giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

“Mani pulite per chi non c’era” Leggete ma sappiate che…

“Tangentopoli per chi non c’era”, 174 pagine a 15 euro, editore Nutrimenti, scritto dal bravo cronista de Il Giorno Mario Consani. Leggetelo ma sappiate che… La corruzione c’era anche prima del 1992 quando le procure, in testa quella di Milano (e c’era già Santo Francesco Saverio Borrelli) facevano finta di non vederla. Per accorgersene nel mitico 1992 con una politica indebolita alla quale le toghe saltarono al collo per riscuotere il credito acquisito ai tempi della madre di tutte le emergenze quando iniziò l’opera di ridimensionamento della Costituzione a vantaggio di una Carta materiale adeguata alle leggi varate contro la sovversione interna.
Fu uno scontro tra le classi dirigenti del paese, in cui la politica scelse di suicidarsi abolendo l’immunità parlamentare sotto la forma dell’autorizzazione a procedere e consegnandosi ai magistrati ai quali anni prima aveva dato troppo potere delegando loro completamente “la lotta al terrorismo”.
Sappiate che Mani pulite godette di buona stampa, ottima direi, perché gli editori dei giornaloni trovandosi sotto lo schiaffo del mitico pool appoggiarono l’inchiesta per farla franca, usando l’espressione cara a Pierbirillo Davigo. Fu un do ut des un accordo corruttivi nel nome della lotta alla corruzione.
I grandi imprenditori italiani prima si misero d’accordo con i politici per fare i soldi e poi con i giudici per non andare in galera. I poteri forti in primis quello economico finanziario ne uscirono indenni. Fiat, Mediobanca tanto per non fare nomi. “Nel caso il dottor Di Pietro decidesse di fare un giro dalle parti di via Filodramnatici io lo accompagnerei volentieri” disse l’avvocato Giuliano Spazzali al tele processo Cusani. Di Pietro quel giro ovviamente non lo fece.
L’unico grande imprenditore investigato a fondo ebbe guai perché costretto a fare politica direttamente a causa dei debiti delle sue aziende. Lui che all’inizio dimostrò di averci capito molto poco appoggiando l’inchiesta che era “il nuovo” come lui del resto. E dopo 30 anni è ancora lì ma sempre e solo per un motivo, tutelare la sua roba.
Pure la procura di Milano è ancora lì ma come un ufficio allo sbando dilaniato da guerre interne e da processi persi dopo aver puntato le proprie carte su testimoni di accusa improbabili. In attesa di un “Papa straniero” e del trentesimo anniversario di una grande farsa dove l’inchiesta che avrebbe dovuto rivoltare il paese come un calzino ebbe come uomo simbolo un magistrato che viveva a scrocco degli inquisiti del suo ufficio. Prosciolto a Brescia sulla base di un comunicato dell’Anm che per la prima volta nella sua storia si schierò con l’indagato. Ovviamente fu anche l’ultima. (frank cimini)

