giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Tutti nell’aula del processo, Belen affossa la produttività del Tribunale

 

Si sta stretti come sardine nell’aula che non è una delle più piccole del palazzo di giustizia. La curiosità è contagiosa, il pubblico è vasto potendo contare su un buon numero di cancellieri, assistenti e magistrati, tutti formalmente in orario di lavoro ma qui ad assistere allo “spettacolo”: Belen Rodriguez testimone della difesa di Fabrizio Corona nel processo in cui l’imprenditore fotografico più famoso d’Italia risponde di tanti soldi incassati in nero e poi distribuiti tra controsoffitti e cassette di sicurezza in Austria.

Il corridoio che conduce all’ingresso principale dell’aula è transennato per arginare la folla di cameraman, un carabiniere invita a entrare dal retro “perché questo è l’ingresso dei vip, l’abbiamo inventato oggi”.

Belen  utilizza la panca vicino alla porta come sala trucco con la sorella che l’aiuta che in origine dovrebbe deporre pure lei, ma poi la difesa vi rinuncia.

Il personale giudiziario che dovrebbe stare in ufficio è qui “al cinema”. Materia di riflessione vi sarebbe per i sindacati del settore, in testa l’Anm gran fustigatrice dei costumi nazionali e custode di moralità, sempre bravi a pontificare sulla carenza di organici, che impedirebbe alla giustizia di funzionare. Oggi si lavora poco e male “per colpa di Belen”, che abbassa la produttività del tempio della farsa di Mani pulite ma avrà alzato di sicuro il testosterone (frank cimini)

NoExpo, in appello per la devastazione è flop totale

Al processo d’appello per i fatti del primo maggio 2015 c’è il flop totale dell’accusa di devastazione e saccheggio con l’assoluzione dell’unico imputato condannato in primo grado a 3 anni e 8 mesi. I giudici d’appello hanno deciso per lui una pena di 2 anni e 4 mesi per resistenza aggravata tagliando appunto il reato più grave, già caduto per gli altri tre nel primo processo.

La procura di Milano aveva impugnato la sentenza del Tribunale e la procura generale aveva sollecitato tre condanne. L’accusa invece torna a casa con le pive nel sacco. Non c’è prova delle responsabilità nella devastazione degli imputati che finirono in carcere a ottobre del 2015, a 5 mesi dagli incidenti relativi alla manifestazione  nel giorno di inaugurazione di Expo. Scattavano le manette nonostante il tempo trascorso e l’assenza di manifestazione successive deponessero più a favore dell’assenza di esigenze cautelari che della loro sussistenza.

La “giustizia” decideva di presentare il conto per le proteste contro l’evento che aveva visto compatto il sistema paese e il partito degli affari, dopo che il 2 maggio la giunta Pisapia, novella maggioranza silenziosa, organizzava il popolo delle spugnette per ripulire i muri dalle scritte. E così sparì pure “Carlo Giuliani vive”. Avvocato di parte civile per la famiglia del giovane ucciso? Pisapia. Ironia della sorte.

La procura che aveva impugnato la sentenza sui NoExpo è quella della moratoria sugli appalti, l’ufficio inquirente ringraziato da Renzi “per il senso di responsabilità istituzionale”. Cioè per aver violato l’obbligatorietà dell’azione penale. Due pesi due misure come del resto nella tradizione del palazzo che su simbolo della grande farsa di Mani Pulite. (frank cimini)

 

NoTav, giudici: anarchico pericoloso, no affidamento in prova

 

“Al di là di un apparente adesione a regole di vita collettiva, il condannato con  regolare occupazione come cameriere di sala mostra aspetti di preoccupante affiliazione con frange politiche che manifestano la propria convinzione con modalità antigiuridiche e quindi è da ritenere sotto questo aspetto ancora socialmente pericoloso”. Con questa motivazione i giudici del tribunale di sorveglianza di Torino hanno negato l’affidamento in prova ai servizi sociali a un militante NoTav al quale restano da scontare due mesi e 13 giorni di reclusione su una pena complessiva di due anni in relazione a una manifestazione con danneggiamento e incendio al cantiere di Chiomonte nel 2013.

“L’affidamento in prova permetterebbe al condannato un’autonomia troppo ampia che lui utilizzerebbe per mantenere contatti con i sodalizi politici e di pensiero che frequenta” aggiungono i giudici optando per la detenzione domiciliare “al fine di consentire la prosecuzione dell’attività lavorativa e anche “di prevenire queste frequentazioni e assicurare sul rischio di futura recidiva”.

