giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Sasà, l’amico fragile dei teatranti morto nelle rivolte in carcere senza un perché

Timido e insieme energico.  Ironico e pieno di delicatezze.  Sensibile e capace di stupire. Fragile. Salvatore Piscitelli  – per chi gli voleva bene semplicemente  Sasà – per tre mesi è stato solo un nome e un numero in una lista, quella dei 13 detenuti morti dopo le rivolte che a inizio marzo hanno incendiato decine di carceri italiane. A ridargli una storia, un passato e la dignità di uomo  – chiedendo per lui verità  e giustizia – sono gli amici di Teatrodentro, il progetto portato avanti per25  anni nel carcere milanese  di Bollate e a San Vittore, l’esperienza che per tutti era “una casa, una battaglia, una famiglia strana”.

I teatranti urlano la loro rabbia e le loro domande in una lettera aperta scritta a più mani. Esigono quelle informazioni che fino a qui sono state negate.  Si indignano. Cercano risposte e responsabilità. Sasà aveva 40 anni e una vita tutta in salita, un percorso reso accidentato dalla droga e dalle cadute.

Era rinchiuso a Modena per cose da poco, un furto e l’uso di una carta di credito rubata. Sarebbe uscito ad agosto. E invece. Dopo la devastazione della casa di reclusione -  e il saccheggio di metadone e benzodiazepine, presenti in quantità massicce e non si sa perché – i reparti devastati e inagibili sono stati sgomberati.

Lui ed altri reclusi sono stati caricati su un furgone (o forse un pullman o una camionetta) diretto verso il penitenziario di Ascoli. Il governo dice che prima dei trasferimenti  tutti i detenuti – e dunque anche Sasà – erano stati vistati da un medico penitenziario o del 118. Ma è difficile crederlo. Forse un dottore attento avrebbero colto i sintomi di una intossicazione da oppiodi e psicofarmaci. Forse sarebbe stato portato in ospedale, come altri.

E’ morto durante il viaggio, senza che nessuno si accorgesse che stava agonizzando o senza che nessuno intervenisse per tempo. “Il decesso – precisa il garante dei detenuti delle Marche,  Andrea Nobili – è stato costatato prima dell’ingresso in istituto, all’esterno”.

Aveva 40 anni e “una vita storta” alle spalle, per usare le parole degli amici di palco. Probabilmente ad ucciderlo è stato una overdose. Ma l’individuazione delle causa di morte non basterà a far archiviare il caso, non per i teatranti, non per i familiari, non per l’avvocata cui ha deciso di affidarsi una nipote, Antonella Calcaterra del foro di Milano. Sasà  aveva origini campane e viveva in provincia di Varese. Orfano di madre e padre, da quando era solo un bambino, era stato cresciuto da una nonna. Poi gli inciampi, il carcere,  le comunità, il teatro, altri inciampi, ancora carcere. “Come spesso succede con chi finisce la pena ed esce – raccontano gli amici teatranti – c’è stato un primo periodo positivo. Poi l’impossibilità della normalità e poi un altro scivolone nel buio e poi altra galera”.

L’arrivo del Covid ha mescolato le carte, privando i detenuti del dritto ai colloqui, dei permessi, delle attività. “Sappiamo solo che nelle rivolte, il fulcro della rabbia per condizioni che non sono mai state vivibili e che l’emergenza ha reso ancora più pesanti, lui ha perso la vita. Non si sa come, non si sa esattamente dove e nemmeno perché, con certezza. L’amministrazione penitenziaria non dà conto di niente”. Pare che sia stata fatta l’autopsia, solo con il consulente indicato dalla procura, senza nessuno a rappresentare i familiari. La salma, stando a voci ufficiose, è stata cremata. Qualcuno ha detto che si è trattato di una scelta obbligata provocata dalla situazione creata dalla pandemia, ma per altri detenuti (voce da verificare) si sarebbe provveduto alla sepoltura. “E’ morto come temeva, pensiamo – dicono sempre i teatranti – al freddo e solo e inutilmente. Eppure doveva custodirlo e salvarlo, anche da se stesso. Dovevano farlo, dovevano custodirlo fino al primo pronto soccorso di strada, fino ad agosto, comunque”. Sasà manca a tutti. E mancano le risposte alle domande che si rincorrono. “Non  è credibile che i medici non si siano accorti che stava male. Sapevano che i detenuti avevano preso farmaci e metadone, erano a conoscenza del suo passato di droga. Non è credibile che gli agenti di scorta non si siano accorti che stava morendo. Non è credibile che dopo la rivolta sia stato assistito nel migliore dei modi possibile. Ci trascineremo in tribunale e aspetteremo di capire che cosa è davvero successo a Sasà e alle persone come lui, morte durante un trasporto o poco prima o poco dopo. Chiediamo verità e giustizia. Chiediamo il rispetto per queste vite al limite”.  (lorenza pleuteri)

