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Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Strage del Sant’anna le tesi “assolutorie” della procura

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Strage del Sant’Anna, atto secondo
Ecco le tesi “assolutorie” della procura

Un anno dopo, dopo le rivolte che hanno incendiato decine di galere e la morte di tredici detenuti, dalla richiesta di archiviazione per otto decessi “modenesi” emergono altri passaggi destinati a far discutere. La sicurezza della casa di reclusione di Modena, anche a sommossa cessata e ad allarme rosso rientrato, è stata la priorità. E se il numero di croci è salito a nove, quando l’istituto non era più fuori controllo, la colpa non può essere addebitata a nessuno, se non ai reclusi stessi. Hanno rubato o distribuito metadone e psicofarmaci, ingerendone in quantità. Li hanno nascosti nelle mutande o nelle tasche. Non se ne sono liberati. Il carcere veniva prima, prima di ciascun uomo. Questa almeno sembra essere la tesi della procura, un pugno allo stomaco. Testualmente, a fronte della perdita di nove vite, le pm titolari delle indagini scrivono: «E’ evidente che l’esecuzione di perquisizioni personali a carico dei detenuti al momento del loro ingresso in cella non sia finalizzata a tutelare colui che fa ingresso ed evitare che porti con sé beni che possano nuocere alla sua stessa salute (nello specifico metadone) ma sia al contrario giustificata da motivi di sicurezza, ossia dalla necessità di evitare situazioni di pericolo capaci di mettere a repentaglio l’ordine e la sicurezza dell’istituto».
Alì Bakili probabilmente viene visitato una prima volta l’8 marzo, a sommossa in corso, e poi il 9 marzo. La dottoressa di turno la prima sera non si ricorda di lui, il collega del giorno dopo sì. Degli accertamenti sanitari e delle cure c’è traccia su due schede, redatte non si sa esattamente da chi (in un punto della richiesta di archiviazione si parla di personale 118 e in un altro punto di volontari) e con non meglio specificate imprecisioni. L’uomo resta fuori dagli sfollamenti e dai trasferimenti, fatali per quattro persone. La mattina del 10 marzo l’uomo è trovato senza vita nella cella numero 21, divisa con un compagno. E’ morto da ore. Anche lui ha ingerito metadone e farmaci, certifica l’autopsia, affidata alle sole consulenti della procura. Questo e non altro, è la loro delle anatomopatologhe, ha causato l’epilogo tragico. Le ecchimosi che ha sul corpo vengono spiegate nel solito modo, come per le altre vittime: se le sarebbe procurate da solo «presumibilmente» durante la rivolta, forse abbattendo un cancello o magari scalando un muro come un ragno (paragone scritto negli atti). Ma come è stato possibile che avesse sostanze letali a disposizione? Perché non gli sono state tolte, se le aveva addosso lui? Oppure, se le ha rimediate, come ha fatto? Dove le ha trovate? Le risposte date dai “custodi” e dalla procura lasciano senza fiato, perché parlano di una persona che era nelle mani dello Stato. «Nessuna responsabilità può ravvisarsi in capo a soggetti terzi in relazione al decesso di Bakili Alì: egli ha consapevolmente assunto metadone e altri farmaci, ad di fuori di qualunque controllo medico, assumendo il rischio di complicanze come quelle che effettivamente si sono verificate. Nessuna responsabilità può essere attribuita ai sanitari che hanno visitato il paziente in data 8 e 9 marzo 2020, né al personale della casa circondariale che ha organizzato e diretto le fasi del rientro dei detenuti nelle celle, posto che l’exitus è stato determinato da una condotta consapevole e intenzionale del detenuto (ritenuto evidentemente in grado di conoscere gli effetti della poliassunzione di oppioidi e medicinali e di poter far libere scelte in una istituzione totale), non controllabile da parte di soggetti terzi che, comunque, non avevano alcun obbligo giuridico (e qui ci sarà da discutere) di prevedere e impedire tale condotta». I detenuti riportati in cella (i pochi rimasti, dopo i trasferimenti in massa) non sono stati perquisiti, non nelle fasi più convulse e drammatiche. La procura giustifica anche questo, “assolvendo” pure la polizia penitenziaria. «Occorre evidenziare – scrivono le pm a capo delle indagini – come la scelta di non effettuare perquisizioni sia stata determinata dalla necessità di convincere gli ultimi rivoltosi, che ancora non avevano acconsentito a rientrare nelle proprie celle, a consegnarsi alle forze di polizia, evitando così un’irruzione del personale di polizia penitenziaria, a cui sicuramente (e chissà da che cosa viene dedotto) sarebbe seguito un vero e proprio scontro con i detenuti, pronti ad opporre resistenza attiva pur di mantenere il controllo della posizione conquistata». Alì Bakili muore. Non è l’ultimo. Il pomeriggio del 10 marzo viene constatato il decesso di Lofti Ben Mesmia, spirato da ore o forse da minuti (i pareri raccolti divergono e il medico del 118 che ha accertato la morte viene sentito «dopo molti mesi»). Non si muove. Dalla bocca gli esce bava marrone, come il compagno di cella dice a un assistente di passaggio, richiamando l’attenzione. Le carte evidenziano che durante la rivolta si era accaparrato sostanze letali, tenute nei boxer. Spiegano che il decesso è avvenuto dopo il rientro in cella, la sera prima, a sommossa rientrata. Confermano la presenza di piccole ecchimosi non letali. Per Lofti manca il racconto di quando, dove e da chi sia stato visitato (perlomeno nella richiesta di archiviazione, una sintesi degli atti prodotti dalla procura). La certezza dichiarata è che sia morto per overdose e che, anche per lui, «nessuna responsabilità possa ravvisarsi in capo a soggetti terzi».

(lorenza pleuteri)

Categoria: carceri