giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Lo Stato ha paura dei libri in carcere, dopo Dell’Utri la Lioce

 

Marcello Dell’Utri e Nadia Desdemona Lioce. Due persone, entrambe detenute, molto diverse tra loro. Agli antipodi, insomma. Ma accomunate nella sorte da uno Stato che sembra aver paura dei libri. All’esponente delle cosiddette nuove Br che sconta due ergastoli per gli omicidi D’Antona e Biagi sono stati sequestrati libri e quaderni. All’ex senatore di Forza Italia condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa era stato imposto di poter tenere in cella solo un libro per volta.

La storia relativa a Nadia Lioce emerge perché la donna venerdì prossimo sarà processata per disturbo della quiete pubblica averno protestato tramite “battitura” sulle sbarre della cella, tipica manifestazione di protesta dei reclusi. E si è saputo dei libri sequestrati, nell’ambito, sembra di capire, dell’applicazione restrittiva oltre ogni limite dell’articolo 41 del regolamento carcerario.

Evidentemente non basta più neanche l’ergastolo ostativo. Chi sconta il carcere duro sembra non possa aver alcun diritto, nemmeno di leggere quando, quanto e come gli pare. Dell’Utri e Lioce sono detenuti noti che in qualche modo sono riusciti a farsi sentire attraverso chi li sostiene da fuori, familiari o amici. Altri reclusi sono costretti a subire in silenzio misure afflittive che non hanno senso che non sia quello di una vera e propria tortura, quantomeno psicologica.

E la tortura in Italia non esiste come reato. Una norma in via di approvazione è già stata definita da autorevoli giuristi largamente insufficiente. Per esempio non sarebbe servita a sanzionare adeguatamente la “macelleria messicana” di cui furono protagoniste le forze di polizia al G8 di Genova nel 2001.

Limitando e togliendo libri dalle celle lo Stato come minimo si accanisce ai danni di persone già private della libertà. Pochi giorni fa il presidente della Repubblica Mattarella aveva parlato contro la tortura. Ecco, tra lui e Napolitano dal Quirinale erano arrivati quattro provvedimenti di grazia per altrettanti responsabili del sequestro di Abu Omar, organizzato dalla Cia con la complicie dei servizi segreti italiani. Insomma il pesce puzza dalla testa.  (frank cimini)

 

Tutti nell’aula del processo, Belen affossa la produttività del Tribunale

 

Si sta stretti come sardine nell’aula che non è una delle più piccole del palazzo di giustizia. La curiosità è contagiosa, il pubblico è vasto potendo contare su un buon numero di cancellieri, assistenti e magistrati, tutti formalmente in orario di lavoro ma qui ad assistere allo “spettacolo”: Belen Rodriguez testimone della difesa di Fabrizio Corona nel processo in cui l’imprenditore fotografico più famoso d’Italia risponde di tanti soldi incassati in nero e poi distribuiti tra controsoffitti e cassette di sicurezza in Austria.

Il corridoio che conduce all’ingresso principale dell’aula è transennato per arginare la folla di cameraman, un carabiniere invita a entrare dal retro “perché questo è l’ingresso dei vip, l’abbiamo inventato oggi”.

Belen  utilizza la panca vicino alla porta come sala trucco con la sorella che l’aiuta che in origine dovrebbe deporre pure lei, ma poi la difesa vi rinuncia.

Il personale giudiziario che dovrebbe stare in ufficio è qui “al cinema”. Materia di riflessione vi sarebbe per i sindacati del settore, in testa l’Anm gran fustigatrice dei costumi nazionali e custode di moralità, sempre bravi a pontificare sulla carenza di organici, che impedirebbe alla giustizia di funzionare. Oggi si lavora poco e male “per colpa di Belen”, che abbassa la produttività del tempio della farsa di Mani pulite ma avrà alzato di sicuro il testosterone (frank cimini)

NoExpo, in appello per la devastazione è flop totale

Al processo d’appello per i fatti del primo maggio 2015 c’è il flop totale dell’accusa di devastazione e saccheggio con l’assoluzione dell’unico imputato condannato in primo grado a 3 anni e 8 mesi. I giudici d’appello hanno deciso per lui una pena di 2 anni e 4 mesi per resistenza aggravata tagliando appunto il reato più grave, già caduto per gli altri tre nel primo processo.

