giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

La morte di Sasà nel carcere di Modena raccontata dalle carte giudiziarie

 

NDR e ABS. Alla voce “anamnesi personale”, nella copia sbiadiata del diario clinico di Salvatore “Sasà” Piscitelli, sono annotate due sigle. Una sta per “niente da rilevare”. L’altra significa “apparente buona salute”, come spiegano i medici che in carcere lavorano. L’aggettivo BUONO si intravede anche nella casella “esame obiettivo”.  Molti altri riquadri sono in bianco, vuoti.

Le 21 pagine della prima ricostruzione ufficiale

Un anno dopo le rivolte – e la morte di Sasà e altri dodici detenuti – vengono alla luce gli atti contenuti nel sottofascicolo aperto dalla procura di Modena, i risultati degli accertamenti effettuati dalla pm Lucia De Santis prima di spogliarsi della competenza e di ripassare l’inchiesta alla procura di Ascoli, da dove le era arrivata. Sono solo 21 pagine, le prime di fonte giudiziaria. Ma forniscono informazioni inedite, offrono spunti, alimentano dubbi. Sulla ultime ore di  Sasà raccontano una storia diversa da quella ricostruita e denunciata da almeno sette compagni di viaggio e di detenzione. Sembra un altro uomo, un quarantenne sano e in forze, senza problematiche particolari, senza bisogni urgenti. E’ morto, qualche ora dopo l’incontro con un medico, la compilazione (parziale) del diario clinico, le sigle e  gli aggettivi tranquillizzanti.

«Decesso presso il carcere di Ascoli»: lapsus della pm?

Il 23 marzo 2020, due settimane dopo la morte di Sasà Piscitelli, la pm modenese scrive alla direzione del carcere di Ascoli Piceno, dove nella notte tra l’8 e il 9 marzo il quarantenne era stato portato assieme a 41 compagni. Chiede di riferire le condizioni del detenuto all’arrivo in istituto, le circostanze del decesso, le attività di verifica dell’eventuale possesso di psicofarmaci, medicinali o stupefacenti, la documentazione medica sullo stato di salute nel tempo passato nella struttura. Nell’intestazione della richiesta la pm colloca la morte «presso la casa circondariale di Ascoli Piceno». Non sa che Sasà è deceduto in ospedale, come sostengono nella città marchigiana? O il suo è un banale errore di compilazione oppure un laspus?

Le cose che la direttrice non può sapere

La direttrice, Eleonora Consoli, si prende qualche settimana per raccogliere e comunicare le informazioni richieste. Risponde alla pm il 14 maggio. Precisa che il detenuto Salvatore Piscitelli è morto alle 17.25 presso l’ospedale civile di Ascoli Piceno, non in carcere. Riferisce che era arrivato in istituto alle 00.25 del 9 marzo 2020 assieme ad altri 41 ristretti, «tutti provenienti dalla casa circondariale di Modena, in quanto avevano partecipato ai disordini/rivolta avvenuti all’interno dell’istituto di Modena l’8.3.2020».  Non chiarisce come facesse lei a sapere che i nuovi giunti fossero stati coinvolti nelle azioni di protesta e di devastazione, se non richiamando genericamente il provvedimento con cui il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria ha disposto i trasferimenti e d’urgenza. Lo dà per scontato.  Però nel verbale da lei allegato alla relazione, l’ultima pagina del suo rapporto, il compagno di cella di Sasà sostiene una cosa diversa. Il quarantenne, garantisce Mattia, non aveva aderito alla rivolta.

Il compagno: «Sasà non ha preso parte alla rivolta»

Mattia Palloni è uno dei cinque ragazzi che a novembre sottoscriveranno un esposto – choc, per denunciare pestaggi, abusi, torture. Sulla morte di Piscitelli viene sentito la prima volta, con la formula delle dichiarazioni spontanee, non a ridosso del decesso del compagno, ma a quasi due mesi di distanza. Il  2 maggio, messo di fronte a due assistenti e a un sovrintendente della polizia penitenziaria, non è molto loquace. Pare intimidito. Sostiene che lui e Sasà non presero parte alla sommossa di Modena. All’inizio avevano deciso di rimanere nella loro cella, condivisa. Poi furono costretti a uscire, perché la sezione era stata invasa dal fumo, provocato dall’incendio di suppellettili e arredi. Rassicurato il personale sanitario e un agente rimasti chiusi dentro un ambulatorio, sempre stando alle dichiarazioni spontanee di allora, entrambi raggiunsero il piazzale e altri reclusi. Qui un altro carcerato, sconosciuto, passò a Sasà  una bottiglia di metadone (prelevato dall’armadio blindato dell’infermeria, aperto con la chiave e non forzato, o forse presa dal tavolo usato da due infermiere per preparare le dosi da distribuire). Mattia cercò di non farlo bere. Non ci riuscì. E il compagno, inghiottita il liquido, restituì la bottiglia al fornitore.

