giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Riesame di Bologna libera anarchici, “no terrorismo”

Il Riesame di Bologna ha scarcerato i sette anarchici arrestati il 12 marzo scorso con l’accusa di associazione sovversiva in relazione a un attentato contro due antenne di trasmissione avvenuto nel dicembre 2018. Per decisione dei giudici dei 12 indagati adesso 6 sono liberi e sei hanno l’obbligo di dimora.

I giudici hanno accolto le istanze dei difensori anche riqualificando l’incendio in danneggiamento. Sono state cancellate tutte le aggravanti a cominciare da quella di aver agito a fini di terrorismo.

L’inchiesta condotta dal pm Stefano Dambruoso viene fortemente ridimensionata La procura che in conferenza stampa aveva parlato esplicitamente di operazione nell’ambito di una strategia di tipo preventivo aveva anche puntato sulla “pericolosità “ delle manifestazioni sotto le carceri e contro i centri di detenzione per immigrati in tempi di corona virus.

La difesa aveva replicato spiegando che in questo modo si metteva in discussione fino a negarlo del tutto il diritto al dissenso. Il gip aveva impiegato quasi un anno a decidere gli arresti dal momento che la richiesta del pm era data luglio 2019. Al momento si conosce solo il dispositivo mentre per la motivazione bisognerà aspettare alcuni giorni anche se appare chiara la sconfitta bruciante per il pm Dambruoso al quale anni fa Time aveva dedicato la copertina come “cacciatore di terroristi islamici” a Milano.

Nell’udienza davanti al Riesame il pm aveva dato sulla voce all’avvocato Ettore Grenci il quale in riferimento agli indagati arrestati collegati in videoconferenza aveva usato il termine “ragazzi”. “No sono terroristi” gridava il rappresentante dell’accusa che sicuramente farà ricorso in Cassazione.

Del resto Dambruoso per non farsi mancare niente aveva imposto come conseguenza degli arresti la censura sulla corrispondenza a tre indagati. Nell’udienza la difesa aveva ricordato che l‘attività politica degli anarchici  inQi siti era sempre stata alla luce del sole (Frank cimini)

 

In difesa del processo cancellato dall’Amuchina


L’imputato non è necessariamente un delinquente professionale. Spesso neppure sapeva dell’esistenza del reato che gli viene contestato. Spesso non avrebbe voluto commetterlo. Talvolta i fatti si sono svolti in modo significativamente diverso da come gli vengono contestati o sono stati commessi da altri. Talvolta non sono accaduti per niente. In ogni caso, sempre, ogni imputato, ha almeno una buona ragione che l’accusa nel formulare l’imputazione ha ignorato.

Il ruolo del difensore è quello di cercare di portare a conoscenza del giudice le tante o poche buone ragioni dell’imputato.

Si tratta di un’operazione difficilissima: all’inizio del processo, l’imputato è innanzitutto un potenziale condannato: se si proclama innocente, non sarà creduto; se porterà dei testimoni a propria difesa, si sospetterà della loro credibilità. All’opposto, le prove a sostegno dell’accusa saranno ritenute attendibili, fino a prova contraria.

Per svolgere l’immane compito di ribaltare l’inerzia che spinge verso la condanna, l’imputato ha a disposizione soltanto due strumenti: il proprio difensore e il processo stesso. Il processo è innanzitutto un diritto dell’imputato. E l’arte antica della difesa ha messo a punto uno strabiliante e complesso armamentario per difendere nel processo. Contano la logica, la chiarezza, la semplicità, la conoscenza del diritto e del fatto. Ma conta anche altro: il tono della voce, un colpo di tosse, una battuta che strappi un sorriso; la passione. Conta perfino la postura. Un giudice di corte di assise una volta disse: sa come faccio io a capire se posso credere al difensore? Vi guardo negli occhi.

Niente di strano: le informazioni passano solo con le emozioni e la capacità di suscitare l’emozione del giudice è tutt’uno con la possibilità di fare emergere le ragioni dell’imputato. Per convincere il giudice il difensore deve infatti raggiungerne, almeno in una certa misura, l’animo. In un certo senso, il giudice deve essere sedotto dalle ragioni della difesa.

Avevamo un processo che consentiva tutto questo, basato su tre pilastri fondamentali pilastri: oralità, immediatezza, contraddittorio.