La procura di Milano aveva impugnato la sentenza del Tribunale e la procura generale aveva sollecitato tre condanne. L’accusa invece torna a casa con le pive nel sacco. Non c’è prova delle responsabilità nella devastazione degli imputati che finirono in carcere a ottobre del 2015, a 5 mesi dagli incidenti relativi alla manifestazione  nel giorno di inaugurazione di Expo. Scattavano le manette nonostante il tempo trascorso e l’assenza di manifestazione successive deponessero più a favore dell’assenza di esigenze cautelari che della loro sussistenza.

La “giustizia” decideva di presentare il conto per le proteste contro l’evento che aveva visto compatto il sistema paese e il partito degli affari, dopo che il 2 maggio la giunta Pisapia, novella maggioranza silenziosa, organizzava il popolo delle spugnette per ripulire i muri dalle scritte. E così sparì pure “Carlo Giuliani vive”. Avvocato di parte civile per la famiglia del giovane ucciso? Pisapia. Ironia della sorte.

La procura che aveva impugnato la sentenza sui NoExpo è quella della moratoria sugli appalti, l’ufficio inquirente ringraziato da Renzi “per il senso di responsabilità istituzionale”. Cioè per aver violato l’obbligatorietà dell’azione penale. Due pesi due misure come del resto nella tradizione del palazzo che su simbolo della grande farsa di Mani Pulite. (frank cimini)

 

NoTav, giudici: anarchico pericoloso, no affidamento in prova

 

“Al di là di un apparente adesione a regole di vita collettiva, il condannato con  regolare occupazione come cameriere di sala mostra aspetti di preoccupante affiliazione con frange politiche che manifestano la propria convinzione con modalità antigiuridiche e quindi è da ritenere sotto questo aspetto ancora socialmente pericoloso”. Con questa motivazione i giudici del tribunale di sorveglianza di Torino hanno negato l’affidamento in prova ai servizi sociali a un militante NoTav al quale restano da scontare due mesi e 13 giorni di reclusione su una pena complessiva di due anni in relazione a una manifestazione con danneggiamento e incendio al cantiere di Chiomonte nel 2013.

“L’affidamento in prova permetterebbe al condannato un’autonomia troppo ampia che lui utilizzerebbe per mantenere contatti con i sodalizi politici e di pensiero che frequenta” aggiungono i giudici optando per la detenzione domiciliare “al fine di consentire la prosecuzione dell’attività lavorativa e anche “di prevenire queste frequentazioni e assicurare sul rischio di futura recidiva”.

Insomma il tribunale di sorveglianza di Torino mette all’indice le idee politiche del condannato, opera un vero e proprio processo alle intenzioni. Stiamo parlando di uno dei quei militanti NoTav che in relazione a un compressore bruciacchiato nel corso di una manifestazione a Chiomonte aveva dovuto fronteggiare l’accusa strumentale dell’aggravante di terrorismo poi caduta in Cassazione ma sulla quale la procura generale di Torino continua a insistere. Infatti il prossimo 28 marzo la Suprema Corte dovrà pronunciarsi per la terza volta in relazione alla posizione di altri imputati in  riferimento agli stessi fatti. L’accusa era già costata lunghi mesi di detenzione in regime di alta sorveglianza a diversi militanti che avevano manifestato contro la realizzazione della linea Torino-Lione.

La decisione dei giudici di sorveglianza assumere un carattere di “vendetta” a sostegno degli organi inquirenti. Si tratta di un accanimento davvero degno di miglior causa, considerando che la procura di Torino in omaggio al teorema Caselli aveva forzato il diritto oltre misura contro i NoTav chiudendo invece un occhio e l’altro pure sugli appalti dell’alta velocità. Evidentemente gli unici onesti e trasparenti in un paese dove la corruzione è sempre più parte integrante del sistema paese (frank cimini)