giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Il terrore del virus in carcere e il piano di emergenza

 

Una giudice di Milano bloccata all’ingresso di San Vittore perché ha la febbre e potrebbe essere infetta. L’immagine svela l’isolamento in cui versano le carceri italiane e in particolare quelle lombarde, coi detenuti ai quali sono state tolte le possibilità  di avere colloqui di persona coi familiari e di uscire, nemmeno per lavorare, se non con deroghe eccezionali. Per il momento non sono stati registrati casi di coronavirus. Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato di polizia penitenziaria, informa che “nelle carceri lombarde ci sono una ventina di persone in isolamento perché hanno la febbre, non il coronavirus, per una misura di cautela. A nessuna di loro è stato fatto il tampone, perché non ci sono i criteri che valgono per tutti. Ma quando avranno febbre alta e disturbi respiratori, non resterà che metterli in ospedale e avranno già probabilmente infettato i loro compagni”.

Tra esigenze di salute pubblica e anche di sicurezza, perché non è difficile immaginare subbugli dei reclusi se qualcuno di loro dovesse ammalarsi, gli istituti penitenziari affrontano un momento molto delicato. “L’epidemia arriva in una situazione già grave – spiega Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone private della libertà di Milano –  determinata  da due fattori: il sovraffollamento, con ottomila detenuti a fronte di una capienza di seimila in Lombardia, e i problemi particolari in tema sanitario che ci sono da sei-sette mesi. E’ successo che, per inadempimento di una legge regionale che ha imposto degli accorpamenti, siamo arrivati al punto che erano scaduti i contratti dei medici e non erano state fatte delle proposte per nuovi contratti. Quindi dei medici lavoravano senza contratto e altri non hanno più lavorato”.

Le regole per il coronavirus sono state dettate da un susseguirsi frenetico di decreti, raccomandazioni del capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e direttive di vario genere. Il problema è stato armonizzarle e metterle in ordine di gerarchia. “Non è che ogni direttore potesse scegliersi la normativa ritenuta più giusta, questo non è giustificato neanche dall’emergenza”,  osserva Maisto. Per le carceri milanesi all’inizio  la scelta era stata quella di lasciare la possibilità di colloqui visivi ai detenuti, mentre altrove, per esempio in Emilia Romagna, erano stati sospesi subito. Col decreto legge del 2 marzo, il governo ha stabilito che negli istituti  delle regioni che hanno comuni in ‘zona rossa’ i parenti non possono accedere alle carceri e i colloqui si fanno via telefono, via skype o con videochiamata.

Un’ interpretazione della disposizione ha fatto sì che questa questa possibilità non venisse concessa nelle carceri di massima sicurezza, come Opera. “Sono stata stamattina a Bollate – racconta l’avvocato Valentina Alberta – il cortile era pieno di gente che telefonava. Quello che non capisco è perché solo noi avvocati dobbiamo entrare con la mascherina, mentre gli operatori no. Allora che senso ha non fare entrare i parenti? ”. Nel frattempo, in Lombardia sono arrivate le tende per il triage a Opera, Bollate e San Vittore. Agli avvocati viene controllata la temperatura e sono sospesi gli ingressi dei volontari per evitare assembramenti. “Non vado in carcere da due settimane – afferma Juri Aparo, psicologo che dalla fine degli anni settanta ha seguito migliaia di carcerati col suo ‘Gruppo della Trasgressione’ – come volontario non posso, come operatore a Bollate potrei, ma non ci sono andato perché le attività di gruppo sono sospese. Quelli che mi chiamano, considerandomi alla stregua di un familiare, sono dispiaciuti, ma molto equilibrati, dimostrano di avere cognizione della realtà delle cose. Non posso assicurare che tutti abbiano queste stato d’animo. D’Altra parte se in carcere ci fossero dei casi di coronavirus le cose andrebbero ancora peggio”.  “I detenuti considerano corrette le prescrizioni – conferma Di Giacomo – meglio così che prendersi il virus. Certo, nel momento  in cui dovesse succedere ci sono anche persone irragionevoli che potrebbero dare vita a una rivolta. A questa eventualità non si è preparati. Al prefetto di Poggioreale ho chiesto di tenere pronto l’esercito. La polizia penitenziaria, in generale, non è abbastanza ”. L’avvocato Maria Brucale, attivista radicale, ha altre sensazioni: “A Opera viene concessa una telefonata in più del normale. Così si ovvia all’interruzione degli affetti? I detenuti sono isolati e spaventati, bisogna aiutarli”. Per rassicurarli,  i detenuti sono accompagnati in gruppi di 150 al teatro del carcere dove un’équipe di infettivologi spiega le modalità di trasmissione del contagio e i sintomi. E se il virus dovesse davvero ‘entrare’ negli istituti di pena cosa succederebbe? “Sarebbe una possibile tragedia”, dice Maisto, che però rassicura: “Un piano c’è, le zone di isolamento ci sono in tutte le carceri, anche se poi bisogna fare i conti anche con eventuali falle dall’esterno”. (manuela d’alessandro)

