giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Gli altarini della casta togata, il libro di Zurlo

Al fine di accompagnare i taralli del caso magistratura, derubricato dal CSM e dai giornaloni a caso Palamara con ovvia radiazione del capro espiatorio per fingere pulizia e tabula rasa, appare utile la lettura delle 223 pagine vergate dal collega Stefano Zurlo cronista nelle aule dei processi di vecchia data, edizioni Baldini e Castoldi, 18 euro.
“Il libro nero della magistratura” recita il titolo accompagnato dall’occhiello “I peccati inconfessati delle toghe italiane nelle sentenze della sezione e disciplinare del Csm.
Si tratta del terzo lavoro di Zurlo sullo stesso tema dopo “La legge italiana siamo noi” del 2009 e “Prepotenti e impuniti” del 2011, “sempre sbianchettando i nomi” specifica l’autore “per non rischiare grappoli di cause milionarie e grane a non finire. Nove anni dopo ci risiamo”.
Non c’è una virgola che sia inventata fuori posto esagerata. “Ci sono giudici che hanno depositato sentenze con mesi e mesi di ritardo e altri che hanno dimenticato in cella gli imputati per 51 giorni… giudici che hanno chiamato i carabinieri per non pagare il conto al ristorante e altri che hanno smarrito pratiche e fascicoli vanificando anni di processi….  Molti sono stati assolti perché c’è quasi sempre una scappatoia, troppo lavoro, il sistema che non funziona, la separazione dalla moglie, la malattia grave di un congiunto”.
Molti non sono sfuggiti alla sanzione, spesso minima, tra ammonimento e censura. Raramente si è arrivati alla perdita di anzianità e molto difficilmente all’espulsione dalla categoria. Tutti processi celebrati in silenzio.
In questo libro siamo oltre gli accordi sottobanco, le spartizioni tra le correnti. Siamo a fatti di vita quotidiana rispetto ai quali si resta senza parole soprattutto perché i comuni mortali per episodi simili sono costretti a vedere i sorci verdi e la loro vita sconvolta dalle decisioni dei togati.
Un giudice resta al suo posto nonostante sia responsabile di 74 procedimenti civili fuori tempo massimo con punte tra i 595 e i 560 giorni e di aver copiato pari pari 55 delle 71 pagine del testo da una delle due parti. La nobilissima arte del copia e incolla. Il signore ha “pagato” con la perdita di un anno di anzianità con gli utenti sempre costretti ad aspettare i suoi tempi.
Un altro giudice si ubriaca, barcolla, viene soccorso, arrivano due poliziotti e lui li “saluta”a modo suo: “Sbirri di merda, mi avete rotto i coglioni”. E ancora: “Ve la faccio pagare adesso chiamo il questore e vi sistemo”. Successivamente dopo aver tamponato un’auto prende a calci e pugni due carabinieri rifiutando di dare le proprie generalità. Diversi procedimenti disciplinari, il buffetto dell’ammonizione. Ma non si ferma, prosegue. Viene sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Adesso vive con l’assegno alimentare cosiddetto. Quello alle toghe non lo negano mai.
C’è il giudice che picchia la moglie e viene assolto con la commissione disciplinare che filosofeggia sui fallimenti esistenziali per coprire gli eccessi e gli istinti maneschi.
Non manca chi ha molestato e vessato per anni una collega “perché non ci stava”, rischia il trasferimento ma non arriva neanche quello e il giudice continua in aula a rappresentare lo Stato.
Un altro fa il giudice e il vicesindaco nello stesso territorio ma se la cava con l’ammonimento.
428 giorni, più di un anno agli arresti domiciliari per un erroraccio del gip che avrebbe dovuto firmare la remissione in libertà di due imputati a maggio del 2013 ma lo fece solo nell’agosto dell’anno successivo. La commissione disciplinare del Csm decide che si tratta di grave negligenza. Emerge che lo stesso giudice aveva dimenticato in cella un terzo imputato per 48 ore. Ma tutto finisce con una semplice censura. Nella commissione disciplinare che prende la decisione ci sono Maria Elisabetta Alberti Casellati futuro presidente del Senato e dulcis in fundo Luca Palamara. Da lui eravamo partiti per parlare del libro di Stefano Zurlo e non possiamo non finire con lo stesso, ormai ex magistrato. Quello che adesso viene misconosciuto dai colleghi a cominciare da quelli beneficiati dalle sue attività diciamo borderline. Ovvio non aveva agito da solo. Piazzare negli anni passati al Csm 86 magistrati in ruoli di vertice non è impresa da poco. Alla fine ha pagato solo lui. E molti giudici dei quali ci racconta Zurlo fecero di peggio molto di peggio, anche se il Csm quei misfatti li ha retrocessi a una sorta di vizi privati da curare al massimo con qualche caramella amara.
(frank cimini)