Da venerdì 24 aprile 2020, quando la Camera dei deputati ha esteso a tutti i processi la possibilità disporre l’udienza da remoto, tutto è finito.

Ognuno a casa propria, la voce filtrata da un microfono, miseramente ridotto nelle due dimensioni dello schermo. Un piccolo ammasso di pixel.

Processi virtuali a persone reali.

E difendere nel processo, ciò che ieri, in aula e con la toga sulle spalle, era difficile ma possibile, diventerà, semplicemente, impossibile. Provateci voi, se ci riuscite, ridotti nel riquadro di una web-cam. Il nostro processo, questa splendida esperienza un po’ teatrale, un po’ liturgica, è stata cancellata con un colpo di Amuchina.

Dicono che è stato fatto per consentire alla giustizia di ripartire subito. Sbagliato: non era necessario, perché la giustizia penale non produce bene di consumo, ma condanne, e le condanne devono essere giuste, non rapide.

Dicono che la riforma ha un termine e poi si ricomincerà come prima. Che il governo si è già impegnato a fare sostanziosi passi indietro. Quel che è certo è che intanto l’hanno fatta, ed ora è legge; poi si vedrà.

Non bastava la quarantena, col suo infinito strascico di drammi individuali e sociali, ci hanno tolto anche il processo.

avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini

Chi sono le persone detenute morte nelle rivolte in carcere

Rouan, Artur, Marco, Salvatore e gli altri.
Ecco chi erano le 13 persone morte in carcere durante le rivolte.
Di alcuni detenuti si conoscono pochissimi dati. Per altri familiari e conoscenti aggiungono qualche tassello in più, ma c’è anche chi ha paura a chiedere verità e giustizia.  Le istituzioni carcerarie continuano a negare informazioni e aggiornamenti.
“Devono  dirmi come è morto e perché. Era un ragazzo sveglio, non avrebbe mai rischiato la vita. Non ha preso volontariamente la droga o le pastigli. Non può essere. C’è qualcosa che non convince”. La mamma di Rouan  Ourrad (meno probabilmente Abdellah o Abdellha, i cognomi con cui compare negli elenchi ufficiosi), chiusa nella sua casa di Casablanca, riesce solo a piangere.  Ripete, da giorni, le stesse due domande. Come? Perché?

