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Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

“Salvatore era troppo debole. Ecco com’è morto”

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“Salvatore era troppo debole. Non è riuscito a resistere alle botte. Forse ha preso qualcosa. Solo Dio lo sa”.  Due detenuti raccontano le ultime ore di vita di Salvatore “Sasà” Cuono Piscitelli, il quarantenne fragile morto ad Ascoli Piceno dopo le rivolte che a marzo hanno devastato decine di carceri.

E’ la loro verità, affidata a due lettere, in attesa che qualcuno li convochi (le due procure competenti o l’avvocata della nipote di Sasà) e vada a cercare riscontri oggettivi o smentite.  L’uomo era rinchiuso nella casa di reclusione di Modena, messa a ferro e fuoco, saccheggiata, devastata. Con altri 40 carcerati è stato caricato su un autobus diretto nella città marchigiana. Qualche ora dopo è morto. Anche per lui – come per gli altri 12 deceduti – le autorità carcerarie parlano di overdose di metadone e psicofarmaci. Ma le accuse dei due  compagni di galera e di viaggio ora rilanciano pesanti interrogativi.  E’ vero o no che tutti i reclusi dell’istituto modenese sono stati sottoposti a visita medica prima di essere trasferiti in altri penitenziari? Dal carcere e da Roma dicono di sì. Dal fronte dei detenuti arriva invece un no. Per i familiari di Sasà il dubbio è atroce: una diagnosi tempestiva e la somministrazione di un farmaco salvavita avrebbero evitato che lui morisse? E gli altri?

A Modena, l’8 marzo, il carcere viene espugnato da decine di detenuti.  La situazione è faticosamente riportata sotto controllo. Sono ore ad altissima tensione, seguite da fasi concitate. “A me dispiace molto per quello che è successo – dice la lettera  del primo recluso, da depurare da errori di grammatica e ortografia  – . Io non centravo niente. Ho avuto paura…. Ci hanno messo in una saletta dove non c’erano le telecamere. Amatavano la gente con botte, manganelli, calci e pugni…  A me e a una altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole”. Una controparte dell’istituto semidistrutto  –continua – “quando ci siamo consegnati, ha dato la sua parola. Ha detto che non picchiava nessuno. Poi non l’ha mantenuta”. I pestaggi – sempre stando al detenuto, terrorizzato dalla paura di subire ritorsioni, sostiene – sarebbero cominciati dentro e continuati durante il  viaggio verso Ascoli Piceno e una volta giunti a destinazione. Sasà – scrive ancora il testimone – “era troppo debole, forse ha preso qualcosa”. E’ stato “trascinato” fino a una cella e “buttato dentro come un sacco di patate”. L’infermiere di turno “non ti lasciava parlare con nessuno”. E “anche qua – prosegue  – veniva la squadra. Comi aprivi la bocca per chiedere qualcosa, prendevi delle botte. Venivano a picchiare con il passamontagna, per non farsi riconoscere”.

Anche il secondo detenuto-testimone parla della fine di Sasà, in un italiano stentato, ma non per questo meno esplicito. Lui e Salvatore hanno viaggiato da Modena a Ascoli a bordo dello stesso bus. Il compagno “era malisimo” e “anche lo hanno picchiato” sul pullman. All’arrivo “lui non riusciva a camminare… Era nella cella 52, nessuno lo ha aiutato..”

Ma come è stato possibile? Come mai non ci si è accorti per tempo dei reclusi in condizioni fisiche critiche? La direttrice pro tempore del carcere  Modena, Maria Martone, in un’intervista aveva garantito: “Prima di essere trasferiti, tutti i detenuti erano stati visitati presso il presidio sanitario allestito nel piazzale”.