Un medico solo per visitare 42 detenuti?

La direttrice, tornando all’arrivo al carcere di Ascoli, conferma l’avvenuta perquisizione e l’immatricolazione di Sasà. Scrive alla pm che alle 2.30 viene sottoposto alla visita di primo ingresso dal medico di turno del Servizio integrativo assistenza sanitaria, Simone C. In quella notte non ordinaria è presente un solo dottore, lui, posto di fronte a una impresa titanica: sottoporre ad accertamenti sanitari di base 42 detenuti e non detenuti qualunque, bensì i ragazzi e gli uomini in arrivo da un carcere devastato da una sommossa, dopo una razzia di litri di metadone e di una gran quantità di psicofarmaci.  «A molti di noi – renderanno poi noyo gli autori dell’esposto di novembre  – non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee». Per verificare le condizioni di Sasà, con trascorsi di tossicodipendenza e un fisico provato, il medico ci mette 15 minuti: dalle 2.30 alle 2.45, almeno stando all’appunto sul diario clinico. Alle 3.00 il detenuto in “apparente buona salute” viene collocato nella cella 52 del secondo piano, lato sinistro, reparto marino.

Per 10 ore nessuna notizia del detenuto in agonia

Per più di 10 ore su Sasà non ci sono annotazioni della direttrice. E’ come se sparisse, da notte fonda al primo pomeriggio. La colazione non gli è stata portata? E le sue medicine, le benodiazepine richiamate nel diario clinico alla voce “terapia in corso”? Gli agenti del turno 8/14 e il personale sanitario non hanno mai guardato dentro la cella 52? La relazione della direttrice riprende il filo, dopo questo vuoto totale, alle 13.20. A quell’ora, scrive alla pm,  «il ristretto non risponde agli stimoli del personale di polizia penitenziaria addetto alla vigilanza». Viene chiamato il medico di guardia Sias, Cristiano M.D.V, in servizio dalla prima mattinata.

La chiamata al 118 e l’arrivo dell’ambulanza

Il dottore capisce che la situazione è gravissima, sollecita l’intervento del 118 e gli inietta una fiala di Narcan (indicato poi con Naloxone) per “sospetta overdose di metadone”. Arriva  l’equipe esterna, con il dottor Ihaab A. L’ambulanza con a bordo Sasà, diretta d’urgenza all’ospedale civile di Ascoli, lascia il carcere alle 15.15. Una seconda lettiga carica un altro recluso “modenese” che ha bisogno di assistenza specializzata. Alle 17.25 il dottor Guido G. constatata e certifica la morte del detenuto Piscitelli, giunto e trattenuto al pronto soccorso in «stato di coma avanzato da verosimile intossicazione da farmaci».

La testimonianza del medico del carcere

«Mi sono attivato subito – dice adesso il dottor M.D.V, al telefono – appena gli agenti mi hanno chiamato in sezione. No, Piscitelli non avevo avuto modo di vederlo prima. Erano arrivati in più di 40, da Modena. Quando sono entrato in cella – riferisce – sembrava che dormisse. Ho provato a svegliarlo, ma non ha riaperto gli occhi. L’overdose di metadone non è così semplice da diagnosticare e su di lui non avevo informazioni.  Gli ho fatto una iniezione di Narcan, poi l’ho affidato al personale del 118.   Non è morto in carcere.  Il detenuto – ripete – è uscito dall’istituto ancora vivo. So che è deceduto in ospedale, dopo. Sono stato convocato dal magistrato, come testimone. Ho raccontato tutto questo, documentato. Non c’è un’altra verità».

Mai scritti – e non distrutti  – i nulla osta ai trasferimenti

La direttrice Consoli mette nero su bianco un’altra informazione. Piscitelli e i 41 compagni sono stati trasferiti d’urgenza nel suo istituto, «senza essere accompagnati da nessun fascicolo e/o altro documento».  Perché? Lei,  ecco il punto, non può avere contezza diretta del motivo. Però, senza dichiarare la fonte, scrive che «è andato tutto distrutto» nella rivolta. E’ vero per le carte redatte a Modena prima della sommossa. Non vale per gli atti successivi. All’arrivo ad Ascoli mancano altri documenti, quelli che per legge i medici avrebbero dovuto compilare dopo le violente azioni di protesta e prima delle traduzioni: i certificati delle visite effettuate a Modena e i nulla osta sanitari con l’ok al viaggio dall’Emilia alle Marche. Questi attestazioni non sono mai state scritte. I medici tenuti a redarle si sono giustificati dicendo che è mancato loro il tempo di provvedere, vista la situazione drammatica e l’alto numero di persone da assistere.

