giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Il procuratore Greco parla come il capo dell’Agenzia delle Entrate

Quando parla di evasione fiscale Francesco Greco sembra il capo dell’Agenzia delle Entrate e non il capo della procura di Milano. “Mi fa piacere pensare che qui si è creato un network positivo, un circolo virtuoso, tra procura, guardia di finanza. La voluntary è un sistema positivo perché è difficile aggredire capitali all’estero. Quindi meglio farli rientrare pacificamente”.

Il compito delle procure sarebbe (il condizionale è d’obbligo considerando come poi le cose vanno nella realtà) quello di istruire dei processi portare delle persone davanti ai giudici e verificare così la validità del lavoro svolto. A Greco da anni invece piace vantarsi di soldi “recuperati”. Del resto era stato lui a farsi la campagna elettorale per diventare procuratore capo con una serie di indagini sui colossi del web, con tutti i giornaloni che lo magnificavano sempre per il denaro “recuperato”. Ma tutti omettevano di precisare che si trattava di somme che erano la ventesima parte del dovuto.

E comunque non è un problema di quantità, ma istituzionale perché il capo della procura si sostituisce all’Agenzia delle Entrate o comunque la dirige nelle trattative. E’ un paese il nostro dove i giornali non sono soliti criticare i magistrati a meno che non abbiano l’editore sotto inchiesta. E mentre Greco si diletta a parlare di evasione fiscale assumendo vesti sbagliate sembra che a Milano vi sia la pubblica amministrazione più onesta del mondo. Per farsi un’idea basta sentire i lamenti degli avvocati che solitamente difendono i colletti bianchi. “Non ci sono più indagini e non arrivano incarichi” è il coro quasi generale, anche se è vero che per anni i legali erano stati abituati fin troppo bene. Ma adesso dicono di lavorare esclusivamente nei tribunali di fuori Milano e qualcuno (probabilmente esagerando) afferma addirittura di pensare di cambiare lavoro. (frank cimini)

 

 

 

Archiviazione per 45 No Expo (e 80 mila euro di intercettazioni)

Il gip di Milano ha archiviato su richiesta conforme della procura le accuse di devastazione e saccheggio a carico di 45 militanti NoExpo in relazione alla manifestazione del primo maggio del 2015. Il costo delle intercettazioni durate  fino a maggio del 2017 ammonta a 79.294 euro e 8 centesimi. La somma di denaro sicuramente non ingentissima ma comunque significativa non è stata utile a trovare riscontri all’ipotesi dell’accusa. Il giudice in accordo con la procura ha deciso che il “gesticolare” dei presunti promotori degli incidenti che invitavano i manifestanti ad andare avanti non è sufficiente per supportare in aula l’accusa di aver coordinato le azioni violente quel giorno in cui venne inaugurata l’esposizione universale.

Sulla decisione del giudice può aver pesato il fatto che altri manifestanti già portati a processo più o meno con lo stesso quadro accusatorio erano stati assolti dal reato più grave sia in primo che in secondo grado. Anche se resta da celebrare il processo a 5 manifestanti, tra i quali  4 greci  destinatari della misura cautelare in carcere ma a piede libero ad Atene perché la corte d’appello locale aveva negato l’estradizione spiegando che non esiste la responsabilità penale collettiva ma solo quella personale. Secondo i giudici greci non sarebbero stati indicati elementi specifici a carico degli indagati.

Tra le 45 posizioni archiviate dal gip c’è quella di Pasquale Valitutti figura storica dell’area anarchica, “l’unico manifestante in carrozzella” scrive il giudice. “E’ vero che indossava il casco ma non si trattava di travisamento essendo già identificato dalla carrozzella.

Valitutti la notte tra il 14 e il 15 dicembre del 1969 era nella stanza accanto a quella del commissario Luigi Calabresi da dove volò giù Pino Pinelli, fermato in relazione all’indagine sulla strage di Piazza Fontana. Insomma un pezzo di storia dell’anarchismo che non smette di manifestare facendosi aiutare da una carrozzella.(frank cimini)

“Siamo lavoratori non schiavi”, si può dire. C’è il timbro di un giudice.

Il 17 febbraio dell’anno scorso avevano affisso uno striscione: “Lavoratori di Cisa Lg Italtrans uniamoci per i diritti siamo lavoratori no schiavi”. I proprietari dell’azienda avevano presentato denuncia per diffamazione a carico di due dirigenti del sindacato Slai Cobas.  La procura di Milano aveva chiesto l’archiviazione. L’azienda si era opposta. Il giudice per le indagini preliminari Paolo Guidi ha accolto la richiesta del pm fatta propria anche dai difensori e ha archiviato “perché si tratta di una libera manifestazione del pensiero” tutelata dalla Costituzione.

“Il dolo generico consistente nella coscienza e volontà di propalare notizie o commenti con la consapevolezza della loro attitudine a offendere l’altrui reputazione non è ravvisabile nel caso di specie” aggiunge il giudice nel motivare la sua decisione.