http://www.giustiziami.it/gm/chi-sono-le-persone-detenute-morte-nelle-rivolte-in-carcere/

Si ringrazia per la foto Angelo Readelli

Chi sono le persone detenute morte nelle rivolte in carcere

Rouan, Artur, Marco, Salvatore e gli altri.
Ecco chi erano le 13 persone morte in carcere durante le rivolte.
Di alcuni detenuti si conoscono pochissimi dati. Per altri familiari e conoscenti aggiungono qualche tassello in più, ma c’è anche chi ha paura a chiedere verità e giustizia.  Le istituzioni carcerarie continuano a negare informazioni e aggiornamenti.
“Devono  dirmi come è morto e perché. Era un ragazzo sveglio, non avrebbe mai rischiato la vita. Non ha preso volontariamente la droga o le pastigli. Non può essere. C’è qualcosa che non convince”. La mamma di Rouan  Ourrad (meno probabilmente Abdellah o Abdellha, i cognomi con cui compare negli elenchi ufficiosi), chiusa nella sua casa di Casablanca, riesce solo a piangere.  Ripete, da giorni, le stesse due domande. Come? Perché?

A raccontarlo è l’imam che guidava le preghiere nel carcere di Modena, Abouabid Abdelaib, diventato un punto di riferimento per la famiglia d’origine dell’uomo. Rouan aveva 34 anni e origini marocchine. Era uno dei 13 detenuti che tra l’8 e il 10 marzo hanno perso la vita durante e dopo le rivolte scoppiate nelle case di reclusione di mezza Italia, azioni di protesta innescate dalla compressione dei diritti minimi, da timore della diffusione del coranavirus e dalla coabitazione forzata,  dal blocco dei colloqui con i parenti e delle uscite in permesso o per lavoro, dalla sospensione delle attività trattamentali e dei servizi garantiti dai volontari, dal mancato afflusso di droga dall’esterno e da chissà che altro. Il suo cuore si è fermato mentre lo trasferivano al carcere di Alessandria. Al Sant’Anna gli restavano meno di due anni da scontare, il residuo di una somma di piccole pene per spaccio da strada. Avrebbe potuto chiedere una misura alternativa alla detenzione, ma fuori non aveva appoggi solidi.  Il fratello più piccolo era ed è in cella, una sorella abita in Germania e un fratello in  Francia, un altro ancora era rientrato in Marocco quando il padre è morto. A una trentina di chilometri da Modena sta un fratello gemello, El Mehdi, sconvolto,  preoccupato, spaventato. “Quando Rouan è stato arrestato  –  si sfoga, al primo contatto -  nostra madre ha perso il sonno. Non ci dormiva la notte. Per questo ero molto arrabbiato con lui. E poi c’erano problemi con i documenti, complicazioni da risolvere. Non ho fatto abbastanza per aiutarlo. Adesso non si può tornare più indietro”.  E ora lui ha paura di ricadute negative, per se stesso e per la famiglia, tanto da supplicare di cancellare i commenti usciti di getto.
Almeno due detenuti  - dal poco che si è saputo, aggirando il muro di silenzio alzato dalle istituzioni carcerarie e dai referenti istituzionali – avevano figli. Ariel Ahmad, cittadino marocchino di 36 anni, era padre di una ragazzina di 12 anni, avuta dalla ex convivente italiana. Non la vedeva da tempo. Non riusciva a togliersela dai pensieri e dal cuore. “Era un uomo timido, carino, gentile – dice Paola Cigarini, storica volontaria del carcere modenese, da settimane impossibilitata ad entrare in istituto   – Ringraziava sempre, anche per le piccole cose. Non era una persona cattiva. Non riesco a pensarlo come uno che promuove una rivolta, un trascinatore”. Condannato in via definitiva per resistenza, spaccio e false attestazioni sull’identità (in occasione di un arresto fu registrato come Erial), sarebbe tornato in libertà il 14 gennaio 2022.  Anche Agrebi Slim, quarantenne di origine tunisina, aveva una figlia. Ritenuto responsabile di un omicidio a Bologna, con la bimba e la madre in Francia, non aveva potuto vederla crescere. “La ex compagna era venuta in Italia per testimoniare a suo favore – ricorda l’avvocata di allora, Donatella Degirolamo  - e così aveva fatto una amica. Poi io non le ho più viste. E nemmeno lui, credo. Mi è rimasta l’immagine di lui come di un uomo solo. Della bimba gli era rimasta una foto, scattata quando aveva un anno”.
Dal Sant’Anna  sono usciti con i piedi davanti, destinazione tavolo delle autopsie e morgue, anche Hafedh Chouchane (o Hafedeh Chouchen, 36 anni, tunisino, pochi giorni alla scarcerazione), Ben Mesmia Lofti (o Mesmia, 40 anni, tunisino) Alì o Alis Bakili (52 anni, pure lui tunisino). Per loro e per Agrebi e Ariel – lo ha scritto la Gazzetta di Modena – i primi esami post decesso confermano la tesi dell’overdose di un cocktail di psicofarmaci e metadone, disponibili in gran quantità. Non sono state rilevate tracce di una ingestione forzata del mix letale. Nessun segno di lesioni né di azioni violente.

