giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Il direttore, autobiografia di un carceriere: “Chiudete le prigioni”

 

La domandina. Per chiedere di avere qualsiasi cosa di cui ha bisogno o un prodotto che non è nella lista del sopravvitto, lo spaccio interno   – una testa d’aglio bianca e non verde, una sveglia, un profumo,  un colloquio con i volontari o gli educatori, il recupero di un paio di ciabatte messe ad asciugare tra le sbarre e cadute dalla finestra…  –  un detenuto deve compilare un modello ad hoc, il famigerato modello 393.

«A quella ‘domandina’ affida le sue speranze, nonostante sappia quanto quel pezzo di carta, una volta lasciate le sue mani, sia in pericolo dovendo affrontare tortuosi itinerari prima di giungere alla meta. La richiesta, imbucata nelle apposite ‘cassettine’ situate nei reparti, è prelevata dal caporeparto che ne dispone la consegna, ‘previa attestazione’, all’Ufficio conti correnti perché verifichi la capienza economica della spesa, per poi smistarla all’Ufficio matricola ove viene indicata la posizione giuridica e rimessa per il vaglio sul ‘genere di possesso consentito’ al Comandante, superato il quale giunge alla firma del Direttore che decide se concedere o meno l’autorizzazione. Due giorni, in media, per esaurire tutta la procedura, cinque uffici impegnati tra timbri, controlli, annotazioni, firme e controfirme…».

Comincia da qui, dalla quotidianità spicciola e da procedure farraginose e vetuste, il racconto dei quarant’anni di vita e di lavoro spesi dietro le sbarre da Luigi Pagano, lo storico direttore di San Vittore, poi responsabile di tutti gli istituti di pena del Nord-ovest  e vice capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. L’uomo  dello Stato che vorrebbe vedere ridurre progressivamente, se non sparire del tutto, il sistema carcere.

QUARANT’ANNI DA CARCERIERE E CARCERATO

Pagano (classe 1954, orgogliosamente campano) ripercorre un libro (“Il direttore”, Zolfo Editore, pagine 304, 18 euro) le tappe di un itinerario umano e professionale che ha incrociato quello di migliaia di detenuti (più comandanti, marescialli e agenti, educatori, medici, volontari, teatranti e musicisti, magistrati, papa Francesco e il cardinale Carlo Maria Martini, cappellani, ministri, assessori, direttori generali, ….) e si è intrecciato con i tumultuosi cambiamenti del Paese, le paure, gli umori, le contraddizioni, l’alternarsi di concessioni e restrizioni. Un viaggio lungo quarant’anni – da carceriere e insieme carcerato, così come la famiglia – dedicati al tentativo di colmare la distanza tra i principi fissati nella Costituzione e nell’ordinamento penitenziario e la complessa e poco conosciuta realtà delle carceri italiane, in genere non frequentate nemmeno da pm e giudici.

TESTIMONI E PROTAGONISTI

Il libro è cadenzato da citazioni cinematografiche e letterarie, prova della profonda preparazione (Giurisprudenza a Napoli, tesi di Antropologia criminale, specializzazione in Criminologia clinica), di ottime letture e di uno sguardo attento.

Si va da Cesare Beccaria a Elio Vittorini, da Emmanuel Kant al meno scontato Jonathan Swift e al Vangelo di Luca, passando per Michail Bulgakov. Gli aneddoti (sui ladri pasticcioni Gino e Got e su un concerto in galera di Mario Merola, ad esempio) si alternano a riflessioni profonde e a una lucida critica del sistema penitenziario. La carrellata sui detenuti eccellenti affianca il ricordo dei tanti signori nessuno e delle donne che riempivano (e riempiono) le celle e dei collaboratori “invisibili” ai non addetti ai lavori, come la mitica signora Drago lasciata a presidio della segreteria e della direzione (con la porta sempre aperta) o Luciano, autista e “quasi fratello” per trent’anni.

Ci sono parole anche per la moglie e le due figlie, da “padre a metà”, e per l’adorato nipote, nato a San Vittore. E c’è il dolore per tanti, troppi suicidi.  Lo stesso giorno in cui si tolse la vita Gabriele Cagliari, ex presidente Eni, si impiccò anche Zoran Nicolic, lui cancellato dalla memoria collettiva e tornato ad esistere nel libro.

 

DA PIANOSA A ROMA

«Il direttore racconta le nostre prigioni dall’interno – riassume la scheda che accompagna il volume -  dal primo incarico a Pianosa negli anni di piombo, avuto nel 1979 a 25 anni, fino alla nascita del pionieristico ‘progetto Bollate’ e dell’Icam, la struttura a custodia attenuata aperta a Milano per ospitare mamme detenute con figli piccoli al seguito.