Il rappresentante del governo, il sottosegretario all’istruzione Giuseppe De Cristoforo, aveva dato la stessa rassicurazione replicando all’unica interpellanza urgente presentata per chiedere notizie e verità sui 13 reclusi morti prima e dopo le rivolte (cinque nel penitenziario emiliano, altri tre durante o dopo il trasporto verso altri istituti, uno dalla Dozza di Bologna, tre nel penitenziario di Rieti): “Da quanto emerge dalla relazione del personale sanitario della casa circondariale di Modena – parole sue – i detenuti, prima del trasferimento, sono stati sottoposti a controllo medico da parte del personale sanitario del carcere o dei medici del 118”.

Però pure dalla denuncia del secondo detenuto testimone, rispetto alla verifica delle condizioni fisiche di sfollati e trasportati, emerge un quadro diverso. A una domanda specifica risponde che no, non tutti i carcerati sono stati sottoposti a visita medica prima della partenza per altri istituti, come invece sarebbe stato d’obbligo. Non solo. Neppure tutte le donne detenute  – entrate a contatto con gli uomini del reparto riservato ai lavoratori esterni  – sarebbero state visitate prima del trasloco forzato da Modena. La donna interpellata dal magazine CarteBollate, dettagliata nel raccontare quelle drammatiche ore, non fa il minimo cenno a controlli medici.

Fonti carcerarie intanto smentiscono decisamente pestaggi e abusi. Confermano le visite mediche, “fatte a tutti, magari in modo diverso dal solito e per questo non percepite come tali dai detenuti”. Ricordano la drammaticità della situazione e l’urgenza di provvedere ai trasferimenti da Modena, iniziati “quando ancora non era stato accertato quel che era successo all’interno e in particolare la sottrazione di metadone e psicofarmaci dalla cassaforte”. E chiedono di soppesare e filtrare le denunce dei detenuti: “Coloro che hanno partecipato alle rivolte e ai saccheggi sono finiti sotto inchiesta e potrebbero avere interesse a spostare l’attenzione su altro, per sminuire le proprie responsabilità. I primi trasferiti sono le persone più coinvolte nei disordini. L’istituto era devastato, inagibile. Abbiamo dovuto muoverci in fretta, dopo aver temuto un bilancio ancora più pesante, per la furia e le violenze del gruppo di detenuti più aggressivi e pronti a tutto”.

Un documento ufficiale sembra però smontare queste indicazioni ufficiose, le rassicurazioni della direttrice Martone e anche l’intervento del sottosegretario De Cristofaro. L’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, nell’informativa integrativa girata il 23 marzo alla presidenza della Camera  scrive, a proposito della fasi post rivolta di Modena: “Le singole formazioni (di agenti della polpenitenziaria, ndr) riuscivano a fiaccare la resistenza aggressiva e violenta dei ribelli, immobilizzare i più facinorosi, condurli all’esterno e a collocarli immediatamente sui mezzi di trasporto preventivamente predisposti”. Non si fa alcun cenno a visite mediche o a controlli sanitari. Zero.

Sulle ultime ore di vita di Salvatore c’è qualche precisazione, ufficiosa, sempre da fonti interne.  Sasà e i compagni di viaggio “sono giunti nel carcere di Ascoli nella notte tra l’8 e 9 marzo, alle 2.30, mentre a Modena si accertava il maxi furto di sostanze, non noto all’ora della partenza di lui e del suo gruppo. All’ingresso, visitato dal medico di turno, l’uomo non presentava sintomi da intossicazione da farmaci e oppioidi e non aveva segni di botte né lesioni esterne. Nemmeno gli altri detenuti avevano ferite o tracce di pestaggi. Nessuno è stato picchiato, né nel penitenziario modenese né in quello marchigiano. Alle 13.30 del giorno 9 – sempre stando alle ricostruzioni ufficiose – il personale lo ha portato nell’infermeria del carcere, perché stava male. Alle 15,  peggiorato, è stato trasferito in ospedale. Alle 17.30 purtroppo è stato constatato il decesso”.