Milano capitale di rivoluzione fallita, il libro di Steccanella

Con un gioco di parole possiamo dire che Milano fu la capitale dello scontro tra capitale e lavoro, uno scontro sociale durissimo poi sfociato in una guerra civile a bassa intensità (ma neanche tanto bassa in verità).   E Davide Steccanella avvocato e scrittore, già autore de “Gli anni della lotta armata“, partendo da una serie di articoli usciti su Repubblica nell’estate del 2019, in “Milano 1962 1986 gli anni della violenza politica” ripercorre la storia per ricordare a chi c’era e spiegare daccapo a chi non c’era i fatti che evidenziano problemi non ancora risolti e per certi versi aggravati.

Scrive nella prefazione Claudia Pinelli figlia del ferroviere anarchico ucciso in Questura da un gruppo di servitori dello Stato democratico nato dalla Resistenza antifascista (definizione pomposa e solenne quanto poco rispondente al vero): “Sono tante le persone di cui si è persa la memoria, fa effetto vederle messe tutte in fila con un vissuto di cui magari non condividiamo il percorso ma che comunque va ricordato a segnare una esistenza in vita bruscamente interrotta inserita in un contesto più grande anche questo da ricordare. Non è il rimanere inchiodati al passato ma l’essersi assunti la responsabilità il non aver rinunciato anche dove la giustizia si è fermata uscendone forse vinti ma consapevoli di quello che è stato, riuscendo a trasformare la rabbia in un impegno contro l’indifferenza“.

Via Mengoni, 12 ottobre 1962. Durante la manifestazione organizzata dalla Cgil contro l’embargo Usa a Cuba muore Giovanni Ardizzone. Tra i testimoni del fatto Primo Moroni che poi fonderà la libreria Calusca punto di riferimento della sinistra rivuzionaria. “La magistratura stabilì che Ardizzone era stato schiacciato dalla folla in fuga. Noi l’avevamo visto ammazzare da una camiotta di cui ricordo gli ultimi numeri di targa, sei e otto. Questo per me fu l’ultimo episodio che fece traboccare il vaso”.

Il presunto grande partito della classe operaia in cui Moroni militava si schierò con la versione ufficiale. Compromesso storico in nuce. Moroni sovversivo di razza era fatto di tutt’altra pasta e lasciò il partito.

Poi Piazza Fontana “la madre di tutte le stragi” scrive Steccanella, l’uccisione di Pinelli dopo un fermo protratto oltre i termini di legge. Tutto benissimo ricostruito nel libro di Gabriele Fuga e Enrico Maltini dal titolo “La finestra e’ ancora aperta”, citato da Steccanella, dove in base agli atti desecretati negli anni 90 emerge la presenza in questura di uomini dei servizi segreti venuti da Roma a coordinare le indagini. Una presenza della quale all’epoca tutti tacquero anche chi avrebbe avuto tutto l’interesse a parlarne anche pee alleggerire le proprie responsabilita’. Tra i ”silenziatori” il commissario Calabresi poi ucciso il 17 maggio del 1972. Da Lotta Continua, dicono le sentenze.

“Milano in quegli anni era ricchissima di protagonismo proletario, sono anni in cui non solo gli operai ma soprattutto i tecnici sono in prima fila a portare il concetto della trasformazione sociale nella ricerca di un cambiamento per uno stato delle cose presenti che non potevano funzionare – la testimonianza di Paola Besuschio – io sono una giovane compagna vivo tutta l’esperienza del ‘68 e le Brigate Rosse per me sono un’ipotesi del prosieguo della lotta rispetto a una trasformazione di cose che in quel momento non andavano bene”. Sono le parole che la donna disse a Sergio Zavoli per “La notte della Repubblica”.