L’addio di Greco alla mitica procura, storia Amara

Domani davanti all’aula magna del triplice resistere di Borrelli “come sulla linea del Piave” il procuratore Francesco Greco desiste con il brindisi di addio per andare in pensione nel momento più difficile della storia della procura che fu di Mani pulite e nella consapevolezza che stavolta con ogni probabilità “passerà lo straniero”.
Per la prima volta da tempo immemore il nuovo procuratore arriverà da fuori Milano. Non sarà un magistrato interno al palazzo costruito dal Puacentini. Il cosiddetto “Papa straniero”. Greco lascia dopo aver visto 57 magistrati del suo ufficio rivoltarsi contro di lui dando solidarietà a Paolo Storari e di fatto impedendone il trasferimento dopo che aveva consegnato i verbali di interrogatorio dell’avvocato Piero Amara all’amico Piercamillo Davigo membro del Csm voglioso di vendetta nei confronti dell’ex alleato Ardita.
Una storia davvero Amara, amarissima, e che non fa benissimo come nello spot del famoso liquore. Mezza procura è indagata a Brescia e serve a poco che per il procuratore in uscita per quiescenza sia stata chiesta l’archiviazione in relazione alla tardiva iscrizione nel registro degli indagati delle persone chiamate in causa da Amara. Loggia Ungheria. Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro i pm del processo Eni finito con una raffica di assoluzioni rischiano il rinvio a giudizio. Così pure l’aggiunto Laura Pedio. Greco e Davigo sono alle denunce reciproche.
Ma al di là dei risvolti penali c’è una procura da tempo allo sbando dove il procuratore per il modo in cui aveva organizzato l’ufficio aveva concentrato su di de critiche lamentele e proteste. Che sono diventate di pubblico dominio con la fine del processo Eni quando Storari scrisse in risposta a Greco un messaggio molto chiaro: “Francesco non prendiamoci in giro”.
L’ex mente finanziaria del pool Mani pulite ha avuto un fine carriera senza gloria. E mentre si avvicina a grandi passi il trentesimo anniversario del terremoto politico giudiziario sarebbe meglio per tutti chiedersi se pure quella fu vera gloria. Una ragione ci sarà se allora arrestarono a destra e a manca per rivoltare l’Italia come un calzino e ora si arrestano tra loro. La corruzione c’era anche prima del 1992 e le procure in testa Milano avevano fatto finta di non vederla. Poi improvvisamente la scoprirono perché la politica si era indebolita al punto da poter essere aggredita per riscuotere il credito acquisito dai magistrati ai tempi della madre di tutte le emergenze. Quando Francesco Greco era stato un giovane magistrato rivoluzionario militando in una pattuglia minoritaria ma combattiva che dall’interno di Md si opponeva alle leggi e alle pratiche dell’emergenza. Una emergenza che non è mai finita diventando prassi normale di governo. E con Francesco Greco ormai uomo di potere. Si nasce incendiari e si muore pompieri. Ma per fortuna non vale per tutti. Per tanti si, purtroppo.
(frank cimini)

In attesa del “papa straniero” ecco la storia del passato

Alla vigilia, ma in realtà ci vorranno mesi, di quello che potrebbe essere un avvenimento epocale come l’arrivo del cosiddetto “papa straniero” a capo della procura di Milano vale la pena di ricordare cosa è accaduto negli ultimi quarant’anni e passa.
Nel 1977 quando chi scrive queste povere righe iniziò a frequentare il palazzo di giustizia come collaboratore abusivo e non pagato (diciamo per militanza) del Manifesto il capo dei pm era Mauro Gresti passato alla storia per aver dato e non avrebbe dovuto farlo l’ok per il passaporto al banchiere Roberto Calvi. Di Gresti si racconta pure che la moglie fosse solita rimproverarlo quando portava fuori il cane “perché per ammazzare te mi ammazzano anche lui”.
Il successore di Gresti fu Francesco Saverio Borrelli il santo procuratore della farsa di Mani pulite targato Magistratura Democratica dalla quale però a un certo punto prese le distanze. Un giudice di quei tempi era solito etichettare Borrelli come “quello che fa proclami al popolo”.
Borrelli al termine del mandato scese al terzo piano a fare il procuratore generale cioè il superiore gerarchico e il controllore dello stesso ufficio inquirente che aveva diretto per anni. Ma si tratta di “dettagli” di cui il Csm, che di solito fa cose anche peggiori, non si è mai voluto interessare.
Del resto anche Manlio Minale fece lo stesso percorso scendendo di piano senza che la cosa suscitasse attenzione. Minale quando aveva già fatto la domanda per diventare pm era il giudice che in corte d’Assise condannò Sofri. Avrebbe mai potuto smentire l’ufficio in cui stava per entrare?
Ma prima di Minale il capo era stato Gerardo D’Ambrosio, lo zio Gerry, colui che da giudice istruttore aveva cercato di salvare l’onore e l’immagine della questura ricorrendo al “malore attivo” dell’anarchico Pinelli. D’Ambrosio in Mani pulite salvava il Pci Pds spiegando che Primo Greganti aveva usato i soldi non per il partito ma per comprare una casa. Ma da Montrdison Greganti aveva incassato 621 milioni di lire esattamente la stessa cifra data agli emissari di Psi e Dc. Misteri di Mani pulite.
Dopo D’Ambrosio arrivò Edmondo Bruti Liberati uno dei fondatori di Md il quale contrariamente a quelli che erano stati i valori e lo spirito originario della corrente fece fino in fondo “il padrone” del quarto piano cacciando Robledo che voleva indagare su Expo ma per salvare la patria dell’evento non si poteva.
Francesco Greco suo ex delfino ha continuato l’opera di Bruti incagliandosi alla fine nel caso Eni Nigeria.
Siamo alla storia di questi giorni. Greco era stato sempre “coperto” dal CSM. Ricordiamo che poco tempo prima di essere nominato procuratore aveva chiesto una serie di archiviazioni in procedimenti di tipo fiscale. Il gip ragione gettava le richieste e a quel punto interveniva la procura generale della Repubblica avocando a se’ i fascicoli.
In alcuni di questi casi si arrivava alla condanna attraverso il patteggiamento. Insomma veniva completamente ribaltato quello che Greco aveva prospettato. In casi del genere il Csm è chiamato ad andare a verificare. Non accadeva nulla.
Greco insieme al pg della Cassazione Salvi evidentemente pensava di risolvere la questione Eni-Amara facendo trasferire Storari. Stavolta non ha centrato l’obiettivo.
Il 14 novembre va in pensione, forse anche prima se in lui dovesse prevalere la saggezza. Insomma aspettiamo “il Papa straniero”.
(frank cimini)