Spazzacorrotti, caos sui tempi di scarcerazione dei condannati

I magistrati di Milano divisi sui tempi di applicazione della pronuncia della Consulta sulla legge Spazzacorrotti.  Qualcuno, la minoranza, sta accogliendo subito le istanze degli avvocati che chiedono il ritorno alla libertà di chi stava dentro con una condanna a meno di 4 anni. La maggioranza invece, in particolare al Tribunale di Sorveglianza, ha deciso di rinviare la decisione a quando saranno pubblicate le motivazioni dei giudici costituzionali, dopo il comunicato che comunque ha tutti i crismi dell’ufficialità.  La questione potrebbe avere risvolti importanti se e quando saranno concessi eventuali risarcimenti per l’ingiusta detenzione.  Tra i primi a uscire, un detenuto condannato per corruzione. Il sostituto pg Antonio Lamanna ha accolto, nel suo caso, la richiesta di sospendere l’ordine di esecuzione della pena “vista l’interpretazione costituzionalmente orientata effettuata dalla Corte Costituzionale»,  ritenendo di “anticiparne gli effetti perché trattasi di pronuncia con effetti favorevoli al condannato in materia di liberta”. La Consulta aveva stabilito che è incostituzionale la retroattività della legge  voluta dal governo Lega – 5 Stelle che aveva reso arduo l’accesso alle misure alternative al carcere per i condannati ai reati contro la pubblica amministrazione, tra cui peculato, concussione e corruzione. Ora, col divieto di applicazione retroattiva della legge penale sfavorevole, così come scolpito dall’articolo 25 della costituzione, potranno uscire. Quando, almeno a Milano, non è chiaro.  (manuela d’alessandro)

Fratture in carcere, l’appello di Rosa Zagari per essere curata

“Vivo un calvario, qui non mi curano: aiutatemi”. Non riesce a camminare da oltre un anno, da quando si è rotta due vertebre nel carcere di Reggio Calabria scivolando dopo essersi fatta una doccia. Rosa Zagari, 44 anni, reclusa in stato di custodia cautelare a Messina con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, affida al suo legale un appello per chiedere non di uscire di prigione, ma di ricevere delle terapie adeguate. La sua vicenda, oggetto di una petizione nei mesi scorsi e segnalata dal garante nazionale dei detenuti, viene definita dall’ avvocato che la assiste, Antonino Napoli, “un caso di violazione dei principi fondamentali della dignità e della tutela della salute che non si possono attenuare solo perché una persona è detenuta”. Stando al racconto del difensore e agli accertamenti dei periti nominati dalla difesa, la donna non è mai stata trattata in modo adeguato in nessuna delle tre strutture penitenziarie in cui è stata, né a Messina, né a Reggio Calabria, né a Santa Maria Capua Vetere, dove si trova ora. L’avvocato Napoli ha chiesto più volte, finora invano, che un gip nomini un medico legale in grado di fare una diagnosi non di parte, mentre i familiari spiegano che la loro congiunta “ormai pesa 42 chili e la stiamo perdendo”. “E’ ridotta malissimo – sono le parole della sorella – mi ha detto che in carcere la prendono in giro sostenendo che finge. A gennaio è morta di dolore anche la mamma che si era spesa molto per farla curare”. 