A raccontarlo è l’imam che guidava le preghiere nel carcere di Modena, Abouabid Abdelaib, diventato un punto di riferimento per la famiglia d’origine dell’uomo. Rouan aveva 34 anni e origini marocchine. Era uno dei 13 detenuti che tra l’8 e il 10 marzo hanno perso la vita durante e dopo le rivolte scoppiate nelle case di reclusione di mezza Italia, azioni di protesta innescate dalla compressione dei diritti minimi, da timore della diffusione del coranavirus e dalla coabitazione forzata,  dal blocco dei colloqui con i parenti e delle uscite in permesso o per lavoro, dalla sospensione delle attività trattamentali e dei servizi garantiti dai volontari, dal mancato afflusso di droga dall’esterno e da chissà che altro. Il suo cuore si è fermato mentre lo trasferivano al carcere di Alessandria. Al Sant’Anna gli restavano meno di due anni da scontare, il residuo di una somma di piccole pene per spaccio da strada. Avrebbe potuto chiedere una misura alternativa alla detenzione, ma fuori non aveva appoggi solidi.  Il fratello più piccolo era ed è in cella, una sorella abita in Germania e un fratello in  Francia, un altro ancora era rientrato in Marocco quando il padre è morto. A una trentina di chilometri da Modena sta un fratello gemello, El Mehdi, sconvolto,  preoccupato, spaventato. “Quando Rouan è stato arrestato  –  si sfoga, al primo contatto -  nostra madre ha perso il sonno. Non ci dormiva la notte. Per questo ero molto arrabbiato con lui. E poi c’erano problemi con i documenti, complicazioni da risolvere. Non ho fatto abbastanza per aiutarlo. Adesso non si può tornare più indietro”.  E ora lui ha paura di ricadute negative, per se stesso e per la famiglia, tanto da supplicare di cancellare i commenti usciti di getto.
Almeno due detenuti  - dal poco che si è saputo, aggirando il muro di silenzio alzato dalle istituzioni carcerarie e dai referenti istituzionali – avevano figli. Ariel Ahmad, cittadino marocchino di 36 anni, era padre di una ragazzina di 12 anni, avuta dalla ex convivente italiana. Non la vedeva da tempo. Non riusciva a togliersela dai pensieri e dal cuore. “Era un uomo timido, carino, gentile – dice Paola Cigarini, storica volontaria del carcere modenese, da settimane impossibilitata ad entrare in istituto   – Ringraziava sempre, anche per le piccole cose. Non era una persona cattiva. Non riesco a pensarlo come uno che promuove una rivolta, un trascinatore”. Condannato in via definitiva per resistenza, spaccio e false attestazioni sull’identità (in occasione di un arresto fu registrato come Erial), sarebbe tornato in libertà il 14 gennaio 2022.  Anche Agrebi Slim, quarantenne di origine tunisina, aveva una figlia. Ritenuto responsabile di un omicidio a Bologna, con la bimba e la madre in Francia, non aveva potuto vederla crescere. “La ex compagna era venuta in Italia per testimoniare a suo favore – ricorda l’avvocata di allora, Donatella Degirolamo  - e così aveva fatto una amica. Poi io non le ho più viste. E nemmeno lui, credo. Mi è rimasta l’immagine di lui come di un uomo solo. Della bimba gli era rimasta una foto, scattata quando aveva un anno”.
Dal Sant’Anna  sono usciti con i piedi davanti, destinazione tavolo delle autopsie e morgue, anche Hafedh Chouchane (o Hafedeh Chouchen, 36 anni, tunisino, pochi giorni alla scarcerazione), Ben Mesmia Lofti (o Mesmia, 40 anni, tunisino) Alì o Alis Bakili (52 anni, pure lui tunisino). Per loro e per Agrebi e Ariel – lo ha scritto la Gazzetta di Modena – i primi esami post decesso confermano la tesi dell’overdose di un cocktail di psicofarmaci e metadone, disponibili in gran quantità. Non sono state rilevate tracce di una ingestione forzata del mix letale. Nessun segno di lesioni né di azioni violente.