Ordine e sicurezza prima della salute

Non si fa riferimento ai nulla osta sanitari  mancati nemmeno nel provvedimento con cui il provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria ha disposto lo sfollamento dei  42 detenuti “modenesi” destinati ad Ascoli. A firmare l’ordine di trasferimento – il pomeriggio o la sera dell’8 marzo, in un orario non indicato – è Silvia Della Branca. Il carcere emiliano è in gran parte distrutto, inagibile. Decine e decine di reclusi devono avere una sistemazione alternativa e in fretta, visto che sta facendo notte. La funzionaria motiva la disposizione con esigenze di ordine e sicurezza. Il  poliziotto penitenziario a capo della scorta, quello che dovrebbe avere con sé i nulla osta sanitari al viaggio, per iscritto viene invitato a sorvegliare in modo adeguato i detenuti per impedire tentativi di evasione, anche con appoggi esterni, e «altri inconvenienti di qualsiasi natura che possano compromettere il regolare svolgimento della traduzione». Dalla casa di reclusione di Modena sono usciti parecchi detenuti in overdose e a tarda sera si sono contati tre morti, i primi di nove. Però in queste disposizioni non c’è alcun riferimento alle possibili condizioni di salute dei trasportati, né all’opportunità di avere medici al seguito e neppure alla necessità di dotarsi almeno di farmaci antagonisti salvavita.

Come stava davvero Sasà?

Sasà durante il viaggio cade in uno «stato di torpore», come dirà il 2 maggio il compagno di cella, Mattia. Il dottor Simone C., il medico che lo visita nel carcere di Ascoli o che attesta di averlo visitato, non lo rileva o non lo annota. Nel diario clinico sono più le parti in bianco di quelle compilate. NDR, ABS  e BUONO certificano condizioni di salute non preoccupanti. Le carte non spiegano se sia o no al corrente del furto di metadone e di psicofarmaci e delle overdosi in serie, nel carcere di provenienza. Quello che si vede è che non ha riempito lo spazio per registrare eventuali “lesioni all’ingresso” né le caselle riservate a “sintomi fisici e psichici di intossicazione in atto da sostanze stupefacenti” e “sindrome di astinenza in atto”. Le ha barrate con una riga, senza compilare altri campi né registrare parametri di base (ad esempio pressione, frequenza cardiaca, temperatura, auscultazione dei polmoni). In compenso, dopo la visita lampo, per Sasà ha valutato come “alto” il rischio di suicidio.

Versioni opposte sulle ultime ore di vita

Il vuoto dalle 3.00 alle 13.20 nella relazione inviata  dalla direttrice alla pm di Modena verrà colmato dalle lettere denuncia spedite in estate da due detenuti e dall’esposto di fine novembre 2020  firmato da  Mattia Palloni e altri quattro compagni,  ascoltati dalla procura emiliana a dicembre. «Sasà – concordano, con accuse tutte da dimostrare, diventate oggetto di indagine  – è stato picchiato prima, durante e dopo il viaggio. Stava malissimo ed era debole, non riusciva a reggersi in piedi. Ad Ascoli è stato trascinato fino alla sua cella e buttato dentro come un sacco di patate. La mattina del 9 marzo il compagno di stanza ha chiesto inutilmente aiuto e più volte. Nessuno è accorso ad aiutare Sasà. Si è sentito un agente pronunciare: “fatelo morire”». Sempre secondo i reclusi – testimoni, che non hanno competenze mediche e che non disponevano di strumenti diagnostici, il quarantenne sarebbe «morto in cella, portato via con un lenzuolo quando era già freddo». I medici con cui Piscitelli è stato a contatto, come detto, raccontano e certificano altro: il decesso in ospedale.

L’inchiesta è tornata nelle Marche

L’inchiesta è tornata nelle Marche, con i magistrati chiamati ad esaminare anche un esposto firmato dall’associazione Antigone, già presente nell’inchiesta modenese come persona offesa. Dagli uffici giudiziari interessati  – procura di Ascoli e procura generale di Ancona – non escono notizie né aggiornamenti. La sola indicazione fatta filtrare un paio di settimane fa, veicolata da un criptico servizio del tg Rai regionale, allude a una autopsia bis  (sulle carte e sui campioni e gli organi prelevati, poiché la salma di Sasà è stata fatta cremare “causa Covid”) oppure alla rilettura degli accertamenti post mortem alla luce delle omissioni, dei pestaggi e degli abusi denunciati dai compagni di viaggio e di cella. (lorenza pleuteri – per la foto si ringrazia la cooperativa teatrale Estia)

 

 

 

Tra pm e tribunale pace ridicola toppa peggio del buco

Prima scatenano la guerra sulla sentenza di assoluzione del caso Eni-Nigeria dicendone di tutti i colori a carico degli interlocutori poi cercano di fare marcia indietro con una riunione che partorisce un comunicato “di pace”. È la storia degli ultimi giorni dei rapporti tra la procura e il Tribunale di Milano.