 Ai domiciliari una prima volta nel 2016 per  l’accusa di favoreggiamento del latitante e compagno Ernesto Fazzalari, da cui poi è stata assolta, è finita poi in carcere nell’ambito di un’altra inchiesta. Dopo essere stata condannata in primo grado a otto anni per associazione a delinquere di stampo mafioso, è in attesa dell’appello. Ma è sulla sua storia clinica, e non sul merito delle accuse, che l’avvocato punta per portare avanti la sua denuncia: “A Reggio Calabria, un nostro ortopedico di fiducia, primario dell’ospedale di Locri, aveva notato che il busto era stato messo male e aveva prescritto una riabilitazione mai fatta. In seguito, la mia assistita  è stata trasferita a Santa Maria Capua Vetere dove non c’è un centro clinico e, quindi, anche lì nulla è stato fatto per curarla. Nel luglio scorso, sua sua richiesta, sono andato a trovarla e ho visto coi miei occhi che non era in grado di camminare, se non appoggiata a un’altra persona. Dopo varie istanze al Dap, siamo riusicti a farla trasferire al centro clinico di Messina, dove le vengono somministrati degli antidolorifici, ma nulla più. La certezza che abbiamo è che, a un anno dalla caduta, non cammina da sola, l’ho visto ancora una volta a fine dicembre. A un certo punto, mi hanno detto dal carcere che era un problema neurologico, non ortopedico. Un neurologo di nostra fiducia l’ha allora visitata e prescritto dei medicinali, che non le sono stati somministrati, e indicato degli esami, ancora non eseguiti. In carcere dicono che non cammini perché  è depressa, ma le vertebre sono rotte e come può non essere prostrata dopo le conseguenze fisiche dell’incidente e le mancate cure?”. Il gip di Messina, riferisce il difensore, “ha chiesto una relazione al centro clinico del carcere che difficilmente ammetterà di non prestarle le cure. Vorremmo solo una perizia di un esperto di fiducia del giudice che stabilisca la verità”. (manuela d’alessandro)

La ‘storica’ vittoria contro l’autovelox killer di viale Fulvio Testi

E’ la strada incubo  per gli automobilisti milanesi,  presidiata da due autovelox infallibili che trafiggono chi accelera oltre i 50 chilometri orari, non trattenendo l’impulso di lasciarsi andare in quella che appare una ‘prateria’ verso il cuore della città. Le multe sono ‘virali’, quasi impossibile farsele cancellare nonostante le proteste di massa.  A rendere l’entità della questione il dato – riportato dal quotidiano ‘Il Giorno’ – che nei primi 6 mesi del 2018 gli eccessi di velocità in questa via avevano portato nelle casse comunali 7,6 milioni di euro.   Questa volta però, una siepe che ingentilisce le traiettorie di cemento ha messo al tappeto i due ‘guardiani’ della velocità.  Il giudice di pace Cinzia Pandiani ha annullato il 23 dicembre scorso una multa inflitta all’avvocato Enrico Giarda, difeso per l’occasione dalla collega di studio Pia D’Andrea perché “le riproduzioni fotografiche relative al tempo dell’accertata infrazione mostrano la segnaletica stradale verticale coperta dalle fronde e dalle foglie dei rigogliosi cespugli posti al limite della carreggiata”. Una esuberante manifestazione ‘vegetale’ che rendeva “non visibile il segnale con l’avviso di controllo elettronico della velocità”. Il Comune ha provato a difendersi consegnando alla giudice delle foto in cui si vede che “siepi risultavamo regolate e la segnaletica era ben visibile” ma non ha precisato a quando risalissero quelle immagini. Nessun dubbio quindi che il verbale datato 19 novembre 2018 andasse stracciato.  Tantissimi i ricorsi respinti negli ultimi anni contro il contestatissimo rilevatore di velocità. Per dire, il giorno in cui l’avvocato Giarda si è visto annullare la multa, 29 ricorsi erano stati respinti, il suo l’unico accolto. (manuela d’alessandro)