Il reato per cui la procura ha aperto un fascicolo, “omicidio colposo plurimo”, al momento si conferma una scelta tecnica, formale, necessaria per svolgere una serie di approfondimenti. Non risultano indagati, in questa fase pare non si prospettino scenari alternativi. Si attende l’esito degli esami tossicologici per confermare – o smentire – la direzione presa dall’inchiesta penale, cui si affianca un’inchiesta ministeriale. Forse convergeranno al Palagiustizia di  Modena anche gli atti dei primi accertamenti sulla fine tragica degli altri detenuti “modenesi”, spirati dopo la decisione di smistarli in penitenziari non andati fuori controllo: oltre a Rouan,  Ghazi Hadidi (o Hadidi, tunisino di 35 anni  con una condanna definitiva per una violenza pesante, deceduto sulla strada per Verona), Artur Iuzu (moldavo di 31 anni, in custodia cautelare, arrivato a Parma senza vita) e Salvatore Cuono Piscitelli (mandato a Ascoli). Pure di quest’ultimo, sebbene fosse italiano, non si è saputo quasi nulla: aveva 40 anni compiuti in gennaio e il fine pena il 17.8.2020.
Ghazi era assistito dall’avvocato Alberto Emanuele Boni, lo stesso difensore di Rouan. “Se è vero che questi ragazzi stavano male per aver ingerito metadone e pasticche ed erano cianotici  – rimarca –non si capisce perché non li abbiano portati e subito negli ospedali più vicini al carcere, consentendo di curarli per tempo, di salvarli . Invece no. Hanno fatto una cosa insensata. Hanno deciso di spedirli in penitenziari di città lontane, non è dato sapere se in ambulanza o su blindati. Sono morti durante il viaggio. Lo Stato li aveva in custodia. Lo Stato, se vuole dirsi civile, dovrà dare spiegazioni. Perché non si sono prevenute le rivolte? Perché i disordini non sono stati contenuti, prima che arrivassero alle conseguenze costate la vita a tutti questi detenuti? E perché c’era tutto quel metadone disponibile? Si è sentito dire che si trattava di non pochi litri ”.
Kedri Haitem, 29enne tunisino, stava da pochi mesi alla Dozza di Bologna ed è morto lì, quando si sono spenti i fuochi e gli echi della rivolta. Arrestato nel 2019 per delle rapine, reduce da una lunga condanna per altre vicende scontata a Reggio Emilia, era in custodia cautelare, per legge “non colpevole” . In patria faceva il sarto, dentro l’aiuto cuoco e l’addetto a quella che nel gergo interno si chiama Mof, la “manutenzione ordinaria fabbricato”, piccole riparazioni, tinteggiature, interventi da muratore e idraulico. Sempre nel carcere reggino aveva percorso altre tappe di un cammino positivo ed era riuscito a conquistare un lavoro esterno, di pubblica utilità. Gli operatori avevano scommesso su di lui, la comunità esterna pure. Si prendeva cura di aree verdi e piante in un piccolo comune di provincia. Poi un inciampo, la liberazione a fine pena, il ritorno dietro le sbarre. Alla Dozza era seguito dai mediatori culturali. Alle prime avvisaglie del rischio coronavirus, a fine febbraio, i loro servizi non sono stati considerati essenziali – pur essendolo per molti detenuti stranieri e di conseguenza per il personale interno stremato – e il comune ha deciso di tenerli a casa, abilitandoli poi a lavorare via Skype e per telefono solo dal 25 marzo. Non è stato più dato l’accesso ai volontari, altre figure fondamentali. Alcuni reparti sono stati “espugnati” dai detenuti in rivolta, altri sono rimasti inviolati. Probabilmente anche Kedri ha ingerito psicofarmaci, saccheggiati in infermeria, e forse del metadone. La procura, per confermare o smentire che la causa del decesso sia una overdose e accidentale, chiede tempo. Devono essere depositati e valutati i risultati delle analisi tossicologiche. Non solo. Qualcosa sembra non tornare. L’oppioide, dopo i disordini di Modena e i primi morti, doveva essere messo in un posto ultrasicuro in tutte le case di reclusione. Radio carcere ipotizza che non sia andata così, non a Bologna, e che il ragazzo tunisino e i compagni lo abbiano trovato e bevuto, miscelato con il resto. Ed era della Dozza l’anziano recluso per mafia  – posto agli arresti domiciliari in ospedale pochi giorni prima del decesso – stroncato dal coronavirus.
Altro istituto, altre devastazioni, altre tragedia. I carri funebri hanno portato via dal carcere di Rieti i cadaveri di Carlo Samir Perez Alvarez (nativo dell’Equador, 28 anni), Ante Culic (41 anni, croato, fine pena il 27.5.2024) e Marco Boattini (40enne della zona di Pomezia, in attesa di processo d’appello). Per il primo non si trova nessuno disposto a parlare, neppure al consolato. “Purtroppo nemmeno il nostro ufficio è riuscito ad avere altri dati. E non abbiamo alcun contatto con le famiglie di origine”, è costretto ad ammettere Stefano Anastasia, il Garante delle persone private della libertà per la  Regione Lazio. Per il secondo, chiamato Baja dagli amici, il giornalista Inoslav Besker ha saputo che in patria aveva una ex moglie e dei figli. Del decesso è stata informata la madre, Ljubica. Il padre Stirpe è morto da anni.Per Marco i giornalisti del Venerdì di Repubblica hanno trovato qualche brandello di storia e una cugina. Rosa. Era entrato in carcere “ dopo una sentenza per una rissa aggravata, oltre che per questioni di droga. E la droga aveva caratterizzato gli ultimi passi della sua esistenza: la morte della madre lo aveva sconvolto. Il resto lo avevano fatto i rapporti sempre più sottili con il padre – che da tempo viveva all’estero – e con il fratello. La sua casa, nella zona di Pomezia, era diventata una sorta di “comune”: occupata da un gruppo di suoi amici balordi, in realtà spacciatori, che riempivano Instagram di filmati di Marco impegnato in cose demenziali, alle volte umilianti. Lavorava in una tipografia, aveva anche incontrato una ragazza che gli voleva bene”. (Lorenza Pleuteri)

NoTav, Dosio a casa
“Se contagiata alto rischio vita”

Il giudice di sorveglianza di Torino Elena Massucco ha deciso gli arresti domiciliari perché a causa di malattie pregresse e dell’età, 73 anni, Nicoletta Dosio sarebbe “ad alto rischio di vita se contagiata dal Covid 19”, “attesa l’attuale situazione di restrizione carceraria con altri individui potenzialmente portatori del virus”. Insomma ammette il giudice in carcere si rischia di morire.

