giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

“Italia, posto di merda dove si fa quello che si vuole”, tunisino accusato di villipendio

 

 

Che cos’è un Belpaese, un posto dove si può fare quello che si vuole o uno spazio governato da leggi ferree e pene implacabili? La risposta di A.S. un tunisino di 29 anni che qui ci vive anche se senza fissa dimora, è che l’Italia “è un paese di merda perché “si entra ed esce quando si vuole e si può fare quello che si vuole”. Concetti espressi durante un controllo delle forze dell’ordine che mettono il giovane a rischio di essere processato per villipendio alla nazione italiana, reato punito con una multa da 1000 a 5000 euro (fino al 2006 con la reclusione). Nei giorni scorsi, è arrivato ai suoi legali l’atto di chiusura delle indagini in cui viene riportata l’esternazione completa dell’indagato che risale alla fine del 2015: “Io entro ed esco dall’Italia quando voglio, sono entrato e uscito 3 volte, tanto qui mi fanno fare quello che voglio, l’Italia è un posto di merda. Fate quello che volete, tanto l’Italia è un posto di merda, è meglio Allah che l’Italia di merda con voi italiani, dico all’avvocato (italiano, ndr) che mi avete violentato , tanto qui si può fare quello che si vuole”. (manuela d’alessandro)

Undici anni per l’inutile rogatoria su Mediaset dall’Irlanda all’Italia

Alcuni processi hanno il dono di far tornare giovani e freschi di toga avvocati e magistrati. All’udienza d’appello del caso Mediatrade, imputati Pier Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri per frode fiscale, all’improvviso ci si è trovati a correre tra i vedi prati d’Irlanda 11 anni fa. Era il 2005 e la Procura di Milano chiedeva assistenza giudiziaria a Dublino per avere informazioni su alcune società ritenute coinvolte nella compravendita dei diritti televisivi e cinematografici attraverso la quale Mediaset avrebbe costruito una gigantesca frode al fisco. Per molto tempo non se n’è saputo più nulla. Qualche anno dopo, Silvio Berlusconi, all’epoca premier, è stato condannato nel processo  Mediaset, ‘papà’ di Mediatrade, e per evitare il carcere ha dovuto ballare con le vecchiette in casa di cura.

A processo già iniziato, il pm Fabio De Pasquale, che si è fatto applicare come pg, ha visto atterrare nel suo ufficio la benedetta rogatoria, nel frattempo passata addirittura al vaglio della corte suprema irlandese. Roba scottante, si dirà. Sul punto, le versioni di accusa e difesa divergono. Per Niccolò Ghedini, avvocato di Berlusconi junior, il processo d’appello avrebbe dovuto fermarsi oggi per lasciare il tempo alle difese di analizzare le carte dalle quali, a suo dire, sarebbe emersa la prova definitiva dell’innocenza degli imputati, già sancita in primo grado. De Pasquale ha obbiettato che gli esiti della rogatoria sono ormai “del tutto irrilevanti” perché, a causa della sua “lunghezza spropositata”, il teste – chiave sentito dagli irlandesi, ha detto di non ricordare più dove ha messo i documenti interessanti per l’inchiesta italiana. E’ finita che i giudici hanno respinto la richiesta delle difese lasciando così spazio alla requisitoria di De Pasquale che ha chiesto la condanna, tra gli altri, di Berlusconi junior e Fedele Confalonieri. Goodbye, Irlanda e giovinezza. (manuela d’alessandro)

Caringella, il giudice di Mediolanum che 20 anni dopo riporta fortuna a Berlusconi

 

