giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Moro per sempre… codici usati come proiettili

La procura di Roma non demorde cambiando di nuovo l’accusa nella vicenda relativa al sequestro dell’archivio informatico di Paolo Persichetti. Siamo approdati al quinto capo di incolpazione dall’8 giugno il giorno del sequestro. Il pm Eugenio Albamonte di Magistratura Democratica torna a contestare il favoreggiamento di latitanti, ipotesi già bocciata lo scorso 2 luglio in sede di riesame insieme all’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo.
Il pm ha presentato una richiesta di incidente probatorio sulla quale dovrà decidere il giudice delle indagini preliminari che rigettando analoga richiesta da parte della difesa aveva bacchettato la procura osservando che non c’era un capo di incolpazione minimamente delineato.
Siamo ai codici, penale e di procedura penale, utilizzati come proiettili contro la ricerca storica indipendente e lo stato di diritto nel silenzio complice di quasi tutti i media e della politica.
Sembra una storia senza fine. L’avvocato Francesco Romeo difensore di Persichetti replica al pm accusandolo di sequestrare per cercare il reato e non come dovrebbe essere di sequestrare perché c’è un reato. Il legale insiste anche sull’impossibilità di contestare il favoreggiamento di latitanti in relazione a fatti per i quali Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono sono già stati condannati all’ergastolo tra i responsabili della strage di via Fani e del sequestro dell’onorevole Aldo Moro.
Persichetti avrebbe trasmesso per posta elettronica a Casimirri e Lojacono atti della commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro. Questi documenti erano stati etichettati come riservati da Giuseppe Fioroni presidente della commissione nonostante fossero destinati alla pubblicazione come parte della relazione a distanza di soli due giorni.
Nell’indagine avviata dal pm Albamonte, sotto il coordinamento del procuratore capo Michele Prestipino, Fioroni è stato sentito come testimone di accusa. Tutta questa storia è frutto di un gioco di sponda tra procura, procura generale che aveva riaperto la caccia ai misteri inesistenti del caso Moro e la commissione parlamentare non rinnovata in questa legislatura ma che continua a far sentire il suo peso.
Il problema è politico. Sotto inchiesta in realtà c’è la ricerca storica indipendente e il lavoro della procura con il sequestro dell’archivio impedisce di fatto la pubblicazione del secondo volume della storia delle Brigate Rosse “Dalle fabbriche alla campagna di primavera” di cui Persichetti è coautore insieme a Marco Clementi e Elisa Santalena. Il 17 dicembre è fissata l’udienza in cui il gip dovrà decidere sull’istanza di dissequestro. Va ricordata la recente circolare del Pg di Trento Giovanni Ilarda mandata anche al Pg della Cassazione in cui si chiedono criteri e pratiche uniformi a livello nazionale nel senso che in caso di sequestro di contenuti di pc e cellulari gli inquirenti una volta estratta la cosiddetta copia forense devono restituire tutto. A Persichetti non è stato ridato indietro niente dopo aver preso persino la certificazione medica del figlio diversamente abile.
(frank cimini)

