giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

La strada che gli studenti hanno voluto per l’operaio deportato

Si chiamava Francesco, Francesco Gervasoni.  Aveva 40 anni, compiuti in settembre, una moglie e due figli.  La mattina del 23 novembre 1944  diede un bacio a Maria  e salutò Bruno e Germano , il piccolo di 4 anni e il maggiore, 11 anni. Fu l’ultima vota che la moglie e i bambini lo videro.

Era uscito presto per andare a lavorare alla Pirelli, alla Bicocca, dove si prevedeva di aderire ad un’ora di sciopero generale.  Non torno più. I fascisti e una squadraccia delle Ss arrestarono i 183 operai dello stabilimento, compresi quelli non coinvolti nell’agitazione. “Maria, me porten via”, deve essere stato il suo primo pensiero. Per qualche giorno i lavoratori restarono rinchiusi a San Vittore  e poi furono caricati a forza – tutti, tranne i 27 scartati per l’intercessione del padrone o per via dell’età    – su un vecchio treno merci piombato in partenza dallo Scalo Farini, destinazione Germania  e l’inferno.  Alla stazione di Vignate, il paese del resto della famiglia,  Francesco riuscì a lanciare un biglietto dal convoglio in transito, il 28 novembre.  Qualcuno lo raccolse e lo fece avere alla moglie. “Cara Maria, vai in ditta a ritirare i soldi e il pacco e la borsa del pane… Io parto per il mio destino. Baci e te e ai bambini”. Il destino  del padre di famiglia e di 26 dei compagni  della Bicocca era l’internamento nel campo di lavoro di Kahla, in quella che diventò la Ddr, cunicoli di una ex miniera dove si costruivano  pezzi di aerei da combattimento, i Messerschmitt  262, l’orgoglio del Terzo Reich.

A Maria arrivò, dopo, un lettera spedita dal  carcere di piazza Filangieri prima della partenza. Una seconda lettera, l’ultima, venne recapitata quando Francesco era già  morto da settimane, ucciso il 20 febbraio 1945 dalla fatica, dal freddo, dalla fame, dalla tubercolosi, dal dolore. Dalla disumanità. “Deperimento generale”, scrissero sul certificato di decesso.  I turni nei tunnel duravano dodici ore filate, la sveglia veniva data alle quattro. L’unico pasto della giornata erano i mestoli di brodaglia e pane  fatto con poca farina di segale e  segatura di pioppo, con un po’ di burro e dello zucchero o bucce di patate e rape, quando andava bene. Per i malati portati in infermeria le razioni di dimezzavano.  Mancavano letti e coperte, vestiti, scarpe, stufe, medicine, sapone per lavarsi.  Le punizioni corporali fiaccavano chi resisteva o reagiva.   Non ce la fecero in nove, della Pirelli.  Prima dell’arrivo dei liberatori, i  fucilieri del sedicesimo Battaglione del Belgio,  le fosse comuni  scavate in un bosco   furono riempite con i corpi  consunti di 441 dei 991 schiavi di Hitler provenienti dall’Italia e con i cadaveri dei compagni originari di altre nazioni. Germano e Bruno finirono in collegio, a centinaia di chilometri da casa e dalla mamma, costretta a separarsi da loro perché da sola non sarebbe riuscita a crescerli.  La vedova venne assunta allo stabilmente della Bicocca, al posto del marito, classificato come un politischer vorbeugungshäftling, le dissero, un deportato politico, marchiato con un triangolo rosso. Colpevole di niente, come milioni di vittime. Francesco Gervasoni non era un capopopolo, non era un sovversivo, non era un partigiano né un soldato. Milanese, nativo di Settala, pensava solo alla famiglia e al lavoro. Aveva partecipato agli scioperi antinazisti e antifascisti del ‘43 del ’44. Nulla di più. Per lungo tempo gli operai della Pirelli cancellati dal mondo  – Mario Ampusi,  Romeo Astesani, Silvio Bernardelli, Angelo Colombo, Domenico Dossi, Alfredo  Guazzoni, Carlo Inzoli e Giuseppe Merlini, oltre a lui  – sono rimasti “invisibili”. Kahla non stava nell’elenco ufficiale dei campi di concentramento. Non aveva camere a gas né forni crematori. Cadde nell’oblio.

Pinuccia Curti, la moglie di Bruno, anni dopo in un vecchio solaio ha trovato una busta , con dentro il biglietto gettato dal treno e le due lettere del suocero. Un pezzo alla volta ha cominciato a cucire insieme brandelli di memoria, informazioni, la poca documentazione reperibile.  Ha portato a Kahla il resto della famiglia, crollato il Muro di Berlino, e ci è tornata appena ha potuto. Ha scritto alla Pirelli, ai referenti delle istituzioni e alle autorità, coinvolgendo manager e diplomatici.  E’ andata nelle scuole di Vignate, per raccontare ai ragazzi del loro compaesano e di altri deportati. Ha trovato scampati e parenti e congiunti di vittime,  attraverso la trasmissione ‘Chi l’ha visto’, con un appello che a lei, timida e ritrosa, è costato molto. Grazie ad internet e ai social i contatti si sono moltiplicati, la rete di relazioni si è allargata, le ricerche hanno avuto un impulso. Persone di luoghi diversi avevano combattuto per cercare di sapere come erano morti i loro cari, i sopravvissuti si sono raccontati. Testimonianze, ricordi, sangue versato, lacrime e dolore si sono tramutati in pagine di libri e tesi di laurea,  in uno spettacolo teatrale di enorme impatto emotivo andato in scena a Milano, viaggi  periodici a Kahla, croci e tombe su cui pregare , la targa commemorativa fatta apporre dalla Pirelli nell’ex campo di lavoro.  Bruno e Germano non ci sono più. Ci sono i  figli, i nipoti. E c’è altro.

Sabato 23 novembre 2019 Francesco Gervasoni diventerà memoria collettiva e condivisa. Pubblica.  L’amministrazione comunale vignatese, su richiesta degli studenti delle medie e del professor Giorgio Gorla, anche lui volato via prima di raggiungere l’obbiettivo, alle 11 intitolerà una strada all’operaio deportato, una scelta forte e in controtendenza, in questi tempi di odio, rimozione, revisionismo, rigurgiti di fascismo.  “E’ un atto di giustizia – si commuove la  nuora, Pinuccia Curti -  ed è un modo per ridare dignità a Francesco e, con lui, a tutti gli operai deportati”. (Lorenza Pleuteri)