Vent’anni dopo, la strada giudiziaria di Silvio Berlusconi si incrocia di nuovo con lo stesso giudice: e anche stavolta al Cavaliere l’incrocio porta bene. Quello che nel 1996 era un giovane giudice penale, cui era toccato partecipare al primo processo al Cavaliere, oggi è uno dei magistrati di punta della giustizia amministrativa: si trova di nuovo a dover decidere la sorte dell’ex premier, e anche stavolta (anche se in modo assai meno tortuoso che vent’anni fa) l’esito è favorevole a Berlusconi.
Il giudice si chiama Francesco Paolo Caringella, e nel 1996 era insieme al collega Stefano Corbetta uno dei giudici a latere della settima sezione penale del tribunale di Milano, presieduta da un magistrato di grande esperienza come Carlo Crivelli. Ai tre magistrati toccò celebrare il processo scaturito dal primo avviso di garanzia inviato a Berlusconi dal pool Mani Pulite, quello che nel novembre 1994 lo aveva raggiunto mentre da presidente del Consiglio partecipava al vertice internazionale di Napoli. Berlusconi era accusato di corruzione per le tangenti che la Fininvest aveva versato alla Guardia di finanza per addomesticare i controlli fiscali. Sembrava un processo dall’esito scontato. Invece in aula accadde l’impensabile: al termine di un’udienza, un microfono del Tg5 lasciato acceso su un tavolo registrò una frase sussurrata da Crivelli al pm Gherardo Colombo, dopo che il tribunale aveva accolto una istanza della difesa di Berlusconi. “E’ la tattica del bastone e della carota, bisogna usarla il più possibile”. Il direttore del Tg5 Enrico Mentana sparò “la registrazione in apertura del telegiornale della sera, e scoppiò un finimondo. Dopo aver cercato di resistere, Crivelli abbandonò il processo che dovette ricominciare da zero: senza Crivelli, e senza nemmeno Caringella che intanto aveva ottenuto il trasferimento al Tar. Nel nuovo processo, presieduto dal giudice Francesca Manca, Berlusconi venne condannato a due anni e otto mesi: ma intanto il tempo era passato, e in appello arrivò la prescrizione.

Sono passati un sacco di anni, Berlusconi nel frattempo è tornato al governo e poi di nuovo all’opposizione, ma le sue vicissitudini giudiziarie non sono finite. Con pesanti ricadute economiche: come l’obbligo, stabilito dalla Banca d’Italia, di cedere la sua partecipazione in Banca Mediolanum, avendo perso i requisiti di onorabilità dopo la condanna definitiva per la vicenda dei diritti tv. Si parla di un miliardo di euro, più o meno. Il Tar conferma. Ma Berlusconi fa ricorso al Consiglio di stato, e la pratica approda sul tavolo della sezione presieduta da Francesco Caringella: proprio lui, lo stesso del processo per le tangenti Gdf, che nel frattempo ha salito tutti i gradini della giustizia amministrativa. E che giovedì ha deciso: il Cavaliere può tenersi la quota. (orsola golgi)

Le carte che assolvono Penati e distruggono i pm

 

Quelle che potete leggere qui sono le motivazioni alla sentenza di assoluzione nei confronti di Filippo Penati e altri 10 imputati accusati di corruzione e finanziamento illecito ai partiti per aver dato vita al ‘Sistema Sesto‘, intreccio di malaffare nella città più rossa della Lombardia.

Capita di rado che i giudici distruggano con tanto vigore e, a tratti, anche greve ironia, le tesi della Procura.  Il Tribunale (presidente Giuseppe Airò)  definisce “lacunose e superficiali” le indagini rispetto all’accusa a Penati di avere ricevuto finanziamenti illeciti dall’imprenditore Piero Di Caterina per il Pci prima e per i Democratici di Sinistra poi.

Un errore degli inquirenti, coordinati d aWalter Mapelli e Franca Macchia, sarebbe stato, tra i tanti, quello di essersi limitati a confrontare i flussi finanziari rilevati sui conti dell’ex presidente della Provincia e dei familiari, ma di “non avere fatto alcuna verifica, ad esempio, sui contratti di locazione relativi agli immobili di loro proprieta’, benche’ effettivamente sui conti risultassero versati anche assegni bancari emessi dagli inquilini, ne’ sui redditi che Penati aveva percepito negli anni da Assigest s.n.c. (di cui Penati era socio, ndr”). “Parimenti superficiali – incalzano i giudici – sono state le indagini patrimoniali, se hanno portato gli inquirenti a ritenere sospetti gli acquisti effettuati nel 2009 e nel 2011 dalla moglie dell’imputato di 2 immobili pagati dalla signora Dileo con assegni circolari, senza verificare la provvista di quei titoli e, quindi, tralasciando, ad esempio, di accertare che Penati e la moglie avevano banalmente stipulato un mutuo fondiario per acquistare una casa per il figlio”. “Originale” è poi la teoria secondo la quale le rogatorie estere avrebbero dato esito negativo per la “scaltrezza” di Penati. “Non v’e’ chi non veda come un simile ragionamento sia estraneo al nostro sistema penale e costituzionale, perche’ in contrasto col principio della presunzione d’innocenza”.