“Mani pulite per chi non c’era” Leggete ma sappiate che…

“Tangentopoli per chi non c’era”, 174 pagine a 15 euro, editore Nutrimenti, scritto dal bravo cronista de Il Giorno Mario Consani. Leggetelo ma sappiate che… La corruzione c’era anche prima del 1992 quando le procure, in testa quella di Milano (e c’era già Santo Francesco Saverio Borrelli) facevano finta di non vederla. Per accorgersene nel mitico 1992 con una politica indebolita alla quale le toghe saltarono al collo per riscuotere il credito acquisito ai tempi della madre di tutte le emergenze quando iniziò l’opera di ridimensionamento della Costituzione a vantaggio di una Carta materiale adeguata alle leggi varate contro la sovversione interna.
Fu uno scontro tra le classi dirigenti del paese, in cui la politica scelse di suicidarsi abolendo l’immunità parlamentare sotto la forma dell’autorizzazione a procedere e consegnandosi ai magistrati ai quali anni prima aveva dato troppo potere delegando loro completamente “la lotta al terrorismo”.
Sappiate che Mani pulite godette di buona stampa, ottima direi, perché gli editori dei giornaloni trovandosi sotto lo schiaffo del mitico pool appoggiarono l’inchiesta per farla franca, usando l’espressione cara a Pierbirillo Davigo. Fu un do ut des un accordo corruttivi nel nome della lotta alla corruzione.
I grandi imprenditori italiani prima si misero d’accordo con i politici per fare i soldi e poi con i giudici per non andare in galera. I poteri forti in primis quello economico finanziario ne uscirono indenni. Fiat, Mediobanca tanto per non fare nomi. “Nel caso il dottor Di Pietro decidesse di fare un giro dalle parti di via Filodramnatici io lo accompagnerei volentieri” disse l’avvocato Giuliano Spazzali al tele processo Cusani. Di Pietro quel giro ovviamente non lo fece.
L’unico grande imprenditore investigato a fondo ebbe guai perché costretto a fare politica direttamente a causa dei debiti delle sue aziende. Lui che all’inizio dimostrò di averci capito molto poco appoggiando l’inchiesta che era “il nuovo” come lui del resto. E dopo 30 anni è ancora lì ma sempre e solo per un motivo, tutelare la sua roba.
Pure la procura di Milano è ancora lì ma come un ufficio allo sbando dilaniato da guerre interne e da processi persi dopo aver puntato le proprie carte su testimoni di accusa improbabili. In attesa di un “Papa straniero” e del trentesimo anniversario di una grande farsa dove l’inchiesta che avrebbe dovuto rivoltare il paese come un calzino ebbe come uomo simbolo un magistrato che viveva a scrocco degli inquisiti del suo ufficio. Prosciolto a Brescia sulla base di un comunicato dell’Anm che per la prima volta nella sua storia si schierò con l’indagato. Ovviamente fu anche l’ultima. (frank cimini)

Innocenti in galera, il libro nero di Stefano Zurlo

“La lettura di questo libro di Stefano Zurlo dovrebbe essere resa obbligatoria per l’accesso agli esami di magistratura perché nulla quanto una sequenza di errori funesti avverte i giudici sui pericoli del potere” scrive l’ex pm Carlo Nordio nella prefazione di “Il libro nero delle ingiuste detenzioni, edizioni Baldini+Castoldi, 191 pagine, 18 euro. Nordio aggiunge che il lavoro di Zurlo, cronista del Giornale, “dovrebbe sempre stare accanto ai codici sullo scranno del giudice naturalmente a maggior ragione sul tavolo dei pubblici ministeri”.
Dal 1991 al 2020 i casi di innocenti in galera sono stati 29659 in media poco più di 998 l’anno. Il tutto per una spesa gigantesca da parte dello Stato per risarcimenti, oltre 869 milioni di euro. E per spiegare “la fragilità del nostro apparato” Zurlo racconta storie di prigioni di pochi giorni o di molti anni, ambientate al Nord come al Sud con protagonisti famosi o illustri, sconosciuti, trasversali alle classi sociali: Jonella Ligresti, Edgardo Mauricio Affe’, Antonio P., Diego Olivieri, Pietro Paolo Melis, Paolo Baraldo, Ciccio Addeo, Angelo Massaro, Giuseppe Gulotta.
Circa trentamila persone sono finite in cella e poi sono state assolte. Sono i numeri di una fisiologia in un sistema malato. Inutile parlare di patologia per mettersi a posto con la coscienza.
Le ingiuste detenzioni macchiano come una brutta malattia la quotidianità della giustizia. Giuseppe Gullotta ha passato in galera 21 anni prima che saltasse fuori la verità: non c’entrava niente con l’assassinio di due carabinieri. La confessione gli era stata estorta con una sequenza agghiacciante di vessazioni, umiliazioni e torture. In Italia si, è vero si tortura e va ricordato che non esiste una legge adeguata per sanzionare la tortura come reato tipico del pubblico ufficiale.
Pietro Paolo Melis è stato in galera 18 anni e mezzo per sequestro di persona sulla base di una intercettazione coperta dal rumore di fondo, la voce che si sentiva non era la sua. Angelo Massaro è stato scambiato per un criminale e confinato in prigione per 21 anni a causa di una frase captata dalle cimici in cui accennava alla moglie che non avrebbe accompagnato il figlioletto all’asilo perché impegnato nel trasporto di qualcosa di pesante. Una pala meccanica. Per gli inquirenti invece il carico sarebbe stato costituito da un morto ammazzato.
Jonella Ligresti: “Sono stati mesi anni di sofferenze terribili. Una condanna in primo grado per falso in bilancio e aggiotaggio informativo. Poi gli atti passarono da Torino a Milano. Assolta dopo otto anni. Sbattuta in carcere per una ragione che non sono mai riuscita a capire. In carcere il mio frigo personale era il bidet l’ambiente più fresco per conservare gli alimenti perché scende l’acqua fredda”.
La figlia di Ligresti chiederà l’indennizzo per ingiusta detenzione, ma saranno briciole spiega rispetto a quello che ha sofferto.
“Nella mia Venezia prima di irrogare una grave condanna – ricorda Nordio – i giudici venivano ammoniti con una frase rimasta celebre, ‘Ricordatevi del povero fornaretto’ – conclude Nordio – Si trattava di un salutare avvertimento a rievocare in scienza e coscienza il caso di un garzone giustiziato e poi trovato innocente”.
(frank cimini)

