giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Le molliche di pane per la rondine prigioniera del Tribunale

 

 

“Era bellissima”. Quando l’hanno vista volare, gli impiegati dell’ufficio ‘Ritiro copie’ sono stati trafitti da un raggio di bellezza. Poi lei si è infilata in una crepa dello stanco Palazzo di Giustizia, dove il muro aveva ceduto, in un punto troppo alto per aiutarla a scendere. Sono rimasti col naso all’insù a scrutare ogni piccola oscillazione nel nido di cemento. Hanno chiamato i vigili del fuoco e quando sono arrivati lei è uscita a tradimento, volava e rimbalzava contro le vetrate del terzo piano. Carcere a vita. I vigili se ne sono andati come i medici che dicono che non c’è più nulla da fare. Era venerdì e loro  hanno deciso di lasciarle una fila di molliche di pane sul davanzale con a fianco un cartello destinato a chi vuole mettere sempre tutto in ordine. “Si prega di non buttare  niente. C’è una rondine che non riesce a uscire dal Palazzo”. Da allora non l’hanno più vista. Oggi qualcuno diceva: “C’è una cosa nera nel buco. E’ lei, è morta”. (manuela d’alessandro)

Presunto basista assolto per via Palestro, per la prima volta Spatuzza smentito

E’ la prima volta che una sentenza di merito da’ torto al collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, l’ex mafioso di Brancaccio le cui rivelazioni hanno riscritto la storia dell’attentato al giudice Paolo Borsellino e di molti altri capitoli firmati da Cosa Nostra.  La Corte d’Assise di Milano, presieduta da Guido Piffer, ha assolto per non aver commesso il fatto Filippo Marcello Tutino dall’accusa di strage per essere stato quasi 22 anni fa il basista della strage di via Palestro. L’indagine che aveva portato a un mandato di arresto a suo carico nel 2014 firmato dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Paolo Storari era scaturita dalle rivelazioni del pentito, autoproclamatosi “autore di oltre 40 omicidi”, il quale aveva identificato Tutino come l’uomo che prelevò Spatuzza assieme a Francesco Giuliano alla stazione di Milano, partecipò al furto della Fiat Uno e poi la imbottì di esplosivo.

“Nel merito è la prima volta che Spatuzza viene smentito”,  spiega l’avvocato Flavio Sinatra che ha difeso Tutino, in passato legato al clan dei Graviano. “In un’altra occasione, la Cassazione aveva annullato senza rinvio la condanna all’ergastolo per la strage di via dei Georgofili inflitta al boss Francesco Tagliavia, accusato da Spatuzza”.

In attesa delle motivazioni, è evidente che i giudici non hanno ritenuto riscontrate, diversamente da quanto sostenuto dal pm Storari, che si è battuto con toni molto accesi con l’avvocato Sinatra, le affermazioni ribadite da Spatuzza anche in aula. Il difensore aveva sottolineato la stranezza per Cosa Nostra di affidarsi per un incarico così delicato a un uomo considerato “instabile” e “inaffidabile” dai Graviano che lo avevano cacciato da Palermo e trasferito a Milano per la sua indisciplina. “Finalmente qualcuno mi ha creduto”, ha detto Tutino, per il quale era stato chiesto l’ergastolo, al suo avvocato. L’imputato ha voluto assistere alla sentenza in videocollegamento dal carcere di Opera dove è detenuto per altre vicende, fiducioso in un verdetto a lui favorevole. (manuela d’alessandro)

Via Palestro, le scuse di Spatuzza a Milano

 

 

 

Poliziotto eroe salva ristoratore dalle fiamme
Si ritrova sotto accusa per averlo insultato

Ha salvato una vita mettendo seriamente in pericolo la propria. Per spegnere le fiamme innescate per protesta da un ristoratore in crisi, ha preso fuoco. Un atto di coraggio avvenuto un anno fa a Monza. Il gesto non gli evitato un’indagine penale innescata proprio da quell’episodio. Di più, assurdo nell’assurdo: l’inchiesta è nata dalla denuncia presentata dall’uomo salvato dalle fiamme grazie al suo intervento.

A fine febbraio 2014, Carlo De Gaetano, ristoratore, si dà fuoco per protestare contro la costruzione di barriere anti r  umore davanti al suo ristorante in viale Lombardia, a Monza. Cosparge di benzina una coperta, accende e ci sale sopra. Intervengono il comandante della polizia stradale di Seregno, Gabriele Fersini, e un agente, Lorenzo Lucarini, che nel tentativo di fermarlo rimangono a loro volta avvolti dalle fiamme. La scena è terrificante, come mostrano queste immagini: www.youtube.com/watch?v=GEJT0bmjDww

Fersini e Lucarini se la cavano, ma con lesioni serie. Nella concitazione del momento, con il corpo ustionato, il comandante della Stradale pronuncia una frase rabbiosa nei confronti di De Gaetano: “Mettete le manette a quel c.”. Bene, qualche giorno dopo De Gaetano denuncia Fersini e Lucarini per ingiuria, minacce e violenza. Il pm di Monza Giulia Rizzi apre un fascicolo come “atto dovuto” e per non tralasciare nulla al caso, a settembre scorso interroga i due agenti, come prevede la norma, con un avvocato. Nei mesi scorsi, chiede poi l’archiviazione dell’inchiesta. Per l’agente Fersini si è trattato comunque di uno choc ulteriore. “Siamo abituati a stare dall’altra parte del tavolo, abbiamo messo a repentaglio la nostra vita per salvarne un’altra, ritrovarci formalmente sotto accusa è stato durissimo”, ci racconta. Il tutto mentre veniva proposta la promozione dei due agenti per meriti speciali.