Anche sulla presunta tangente incassata da Penati per l’affare Milano Serravalle con la vendita delle quote alle società del gruppo Gavio sembrano lapidari: “Non e’ stata acquisita alcuna prova orale e/o documentale che dimostrasse la fondatezza della tesi accusatoria e cioe’ che Penati si fosse comunque ingerito nella gestione dell’appalto per l’ampliamento dell’ A/7. (…) Tutte le decisioni furono assunte in totale autonomia dagli organi amministrativi di Milano Serravalle senza alcuna interferenza da parte della Provincia di Milano e del suo massimo rappresentante”. Con tono beffardo, bollano addirittura come “ricerca della tangente”, quasi a sottolinearne i connotati ossessivi, le strenue indagini che si sono protratte per anni fino a far affogare nella prescrizione una parte delle accuse al politico (che peraltro non ci ha rinunciato, dopo qualche illusorio proclama). Infine, quasi scherniscono gli inquirenti su  ‘Fare Metropoli’, l’associazione culturale che in realtà sarebbe servita a raccogliere denaro da banche e imprenditori per la politica.  Il finanziamento ricevuto dall’associazione fu “certamente legittimo” anche alla luce della documentazione indicata dai giudici “evidentemente sfuggita sia alla Guardia di Finanza che ai pm”. (manuela d’alessandro)

 

Expo, dopo i pm sabbia anche da Palazzo Marino

Salta almeno per ora (ma il no rischia fortemente di essere definitivo) la commissione di inchiesta su Expo a Palazzo Marino. La caccia al franco tiratore ritenuto il responsabile dell’inguacchio lascia il tempo che trova. Non si può scoperchiare la pentola, non si vuole andare a vedere cosa c’è dentro. Il no politico arriva dopo la moratoria delle indagini decisa dalla procura tra inchieste interrotte, sospese, non fatte e archiviazioni con motivazioni tragicomiche.

Insomma Expo non si tocca. Il messaggio è questo. Non si conoscono ancora i conti a oltre quattro mesi dalla fine dell’evento. Peppino Sala, il candidato a sindaco dei poteri forti tra i quali la procura di Milano, continua a fare spallucce e risponde che lui di bilanci parla solo con chi capisce di bilanci. Si tratta di una manifestazione di arroganza e prepotenza da parte di chi si sente con le spalle coperte. E la mancanza di verità getta ulteriori ombre sull’amministrazione Pisapia che cinque anni fa tante speranze aveva suscitato. Era il vento che doveva cambiare e non è cambiato.

Expo si conferma come una grande abbuffata dove hanno mangiato in tanti e nell’elenco c’è pure la magistratura se si considera la vicenda mai chiarita dei fondi dell’esposizione per la giustizia con lavori affidati senza gare pubbliche a ditte amiche. Anche in questo caso resta senza risposta la domanda relativa a chi controlla i controllori. Nessuno in realtà.

I conti di Expo sembrano destinati a pagarli, insieme ai contribuenti, quelli che il primo maggio andarono in piazza a protestare e che saranno processati per devastazione, reato ereditato dal codice fascista e che prevede condanne fino a 15 anni di reclusione. Nonostante un capo di imputazione che fa acqua da diverse parti come ha evidenziato la corte d’appello di Atene nel rimettere in libertà e rigettare la domanda di estradizione per cinque anarchici greci. Due pesi due misure nell’ex culla del diritto. Dove il diritto viene strumentalizzato al fine di allargare la foribice tra chi ha di più e chi ha di meno. Con tanti saluti a chi soprattutto a sinistra continua a vedere ingiustamente nel diritto uno strumento di trasformazione della società. Con tanti saluti all’esercizio obbligatorio dell’azione penale in realtà un simulacro per coprire nefandezze e alla necessità della politica e della pubblica amministrazione di dotarsi di anticorpi. Sono meri argomenti per convegni perchè la vita di tutti i giorni dei comuni mortali dice ben altro (frank cimini)