L’addio di Greco alla mitica procura, storia Amara

Domani davanti all’aula magna del triplice resistere di Borrelli “come sulla linea del Piave” il procuratore Francesco Greco desiste con il brindisi di addio per andare in pensione nel momento più difficile della storia della procura che fu di Mani pulite e nella consapevolezza che stavolta con ogni probabilità “passerà lo straniero”.
Per la prima volta da tempo immemore il nuovo procuratore arriverà da fuori Milano. Non sarà un magistrato interno al palazzo costruito dal Puacentini. Il cosiddetto “Papa straniero”. Greco lascia dopo aver visto 57 magistrati del suo ufficio rivoltarsi contro di lui dando solidarietà a Paolo Storari e di fatto impedendone il trasferimento dopo che aveva consegnato i verbali di interrogatorio dell’avvocato Piero Amara all’amico Piercamillo Davigo membro del Csm voglioso di vendetta nei confronti dell’ex alleato Ardita.
Una storia davvero Amara, amarissima, e che non fa benissimo come nello spot del famoso liquore. Mezza procura è indagata a Brescia e serve a poco che per il procuratore in uscita per quiescenza sia stata chiesta l’archiviazione in relazione alla tardiva iscrizione nel registro degli indagati delle persone chiamate in causa da Amara. Loggia Ungheria. Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro i pm del processo Eni finito con una raffica di assoluzioni rischiano il rinvio a giudizio. Così pure l’aggiunto Laura Pedio. Greco e Davigo sono alle denunce reciproche.
Ma al di là dei risvolti penali c’è una procura da tempo allo sbando dove il procuratore per il modo in cui aveva organizzato l’ufficio aveva concentrato su di de critiche lamentele e proteste. Che sono diventate di pubblico dominio con la fine del processo Eni quando Storari scrisse in risposta a Greco un messaggio molto chiaro: “Francesco non prendiamoci in giro”.
L’ex mente finanziaria del pool Mani pulite ha avuto un fine carriera senza gloria. E mentre si avvicina a grandi passi il trentesimo anniversario del terremoto politico giudiziario sarebbe meglio per tutti chiedersi se pure quella fu vera gloria. Una ragione ci sarà se allora arrestarono a destra e a manca per rivoltare l’Italia come un calzino e ora si arrestano tra loro. La corruzione c’era anche prima del 1992 e le procure in testa Milano avevano fatto finta di non vederla. Poi improvvisamente la scoprirono perché la politica si era indebolita al punto da poter essere aggredita per riscuotere il credito acquisito dai magistrati ai tempi della madre di tutte le emergenze. Quando Francesco Greco era stato un giovane magistrato rivoluzionario militando in una pattuglia minoritaria ma combattiva che dall’interno di Md si opponeva alle leggi e alle pratiche dell’emergenza. Una emergenza che non è mai finita diventando prassi normale di governo. E con Francesco Greco ormai uomo di potere. Si nasce incendiari e si muore pompieri. Ma per fortuna non vale per tutti. Per tanti si, purtroppo.
(frank cimini)