”La giurisdizione milanese ha sempre rispettato e valorizzato i principi costituzionali del giusto processo e dell’obbligatorietà dell’azione penale, della funzione del pm come organo di giustizia che dunque non vince e non perde i processi ma in conformità alle norme li istruisce” si legge nella nota a firma del presidente del Tribunale Roberto Bichi cofirmata dal procuratore Francesco Greco dal presidente della sezione misure di sorveglianza Fabio Roia dal numero uno dei gip Aurelio Barazzetta e dagli aggiunti Maurizio Romanelli e Eugenio Fusco.

Insomma questi signori in toga vorrebbero farci credere che non era accaduto nulla. Una riedizione di quanto gridava il mitico Everardo Della Noce durante latrasmissione “Quelli che il calcio”. “… ma alla fine non è successo niente”.

Eppure la mitica procura che fu di Mani pulite aveva spedito ai colleghi di Brescia competenti a indagare sui magistrati di Milano le parole di un testimone largamente inattendibile secondo il quale due avvocati patrocinatori di Eni  Nerio Diodà e Paola Severino ex ministro della giustizia avrebbero avuto “accesso” al presidente del Tribunale Marco Tremolada.

Brescia archiviava senza fare iscrizioni al registro degli indagati e senza interrogare nessuno. D’altronde si trattava di cosa senza fondamento. Ma proprio per questa ragione la mossa della procura era stata gravissima. E infatti il presidente Bichi aveva preso una posizione netta mettendo nero su bianco la parola “insinuazioni”.

Adesso arrivano i tarallucci e vino, la voglia di metterci una pietra sopra al fine di evitare ulteriori imbarazzi. Ma resta che la procura si era mossa come il classico elefante in cristalleria. Nonostante il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale in sede di requisitoria con grande onestà avesse affermato “qui sia chiaro non c’è la pistola fumante”. La richiesta di condanna poggiava su una sorta di prova logica nell’ambito del cosiddetto rito ambrosiano nato con Main pulite.

I giudici hanno deciso di assolvere e non si tratta certo del primo processo in tema di corruzione internazionale in cui la tesi dei pm di Milano è stata sconfitta. Anche se il comunicato congiunto quello della “pace” dice di non voler sentire di processi vinti e persi. La toppa è peggio del buco.

(frank cimini)

Libera anarchica Cerrone dopo 9 mesi di galera gratis

È stata scarcerata ieri sera senza alcun obbligo da rispettare a livello cautelare l’anarchica Francesca Cerrone accusata di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo, arrestata in Spagna estradata in Italia e trattenuta in cella dal Tribunale del Riesame. A dicembre dell’anno scorso la Cassazione annullava l’ordinanza di arresto rinviando gli atti al Riesame per una nuova udienza ma impiegando oltre tre mesi per depositare le motivazioni.
E in questo modo si è arrivati alla svarcerazionela scarcerazio e senza imporre alcun obbligo. Al momento dell’arresto Cerrone era stata indicata come una sorta di pericolo pubblico numero uno insieme ad altri quattro anarchici. Anche loro ricorrevano al Riesame che manteneva l’accusa e il provvedimento restrittivo. La Cassazione a novembre decideva di annullare le ordinanze e di farle riesaminare dal Tribunale di Roma. Anche in questo caso la riserva dei giudici della Suprema Corte si allungava fino a quattro mesi. Ora ci sono le motivazioni affinché si svolga una nuova udienza.

La Cassazione ribadisce che non basta la mera adesione ideologica ma c’è bisogno di  azioni e contributi concreti per sostenere l’accusa di terrorismo. I giudici per esempio “rimproverano” il Riesame per aver sopravvalutato l’accensione di alcuni fumogeni durante un sit-in davanti al carcere di Rebibbia in solidarietà con i detenuti alle prese con l’emergenza Covid.

La Cassazione inoltre ridicolizza i giudici di merito che si erano aggrappati persino al potenziale sovversivo della musica in occasione del festival hiphop.

Dalle motivazioni della Cassazione, e non è la prima volta, emerge che le procure e i giudici territoriali praticano una sorta di emergenza infinita che mette a rischio fortemente il diritto al dissenso. Del resto l’indagine bolognese condotta dal pm Dambruoso era stata del tutto azzerata dalla Suprema Corte. E anche lì si trattava di manifestazioni a favore dei detenuti con mascherine e rispetto delle distanze.

