giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Non risponde al gip. Negato colloquio con genitori

L’indagato in stato di arresto si avvale della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia. Pochi giorni dopo il giudice delle indagini preliminari di Roma Anna Maria Gavoni rigetta l’istanza di colloquio con i genitori e la sorella del detenuto accogliendo il parere contrario del pubblico ministero che aveva messo nero su bianco l’esplicita motivazione.

”Con parere allo stato contrario anche alla luce dell’esito dell’interrogatorio di garanzia” sono le parole del magistrato della procura, il sostituto Francesco Dall’Olio. Il protagonista della vicenda è Nicola Aurigemma uno degli anarchici arrestati il 12 giugno scorso con ll’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Si tratta della famosa ordinanza musicale dal momento che tra gli eventi contestati agli indagati destinatari delle misure cautelari c’era “utilizzo dell‘Hip Hop.

”Non mi era mai capitato di vedere rigettata un’istanza di colloquio con una motivazione del genere” è il commento dell’avvocato difensore Ettore Grenci il quale sta preprando insieme ai colleghi le memorie in vista dell’udienza del Riesame in programma per il prossimo 30 giugno.

Il detenuto Aurigemma insomma paga dazio per aver esercitato il suo diritto di avvalersi del,a facoltà di non rispondere davanti al gip. E per questa ragione si vede negare un altro diritto quello di poter ricevere la visita o di parlare per telefono con i genitori e la sorella.

Una giustizia emergenziale in cui ovviamente le responsabilità maggiori in negativo sono del gip che aveva già fatto copia-incolla con la richiesta di custodia cautelare della procura per i sette anarchici, cinque finiti in carcere e due ai domiciliari (frank cimini)

Sasà, l’amico fragile dei teatranti morto nelle rivolte in carcere senza un perché

Timido e insieme energico.  Ironico e pieno di delicatezze.  Sensibile e capace di stupire. Fragile. Salvatore Piscitelli  – per chi gli voleva bene semplicemente  Sasà – per tre mesi è stato solo un nome e un numero in una lista, quella dei 13 detenuti morti dopo le rivolte che a inizio marzo hanno incendiato decine di carceri italiane. A ridargli una storia, un passato e la dignità di uomo  – chiedendo per lui verità  e giustizia – sono gli amici di Teatrodentro, il progetto portato avanti per25  anni nel carcere milanese  di Bollate e a San Vittore, l’esperienza che per tutti era “una casa, una battaglia, una famiglia strana”.

I teatranti urlano la loro rabbia e le loro domande in una lettera aperta scritta a più mani. Esigono quelle informazioni che fino a qui sono state negate.  Si indignano. Cercano risposte e responsabilità. Sasà aveva 40 anni e una vita tutta in salita, un percorso reso accidentato dalla droga e dalle cadute.

Era rinchiuso a Modena per cose da poco, un furto e l’uso di una carta di credito rubata. Sarebbe uscito ad agosto. E invece. Dopo la devastazione della casa di reclusione -  e il saccheggio di metadone e benzodiazepine, presenti in quantità massicce e non si sa perché – i reparti devastati e inagibili sono stati sgomberati.

Lui ed altri reclusi sono stati caricati su un furgone (o forse un pullman o una camionetta) diretto verso il penitenziario di Ascoli. Il governo dice che prima dei trasferimenti  tutti i detenuti – e dunque anche Sasà – erano stati vistati da un medico penitenziario o del 118. Ma è difficile crederlo. Forse un dottore attento avrebbero colto i sintomi di una intossicazione da oppiodi e psicofarmaci. Forse sarebbe stato portato in ospedale, come altri.

E’ morto durante il viaggio, senza che nessuno si accorgesse che stava agonizzando o senza che nessuno intervenisse per tempo. “Il decesso – precisa il garante dei detenuti delle Marche,  Andrea Nobili – è stato costatato prima dell’ingresso in istituto, all’esterno”.

Aveva 40 anni e “una vita storta” alle spalle, per usare le parole degli amici di palco. Probabilmente ad ucciderlo è stato una overdose. Ma l’individuazione delle causa di morte non basterà a far archiviare il caso, non per i teatranti, non per i familiari, non per l’avvocata cui ha deciso di affidarsi una nipote, Antonella Calcaterra del foro di Milano. Sasà  aveva origini campane e viveva in provincia di Varese. Orfano di madre e padre, da quando era solo un bambino, era stato cresciuto da una nonna. Poi gli inciampi, il carcere,  le comunità, il teatro, altri inciampi, ancora carcere. “Come spesso succede con chi finisce la pena ed esce – raccontano gli amici teatranti – c’è stato un primo periodo positivo. Poi l’impossibilità della normalità e poi un altro scivolone nel buio e poi altra galera”.