Steccanella: decreto per non restare beceri e vendicativi

Il consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue 343/2016 sulla presunzione d’innocenza e che aveva già ricevuto il parere positivo delle commissioni Giustizia di Camera e Senato e del CSM (con la sola opposizione dei consiglieri Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita).
Molto critico Il Fatto Quotidiano che ne dà notizia sotto la voce “Giustizia e impunità”, e parla di “bavaglio a PM e forze dell’ordine”.
Sotto accusa l’articolo 3 che prevede che: “Il procuratore della Repubblica mantiene personalmente i rapporti con gli organi di informazione esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa“, e più in generale, laddove si stabilisce che: “la diffusione di informazioni sui procedimenti penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrono altre rilevanti ragioni di interesse pubblico” e che tali informazioni debbano essere fornite: “in modo da chiarire la fase in cui il procedimento pende e da assicurare, in ogni caso, il diritto della persona sottoposta a indagini e dell’imputato a non essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata“.
Viene anche criticata l’aggiunta, rispetto alla bozza di agosto, in base alla quale: “è fatto divieto di assegnare ai procedimenti pendenti denominazioni lesive della presunzione di innocenza” nonché la previsione di cui all’articolo 2 che fa divieto “alle autorità pubbliche di indicare pubblicamente come colpevole la persona sottoposta a indagini o l’imputato fino a quando la colpevolezza non è stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili”.
Si stigmatizza il fatto che eventuali violazioni comportino “l’obbligo di rettifica della dichiarazione resa con le medesime modalità” su richiesta dell’interessato, pena, in caso contrario, sanzioni disciplinari e diritto al risarcimento del danno e facoltà di rivolgersi al giudice civile per ottenere la pubblicazione con provvedimento d’urgenza.
Sotto accusa anche il nuovo articolo 115-bis che stabilisce che: “Nei provvedimenti diversi da quelli volti alla decisione in merito alla responsabilità penale dell’imputato la persona sottoposta a indagini o l’imputato non possono essere indicati come colpevoli fino a quando la colpevolezza non è stata accertata”, e che: “nei provvedimenti che presuppongono la valutazione di prove, elementi di prova o indizi di colpevolezza l’autorità giudiziaria limita i riferimenti alla colpevolezza della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato alle sole indicazioni necessarie a soddisfare i presupposti, i requisiti e le altre condizioni richieste dalla legge per l’adozione del provvedimento”.
Parrebbero semplici accortezze per contrastare un diffuso malvezzo imperante da anni in Italia, dove è sufficiente un avviso di garanzia per finire nel tritacarne mediatico come colpevoli acclarati e ci si è abituati a leggere provvedimenti giudiziari cautelari, e quindi per definizione di natura provvisoria, che abusano di aggettivazioni quali “spregiudicato”, “incallito” et similia all’indomani di ogni arresto.
Peraltro, come si ama sempre dire quando si tratta di imporre pesanti sacrifici economici a chi fatica ad arrivare a fine mese, “ce lo chiede l’Europa”, per cui non si capisce quale sarebbe “l’impunità” cui fa riferimento il Fatto, né si ritiene che Forze dell’ordine e ogni singolo PM di qualsiasi procura italiana debbano necessariamente intrattenere continui interscambi con i giornalisti fuori dalla loro porta, mentre sono impegnati in indagini delicate.
Si è molto criticato un noto PM milanese che dopo essere andato in pensione ha recentemente dato alle stampe un’autobiografia, però quel PM, che pure è stato impegnato per anni in indagini di notevole risonanza mediatica, si era sempre ben guardato dall’utilizzare la stampa come cassa di risonanza alle proprie indagini.
In un paese civile, gli inquirenti lavorano nel silenzio e parlano con gli atti giudiziari e per avere conferma della bontà dei risultati raggiunti si rivolgono al giudice e non ai giornalisti.
Leggere ogni volta “sgominata la banda di killer” o “acciuffato il pedofilo seriale” prima ancora che un Tribunale abbia stabilito se l’accusa è fondata o meno, al termine di un processo che prevede regole ben precise per garantire il contraddittorio tra chi accusa e chi si difende, non fa bene alla crescita cultura di un Paese.
Molti anni fa, quando esplose il “caso Tortora” Enzo Biagi scrisse un articolo dal titolo “E se fosse innocente?”, Tortora lo era allora, perché in quel momento era solo accusato, e lo sarà quando verrà giudicato, eppure anche il bravo giornalista si sentì in dovere di usare la formula dubitativa, perché quello era il “clima”.
Oggi, con la diffusione via internet di ogni notizia che diventa immediatamente “virale” la situazione è ancora più grave, e abituare i lettori a ritenere che ogni accusato sia un colpevole e che ogni assolto l’abbia solo fatta franca, ci fa solo diventare tutti più beceri e vendicativi, perché frustrati da tutto quello che non va.
Forse lo siamo già diventati, ma mi meraviglia leggere che c’è chi vorrebbe che lo restassimo per sempre.
Avvocato Davide Steccanella