Greco la rivoluzione, Mani pulite e i guai di fine corsa

Si nasce incendiari e si muore pompieri. Non vale certo per tutti ma per molti decisamente si. Vale per il procuratore capo di Milano Francesco Greco che da giovane pm fece parte di una sparuta ma combattiva pattuglia di magistrati che tra Roma e Milano come “sinistra di Md” si oppose strenuamente all’emergenza antiterrorismo, alle leggi speciali. Greco scriveva su “Woobly collegamenti” un foglio dell’area dell’Autonomia e insieme a chi verga queste povere righe, a Gianmaria Volonte’, al libraio Primo Moroni, a magistrati e avvocati prese parte a un collettivo, “il gruppo del mercoledì” impegnato a perorare la causa dell’amnistia per i detenuti politici.
Insomma ne è passata di acqua sotto i ponti per arrivare ai giorni nostri, gli ultimi della carriera di Francesco Greco che il 14 novembre andrà in pensione dopo aver fatto cose molto diverse, eufemismo, dal contenuto delle sue idee giovanili.
Greco fu la cosiddetta “mente finanziaria” del pool Mani pulite, una nuova emergenza dove recitò fino in fondo il ruolo di chi stava dalla parte di una categoria che approfittando del credito acquisito anni prima saltava al collo della politica per dire “adesso comandiamo noi”.
Stiamo parlando di un magistrato che diede un enorme contributo ai mille pesi mille misure dell’inchiesta che avrebbe dovuto stando alle aspettative cambiare in meglio il paese. E invece tanto per fare un esempio Sergio Cusani che non aveva incarichi e nemmeno firme sui bilanci in Montedison prese il doppio delle pene riservate ai manager Sama e Garofano.
Greco è stato il delfino di Edmondo Bruti Liberati, storico esponente di Md corrente nata a metà degli anni ‘60 teorizzando l’orizzontalita’ negli uffici giudiziari ai danni della verticalità. Bruti con al fianco Greco e supportato dal capo dello Stato e presidente del Csm Giorgio Napolitano usò tutta la verticalità possibile nello scontro con l’aggiunto Alfredo Robledo esautorato e trasferito perché voleva fare le indagini su Expo.
E da quello scontro interno alla procura di Milano è derivata la linea generale del Csm che adesso lascia i capi delle procure liberi di scegliersi gli aggiunti senza interferire e rinunciando in pratica al suo ruolo.
Tanto è vero che Greco riusciva a far nominare tra i suoi vice Laura Pedio che aveva titoli di gran lunga inferiori a quelli di Annunziata Ciaravolo. Ciaravolo aveva preannunciato a Greco la propria candidatura e il capo della procura aveva dato l’ok. Poi, è storia nota, Greco chiedendo l’appoggio di Palamara riusciva a ottenere il grado per la sua protetta.
Adesso la rogatoria eseguita in Nigeria dall’aggiunto Pedio per il caso Eni è al centro di uno scontro furibondo con la procura di Brescia che chiede quelle carte nell’ambito dell’inchiesta sui pm milanesi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. Greco ha risposto picche spiegando che gli atti fanno parte di una istruttoria in corso coperta da segreto. Il procuratore di Brescia Francesco Prete, in questa lotta a chi ce l’ha più duro, si è rivolto al Governo che dovrebbe chiedere lumi alla Nigeria. Lo stato africano avendo fornito assistenza alla procura di Milano non dovrebbe creare problemi per il passaggio delle carte anche a Brescia. Ma nella vicenda Eni che sta facendo vivere alla procura milanese e al suo capo i giorni più difficili della sua storia nulla è scontato.
(frank cimini)