L’arrivo del Covid ha mescolato le carte, privando i detenuti del dritto ai colloqui, dei permessi, delle attività. “Sappiamo solo che nelle rivolte, il fulcro della rabbia per condizioni che non sono mai state vivibili e che l’emergenza ha reso ancora più pesanti, lui ha perso la vita. Non si sa come, non si sa esattamente dove e nemmeno perché, con certezza. L’amministrazione penitenziaria non dà conto di niente”. Pare che sia stata fatta l’autopsia, solo con il consulente indicato dalla procura, senza nessuno a rappresentare i familiari. La salma, stando a voci ufficiose, è stata cremata. Qualcuno ha detto che si è trattato di una scelta obbligata provocata dalla situazione creata dalla pandemia, ma per altri detenuti (voce da verificare) si sarebbe provveduto alla sepoltura. “E’ morto come temeva, pensiamo – dicono sempre i teatranti – al freddo e solo e inutilmente. Eppure doveva custodirlo e salvarlo, anche da se stesso. Dovevano farlo, dovevano custodirlo fino al primo pronto soccorso di strada, fino ad agosto, comunque”. Sasà manca a tutti. E mancano le risposte alle domande che si rincorrono. “Non  è credibile che i medici non si siano accorti che stava male. Sapevano che i detenuti avevano preso farmaci e metadone, erano a conoscenza del suo passato di droga. Non è credibile che gli agenti di scorta non si siano accorti che stava morendo. Non è credibile che dopo la rivolta sia stato assistito nel migliore dei modi possibile. Ci trascineremo in tribunale e aspetteremo di capire che cosa è davvero successo a Sasà e alle persone come lui, morte durante un trasporto o poco prima o poco dopo. Chiediamo verità e giustizia. Chiediamo il rispetto per queste vite al limite”.  (lorenza pleuteri)

http://www.giustiziami.it/gm/chi-sono-le-persone-detenute-morte-nelle-rivolte-in-carcere/

Si ringrazia per la foto Angelo Readelli

Avvocato caduto, una carta dimostra che i magistrati sapevano tutto dal 2002

Il 18 gennaio del 2018  Antonio Montinaro cadde in Tribunale e restò paralizzato alle gambe.

Ora nella crudele storia del giovane avvocato spunta un carteggio inedito,  letto da Giustiziami, che dimostra come il problema delle balaustre rischiose perché troppo basse fosse ben noto alla magistratura sin dal 2002. La stessa magistratura che non sembra in grado di indicare di chi sia la responsabilità di quello che non può essere considerato solo un incidente.

Il 23 maggio di quell’anno, l’allora procuratore Gerardo D’Ambrosio, già protagonista  della stagione di ‘Mani pulite’, comunicava alla presidenza della Corte d’Appello di avere ricevuto  una nota dal pubblico ministero e “magistrato delegato alla sicurezza” Giulio Benedetti in cui veniva “segnalata la situazione di pericolo rilevata dall’istruttoria della Polizia Municipale  relativa all’altezza della balaustra prospiciente gli uffici al quinto piano (non quella da cui è cascato Montinaro, ma è chiaro che il riferimento fosse a tutte le altre con la stessa altezza di 75 cm, ndr)”.

Nei giorni scorsi la procura di Brescia, competente sui colleghi milanesi, ha chiesto di archiviare la posizione dei capi degli uffici giudiziari (il procuratore Francesco Greco, la presidente della Corte d’Appello Marina Tavassi, l’allora procuratore generale Roberto Alfonso, il presidente del Tribunale Roberto Bichi)  sostenendo che non possano essergli attribuite eventuali violazioni delle norme antinfortunistiche perché quella mattina d’inverno Montinaro cadde  in uno “spazio comune”, quali sarebbero scale e pianerottoli,  non adibito ad attività della giustizia.

Una sorta di territorio ‘franco’ dove, questa è la tesi dei pm che dovrà essere accolta o respinta da un gip, i magistrati chiamati  in linea generale a vigilare sulla sicurezza del Palazzo di Giustizia non  possono essere considerati dei “datori di lavoro”.

Stando alle conclusioni dei pm bresciani, l’eventuale responsabilità alla fine non ricadrebbe su nessuno perché l’infortunio in uno spazio comune sarebbe oggetto di un’indagine solo su querela della parte offesa che, in questo caso, non c’è stata. Montinaro cadde a pochi passi dall’ufficio deposito atti, molto frequentato dagli avvocati.