Chi mente e chi dice il vero? I numeri potrebbero aiutare a inquadrare gli aspetti sanitari della questione, tutt’altro che secondari. Dopo le devastazioni, dopo il furto di metadone e psicofarmaci, cinque detenuti sono morti all’interno del carcere di Modena. Per alcuni, un gruppo relativamente ristretto, è stato disposto il ricovero in ospedale. Per centinaia di altri (nell’ordine di 400-450,) si è reso necessario il trasferimento in istituti sicuri, non danneggiati.

I medici presenti avevano l’onere e il dovere di visitare tutti gli “sfollati”. Ma quanti dottori sono stati attivati e in quale arco temporale?”. La dottoressa di turno interno l’8 marzo, Maria Manfredonia, era scossa (e a distanza di tempo sceglie di non dire nulla) perché ha vissuto un drammatico pomeriggio. Ha visitato lo stesso? Oltre al responsabile dei servizi sanitari  – Stefano Petrella, come la collega rimasto  per un po’ bloccato all’interno dell’istituto e poi rilasciato  – secondo un lancio d’Ansa il 9 marzo erano operativi due medici del “servizio territoriale del’emergenza” (il 118) e un coordinatore, tre infermieri di supporto alla squadra. Nei tendoni allestiti nel piazzale si alternavano anche addetti della Croce rossa e della Protezione civile, un contingente non meglio precisato.  Quanti detenuti ha  visitato ciascun medico? Quanti minuti ha potuto dedicare a ogni recluso, per accertarsi che stesse bene e fosse nelle condizioni di viaggiare? Chi ha firmato il nulla osta  sanitario per il trasferimento in un altro carcere di Sasà e dei tre compagni che non ce l’hanno fatta? I medici o la direzione hanno provveduto a caricare farmaci salvavita sui mezzi di trasporto usati per le traduzioni? Se no, perché?

Le risposte dovrebbe già conoscerle da mesi l’assessore regionale emiliano alle Politiche per la salute Raffaele Donini, travolto dall’emergenza covid, oberato dalle incombenze legate alla pandemia e su questi morti defilato, zitto. Eppure è lui ad avere la competenza sulla sanità penitenziaria, sulla medicina d’emergenza e sul trattamento delle tossicodipendenze, controlli compresi e con tutte le implicazioni del caso. Interpellato telefonicamente e per email, a inizio luglio, ha ammesso candidamente: “So poco, non molto di più di quello che ho letto sui giornali”. Per dare chiarimenti sui “suoi” detenuti di Modena e Bologna morti a inizio marzo – dieci “eventi critici” degni di approfondimenti e valutazioni, al di là della particolarità della situazione – ha delegato lo staff. Dopo più di quattro settimane, e una serie di solleciti, non è ancora arrivata alcuna informazione.

Dopo quasi 5 mesi dai decessi l’Ausl di Modena manda una (non) risposta, generica, vaga: “L’attività del Servizio di medicina penitenziaria, espletata presso il presidio interno alla casa circondariale Modena “Sant’Anna”, ha come obiettivo la tutela della salute dei detenuti, attraverso l’offerta di assistenza sanitaria H24 e di programmi specifici di prevenzione e cura. I medici del Servizio assicurano dunque l’assistenza primaria ai detenuti, relazionandosi con gli specialisti in caso di necessità, e operando secondo le procedure indicate dai protocolli sanitari, regionali e ministeriali, in particolare per quanto riguarda la gestione delle terapie, lo svolgimento di visite mediche, il rilascio del nulla osta sanitario per ogni uscita o trasferimento dalla casa circondariale, la conservazione in sicurezza del metadone I fatti che sono accaduti al “Sant’Anna” sono gravi, perché è grave quando persone perdono la vita in circostanze che sono ancora da chiarire. E per questo c’è una indagine giudiziaria in corso, che va rispettata in attesa di conoscerne l’esito. Ed è evidente che prima di allora, nessun commento nel merito potrà essere formulato.”. L’Ausl di Bologna non si palesa, nemmeno per dire cose scontate e sganciate dai fatti concreti, come fa l’azienda gemella. (Lorenza Pleuteri)

Categoria: carceri