E bisogna ricordare che nella relazione annuale dei servizi di sicurezza sia l’operazione di Bologna “Ritrovo” sia quella romana “Bystrock” erano state presentate come successi investigativi nonostante i ribaltamenti della Cassazione che in questi ultimi giorni si sono ulteriormente concretizzati. Anche se i giornaloni non ne parlano. In pratica sono fermi al giorno degli arresti alle conferenze stampa degli inquirenti e all’estradizione di Francesca Cerrone altro “successo”. (frank cimini)

 

 

 

 

 

Strage del Sant’anna le tesi “assolutorie” della procura

Strage del Sant’Anna, atto secondo
Ecco le tesi “assolutorie” della procura

Un anno dopo, dopo le rivolte che hanno incendiato decine di galere e la morte di tredici detenuti, dalla richiesta di archiviazione per otto decessi “modenesi” emergono altri passaggi destinati a far discutere. La sicurezza della casa di reclusione di Modena, anche a sommossa cessata e ad allarme rosso rientrato, è stata la priorità. E se il numero di croci è salito a nove, quando l’istituto non era più fuori controllo, la colpa non può essere addebitata a nessuno, se non ai reclusi stessi. Hanno rubato o distribuito metadone e psicofarmaci, ingerendone in quantità. Li hanno nascosti nelle mutande o nelle tasche. Non se ne sono liberati. Il carcere veniva prima, prima di ciascun uomo. Questa almeno sembra essere la tesi della procura, un pugno allo stomaco. Testualmente, a fronte della perdita di nove vite, le pm titolari delle indagini scrivono: «E’ evidente che l’esecuzione di perquisizioni personali a carico dei detenuti al momento del loro ingresso in cella non sia finalizzata a tutelare colui che fa ingresso ed evitare che porti con sé beni che possano nuocere alla sua stessa salute (nello specifico metadone) ma sia al contrario giustificata da motivi di sicurezza, ossia dalla necessità di evitare situazioni di pericolo capaci di mettere a repentaglio l’ordine e la sicurezza dell’istituto».
Alì Bakili probabilmente viene visitato una prima volta l’8 marzo, a sommossa in corso, e poi il 9 marzo. La dottoressa di turno la prima sera non si ricorda di lui, il collega del giorno dopo sì. Degli accertamenti sanitari e delle cure c’è traccia su due schede, redatte non si sa esattamente da chi (in un punto della richiesta di archiviazione si parla di personale 118 e in un altro punto di volontari) e con non meglio specificate imprecisioni. L’uomo resta fuori dagli sfollamenti e dai trasferimenti, fatali per quattro persone. La mattina del 10 marzo l’uomo è trovato senza vita nella cella numero 21, divisa con un compagno. E’ morto da ore. Anche lui ha ingerito metadone e farmaci, certifica l’autopsia, affidata alle sole consulenti della procura. Questo e non altro, è la loro delle anatomopatologhe, ha causato l’epilogo tragico. Le ecchimosi che ha sul corpo vengono spiegate nel solito modo, come per le altre vittime: se le sarebbe procurate da solo «presumibilmente» durante la rivolta, forse abbattendo un cancello o magari scalando un muro come un ragno (paragone scritto negli atti). Ma come è stato possibile che avesse sostanze letali a disposizione? Perché non gli sono state tolte, se le aveva addosso lui? Oppure, se le ha rimediate, come ha fatto? Dove le ha trovate? Le risposte date dai “custodi” e dalla procura lasciano senza fiato, perché parlano di una persona che era nelle mani dello Stato. «Nessuna responsabilità può ravvisarsi in capo a soggetti terzi in relazione al decesso di Bakili Alì: egli ha consapevolmente assunto metadone e altri farmaci, ad di fuori di qualunque controllo medico, assumendo il rischio di complicanze come quelle che effettivamente si sono verificate. Nessuna responsabilità può essere attribuita ai sanitari che hanno visitato il paziente in data 8 e 9 marzo 2020, né al personale della casa circondariale che ha organizzato e diretto le fasi del rientro dei detenuti nelle celle, posto che l’exitus è stato determinato da una condotta consapevole e intenzionale del detenuto (ritenuto evidentemente in grado di conoscere gli effetti della poliassunzione di oppioidi e medicinali e di poter far libere scelte in una istituzione totale), non controllabile da parte di soggetti terzi che, comunque, non avevano alcun obbligo giuridico (e qui ci sarà da discutere) di prevedere e impedire tale condotta». I detenuti riportati in cella (i pochi rimasti, dopo i trasferimenti in massa) non sono stati perquisiti, non nelle fasi più convulse e drammatiche. La procura giustifica anche questo, “assolvendo” pure la polizia penitenziaria. «Occorre evidenziare – scrivono le pm a capo delle indagini – come la scelta di non effettuare perquisizioni sia stata determinata dalla necessità di convincere gli ultimi rivoltosi, che ancora non avevano acconsentito a rientrare nelle proprie celle, a consegnarsi alle forze di polizia, evitando così un’irruzione del personale di polizia penitenziaria, a cui sicuramente (e chissà da che cosa viene dedotto) sarebbe seguito un vero e proprio scontro con i detenuti, pronti ad opporre resistenza attiva pur di mantenere il controllo della posizione conquistata». Alì Bakili muore. Non è l’ultimo. Il pomeriggio del 10 marzo viene constatato il decesso di Lofti Ben Mesmia, spirato da ore o forse da minuti (i pareri raccolti divergono e il medico del 118 che ha accertato la morte viene sentito «dopo molti mesi»). Non si muove. Dalla bocca gli esce bava marrone, come il compagno di cella dice a un assistente di passaggio, richiamando l’attenzione. Le carte evidenziano che durante la rivolta si era accaparrato sostanze letali, tenute nei boxer. Spiegano che il decesso è avvenuto dopo il rientro in cella, la sera prima, a sommossa rientrata. Confermano la presenza di piccole ecchimosi non letali. Per Lofti manca il racconto di quando, dove e da chi sia stato visitato (perlomeno nella richiesta di archiviazione, una sintesi degli atti prodotti dalla procura). La certezza dichiarata è che sia morto per overdose e che, anche per lui, «nessuna responsabilità possa ravvisarsi in capo a soggetti terzi».