Non sarebbe stato possibile mandarla a casa con altra motivazione perché ricorda con insistenza il giudice Nicoletta Dosio aveva più volte affermato di non voler accettare l’applicazione del braccialetto elettronico.

Nicoletta Dosio sta scontando la condanna a un anno di reclusione per violenza privata aggravata e interruzione di pubblico servizio in relazione a uno striscione retto nel corso di un presidio NoTav. Nel provvedimento si ricorda che l’unico precedente penale della donna è una violazione della legge sulla stampa datata 1981.

Le restrizioni decise dal giudice sono di massimo livello: non potrà comunicare con nessuno al di là del marito e dei suoi legali. E ha il dovere di far installare un campanello all’ingresso dell’abitazione garantendo che sia sempre funzionante. Inoltre il telefono cellulare dovrà essere sempre acceso.

Il giudice, bontà sua, esclude il pericolo di fuga “attese le attuali prescrizioni governative sulla circolazione degli individui”.

La motivazione dei domiciliari con restrizioni così dure appare come del resto la condanna senza sospensione condizionale della pena come una vera e propria vendetta contro l’impegno profuso da Nicoletta Dosio contro la realizzazione del treno ad alta velocità nell’ambito di una mobilitazione che da decenni coinvolge migliaia e migliaia di persone a difesa del territorio della Valsusa.

Nicoletta Dosio, in carcere dal 30 dicembre scorso, ha già scontato 3 mesi. Ne restano 9 e sembra di capire che sia destinata a “pagare” fino all’ultimo giorno “il debito con la giustizia”. Senza la tragedia praticamente mondiale del coronavirus Nicoletta Dosio non avrebbe avuto neanche i domiciliari. (frank cimini)

Incendio in Tribunale, era già tutto scritto

Già prima del varo e dell’entrata in vigore delle direttive europee in tema di sicurezza il palazzo di giustizia non era in regola. Figurarsi in epoca successiva e adesso in uno stabile che ha 90 anni di vita. In pratica ci si dovrebbe meravigliare se non accadesse nulla a mettere a repentaglio le cose e la vita delle persone.
Il problema era riemerso in epoca recente quando restava paralizzato un avvocato colpevole di essersi sbilanciato nel tentativo di sporgersi. Mancavano protezioni adeguate. I responsabili dei vari uffici procura generale corte d’appello procura facevano osservare giustamente di non avere capacità di spesa e quindi di essere impossibilitati a predisporre misure adeguate comunque molto difficili da attuare data la vetustà del palazzo.

La procura generale ovviava acquistando delle piante verdi allo scopo di nascondere la mancanza di strutture adeguate suscitando anche ilarità.

Bisogna ricordare a proposito del sesto e del settimo piano che la sopraelevazione, accertarono le indagini di Mani pulite, era stata realizzata utizzando materiali scadenti allo scopo di risparmiare e di realizzare il massimo profitto. Dei lavori si occupò la Grassetto società del gruppo di Salvatore Ligresti anche pagando tangenti.

Nei giorni di vento molto forte i vetri del palazzo tremano e continuano a tremare mettendo a repentaglio la vita delle persone. Il palazzo non è “riformabile” più di tanto. A un certo punto la soluzione era sembrata quella di costruire una cittadella giudiziaria in periferia ma poi il discorso era caduto “per mancanza di piccioli”. L’incendio scoppiato alle 22.55 di ieri sera, registrato dalle telecamere di sicurezza, ma scoperto solo sei ore e mezza dopo, attorno alle 5 di stamattina, ripropone un vecchio e drammatico problema. Adesso si tratta di salvare il salvabile a livello di atti processuali sperando che una gran parte sia stata informatizzata. La motivazione dolosa sembra esclusa. Non ci sono elementi che vanno in tale direzione tanto che uno dei magistrati intervenuti, Alberto Nobili, ha parlato apertamente di cortocircuito, e ciò appare più che plausibile. In ogni caso, si tratterebbe del terzo principio di rogo in pochi anni. Negli altri due casi era andata bene. (frank cimini)