E’ un segno dei tempi che bisogna arrivare in un’aula di tribunale per avere ragione nell’esporre uno striscione nella lotta per denunciare condizioni di lavoro e la dice lunga sull’arroganza e la prepotenza delle aziende. Si tratta nel caso di un’impresa di Pioltello ramo logistica, un settore in cui la precarietà e lo sfruttamento sono all’ordine del giorno. E dove chi lotta per migliorare la propria condizione da anni viene intimidito e massacrato con iniziative giudiziarie, repressive e spesso viene licenziato a causa delle battaglie sindacali che porta avanti.

La pretesa dei datori di lavoro è quella di ridurre al silenzio completo le maestranze. Evidentemente anche uno striscione affisso per sensibilizzare i colleghi di lavoro secondo lor signori diventa un’operazione di lesa maestà in una società dove da tempo a fare la lotta di classe in modo incisivo sono esclusivamente le aziende coperte da norme e procedure in gran parte favorevoli.

Il troppo è troppo, deve aver pensato il giudice che ha frapposto l’ostacolo dell’articolo 21 della Costituzione. Chi ha presentato la denuncia pretendendo l’affermazione della diffamazione nel contenuto dello striscione magari aveva messo nel conto di non riuscire nell’intento ma ha puntato sull’effetto deterrenza. State attenti a sostenere certe tesi perché noi comunque vi trasciniamo in Tribunale, è il messaggio. Stavolta per loro è andata male ma non è detto che demordano. Anzi. (Frank Cimini)

Il libro di Iacona, l’ingiustizia nei Tribunali in ‘presa diretta’

“Ricordati che al plenum sei stato nominato aggiunto per un solo voto di scarto, un voto di Magistratura Democratica. Avrei potuto dire a uno dei miei colleghi al Csm che Robledo mi rompeva i coglioni e di andare a fare la pipì al momento del voto, così sarebbe stata nominata la Gatto che poi avremmo sbattuto alle esecuzioni” disse il procuratore Edmondo Bruti Liberati al suo aggiunto Alfredo Robledo che replicò: “Cosa c’entra la corrente di Md con la funzione giurisdizionale, io sono un magistrato, ho giurato sulla Costituzione. Mi meraviglio che proprio tu dica certe cose”. “Sappiano tutti che il mondo va così” la controreplica…”Il tuo va così, non certo il mio” chiuse Robledo.

“Palazzo d’ingiustizia”, 208 pagine a firma di Riccardo Iacona, giornalista e conduttore tv, dimostra che quando c’è la possibilità di sapere le cose emerge che la magistratura si delegittima da sola con i suoi comportamenti.

E davanti al Csm Bruti poi spiegherà: “Io ho fatto una battuta di spirito… Robledo sembrava lamentare di non essere da me abbastanza amato e dissi che era tanto amato che Md lo aveva entusiasticamente votato. Le frasi in questione è meglio per la dignità di tutti che rimangano dove sono”. Insomma il procuratore, in evidente imbarazzo, invocava gli omissis.

“Io penso che questa storia non sia mai stata raccontata per quello che ha realmente significato. Perché non è solo la storia di Alfredo Robledo (declassato nei giorni scorsi da aggiunto a pm a Torino, ndr), è la storia della giustizia italiana e di come non viene esercitata” spiega  Iacona. “Altro che scontro tra due personalità esuberanti! Lo scontro è stato ed è molto più importante dei due contendenti e ci riguarda molto da vicino. In ballo c’è l’autonomia del magistrato quando amministra la giustizia, e non è cosa da poco”.

Insomma se Robledo non avesse presentato l’esposto al Csm contro il suo capo non avremmo saputo molte cose. Il libro è basato su più incontri tra l’autore e Robledo a partire dai primi di agosto del 2017, da cui sono scaturite decine di ore di registrazione. Ma anche su documenti e  resoconti strenografici resi dai protagonisti nel corso delle audizioni davanti al Csm. “Ho chiesto un’intervista ai colleghi magistrati citati da Robledo nei due esposti – scrive Iacona – entrambi non hanno risposto alle mie email”.  Ha parlato, e tanto, Bruti anche se non ho voluto domande dirette sui contenuti dell’esposto di Robledo. Gliene va dato atto, così come di non avere mai querelato chi l’ha criticato per le sue scelte quando era procuratore.

“L’Expo non doveva esserci, ma si è fatta grazie a Cantone e Sala, grazie a un lavoro istituzionale d’eccezione, al prefetto e alla procura di Milano che ringrazio per aver gestito la vicenda con sensibilità istituzionale” sono parole dette da Matteo Renzi allora capo del governo il 5 agosto 2015 e che saranno poi ripetute a novembre.

Il 24 parile 2015 una settimana prima dell’inaugurazione di Expo questo blog, come si ricorda nel libro, pubblicava un articolo dal titolo: “La moratoria sulle indagini della procura di Milano per Expo”.