La vera sconfitta della giustizia italiana è il Davigo pensiero

Chiunque mi conosce sa che non sono mai stato uno strenuo difensore della categoria professionale cui appartengo. Dopo oltre 30 anni che faccio questo mestiere ho imparato ad apprezzare il valore delle singole persone, indipendentemente dalla funzione che svolgono, credo forse di avere più amici tra i magistrati che tra i colleghi, perché continuo a pensare che quello che quotidianamente facciamo in tribunale, ognuno nei rispettivi ruoli, sia appunto un mestiere, e non una missione che ci divide in due “sette” esistenziali, inespugnabili e contrapposte.

Le recenti (ed ennesime) esternazioni gravemente offensive del dottor Davigo sulla figura dell’avvocato, con tutto quello che ne è conseguito a livello di “tifo”, non sono altro che il prodotto finale di una cultura becera che da troppi anni è stata fatta passare impunemente presso l’opinione pubblica e per la quale siamo un po’ tutti colpevoli.

Quella che per anni ha descritto ai non addetti ai lavori gli avvocati come dei furbastri che con metodi degni del peggior “azzeccagarbugli” lucrano sul crimine impunito contrastando con ogni “cavillo” il serio lavoro dei magistrati, unico baluardo impegnato a salvare il paese da una pletora di ladri.

Basta leggere le principali argomentazioni che hanno sorretto la recente approvazione della legge sulla prescrizione, dove il principale accusato era il legale, reo di interporre impugnazioni (previste per legge), al solo fine di consentire al proprio cliente di farla franca a discapito delle vittime dei peggiori misfatti.

O le modalità con le quali vengono quotidianamente date sui media le notizie di arresti preventivi o condanne provvisorie, in raffronto a quelle che attestano assoluzioni o scarcerazioni.

Ogni qualvolta un pm, che fino a prova contraria dovrebbe essere una “parte” processuale al pari del difensore, arresta chi ritiene sospetto di avere commesso un delitto, i titoli parlano di “killer catturato”, “banda sgominata”, “sistema di malaffare stroncato” e “decapitata la centrale del crimine”, mentre se per ipotesi un magistrato non riesce a scrivere in oltre due anni le ragioni per le quali ha appioppato anni di galera a un cittadino (anche al fine di consentirgli una legale rivalutazione della propria posizione), si grida allo scandalo per il mafioso o pedofilo (anche se ovviamente per la legge tale ancora non è), uscito vergognosamente di galera per scadenza termini.

Se una gigantesca costruzione accusatoria di una Procura frana miseramente al successivo vaglio del giudicante tutte quelle pagine di giornale che per mesi, e spesso anni, avevano sbattuto il mostro in prima pagina, ne riferiscono con malcelata compostezza preannunciando successivi gradi di giudizio.

Il risultato è che ormai per la gran parte degli italiani sarebbe auspicabile che i processi venissero fatti senza l’intralcio degli avvocati e che i codici di procedura si limitassero ad indicare ai magistrati il modo più spiccio per sbattere in galera l’arrestato di turno, perché, come ha sostenuto anche il citato dottor Davigo, gli imputati si dividono in due categorie: quelli che vengono condannati e quelli che riescono a cavarsela per mancanza di prove.

La vera sconfitta dell’attuale sistema penale italiano è questa, per mio conto. L’avere inculcato nei cittadini l’idea che il processo è una farsa se non si conclude con la condanna e che il lavoro di chi è chiamato a fare rispettare le leggi nell’interesse del proprio cliente sia non solo inutile, ma addirittura dannoso per la collettività.

Per questo avrei gradito leggere qualche intervento in più da parte dei magistrati che sanno benissimo che la loro delicata funzione trova un senso solo se continua ad essere tutelato al massimo il diritto di difesa, perché il giorno che dovessero finire per “farsi il processo da soli”, anche loro avranno cessato di esistere.

Avvocato Davide Steccanella