In un susseguirsi di destinazioni e di incarichi, Pagano è testimone e protagonista di momenti chiave della storia e della cronaca nazionale. Sorveglia i brigatisti che hanno sequestrato e ucciso Aldo Moro e la scorta. Al culmine dell’emergenza terrorismo affronta le rivolte che affossano la riforma penitenziaria. Vede trucidato Francis Turatello, boss indiscusso della mala milanese; segue l’isolamento all’Asinara di Raffaele Cutolo, capo della Nuova camorra organizzata, destinazione imposta dal presidente della Repubblica Sandro Pertini.

A San Vittore assiste da osservatore privilegiato al gonfiarsi della piena di Tangentopoli, che nel 1992 trascina con sé politici e manager per nulla avvezzi alle patrie galere, e all’emanazione delle misure restrittive varate dopo le stragi mafiose dello stesso anno».  Poi vede anche svanire nell’ombra le tematiche carcerarie, sparite dai discorsi di politici e commentatori e da giornali e tv, salvo riemergere sporadicamente quando scoppiano polemiche o casi eclatanti (legati e non all’emergenza Covid anche dietro le sbarre).

UNA PROSPETTIVA PARTICOLARE

La prefazione, firmata dal magistrato e amico Alfonso Sabella, è  una attestazione di stima incondizionata: «Ecco la Storia, quella con la S maiuscola, la Storia d’Italia osservata da una prospettiva particolare, quasi unica: una visione a scacchi degli ultimi quarant’anni di vita repubblicana attraverso le sbarre delle prigioni e con gli occhi di quell’umanità che le aveva popolate. La voce narrante è quella di un uomo che, dal suo singolare mondo ignoto ai più, non solo l’ha più volte incrociata e toccata con mano ma ha anche contribuito, silenziosamente, a scriverla quella Storia, la voce è quella, senza retorica, di un leale e fedele Servitore dello Stato».

ABOLIRE IL CARCERE?

Pagano ora è in pensione. Avrebbe altro da dare, comunque la si pensi di lui. E da raccontare.

C’è qualcosa che si rimprovera? Un errore che non rifarebbe?

«Nella mia esperienza romana, da vicedirettore del Dap, mi sarei dovuto battere di più per andare a fondo nelle riforme, applicando gli strumenti già esistenti. Il carcere, dopo i passi avanti fatti e le conquiste, è ripiombato al punto di partenza o peggio, con il ritorno del sovraffollamento, le chiusure, l’arretramento culturale. Ecco, l’errore è stato non riuscire a passare dalle teorie alla pratica».

E gli altri che cosa le rimproverano?

«Di essere stato egocentrico, se non addirittura megalomane. Ma per questo mestiere è necessario. Il potere l’ho scoperto per usarlo a fin di bene, per scegliere, per decidere. Mi hanno anche rimproverato di essere stato più attento agli  autori dei reati che alle loro vittime . E non è così, non sarebbe possibile dimenticare le vittime dei reati.  A prescindere dal fatto che in alcuni reati, penso a quelli relativi alla tossicodipendenza, spesso autori e vittime si identificano. Io ho cercato solo di dire che il carcere, conoscendolo, così come è concepito adesso non rimedia al male, anzi ne produce. Basterebbe guardare le stime sulla recidiva per capire che il carcere non abbassa i livelli di criminalità, bensì li enfatizza. E questo la società non può permetterselo».

La persona o l’episodio che ricorda più volentieri, dei suoi quarant’anni dietro le sbarre?

«Sono tante, molte le ho messe nel libro. Tra loro c’è il poeta Bruno Brancher, che ho conosciuto a San Vittore. L’approccio non è stato semplice. Poi, quando è uscito, ci davamo del tu».

E il momento peggiore?

«I suicidi. Sono le pagine più tristi, perché non c’è rimedio, perché quando una persona che hai in custodia si toglie la vita ti chiedi se e ove ai sbagliato. Il punto è che non è il carcere il luogo più adatto per prevenirli.

Lei ora è in pensione. La chiamano “solo” per qualche convegno e per consulenze per il difensore civico della regione Lombardia. Che cosa vorrebbe fare da grande. Come le piacerebbe mettere a frutto la sua enorme esperienza?

«Mi piacerebbe insegnare,  far vedere l’altra faccia del carcere».

E il futuro del carcere, quale dovrebbe essere? Abolirlo, come ha ripetuto lei in un più occasioni?

«Dire che è da abolire è una provocazione, certo. Va ridimensionato, sostituito progressivamente con misure alterative, con il faro della Costituzione e dell’ordinamento penitenziario. Si dovrebbe farne a meno ogni qualvolta si sa che è deleterio».

(lorenza pleuteri)