A Iacona Bruti dice: “Senza quella impostazione del nostro lavoro tale risultato avrebbe rischiato di non realizzarsi. Se si vuole chiamare questo ‘sensibilità istituzionale’ io sono d’accordo. Abbiamo protetto qualcuno? Aspetto che i giornalisti di inchiesta mi dicano chi avremmo protetto, non con chiacchiere ma con elementi precisi utilizzabili processualmente”. E i ringraziamenti di Renzi? “Io non entro nella testa degli altri. Che cosa volesse dire, dovete chiederlo a Renzi”.

Iacona ricorda pure “l’intervento a gamba tesa” di Giorgio Napolitano Capo dello Stato secondo il quale”non si possono superare gli elementi di di disordine e tensione che si sono creati a Milano senza un pacato riconoscimento delle funzioni ordinatrici e cooordinatrici che spettano al capo dell’ufficio”. Cioè, in parole povere, il capo della procura è il padrone  e nessuno rompa le scatole.

Il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale è stato mandato a farsi benedire perché la magistratura ha scelto di essere parte del sistema paese e di salvaguardare Expo a tutti costi.

Del resto Beppe Sala da amministratore di Expo assegna la ristorazione di due padiglioni a Oscar Farinetti senza gara pubblica. Indagato per abuso d’ufficio viene prosciolto senza nemmeno essere interrogato. Nella motivazione della procura si legge: “Sala favorì di fatto Farinetti ma senza averne l’intenzione, manca il dolo”. Amministratori pubblici, sindaci in testa, vengono processati e anche condannati per molto meno. A prosciogliere Sala provvide uno dei giudici che per i fondi di Expo giustizia contribuì alla scelta di non fare gare pubbliche affidandosi ad aziende “in rapporti di consuetudine con la pubblica amministrazione”.

Nel libro di Iacona si parla anche del famoso fascicolo “dimenticato” per sei mesi in un cassetto e riemerso a bocce tirate quando la gara d’asta per la Sea si era già svolta e in pratica non si potevano più svolgere indagini. Le carte arrivarono sul tavolo di Robledo troppo tardi per responsabilità esclusiva del suo capo. L’inchiesta fatta a tempo debito avrebbe messo in imbarazzo la neonata giunta di centrosinistra di Pisapia. Anche in questo caso “senso di responsabilità istituzionale”, ma stavolta senza ringraziamenti pubblici. Pensiamo a un pm che dimentica nel cassetto per sei mesi un fascicolo su Berlusconi. Buttano via la chiave della cella.

A poche ora dall’uscita del libro, il giudice Andrea Mirenda – che ha denunciato nel libro “il tumore” delle correnti  nella magistratura a Danilo Procaccianti, collaboratore di Iacona – è stato colpito da una richiesta di sanzione disciplinare inviata dall’ex membro laico del Csm e parlamentare Pierantonio Zanettin al Ministro Andrea Orlando. (frank Cimini e manuela d’alessandro)

Expo, Sala prosciolto… inutili le indagini a babbo morto

Le indagini a babbo morto ad anni di distanza dai fatti sono inutili e non portano da nessuna parte chi le fa. In questo caso la Procura generale della Repubblica di Milano che aveva cercato di fare il lavoro che la procura ai tempi decidendo per la moratoria in nome della celebrazione dell’evento Expo a tutti i costi aveva scelto di non fare. Il sindaco Beppe Sala è stato prosciolto dal gip dall’accusa di abuso d’ufficio relativa all’affidamento alla Mantovani senza gara della fornitura di alberi pagati 6 volte tanto.

Si tratta di una storia assurda dalla quale non esce bene nessuno. La procura retta da Edmondo Bruti Liberati per prima. A dimostrarlo restano le parole dell’allora premier Matteo Renzi che ringraziava Buti “per il senso di responsabilità istituzionale” inserito tra le cause del “successo di Expo”.

La procura generale ha sfiorato il ridicolo con i cambi di imputazione, prima la turbativa d’asta, poi l’abuso d’ufficio e a una settimana dalla fine dell’udienza preliminare l’aggiunta della violazione relativa alla normativa europea. Le perquisizioni ordinate alla Gdf 3 anni dopo non potevano che rivelarsi un solletico.

Beppe Sala, portatore di un conflitto di interessi gigantesco tra amministratore di Expo e candidato sindaco poi eletto, anche perché senza nemmeno interrogarlo la procura chiedeva e otteneva il suo proscioglimento dall’accusa di aver favorito Oscar Farinetti con l’affidamento della ristorazione di due padiglioni. Anche in questo caso senza gara pubblica, in pratica una costante. Perché va ricordato che per i fondi di Expo-giustizia i vertici del palazzo di via Freguglia omettevano le gare affidandosi ad aziende che avevano consuetudine con la pubblica amministrazione. Tra queste una con sede legale nel paradiso fiscale del Delaware.

Su presunte responsabilità dei magistrati e dei giudici di Milano ci sono fascicoli aperti a Brescia e a Venezia di cui si sa poco o nulla. E non è detto che ne sapremo qualcosa. Tutto si tiene. Soprattutto a babbo morto. (frank cimini)