli arresti in un’a ltraindagine, parlava, scrive la Gdf, della “nuova versione corretta dei verbali” sulla commissione giudicatrice della gara per la Piastra dei Servizi. Gli investigatori parlano di “condotte dai tratti marcatamente artificiosi finalizzate ad ovviare ad inequivocabili criticità sorte a margine della prima seduta pubblica della Commissione Giudicatrice”.

Dopo avere scoperto che due commissari erano incompatibili, già nella prima seduta della Commissione, Sala avrebbe siglato tre atti che annullavano i precedenti aggiungendo due commissari supplenti. Li avrebbe firmati a casa sua il 31 maggio 2012, ma la data sugli atti è del 17 maggio.

Tanti gli atti d’indagine nuovi sull’altra accusa a Sala, quella di avere stralciato la gara sugli alberi di Expo dall’appalto principale della Piastra nonostante il “parere contrario” di altri manager “preoccupati delle possibili conseguenze sulla tenuta e sulla regolarità del bando”.

Colpisce lo sguardo d’insieme su quello che è stato Expo dei finanzieri in un’altra recente informativa. “Rispetto ai plurimi argomenti trattati è stato rilevato quale fattore comune, e spesso distintivo, il ricorso ad alterazione e adeguamenti di procedura ad evidenza pubblica variamente, e a volte in modo inconciliabile, posti in essere da soggetti con ruoli di rilievo pubblico (…). Le condotte hanno determinato indubbi risvolti di natura economico – patrimoniale che, in questo caso, spesso hanno a loro volta innescato ricadute sui valori di finanza pubblica correlati all’esposizione”. (manuela d’alessandro)

Lo Stato ha paura dei libri in carcere, dopo Dell’Utri la Lioce

 

Marcello Dell’Utri e Nadia Desdemona Lioce. Due persone, entrambe detenute, molto diverse tra loro. Agli antipodi, insomma. Ma accomunate nella sorte da uno Stato che sembra aver paura dei libri. All’esponente delle cosiddette nuove Br che sconta due ergastoli per gli omicidi D’Antona e Biagi sono stati sequestrati libri e quaderni. All’ex senatore di Forza Italia condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa era stato imposto di poter tenere in cella solo un libro per volta.

La storia relativa a Nadia Lioce emerge perché la donna venerdì prossimo sarà processata per disturbo della quiete pubblica averno protestato tramite “battitura” sulle sbarre della cella, tipica manifestazione di protesta dei reclusi. E si è saputo dei libri sequestrati, nell’ambito, sembra di capire, dell’applicazione restrittiva oltre ogni limite dell’articolo 41 del regolamento carcerario.

Evidentemente non basta più neanche l’ergastolo ostativo. Chi sconta il carcere duro sembra non possa aver alcun diritto, nemmeno di leggere quando, quanto e come gli pare. Dell’Utri e Lioce sono detenuti noti che in qualche modo sono riusciti a farsi sentire attraverso chi li sostiene da fuori, familiari o amici. Altri reclusi sono costretti a subire in silenzio misure afflittive che non hanno senso che non sia quello di una vera e propria tortura, quantomeno psicologica.

E la tortura in Italia non esiste come reato. Una norma in via di approvazione è già stata definita da autorevoli giuristi largamente insufficiente. Per esempio non sarebbe servita a sanzionare adeguatamente la “macelleria messicana” di cui furono protagoniste le forze di polizia al G8 di Genova nel 2001.

Limitando e togliendo libri dalle celle lo Stato come minimo si accanisce ai danni di persone già private della libertà. Pochi giorni fa il presidente della Repubblica Mattarella aveva parlato contro la tortura. Ecco, tra lui e Napolitano dal Quirinale erano arrivati quattro provvedimenti di grazia per altrettanti responsabili del sequestro di Abu Omar, organizzato dalla Cia con la complicie dei servizi segreti italiani. Insomma il pesce puzza dalla testa.  (frank cimini)

 

“Milano addio, non credo più che sei diversa”, il pm Pellicano se ne va

“La vicenda Bruti/ Robledo mi ha profondamente segnato. Nonostante non fossi più giovanissimo, mi ha strappato dal mio mondo sognante. Avevo sempre coltivato un’ingenua e consolatoria idea di ‘diversità‘ della magistratura, che è stata spazzata via in pochi mesi. Lascio un Ufficio che mi piace meno di quello che avevo incontrato nel 2001; sarà il mio modo invecchiato di avvertire le cose “. Questa lettera è stata scritta e inviata ai suoi colleghi dal pm Roberto Pellicano prima di lasciare la Procura di Milano per quella di Cremona che guiderà. E’ un documento importante perché racconta il punto di vista sugli ultimi anni e su quello che è ora la Procura di un magistrato che abbiamo avuto modo di apprezzare per la sua autonomia di pensiero, oltre che per la rara gentilezza.