Nel frattempo, un’altra inchiesta andava avanti, quella a carico dell’autore del gesto incendiario. Il 20 febbraio 2016 De Gaetano sarà giudicato a Monza per tentato omicidio nei confronti di Lucarini e di lesioni gravissime ai danni di Fersini. “Se dovessi ricevere anche un solo euro lo darò in beneficienza ma porterò anche a cena i miei figli. A loro avevo detto che uscivo di casa e che sarei tornato nel giro di mezz’ora. Invece a casa mi hanno rivisto solo dopo 9 giorni di ospedale”.

Perché Adriano Sofri non è considerato una ‘persona normale’

Colpevole o innocente che fosse, a Adriano Sofri non basta aver scontato la pena e pagato il suo conto con la giustizia per essere trattato come una persona normale. Ad altri protagonisti di quel tentativo di rivoluzione fallita è andata anche peggio, molto peggio, ma ciò non deve impedire la critica più radicale possibile contro la gazzarra reazionaria e forcaiola scatenata contro l’ex leader di Lotta Continua da uno schieramento che va da ‘Il Giornale’ al ‘Fatto Quotidiano’.

A Sofri si chiedeva semplicemente di interloquire in tema di riforma penitenziaria, lo stesso dove negli anni lui aveva dato un contributo rilevante anche a livello scientifico con varie pubblicazioni e interventi. S’è scatenato una sorta di diluvio universale e Sofri ha deciso di rinunciare a partecipare a una riunione in cui avrebbe espresso il suo pensiero.

E’ la conferma, questa storia, di un paese pieno di garantisti ma a senso unico, ognuno solo per i suoi amici. E’ la conferma, questa storia, di un problema irrisolto. Se la Germania fatica ancora a fare i conti con il nazismo e gli Usa con il Vietnam, l’Italia ha sempre un nodo irrisolto che la politica non ha voluto sciogliere avviando una riflessione seria e profonda sulle ragioni per cui tanti anni fa in migliaia presero le armi per dare l’assalto al cielo. La politica allora delegò tutto ai pm e ai giudici e poi non ha voluto più interessarsene. Per cui ogni due per tre quella storia ritorna. E puntualmente si ritirano fuori le offese alle vittime, ai loro parenti, come se fossimo in una repubblica islamica.

E dentro quella storia, che di recente Rai Uno ha usato per santificare il commissario Calabresi, ce n’è un’altra dove è inutile aspettare una risposta a una domanda, a meno di non voler credere che sia stato il freddo, era il 15 di dicembre dopotutto, a uccidere Pino Pinelli in questura. La “giustizia” ci ha detto chi uccise il commissario, ma non ci dirà mai come morì l’anarchico fermato e trattenuto illegalmente. Due pesi e due misure con cui siamo costretti a fare i conti ancora oggi. E a Sofri è impedito di dire la sua su cos’è il carcere nel 2015. Perché puntuali si scatenano gli anatemi, “terrorismo”, “anni di piombo”. Viene in mente la vignetta di Altan: “Sono finiti gli anni di piombo… tornano i vecchi familiari anni di m….” (frank cimini)

Aula bunker di Opera incompiuta da 19 anni, indaga la Corte dei Conti

 

E infine è arrivata la Corte dei Conti a indagare sull’aula bunker del carcere di Opera in costruzione da 19 anni e non ancora ultimata. In questa storia di giganteschi ritardi anche la magistratura contabile, nel suo piccolo, ha tentennato prima di aprire un fascicolo per appurare se la collettività abbia subito danni.

Mesi fa la Procura Generale aveva presentato un esposto alla Corte dei Conti che ora ipotizza il reato di ‘danno erariale da opera incompiuta’.  Forse non è ancora troppo tardi per spiegare come diversi milioni di euro siano stati investiti in un cantiere senza fine per realizzare un mostro di cemento  attaccato a una delle carceri più grandi in Italia. Soldi e risorse inghiottiti in un progetto più volte cambiato in corso destinato a ospitare maxi processi molto meno frequenti rispetto al remoto 1996, anno in cui la struttura  venne concepita.  La Procura Generale aveva inviato un dossier anche alla Procura che, almeno stando a quanto a noi noto, sembra non avere ancora avviato accertamenti. Del resto, se reati vi fossero, sarebbero con ogni probabilità già prscritti.

Un nostro sopralluogo a marzo aveva svelato un cantiere fatiscente, il cui aspetto più desolante erano le gabbie in cui i detenuti dovrebbero attendere le udienze, in violazione se non della Convenzione di Ginevra almeno della dignità: sotto il livello del suolo, in una bolgia oscura senza finestre. Erano ancora indietro anche i lavori per le stanze che dovrebbero ospitare di notte i magistrati durante le camere di consiglio, loculi, alcuni dei quali senza finestre e bagno, dove difficilmente le toghe vorranno riposare per meditare sulle sentenze.

Il Provveditore regionale alle opere pubbliche, Pietro Baratono, ci aveva assicurato che  a luglio l’opera sarebbe stata consegnata alla giustizia milanese. Vigileremo. (manuela d’alessandro)

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