(lorenza pleuteri)

Carceri, anatomia della strage del Sant’Anna

Modena, carcere Sant’Anna, piazzale esterno, 8 e 9 marzo 2020. Lo scenario è da «medicina da campo di guerra», senza precedenti in tempo di pace. Una dottoressa dichiarerà a verbale di aver visitato in un paio d’ore una quarantina di detenuti reduci dalla sommossa e dai roghi, il che fa tre minuti a testa e sempre che non si siano state pause anche brevissime tra un paziente e l’altro. Parma, notte tra l’8 e il 9 marzo. Una collega spigherà agli investigatori non aver potuto verificare in presenza le condizioni di salute di sedici ragazzi appena arrivati, alcuni dei quali con problemi evidenti all’ingresso, perché si erano addormentati in cella e le celle di notte si possono aprire solo in situazioni particolari. Li ha “visitati” dai corridoi, guardando dentro le celle. Ed era sicura che fossero tutti vivi, perché all’accensione della luce erano stati disturbati e si muovevano. Ancora Modena, 8 marzo. Medici e infermieri attivati per la maxi emergenza, con l’istituto fuori controllo e 546 detenuti presenti e potenzialmente bisognosi di cure, non hanno con sé abbastanza dosi di farmaci necessari per contrastare le overdosi di metadone e psicofarmaci. Si devono far portare altre confezioni da un pronto soccorso. Alessandria, un’ora all’alba del 9 marzo. Tra il malore di un detenuto appena giunto, la chiamata d’emergenza e l’arrivo di una ambulanza medicalizzata, a supporto di una dottoressa della casa circondariale, passano 40 minuti.
Un anno fa, durante e dopo le rivolte scoppiate in decine di carceri italiane, morirono tredici reclusi. Dopo dodici mesi di indagini – e di silenzi e indifferenza – per otto delle vittime della strage viene notificata la richiesta di archiviazione delle indagini firmata dalla procura di Modena, destinata ad essere formalmente contrastata dai legali del Garante dei detenuti, da Antigone e da un padre. Otto dei 9 carcerati “modenesi” – si sostiene – sono stati stroncati dalle conseguenze provocate dall’ingestione di metadone associato a psicofarmaci, senza alcuna concausa, senza azioni di terzi o omissioni (o perlomeno con omissioni, come il mancato rilascio di nulla osta scritti ai trasferimenti, che vengono giustificate dalla procura con lo stato di necessità e il contesto emergenziale). Analoga richiesta era stata presentata a Bologna, dove pende un’ opposizione già formalizzata. Da Rieti, dove i morti sono stati tre, tutto tace. Idem da Ascoli e da Ancona, le due città dove potrebbe essere finito il fascicolo sulla fine tragica di Salvatore Sasà Piscitelli, palleggiato tra Marche ed Emilia Romagna. Le indagini modenesi sui reati commessi dai rivoltosi sono ancora in corso, così come quella su maltrattamenti, abusi e torture denunciati da almeno nove scampati (due denunce formali iniziali, due lettere con firme oscurate, un esposto con cinque sottoscrizioni della prima ora). Quest’ultima e l’inchiesta madre, sugli otto morti, sembra non siano state incrociate («Procediamo separatamente, perché un conto sono gli ipotetici maltrattamenti e un altro conto i decessi», ha spiegato il procuratore capo pro tempore).
La richiesta di archiviazione delle indagini presentata al gip Modena, aperta contro ignoti e rimasta tale, in 76 pagine racconta le ultime ore di vita di Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Slim Agrebi (spirati l’8 marzo, il primo giorno della rivolta) Alì Bakili e Lofti Ben Mesmia (trovati senza vita il 10 marzo), Ghazi Hadidi (deceduto il 9 durante il trasporto a Trento, soccorso troppo tardi alla fermata di Verona), Artur Iuzu (morto in una cella del carcere di Parma, il 9), Abdellha Rouan (accasciatosi all’arrivo alla casa circondariale di Alessandria, sempre il 9). Una strage senza precedenti. L’epilogo di una rivolta che la procura ritiene sia stata «evidentemente» predeterminata, basandosi su tempi e modalità della protesta.