“Impossibile non provare un sentimento di profonda gratitudine e riconoscenza verso un Ufficio che mi ha insegnato gran parte di ciò che so, sul piano umano, prima che su quello professionale”, riconosce Pellicano nel rivolgere un saluto “al mio Ufficio, dotato di uno spirito e di una cultura non meno definiti di quelli individuali”. Nel commiato si fa più viva l’amarezza per la vicenda Bruti – Robledo appena temperata dal pensiero che forse è meglio aver perduto l’innocenza “perché idealizzare il fine del proprio lavoro può menomare il giusto approccio professionale”. Pellicano faceva parte del pool guidato da Alfredo Robledo che lamentò pesanti intromissioni per non far svolgere le indagini su Expo. “Continuerò comunque a fare ogni sforzo per respingere l’idea nichilistica, spesso conveniente, secondo la quale una decisione vale l’altra, e non invece che ve ne sia una sola da ricercare, quale giuricamente corretta”, è l’ultima promessa di Pellicano prima di chiudere la porta e possiamo sentire il suo grande sollievo.

(manuela d’alessandro)

Il nuovo atto d’accusa per Sala, “truccata la gara per gli alberi di Expo”

 

Una nuova accusa per Beppe Sala legata a 6000 alberi piazzati per ingentilire il percorso tra i padiglioni e un episodio inedito di presunta corruzione che avrebbe soffocato alla nascita la regolarità dell’appalto sulla Piastra di Expo vinto dalla ditta Mantovani. Questo ‘racconta’ l’avviso di chiusura dell’inchiesta sull’appalto più importante dell’Esposizione riaccesa con l’avocazione sei mesi fa da parte della Procura Generale. La prima indagine, campo di guerra nello scontro tra l’allora procuratore Edmondo Bruti Liberati e il suo vice Alfredo Robledo, si era conclusa  nell’autunno del 2016 con una richiesta di archiviazione. Ora l’esperto pg Felice Isnardi, prossimo alla pensione, vuole portare a processo il sindaco e allora commissario di Expo non solo per avere retrodatato due verbali, accusa già nota dal dicembre scorso, ma anche per il più grave reato di turbativa d’asta. Secondo il magistrato, l’appalto per il ‘verde’ sarebbe stato separato da quello per la Piastra e confezionato su misura per un vivaista lombardo dietro “pressioni” anche di esponenti politici della Regione.

Nonostante fosse sponsorizzato dalla ‘Sesto Immobiliare spa’, società che in cambio avrebbe ricevuto dalla politica la promessa di incarichi per affari importanti, il vivaista ‘Peverelli’ abbandonò l’impresa perché non era in grado di far fronte alle spese per la fornitura. Secondo l’accusa, quando l’appalto per gli alberi venne ‘staccato’ da quello principale si sarebbe dovuta riformulare la gara tenendo conto il valore delle piante di quasi 5 milioni di euro. Soldi che invece vennero spalmati su altre voci per lasciare inalterato il bando complessivo, determinando così la turbativa perché altre imprese che non avevano presentato offerte in quanto non competenti nel settore vivaistico avrebbero potuto partecipare alla gara per la Piastra. Alla fine, l’appalto è andato con affidamento diretto proprio alla Mantovani che già si era aggiudicata i lavori per l’infrastruttura di base dell’Esposizione con una maxi ribasso del 42% per 149 milioni.

Per questa tortuosa vicenda,Sala è accusato assieme agli ex manager di Infrastrutture Lombarde Pierpaolo Perez e Antonio Rognoni di avere turbato la gara “con mezzi fraudolenti”. Ma l’appalto sulla Piastra per i magistrati sarebbe già stato viziato alla nascita da un episodio di corruzione. L’architetto Dario Comini, nelle sue vesti di dipendente di Metropolitana Milanese spa e coautore del progetto esecutivo della gara, avrebbe rivelato dettagli della gara che sarebbero dovuto rimanere riservati alla società Mantovani e, in cambio, gli sarebbe stato conferito “un simulato incarico di prestazione professionale da 30mila euro”. Entro giugno i magistrati chiederanno il processo per il sindaco del Pd  che assicura di volere trovare in sé stesso le “motivazioni per andare avanti” nonostante l’”amarezza pensando a quanto ho sacrificato per Expo”. E quanto il Paese, sottolineando la presunzione d’innocenza per Sala, ha sacrificato al controllo della legalità per la necessità di far svolgere Expo visto che le indagini si fanno solo a ‘moratoria’ chiusa?

(manuela d’alessandro)

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