Il libro di Steccanella è fatto per smentire che quegli anni furono soltanto una scia di sangue e di politica della paura. “Non è così perché sono stati anni di conquiste sociali politiche e culturali di enorme significato – scrive l’autore – con l’approvazione di leggi quali lo statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, la legge Basaglia, le riforme del diritto di famiglia della scuola e del diritto penitenziario, le leggi su divorzio e aborto l’obiezione di coscienza. Poi c’è stata anche un’altra storia intensa e dolorosa. Si può anche far finta che non sia accaduta ma siccome è accaduta prima di voltare una pagina bisogna leggerla  come dice  Predrag Martvejevic. E allora leggete il libro di Davide Steccanella.

(frank cimini)

 

 

Strage di Stato, bomba fascista depistaggio “antifascista”

“Strage di stato” il titolo del libro che diede il via a una formidabile campagna di controiformazione sull’attentato di piazza Fontana conteneva un giudizio prettamente politico che ha trovato ampio riscontro nella realtà al di là di quello che sostengono statolatri in servizio permanente effettivo sia di vecchia data sia di più recente investitura da parte dei media.

Ovvio non ci sono prove formali per affermare che uomini dello Stato ordinarono il collocamento della bomba alla sede della Banca nazionale dell’Agricoltura. Furono i fascisti ad agire anche se Freda e Ventura essendo stati già assolti in precedenza non fu possibile processarli ancora per lo stesso fatto e con la stessa imputazione.

Ma iniziò da subito con la manovra repressiva contro gli anarchici un depistaggio di Stato che dura tuttora e di cui sono responsabili apparati investigativi, di intelligence e forze politiche legate a quello che da sempre viene solennemente e pomposamente definito “lo Stato democratico nato dalla Resistenza antifascista”.

Per esempio non è stata valutata fino in fondo la presenza in questura a Milano di dirigenti dei servizi segreti arrivati immediatamente da Roma a coordinare le indagini di cui parlano diffusamente l’avvocato Gabriele Fuga e Enrico Malatini nel libro dal titolo “La finestra e’ ancora aperta” dedicato alla morte dell’anarchico Pino Pinelli.

Quando furono desecretate molte carte negli anni 90 ed emersero quelle presenze dei servizi fino ad allora sconosciute la magistratura non fece il diavolo a quattro per approfondire. Lo Stato  non può processare se stesso e si trattava, si tratta del famoso “stato democratico”, anche se a seconda guerra mondiale finita non aveva subito la necessaria defascistizzazione perché gli uomini del ventennio furono utili alla guerra contro i comunisti.

E ancora. Dal momento che era in corso negli anni 70 uno scontro sociale durissimo sfociato in guerra civile a bassa intensità (ma neanche troppo bassa in verità) ai partiti al governo e all’opposizione tutti insieme affratellati diciamo che non sembrò il caso di andare a vedere che cosa era veramente accaduto a piazza Fontana e dintorni.

E fu in quel clima in quel contesto politico che si mise la pietra tombale sul caso di Pino Pinelli. Da un lato non potevano più dire che era stato suicidio ma dall’altro non potevano “infangare” le cosiddette forze dell’ordine di uno stato democratico di aver defenestrato un fermato dopo averlo trattenuto per un tempo superiore ai termini fissati dalla legge.

E così saltò fuori ”il malore attivo” per salvare capra e cavoli firmato da un giudice legato al Pci, Gerardo D’Ambrosio. Si era da due anni in pieno compromesso storico proposto da Berlinguer dopo il golpe cileno. E da lì partirono a livello mediatico una serie di panzane con il commissario Calabresi e Pinelli messi sullo stesso piano, “due brave persone”. Calabresi era il più alto in grado al momento dei fatti, la stanza era la sua. Come minimo sapeva che cosa era accaduto al di là della sua presenza fisica o meno nei metri quadrati dell’interrogatorio. Si guardò bene il poliziotto che alcuni vorrebbero addirittura santo dal raccontare degli 007  venuti dalla capitale. Insomma “il santo” agiva da copertura.

51 anni dopo rispunta il generale Maletti riparato in Sudafrica a dire di aver saputo che Pinelli veniva interrogato sul davanzale della finestra. Uno dei cinque sbirri dell’interrogatorio Vito Panessa intervistato dice: “Pinelli se l’era cercata”.