Nella richiesta di archiviazione i pm  Ketty Bressanelli, Carlo Nocerino e Francesco Prete  non individuano l’entità a cui eventualmente sarebbe spettata la vigilanza e, dunque, la responsabilità.   Solo dopo che il giovane, che ha giurato da avvocato sdraiato in un letto di ospedale con le gambe paralizzate, precipitò dal parapetto troppo basso della scala Y al quarto piano della Procura, i vertici delle toghe hanno circondato le scale di transenne e cartelli che segnalano il pericolo di sporgersi. All’epoca dello scambio di mail tra D’Ambrosio, Benedetti e la Polizia Municipale, si decise di mettere del nastro adesivo per segnalare il pericolo. Dal al 2015 in avanti i magistrati hanno avvertito più volte il Ministero della Giustizia, assieme ai dirigenti degli uffici tecnici e ai sindacati, del problema delle balaustre, senza ricevere riscontri concreti.

Dopo lo sfortunato volo di sei metri di Montinaro, che ha 32 anni e da allora è impegnato in un difficile percorso di riabilitazione, il Guardasigilli Alfonso Bonafede ha effettuato un sopralluogo in tribunale e stanziato dei fondi che dovrebbero mettere in sicurezza l’antico edificio costruito in epoca fascista.  Chissà quando.  (manuela d’alessandro)

“La giustizia è regredita al Medioevo durante la pandemia”

 

La giustizia non sta uscendo migliore dal Covid secondo Vinicio Nardo, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano. Anzi, non sta proprio uscendo, è la sua spina: “Mentre il paese reale torna a vivere, nei negozi, nei bar, nelle spiagge, noi restiamo chiusi  e, di fronte al bivio tra fare un salto nel futuro e tornare al passato, stiamo assurdamente scegliendo di regredire al Medioevo”.

E’ un contesto in cui “si combattono ‘battaglie tra poveri’”, come quelle tra cancellieri e avvocati, protagonisti di reciproci episodi di insofferenze nelle settimane del contagio. In una recente delibera, l’Ordine, oltre a chiedere di riprendere a celebrare tutti i procedimenti rinviando solo quelli la cui trattazione “è impossibile” per questioni sanitarie”, parla di “situazione ghettizzante per gli avvocati”.

Mi arrivano segnalazioni – precisa – non solo riguardo le cancellerie dove in alcuni casi l’accesso ci è stato precluso e siamo stati invitati a lasciare dei decreti fuori in una scatola di plastica, con un atteggiamento antiscientifico e medievale. Ma anche da parte dei magistrati. Un collega mi ha fatto sapere che, di fronte alla sua richiesta di consegnare alla Corte d’Appello un foglio di carta per la liquidazione delle spese, si è sentito rispondere dal giudice che non poteva ricevere materiale cartaceo. Ancora una volta, ecco la distanza dalla realtà. La città pullula di rider che ti portano da mangiare, Amazon ti porta qualsiasi cosa e l’unica cosa che non può passare di mano in mano sono gli atti giudiziari”.

La responsabilità “è del Ministero della Giustizia che non può chiudersi a riccio ma deve fare il possibile per risolvere le questioni. Per esempio, i lavoratori non possono accedere al Processo civile telematico solo per colpa del Ministero, altrimenti come io lavoro da casa potrebbero farlo anche loro”.

Per Nardo, c’è poi un’Italia che non ha nessuna voglia di riempire di nuovo le aule dei tribunali: “Ci sono intere parti della penisola – riflette – dove il contagio non sanno cosa sia da tempo. Per carità, fanno bene a riguardarsi ma potrebbero far funzionare tranquillamente la giustizia e se ne stanno fermi, soprattutto al sud, a rinviare alla grande, anche a dopo l’autunno. Non mi stupisce perché a Milano si vedono meno quei fenomeni per cui se vai in giro per l’Italia il giudice invece se ne approfitta appena può per rinviare. Mi è capitato di andare a processi aggiornati senza nessun tipo di vergogna. E su questo trend, col coronavirus ci stanno marciando”. Il timore espresso da Nardo è che, se non si riapre ora “che la situazione è sotto controllo e non lo dicono i decreti ma i dati, il rischio è che, se dovesse esserci un paventato ritorno del virus in autunno, non si ripartirebbe più”.

“Non è importante che ad agosto si lavori, sarebbe una cosa solo simbolica che baratterei volentieri con l’estensione al penale del processo civile telematico che c’è già nel civile, con un’apposita piattaforma e con la possibilità delle notifiche telematiche, approfittando dell’opportunità che la pandemia potrebbe darci”.

Diverso è il processo remoto, quello con cui sono stati celebrati i pochi procedimenti ammessi nell’era Covid in cui si sono visti avvocati fissare schermi dove i volti, o parti del corpo, dei giudici andavano e venivano: “È grave che si sia sbandierato questo come un processo tecnologico, quando è stato fatto con strumenti ridicoli, senza appositi programmi. Non è stato un passo avanti, ma indietro”. (Manuela D’Alessandro)