Il reato per cui la procura ha aperto un fascicolo, “omicidio colposo plurimo”, al momento si conferma una scelta tecnica, formale, necessaria per svolgere una serie di approfondimenti. Non risultano indagati, in questa fase pare non si prospettino scenari alternativi. Si attende l’esito degli esami tossicologici per confermare – o smentire – la direzione presa dall’inchiesta penale, cui si affianca un’inchiesta ministeriale. Forse convergeranno al Palagiustizia di  Modena anche gli atti dei primi accertamenti sulla fine tragica degli altri detenuti “modenesi”, spirati dopo la decisione di smistarli in penitenziari non andati fuori controllo: oltre a Rouan,  Ghazi Hadidi (o Hadidi, tunisino di 35 anni  con una condanna definitiva per una violenza pesante, deceduto sulla strada per Verona), Artur Iuzu (moldavo di 31 anni, in custodia cautelare, arrivato a Parma senza vita) e Salvatore Cuono Piscitelli (mandato a Ascoli). Pure di quest’ultimo, sebbene fosse italiano, non si è saputo quasi nulla: aveva 40 anni compiuti in gennaio e il fine pena il 17.8.2020.
Ghazi era assistito dall’avvocato Alberto Emanuele Boni, lo stesso difensore di Rouan. “Se è vero che questi ragazzi stavano male per aver ingerito metadone e pasticche ed erano cianotici  – rimarca –non si capisce perché non li abbiano portati e subito negli ospedali più vicini al carcere, consentendo di curarli per tempo, di salvarli . Invece no. Hanno fatto una cosa insensata. Hanno deciso di spedirli in penitenziari di città lontane, non è dato sapere se in ambulanza o su blindati. Sono morti durante il viaggio. Lo Stato li aveva in custodia. Lo Stato, se vuole dirsi civile, dovrà dare spiegazioni. Perché non si sono prevenute le rivolte? Perché i disordini non sono stati contenuti, prima che arrivassero alle conseguenze costate la vita a tutti questi detenuti? E perché c’era tutto quel metadone disponibile? Si è sentito dire che si trattava di non pochi litri ”.
Kedri Haitem, 29enne tunisino, stava da pochi mesi alla Dozza di Bologna ed è morto lì, quando si sono spenti i fuochi e gli echi della rivolta. Arrestato nel 2019 per delle rapine, reduce da una lunga condanna per altre vicende scontata a Reggio Emilia, era in custodia cautelare, per legge “non colpevole” . In patria faceva il sarto, dentro l’aiuto cuoco e l’addetto a quella che nel gergo interno si chiama Mof, la “manutenzione ordinaria fabbricato”, piccole riparazioni, tinteggiature, interventi da muratore e idraulico. Sempre nel carcere reggino aveva percorso altre tappe di un cammino positivo ed era riuscito a conquistare un lavoro esterno, di pubblica utilità. Gli operatori avevano scommesso su di lui, la comunità esterna pure. Si prendeva cura di aree verdi e piante in un piccolo comune di provincia. Poi un inciampo, la liberazione a fine pena, il ritorno dietro le sbarre. Alla Dozza era seguito dai mediatori culturali. Alle