La bomba fascista fu l’inizio di questa storia senza fine, il resto lo dobbiamo ai disastri dell’antifascismo, al di là dei comunicati di quel carrozzone burocratico e  inutile denominato Anpi e dell’operazione mediatica di una ragazzetta assurta a storica perché porta (e porta male) il cognome del padre che si ingegna a dire che no non fu una strage di Stato. Lo Stato in quanto tale non può che essere innocente, la religione di lor signori (frank cimini)

I pm negano a Fontana la moratoria concessa per Expo

Si può pensare dal punto di vista politico tutto il male possibile del “governatore” Attilio Fontana e chi scrive queste poche e povere righe si sente di far parte della lista ma la mitica procura ha negato sdegnosamente a lui quello che fu concesso con la moratoria delle indagini su Expo.

Fontana attraverso i suoi legali si era rivolto ai pm mettendo le mani avanti al fine di evitare grane giudiziarie. Si era detto pronto ad assumere la responsabilità al fine di reperire i vaccini di superare l’obbligo della gara pubblica e procedere a trattativa privata. La procura replicava spiegando di non occuparsi di amministrazione e in pratica di non poter dare licenza di commettere reati.

Insomma tutto il contrario di quanto accadde per Expo quando i pm chiusero un occhio e l’altro pure. E vennero ringraziati dall’allora premier Matteo Renzi “per il senso di responsabilità istituzionale”. Ringraziati cioè per non aver rispettato il principio dell’obbkigatorieta’ dell’azione penale perché si trattava di “salvare la patria”  permettendo la celebrazione del grande evento che sarebbe stato fortemente in dubbio nel caso fossero state espletate indagini vere.

E trovò il modo la procura anche di mettere in condizioni di non nuocere l’unico magistrato, il procuratore aggiunto Alfredo Robledo,  che stava facendo le indagini. Con la complicita’ del Csm e del capo dello Stato Giorgio Napolitano missione compiuta. Napolitano disse che con la riforma dei poteri del capo dell’ufficio inquirente il procuratore poteva fare quello che voleva. Il procuratore era Edmondo Bruti Libersti uno dei fondatori di Magistratura Democratica, corrente nata negli anni ‘60 in nome della orizzontalità degli uffici inquirenti. Si nasce incendiari e si muore pompieri. Anche se per fortuna non vale per tutt.

Tra i beneficiari della moratoria il sindaco Giuseppe Sala portatore di un conflitto di interessi gigantesco come ex amministratore di Expo. Con una motivazione da ubriachi Sala fu prosciolto dall’accusa di aver favorito Oscar Farinetti con l’assegnazione della ristorazione di due padiglioni senza gara pubblica.

Ma vennero di fatto “amnistiati” anche quei giudici al vertice del palazzo milanese che avevano omesso di fare gare pubbliche in relazione all’assegnazione dei fondi di Expo giustizia. Si decise di affidarli a società che avevano consuetudine di rapporti con la pubblica amministrazione. Una di queste società aveva sede nel paradiso fiscale del Delaware e non si è mai saputo di chi fosse, a chi appartenesse realmente. Chi controlla i controllori?  Nessuno. Insomma siamo messi così male che tocca difendere un amministratore pessimo come Fontana. Sono i miracoli che fa la mitica procura, il porto delle nebbie vero perfettamente in linea con la farsa di Mani pulite, l’inchiesta mille pesi e mille misure (frank cimini)

Il direttore, autobiografia di un carceriere: “Chiudete le prigioni”

 

La domandina. Per chiedere di avere qualsiasi cosa di cui ha bisogno o un prodotto che non è nella lista del sopravvitto, lo spaccio interno   – una testa d’aglio bianca e non verde, una sveglia, un profumo,  un colloquio con i volontari o gli educatori, il recupero di un paio di ciabatte messe ad asciugare tra le sbarre e cadute dalla finestra…  –  un detenuto deve compilare un modello ad hoc, il famigerato modello 393.