I nostalgici di Mani pulite non salvano la procura

I nostalgici di Mani pulite con il ricordo dei bei tempi che furono non salvano la mitica procura dai guai in cui è coinvolta adesso. E per una ragione molto semplice. Quelli non furono bei tempi perché i codici e le procedure furono usati come carta igienica per un’operazione di potere. Altro che dire “ai tempi di Borrelli non sarebbe accaduto”.
I fan della grande farsa di trent’anni fa non potendo negare che la procura di Nilano sta vivendo momenti difficili ricorrono al passato rimpiangendo i vecchi tempi. Adesso c’è un pm che sospettando violazioni da parte del suo ufficio non le denuncia in maniera formale ma prende copie di interrogatori dal suo computer per consegnarle a Davigo uno dei protagonisti del 1992-1993 di cui si fida in modo particolare. E neanche Davigo dal CSM fa azioni formali. Si limita a parlarne con chi di dovere. Insomma siamo alle cose aumma aumma, senza alcun rispetto delle norme e delle procedure.
E dove era il rispetto di norme e procedure anche ai tempi di Mani pulite quando si arrestavano gli indagati per farli parlare? Quando si decideva di fare accertamenti perquisizioni e sequestri solo quando conveniva operando secondo mille pesi e mille misure. Lasciando da parte poteri forti come la Fiat e Mediobanca, rinunciando a fare indagini serie sul Pci PDS non in omaggio alle toghe rosse ma solo perché una sponda politica all’indagine era pur necessaria per andare oltre e evitare che la politica tutta facesse blocco contro gli inquirenti.
I guai allora furono evitati perché c’era il grande consenso di un’opinione pubblica fortemente condizionata dai giornali di proprietà di editori che per altre loro attività di imprenditori erano sotto lo schiaffo del mitico pool. Per cui fu facile mettere la polvere sotto il tappeto e zittire quei pochi che dissentivano.
Adesso è meno facile perché l’affaire ruotante intorno all’avvocato Amara arriva dopo il caso Palamara che ha ridotto in modo sensibile la credibilità dell’ordine giudiziario e dei suoi organi a iniziare dal Csm. Ma non ci sono casi Amara o Palamara. C’è un caso magistratura dal quale lor signori cercheranno probabilmente anche con successo di uscire con la solita logica dei capri espiatori. Daranno tutte le colpe solo al pm Storari, alla segretaria del Csm e a Davigo che ormai fuori dai giochi conta più niente (frank cimini)