Le prime 25 pagine di testo (e le fotografie dei reparti inagibili e delle postazioni assaltate) servono per ricostruire le drammatiche fasi della rivolta, l’assalto alle infermieri e la razzia di metadone e psicofarmaci, la distribuzione di flaconi e pasticche come se fossero caramelle, il metadone bevuto a canna, le devastazioni e gli incendi, infermiere e medici barricati in stanze ammorbate dal fumo. Un crescendo drammatico Una situazione senza precedenti, ad altissima tensione. Per ricomporre il quadro la procura si basa sulle autopsie (tutte fatte solo dai consulenti della pubblica accusa, senza consulenti delle persone offese, nominati successivamente), sulle analisi tossicologiche, sulle relazioni e sulle dichiarazioni di agenti e graduati della polizia penitenziaria e di operatori sanitari del carcere ed esterni. I detenuti sentiti a verbale sono pochissimi.
Gli agenti hanno sparato in aria (dicono loro) per evitare evasioni e contenere i disordini, però il “particolare” non è stato dichiarato nelle informative al Parlamento e omesso dalle poche persone che qualche dichiarazione iniziale la fanno. Il metadone era presente in grande quantità (pari a 18 flaconi da 1,25 litri ciascuno). Ma non è strano, non secondo il personale medico e la procura. Era quello necessario per garantire due mezze giornate di terapia ai detenuti cui era prescritto. Ed era conservato correttamente, così si legge, con le modalità previste dalla linee guida della regione Emilia Romagna (che però non prevedono l’eventualità di rivolte e i rischi connessi) e accorgimenti supplementari.
Nelle pagine successive vengono trattati i diversi scenari (decessi in carcere durante le rivolte, gestione sanitaria degli scampati, morti in cella dopo le rivolte e morti a seguito delle traduzioni), approdando a conclusioni simili per tutte le otto vittime. L’overdose (spiegata in termini di effetti letali sull’organismo) è l’unica causa individuata. Sui corpi sono stati trovati segni di ecchimosi e contusioni, ma si esclude che possano aver contribuito a provocare i decessi. Sarebbero stati lasciati da azioni fatte dai detenuti durante le azioni di protesta o a precedenti tentativi di suicidio. Al detenuto morto sulla strada per Trento, Ghazi Hadidi, mancavano due denti, Aveva problemi odontoiatrici, da tempo. Ma non è stato chiarito dove e come abbia perso uno o entrambi. Ha preso qualche colpo in faccia? O già non li aveva? Il trauma al viso non è considerato in alcun modo influente sulla morte. Una dottoressa si ricorda che aveva già un dente rotto(non saltato via), però non sa dire quale.
Il capitolo centrale è quello sulla gestione sanitaria dei detenuti, che a Modena erano 546. La descrizione della ore di massimo allarme è pesante, dura, drammatica. Forse per la prima volta si percepisce in quali condizioni si siano trovati ad operare medici, infermieri e volontari, costretti ad occuparsi di decine di persone in pericolo di vita e in un contesto delicato, come è quello carcerario. Sono stati colti impreparati, anche loro? Hanno fatto tutto il possibile, come sostiene la procura? Ci sono state sottovalutazioni? La necessità di salvare vite, è la risposta data dall’inchiesta, ha prevalso su tutto. L’ordinamento penitenziario impone che siano da sottoporre a visita medica i reclusi da trasferire (con un nulla osta sanitario da consegnare al caposcorta), chi arriva in carcere, coloro che sono coinvolti in azioni i cui la polizia penitenziaria usa la forza (pratica ammessa in determinate circostanze). Nelle carte della procura sintetizzate dalla richiesta di archiviazione (carte che rimandano ad atti ponderosi e con contenuti più ampi) non è indicato il numero di medici e infermieri schierati per reggere l’onda d’urto dei carcerati (e del personale del penitenziario con problemi da salute) da visitare e curare. Si legge che è stato attivato il protocollo delle maxi emergenze 118 (senza riferimenti a piani specifici per emergenze in ambito carcerario) e che vengono allestiti due posti medici avanzati., due tendoni attrezzati per il triage, per i primi accertamenti, per la stabilizzazione e per l’osservazione dei pazienti. Si attesta la presenza di volontari della Croce rossa e della Protezione civile, sempre senza indicare il numero(che potrebbe essere riportato negli atti integrali, quelli che la procura deve depositare e mettere a disposizione delle parti). La situazione è paragonata a quella della “medicina da campo di guerra”.