«A quella ‘domandina’ affida le sue speranze, nonostante sappia quanto quel pezzo di carta, una volta lasciate le sue mani, sia in pericolo dovendo affrontare tortuosi itinerari prima di giungere alla meta. La richiesta, imbucata nelle apposite ‘cassettine’ situate nei reparti, è prelevata dal caporeparto che ne dispone la consegna, ‘previa attestazione’, all’Ufficio conti correnti perché verifichi la capienza economica della spesa, per poi smistarla all’Ufficio matricola ove viene indicata la posizione giuridica e rimessa per il vaglio sul ‘genere di possesso consentito’ al Comandante, superato il quale giunge alla firma del Direttore che decide se concedere o meno l’autorizzazione. Due giorni, in media, per esaurire tutta la procedura, cinque uffici impegnati tra timbri, controlli, annotazioni, firme e controfirme…».

Comincia da qui, dalla quotidianità spicciola e da procedure farraginose e vetuste, il racconto dei quarant’anni di vita e di lavoro spesi dietro le sbarre da Luigi Pagano, lo storico direttore di San Vittore, poi responsabile di tutti gli istituti di pena del Nord-ovest  e vice capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. L’uomo  dello Stato che vorrebbe vedere ridurre progressivamente, se non sparire del tutto, il sistema carcere.

QUARANT’ANNI DA CARCERIERE E CARCERATO

Pagano (classe 1954, orgogliosamente campano) ripercorre un libro (“Il direttore”, Zolfo Editore, pagine 304, 18 euro) le tappe di un itinerario umano e professionale che ha incrociato quello di migliaia di detenuti (più comandanti, marescialli e agenti, educatori, medici, volontari, teatranti e musicisti, magistrati, papa Francesco e il cardinale Carlo Maria Martini, cappellani, ministri, assessori, direttori generali, ….) e si è intrecciato con i tumultuosi cambiamenti del Paese, le paure, gli umori, le contraddizioni, l’alternarsi di concessioni e restrizioni. Un viaggio lungo quarant’anni – da carceriere e insieme carcerato, così come la famiglia – dedicati al tentativo di colmare la distanza tra i principi fissati nella Costituzione e nell’ordinamento penitenziario e la complessa e poco conosciuta realtà delle carceri italiane, in genere non frequentate nemmeno da pm e giudici.

TESTIMONI E PROTAGONISTI

Il libro è cadenzato da citazioni cinematografiche e letterarie, prova della profonda preparazione (Giurisprudenza a Napoli, tesi di Antropologia criminale, specializzazione in Criminologia clinica), di ottime letture e di uno sguardo attento.

Si va da Cesare Beccaria a Elio Vittorini, da Emmanuel Kant al meno scontato Jonathan Swift e al Vangelo di Luca, passando per Michail Bulgakov. Gli aneddoti (sui ladri pasticcioni Gino e Got e su un concerto in galera di Mario Merola, ad esempio) si alternano a riflessioni profonde e a una lucida critica del sistema penitenziario. La carrellata sui detenuti eccellenti affianca il ricordo dei tanti signori nessuno e delle donne che riempivano (e riempiono) le celle e dei collaboratori “invisibili” ai non addetti ai lavori, come la mitica signora Drago lasciata a presidio della segreteria e della direzione (con la porta sempre aperta) o Luciano, autista e “quasi fratello” per trent’anni.

Ci sono parole anche per la moglie e le due figlie, da “padre a metà”, e per l’adorato nipote, nato a San Vittore. E c’è il dolore per tanti, troppi suicidi.  Lo stesso giorno in cui si tolse la vita Gabriele Cagliari, ex presidente Eni, si impiccò anche Zoran Nicolic, lui cancellato dalla memoria collettiva e tornato ad esistere nel libro.

 

DA PIANOSA A ROMA

«Il direttore racconta le nostre prigioni dall’interno – riassume la scheda che accompagna il volume -  dal primo incarico a Pianosa negli anni di piombo, avuto nel 1979 a 25 anni, fino alla nascita del pionieristico ‘progetto Bollate’ e dell’Icam, la struttura a custodia attenuata aperta a Milano per ospitare mamme detenute con figli piccoli al seguito.

In un susseguirsi di destinazioni e di incarichi, Pagano è testimone e protagonista di momenti chiave della storia e della cronaca nazionale. Sorveglia i brigatisti che hanno sequestrato e ucciso Aldo Moro e la scorta. Al culmine dell’emergenza terrorismo affronta le rivolte che affossano la riforma penitenziaria. Vede trucidato Francis Turatello, boss indiscusso della mala milanese; segue l’isolamento all’Asinara di Raffaele Cutolo, capo della Nuova camorra organizzata, destinazione imposta dal presidente della Repubblica Sandro Pertini.