Insomma il tribunale di sorveglianza di Torino mette all’indice le idee politiche del condannato, opera un vero e proprio processo alle intenzioni. Stiamo parlando di uno dei quei militanti NoTav che in relazione a un compressore bruciacchiato nel corso di una manifestazione a Chiomonte aveva dovuto fronteggiare l’accusa strumentale dell’aggravante di terrorismo poi caduta in Cassazione ma sulla quale la procura generale di Torino continua a insistere. Infatti il prossimo 28 marzo la Suprema Corte dovrà pronunciarsi per la terza volta in relazione alla posizione di altri imputati in  riferimento agli stessi fatti. L’accusa era già costata lunghi mesi di detenzione in regime di alta sorveglianza a diversi militanti che avevano manifestato contro la realizzazione della linea Torino-Lione.

La decisione dei giudici di sorveglianza assumere un carattere di “vendetta” a sostegno degli organi inquirenti. Si tratta di un accanimento davvero degno di miglior causa, considerando che la procura di Torino in omaggio al teorema Caselli aveva forzato il diritto oltre misura contro i NoTav chiudendo invece un occhio e l’altro pure sugli appalti dell’alta velocità. Evidentemente gli unici onesti e trasparenti in un paese dove la corruzione è sempre più parte integrante del sistema paese (frank cimini)

Il reato di traffico di influenze, altro autogol del Parlamento

 

Non è la prima volta e non sembra nemmeno possa essere l’ultima. Parliamo delle capacità della politica di fare del male a se stessa e allo stato di diritto quando legifera, approvando provvedimenti che si rivelano inevitabilmente dei boomerang. Manlio Scopigno, il leggendario allenatore del Cagliari scudettato nel 1970, avrebbe parlato di “autogol alla Niccolai”.

E’ il caso del reato di traffico d’influenze illecite, accusa difficile da dimostrare ma nello stesso tempo non facile da affrontare per chi deve difendersi (contestato, tra gli altri, a Tiziano Renzi). Caso classico: non ci sono prove di responsabilità in tema di corruzione e allora si persegue chi per esempio ha messo in contatto tra loro gli attori principali del reato. In questo modo si abbassa la soglia della prova (e anche dell’indizio), aumentando a dismisura la discrezionalità di magistrati e giudici. Bene che vada all’indagato di traffico di influenze con l’assoluzione, nel frattempo è stato sputtanato.

Il reato, introdotto dal legislatore dietro pressioni delle procure che duravano da tempo, è una sorta di concorso esterno in corruzione. Il richiamo è al concorso esterno in associazione mafiosa che in verità non è neanche codificato, ma frutto della giuriprudenza creativa dei pm e sul quale la politica non ha mai trovato la forza di farsi sentire, nonostante ne abbia subito le conseguenze nei tribunali.

La politica troppo spesso ama farsi del male. Del resto nel 1993, il Parlamento impaurito dall’azione di quattro vincitori di concorso, abolì l’immunità sotto la forma dell’autorizzazione a procedere consegnandosi mani e piedi allo strapotere giudiziario.

Lo stesso discorso vale per la legge sui pentiti, pretesa e ottenuta ai tempi della sovversione interna dai magistrati. Quella norma sarà poi usata negli anni per “mascariare” decine di politici molti dei quali assolti dopo anni di gogne e di processi. Ma si continua a legiferare in questo maledetto paese sulla base della cronaca quotidiana, dell’emotività e sotto la dettatura dei magistrati inquirenti. Salvo poi lamentarsi  dell’eccessivo potere delle toghe. Ma si tratta di lacrime di coccodrillo. (frank cimini)

No alle attenuanti ai No Tav “perché non hanno il consenso generale”

“I valori espressi dai NoTav non sono avvertiti come tali dalla maggioranza della collettività”. Lo scrive la corte d’appello di Torino nel  motivare la condanna di 38 imputati per le manifestazioni durante le proteste contro le opere dell’alta velocità rigettando la richiesta di concedere le attenuanti per aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale.

Per i giudici “non è corretto ritenere che l’opinione di chi è disposto a manifestare con ogni mezzo anche violento debba prevalere rispetto all’opinione della maggioranza silenziosa”.

Le parole dimostrano ancora una volta che i magistrati fanno politica con le sentenze e con il deposito delle motivazioni, arrogandosi il diritto di misurare e quantificare il consenso. Parliamo di quella magistratura torinese che ha chiuso un occhio e l’altro pure sugli appalti dell’alta velocità evidentemente gli unici onesti e trasparenti. Infatti avevano scelto di concentrarsi esclusivamente su un compressore bruciacchiato contestando l’accusa di terrorismo già annullata in diverse occasioni dalla Cassazione. Ma la procura generale non demorde e ha presentato l’ennesimo ricorso che davanti alla Suprema Corte sarà discusso il prossimo 28 marzo.

Una dedizione e un accanimento degno davvero di miglior causa che emula il comportamento dei colleghi della procura di Milano che hanno impugnato le assoluzioni dei militanti NoExpo dall’accusa di devastazione e saccheggio. A Torino e Milano i magistrati tutelano il sistema paese, il partito degli affari, facendo politica in prima persona. E non si vedono né si sentono in giro garantisti pronti a indignarsi, perché a lor signori la giustizia di classe non va bene ma benissimo. (frank cimini)