Dal carcere devastato e incendiato vengono portati fuori detenuti sballati, in stato comatoso, cianotici, con le pupille ristrette e altri sintomi da intossicazione da oppiacei e psicofarmaci. Sotto i tendoni e nei letti disponibili tutti non ci stanno. Vengono adagiati e assistiti sull’aiuole e sull’asfalto. La priorità è scongiurare tragedie. La ventilazione manuale o in maschera supportano la respirazione. La somministrazione di antidoti contrasta gli effetti del metadone. Ma non ci sono abbastanza dosi per tutti. Occorre farsi mandare altri farmaci antagonisti da un pronto soccorso. E per le persone più gravi viene disposto l’accompagnamento in ospedale. Non c’è nemmeno il tempo – afferma la procura, facendo proprie le spiegazioni dei sanitari – di chiedere il nome e di identificare i reclusi presi in carico (senza documenti addosso e con i fascicoli dell’ufficio matricola distrutti), di registrare le visite, redigere via libera ai trasferimenti. «E’ evidente come in tale contesto di criticità – si rimarca – non è stata prodotta alcuna documentazione scritta che potesse avere valore di nulla osta al trasferimento», perché compilarlo avrebbe sottratto energie e minuti «preziosissimi per assistere quante più persone possibili».. La situazione d’emergenza non consente nemmeno, non nelle prime ore, di procedere alla registrazione degli interventi sanitari effettuati. La procura ritiene lo stesso che ci sia la prova (anche se dovrebbe chiamarsi prova quella che si acquisisce in giudizio e non nelle indagini preliminari) che tutti i detenuti siano stati visitati, come d’obbligo.. Alcuni sono stati visitati due volte, si dà atto. Ghazi Hadidi, ad esempio. Si era ripreso, dopo un doppio giro di controlli. Si è allontanato da un tendone dei soccorritori fumando una sigaretta. A Verona è arrivato morto, nell’ultima cella di un furgone della polpenitenziaria. L’autista e i sei agenti di scorta hanno detto di non aver percepito nulla di anomalo, in quanto i carcerati a bordo – moribondo compreso – «erano in silenzio, poiché stavano presumibilmente dormendo». I compagni di viaggio non sono stati interrogati (o perlomeno non è annotato nella richiesta di archiviazione). C’è invece un detenuto che ha deposto di averlo visto durante la sommossa con le tasche piene di farmaci e una bottiglia di metadone in uno zaino.
Ma quanto sono durate le visite mediche pre trasferimenti? E quanto sono state approfondite, compatibilmente con la situazione e la necessità di salvare vite? Una dottoressa, parlando dei detenuti portati in barella nel posto medico avanzato riservato alle urgenze, dice: «In un paio d’ore ne avrò visitato circa una quarantina». Tre minuti a controllo, più o meno. Nessuno, tra loro e tra gli altri passati dal tendone nelle ore successive, «presentava lesioni da aggressioni fisiche». Alla fine, tra i carcerati rimasti a Modena e tra i 417 portati altrove, si conteranno nove cadaveri.
A Parma la storia lascia l’amaro in bocca. Sedici detenuti “modenesi” arrivano alle 22.30. Tutti vengono perquisiti, per verificare che non abbiano addosso metadone o altro. I quattro che presentano sintomi «evidenti da abuso di sostanze (occhi semichiusi, rallentati nelle reazioni, alcuni con eloquio incerto)sono collocati in celle diverse, assieme a compagni che stanno bene. Poi uno peggiora , soccorso dal personale e fatto portare in ospedale. Un’ora dopo il cessato allarme, alle 2 di notte, la dottoressa di turno si ricorda che si sono i nuovi giunti da visitare, come previsto dall’ordinamento penitenziario. Ma si tratta di persone pericolose e in più dormono già e i protocolli per il Covid complicano tutto. La dottoressa, è scritto nei atti, effettua le visite dall’esterno delle celle. Guarda dentro le stanze dal corridoio, dopo aver fatto accendere le luci. Si vede perfettamente, annota la procura, perché le porte blindate sono aperte e ci sono solo i cancelli a sbarre tra controllante e controllati Lei deduce che siano tutti vivi e che non abbiano bisogno di cure urgenti, perché si muovono, disturbati dalle lampade e dalle voci . Uno alza la testa, per riappisolarsi subito. La dottoressa, finito il giro, in una mail garantisce al suo referente: «Ho sinceramente fatto del mio meglio». Sono le 2.39. Quattro ore più tardi il compagno di cella esce dal bagno e si accorge che Artur Iuzu non respira o respira male. «I sanitari giungevano sul posto immediatamente». Troppo tardi, anche per lui.
(Lorenza Pleuteri)