A San Vittore assiste da osservatore privilegiato al gonfiarsi della piena di Tangentopoli, che nel 1992 trascina con sé politici e manager per nulla avvezzi alle patrie galere, e all’emanazione delle misure restrittive varate dopo le stragi mafiose dello stesso anno».  Poi vede anche svanire nell’ombra le tematiche carcerarie, sparite dai discorsi di politici e commentatori e da giornali e tv, salvo riemergere sporadicamente quando scoppiano polemiche o casi eclatanti (legati e non all’emergenza Covid anche dietro le sbarre).

UNA PROSPETTIVA PARTICOLARE

La prefazione, firmata dal magistrato e amico Alfonso Sabella, è  una attestazione di stima incondizionata: «Ecco la Storia, quella con la S maiuscola, la Storia d’Italia osservata da una prospettiva particolare, quasi unica: una visione a scacchi degli ultimi quarant’anni di vita repubblicana attraverso le sbarre delle prigioni e con gli occhi di quell’umanità che le aveva popolate. La voce narrante è quella di un uomo che, dal suo singolare mondo ignoto ai più, non solo l’ha più volte incrociata e toccata con mano ma ha anche contribuito, silenziosamente, a scriverla quella Storia, la voce è quella, senza retorica, di un leale e fedele Servitore dello Stato».

ABOLIRE IL CARCERE?

Pagano ora è in pensione. Avrebbe altro da dare, comunque la si pensi di lui. E da raccontare.

C’è qualcosa che si rimprovera? Un errore che non rifarebbe?

«Nella mia esperienza romana, da vicedirettore del Dap, mi sarei dovuto battere di più per andare a fondo nelle riforme, applicando gli strumenti già esistenti. Il carcere, dopo i passi avanti fatti e le conquiste, è ripiombato al punto di partenza o peggio, con il ritorno del sovraffollamento, le chiusure, l’arretramento culturale. Ecco, l’errore è stato non riuscire a passare dalle teorie alla pratica».

E gli altri che cosa le rimproverano?

«Di essere stato egocentrico, se non addirittura megalomane. Ma per questo mestiere è necessario. Il potere l’ho scoperto per usarlo a fin di bene, per scegliere, per decidere. Mi hanno anche rimproverato di essere stato più attento agli  autori dei reati che alle loro vittime . E non è così, non sarebbe possibile dimenticare le vittime dei reati.  A prescindere dal fatto che in alcuni reati, penso a quelli relativi alla tossicodipendenza, spesso autori e vittime si identificano. Io ho cercato solo di dire che il carcere, conoscendolo, così come è concepito adesso non rimedia al male, anzi ne produce. Basterebbe guardare le stime sulla recidiva per capire che il carcere non abbassa i livelli di criminalità, bensì li enfatizza. E questo la società non può permetterselo».

La persona o l’episodio che ricorda più volentieri, dei suoi quarant’anni dietro le sbarre?

«Sono tante, molte le ho messe nel libro. Tra loro c’è il poeta Bruno Brancher, che ho conosciuto a San Vittore. L’approccio non è stato semplice. Poi, quando è uscito, ci davamo del tu».

E il momento peggiore?

«I suicidi. Sono le pagine più tristi, perché non c’è rimedio, perché quando una persona che hai in custodia si toglie la vita ti chiedi se e ove ai sbagliato. Il punto è che non è il carcere il luogo più adatto per prevenirli.

Lei ora è in pensione. La chiamano “solo” per qualche convegno e per consulenze per il difensore civico della regione Lombardia. Che cosa vorrebbe fare da grande. Come le piacerebbe mettere a frutto la sua enorme esperienza?

«Mi piacerebbe insegnare,  far vedere l’altra faccia del carcere».

E il futuro del carcere, quale dovrebbe essere? Abolirlo, come ha ripetuto lei in un più occasioni?

«Dire che è da abolire è una provocazione, certo. Va ridimensionato, sostituito progressivamente con misure alterative, con il faro della Costituzione e dell’ordinamento penitenziario. Si dovrebbe farne a meno ogni qualvolta si sa che è deleterio».

(lorenza pleuteri)