prime avvisaglie del rischio coronavirus, a fine febbraio, i loro servizi non sono stati considerati essenziali – pur essendolo per molti detenuti stranieri e di conseguenza per il personale interno stremato – e il comune ha deciso di tenerli a casa, abilitandoli poi a lavorare via Skype e per telefono solo dal 25 marzo. Non è stato più dato l’accesso ai volontari, altre figure fondamentali. Alcuni reparti sono stati “espugnati” dai detenuti in rivolta, altri sono rimasti inviolati. Probabilmente anche Kedri ha ingerito psicofarmaci, saccheggiati in infermeria, e forse del metadone. La procura, per confermare o smentire che la causa del decesso sia una overdose e accidentale, chiede tempo. Devono essere depositati e valutati i risultati delle analisi tossicologiche. Non solo. Qualcosa sembra non tornare. L’oppioide, dopo i disordini di Modena e i primi morti, doveva essere messo in un posto ultrasicuro in tutte le case di reclusione. Radio carcere ipotizza che non sia andata così, non a Bologna, e che il ragazzo tunisino e i compagni lo abbiano trovato e bevuto, miscelato con il resto. Ed era della Dozza l’anziano recluso per mafia  – posto agli arresti domiciliari in ospedale pochi giorni prima del decesso – stroncato dal coronavirus.
Altro istituto, altre devastazioni, altre tragedia. I carri funebri hanno portato via dal carcere di Rieti i cadaveri di Carlo Samir Perez Alvarez (nativo dell’Equador, 28 anni), Ante Culic (41 anni, croato, fine pena il 27.5.2024) e Marco Boattini (40enne della zona di Pomezia, in attesa di processo d’appello). Per il primo non si trova nessuno disposto a parlare, neppure al consolato. “Purtroppo nemmeno il nostro ufficio è riuscito ad avere altri dati. E non abbiamo alcun contatto con le famiglie di origine”, è costretto ad ammettere Stefano Anastasia, il Garante delle persone private della libertà per la  Regione Lazio. Per il secondo, chiamato Baja dagli amici, il giornalista Inoslav Besker ha saputo che in patria aveva una ex moglie e dei figli. Del decesso è stata informata la madre, Ljubica. Il padre Stirpe è morto da anni.Per Marco i giornalisti del Venerdì di Repubblica hanno trovato qualche brandello di storia e una cugina. Rosa. Era entrato in carcere “ dopo una sentenza per una rissa aggravata, oltre che per questioni di droga. E la droga aveva caratterizzato gli ultimi passi della sua esistenza: la morte della madre lo aveva sconvolto. Il resto lo avevano fatto i rapporti sempre più sottili con il padre – che da tempo viveva all’estero – e con il fratello. La sua casa, nella zona di Pomezia, era diventata una sorta di “comune”: occupata da un gruppo di suoi amici balordi, in realtà spacciatori, che riempivano Instagram di filmati di Marco impegnato in cose demenziali, alle volte umilianti. Lavorava in una tipografia, aveva anche incontrato una ragazza che gli voleva bene”. (Lorenza Pleuteri)